La fragile virtù

della verità

Franco Cassano

È profondamente volgare che la storia ossequi servilmente i vincitori, che tenda irresistibilmente a passare dalla loro parte, a condividerne le ragioni. Essa si comporta allora come l'almanacco del Giro d'Italia, riportando solo i nomi dei vincitori: l'intero pulsare della gara, lo spessore umano, sovente incerto e bilanciato, dei conflitti, così come le mille ragioni dei perdenti scompaiono di fronte al verdetto finale che riporta solo un nome, gettando nel dimenticatoio chi ha perso di poco. Nel suo desiderio di senso e di certezza la storia ha bisogno di verdetti, di semplificazioni, di miti unilaterali, di correre in aiuto dei vincitori. I «revisionismi» spesso non sono modi di guardare controcorrente la storiografia di capitani coraggiosi, ma il chiedere strada volgare dei nuovi vincitori, ansiosi di superare i vecchi togliendo loro la parola. Proprio in questo desiderio di certezza trova il suo fondamento l'ossequio del mondo a chi ha trionfato: gli uomini hanno bisogno sia di principi (criteri-guida, punti di partenza, fondamenti) sia di principi (capi, persone che comandino e ordinino la loro vita). Sia gli uní che gli altri sottraggono la loro vita all'incertezza, al dubbio, alla molteplicità di possibilità che assedia da ogni lato la realtà.
I vincitori mettono ordine, varano leggi, piazzano guardie, controllano e sequestrano, interdicono e permettono, puniscono e perdonano; ma per quanto essi incontrino un bisogno diffuso, non riescono mai a cancellare totalmente il pensiero che il mondo potrebbe avere un altro verso, molto differente da quello cui sono tutti abituati. In un vecchio grande libro, La svastica sul sole, uno scrittore di fantascienza che solo da poco ha iniziato a ricevere i riconoscimenti che merita, Philip K. Dick, racconta una storia in cui l'ultimo conflitto mondiale ha avuto un esito esattamente opposto a quello reale. In questo mondo, in cui gli Stati Uniti sono divisi in due parti (una sotto il controllo della Germania nazista e l'altra sotto quello giapponese), circola clandestinamente un libro in cui sí immagina che la guerra abbia avuto un esito diverso, da cui è uscita vincitrice l'Inghilterra. Le polizie degli stati vincitori mettono al bando il libro, preoccupate dei suoi effetti sovversivi, e danno una caccia spietata al suo autore.
Non si tratta solo delle esercitazioni fantastiche di uno scrittore visionario, ma di qualcosa di più profondo. Il vero pensiero è quello che si sente a disagio nell'ordine esistente e rifiuta di ripetere le ovvietà dominanti, di funzionare come lubrificante dell'ordine sociale. Il suo compito fondamentale è quello di assottigliare il peso enorme della realtà e dei vincitori sulle menti e sui sentimenti degli uomini, quello di far comprendere che il mondo è così, ma potrebbe essere altrimenti. Non si tratta di un pensiero dell'utopia: gli altri mondi non sono necessariamente migliori di quello che abitiamo e non hanno il diritto di annullarlo. Il compito del pensiero è quello di dilatare la maglia stretta della realtà, di renderla multipla, di offrire più universi simbolici da abitare, tra loro profondamente diversi, ma uniti dal reciproco rispetto. Esso deve fare campo sulla linea di confine, laddove si incrociano sempre i suoni di almeno due lingue e non si può mai dimenticare che il mondo non ha un solo verso, ma molti. Chi vince e domina tenta continuamente di far scomparire questa pluralità, di sottrarre al pensiero la capacità di scavalcare i fili spinati dell'ovvio, cerca di mettere il lucchetto al mondo e di chiudere la porta in faccia ad ogni altra possibilità, vuole sigillare tutte le frontiere.
Il nostro difficile Dio è proprio qui: non è chiuso in un tempio e prigioniero di un rito, ma viaggia in quell'instabile equilibrio che permette la coesistenza di più mondi, che non ha paura delle molte possibilità, ma cerca di smorzare quell'egoismo che sospinge ognuna di esse a vivere mettendo al bando tutte le altre.