Antipodi

Franco Cassano

Passiamo tutta la vita in nostra compagnia, ci incontriamo tutti i giorni, dal primo all'ultimo, senza nessuna possibilità di divorziare. Ogni giorno replichiamo noi stessi, ci ascoltiamo, ci compiangiamo e qualche volta ci applaudiamo da soli, recitando senza sosta il copione già scritto del nostro carattere, delle nostre abitudini, delle nostre idiosincrasie.
Una delle sensazioni più belle è scoprire che qualcuno riesce a liberarsi da sé, ad attraversare tutto il mondo e ad arrivare ai propri antipodi. È bello vedere indignarsi chi era remissivo oppure ascoltare parole tenere da una voce abitualmente dura, scoprire che l'impaziente ha imparato ad attendere, il pigro ha imparato a partire, chi è triste riesce a scherzare, chi era grigio riesce a vedere i colori. È bello scoprire che un uomo sa praticare la metamorfosi, sa diventare, almeno in certi momenti, un altro uomo.
Una parola o un gesto sono grandi quando sono il risultato di un viaggio e di una sofferenza, quando chi pronunzia la parola o compie il gesto si è strappato da sé e, per compierlo, è dovuto arrivare dall'altra parte del mondo. Quando qualcuno liberamente, e non sotto qualche forma diretta o indiretta di coazione, percorre a piedi tutta la terra e arriva dall'altra parte, per fare qualcosa che la sua «natura», il suo carattere o la sua cultura gli interdicono, quando lo fa non per esotismo, ma perché è arrivato alla conclusione che così è giusto fare, allora siamo di fronte a qualcosa di straordinario, alla forma più vera di libertà.
Niente di più noioso e meno libero di un uomo che per tutta la vita si muove all'interno dei propri tic e della cultura che gli è stata tramandata, che sa amare solo la terra in cui è nato, credere solo nel Dío che altri hanno scelto per lui. Un uomo che non ha mai sospettato di sé, che non è mai stato inquieto o perplesso di fronte ai luoghi comuni, che non ha mai desiderato guardare l'altro lato della collina, è come un cane nato alla catena, che conosce solo quell'angolo del mondo che il guinzaglio gli permette dí vedere.
Non sí tratta dí disprezzare le radici, dí fuggire o dí rinnegarle, del banale cosmopolitismo di chi si sente superiore a esse. Le radici sono la nostra lingua, la nostra prima memoria, la nostra prima protezione, ed è dentro di esse che abbiamo avuto le prime emozioni e abbiamo fatto i primi giri sulla giostra del nostro pianeta. Non si tratta di rinnegarle, ma solo di non murare tutta la vita nella ripetizione passiva di ciò che esse insegnano, di evitare di diventare i bigotti della nostra tradizione. Così come gli uomini crescono diventando altri, anche una tradizione cresce solo se diventa inquieta, se sa aggiungere nuove domande a quelle antiche, se sa criticarsi e ritrovare lo slancio, se è capace di andare dall'altra parte del mondo.
Sarebbe bello se ogni popolo allevasse e celebrasse, insieme a coloro che curano la sua identità, anche quelli che tentano di aprirla verso l'esterno, che smontano l'idea che la diversità dell'altro coincida con una deformità, un difetto, una mancanza. L'identità è come una casa e ha quindi bisogno di fondamenta sulle quali appoggiare il peso della vita di ogni giorno, richiede sicurezze e ripetizione. Ma le case possono essere molto diverse: ci sono quelle in cui non ci sono né porte né finestre e nessuno può entrare o uscire, e ci sono quelle in cui ci sono arrivi e partenze, con vasti cortili per parlare, con grandi finestre sul mondo e sul cielo, con porte che fanno circolare l'aria e le persone.
Per questa ragione è nobile lo sforzo di chi sa andare ai propri antipodi, dí chi non rimane chiuso nei propri confini. Aprire le porte e le finestre della propria casa, far circolare aria nuova nelle stanze della propria identità, insegnarle a ricevere e a viaggiare è uno sforzo inesauribile, perché i pregiudizi ritornano sempre e questa fatica, come quella di Sisifo, è infinita. Non si tratta di rinnegare la propria identità, ma di insegnarle a varcare il fiume, a guardarsi dall'altra sponda e di farla poi tornare a casa portando con sé quello sguardo come una straordinaria ricchezza.