Capanne

Franco Cassano

È difficile accettare che tutte le nostre verità, anche quelle più care e indiscutibili, siano soltanto costruzioni umane, capanne edificate per fronteggiare l'infinita complessità del mondo. La maggior parte degli uomini preferisce vivere tutta la vita dentro queste capanne e non ama uscire allo scoperto, in quella terra di nessuno dove si mostra con chiarezza che l'infinita complessità del mondo non è mai riducibile a uno schema concettuale, proprio come non è mai possibile rinchiudere l'infinità delle stelle nello schema semplice delle costellazioni.
Chi vive tutta la vita nella stessa capanna ha da sempre sostituito a quell'infinita complessità il proprio schema, quello della propria tribù o ideologia, e da sempre sa che cosa è scritto nelle stelle, pur senza avere mai alzato il capo neppure una volta per guardarle. Questo tipo d'uomo è convinto che la propria capanna sia collocata al centro dell'universo, sotto l'occhio vigile di Dio, ín una posizione privilegiata rispetto a tutte le altre capanne del mondo. Qui tutti, proprio come in un quiz truccato, conoscono le risposte ancor prima delle domande.
Lasciare la capanna è difficile perché significa abbandonare legami, affetti, calore, il seno materno dell'identità, ma poche esperienze sono più intense di questa partenza e delle ore in cuí ci si trova da soli, di notte, sotto il cielo, senza riuscire a riconoscere più, nel disordine immenso, il disegno di una costellazione. Talvolta questo sentimento diventa insostenibile e lo smarrimento è così forte da diventare un vortice in cui ci si perde. Se però si resiste e si continua a guardare, dopo un poco si scopre che il numero infinito delle stelle non ci schiaccia, ma aiuta invece a capire che il cielo non è prigioniero di nessuna costellazione, perché è così grande da poterle contenere tutte, sia le nostre che quelle degli altri popoli. Chi possiede un briciolo di fantasia potrebbe addirittura giocare a inventarne di nuove, a scrivere storie non ancora raccontate, a disegnare nuove avventure e inventare nuovi protagonisti. La complessità del mondo è il fondo immenso su cui noi continuamente ritagliamo le nostre costruzioni contro il disordine e la paura, le nostre verità piene di buchi.
Spesso questo sentimento della propria fragilità e contingenza fa paura, spinge l'uomo a fare un passo indietro, a rinchiudersi nella capanna ritornando ai vecchi pregiudizi. Del resto coloro che si sono spinti più lontano hanno spesso usato il loro coraggio solo come uno strumento di potere sui più deboli, inventando capri espiatori per usare, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, la paura degli uomini a proprio vantaggio. Chi si spinge veramente all'aperto dovrebbe tenersi lontano da questa economia della paura, e aver pazienza, prendere per mano i più timorosi, aiutarli a scoprire la bellezza del mistero che sta al fondo della complessità del mondo.
Dove le nostre verità diventano fragili e mostrano le rughe, si apre lo spazio in cui coloro che provengono da case, religioni e culture diverse possono incontrarsi. In questa terra di nessuno, dove le stelle sono più delle costellazioni e le domande più delle risposte, invece di combattersi e inseguirsi nel buio si potrebbe accendere un fuoco. Dopo essersi seduti in cerchio attorno a esso, tutti potrebbero a turno raccontare le proprie storie, ascoltare quelle degli altri e scoprire una possibile fraternità nella comune lotta contro la paura. All'alba ognuno potrebbe tornare nella sua capanna, ma senza aver più il bisogno di chiudersi il mondo alle spalle e con il desiderio di tornare all'aperto, a incontrare gli altri nella notte, nella terra di nessuno.