L'oblio delle stagioni

Franco Cassano

Le stagioni ci circondano e ogni nostro atto quotidiano avviene all'interno di una scena naturale da esse predisposta. Per lungo tempo l'uomo le ha scrutate, temute e aspettate, ha vissuto nella dipendenza dai loro capricci. Esse erano il calendario, il ritmo ciclico delle feste, dei lavori e degli intervalli. Noi moderni siamo invece abituati a vivere come se le stagioni non esistessero, come se il mondo intero fosse il risultato della nostra attività e del nostro spirito oggettivo. Questo isolamento dell'uomo su se stesso ha reso grande il suo dominio sulla natura, ma ha spento la sua capacità di percepire il limite, quell'esperienza che si fa solo quando sí urta contro la sproporzione immensa tra noi e l'infinito.
La cintura di natura umanizzata che ci circonda e che con le sue creazioni ci protegge, è come un vetro appannato che diventa uno specchio: essa non ci fa guardare fuori e lontano, ma ci rinvia narcisisticamente solo i nostri drammi e le nostre avventure. Se si conversa con un giovane anche abbastanza colto ci si accorge (ma non era diverso per la nostra generazione) che forse sa molto di storia o di chimica, ma non sa leggere il cielo e non sa riconoscere i venti. Circondato dalle luci e dai palazzi egli potrebbe credere che le stelle siano un'invenzione dei Luna Park, il vento un effetto speciale e le stagioni un fenomeno tipico delle società arretrate, una limitazione della libertà degli uomini, che un grande condizionatore planetario permetterà prima o poi di superare.
Tra le tante riforme che affollano il nostro vocabolario e le agende dei politici, non si trova mai quella che pensa ad un accordo più grande e alto con il mondo, l'ombra di una sapienza che insegni a disappannare il vetro che ci circonda per tornare «a riveder le stelle». Eppure proprio l'aver spostato grazie alla tecnica la pressione dura della necessità potrebbe all'improvviso metterci di fronte all'imbarazzante pensiero che la nostra vita non è poi tanto lunga, e che dedicare al lavoro tutte le ore di luce concesse dall'inverno è un peccato contro natura, molto più grave di quelli che vanno per la maggiore, anche perché commesso ogni giorno e senza vergogna da tutti sotto gli occhi di tutti.
Cercare di cambiare la vita, costruendola su un accordo con il mondo, non vuol dire scegliere il conflitto frontale, quello che pospone tutto alla città futura, recludendo la vita nelle stive della rivoluzione, ma coltivare un'arte più sottile, quella di provare a uscire di lato dalle giornate, a sospenderne la pressione per rimettere in ordine le proporzioni, ciò che viene prima e ciò che, anche se crede di essere importante, deve imparare a fare la fila e attendere il suo turno. Bisognerebbe disporre di molte parentesi da collocare ogni tanto, come dei paraventi, nelle nostre giornate, per imparare a ritrovarci da soli o con chi ci piace e poi con l'età ribaltare la regola, mettere tra parentesi l'inessenziale e iniziare a passeggiare guardandosi intorno. Oggi anche i manager stanno scoprendo l'utilità della siesta, una sorta di controrivoluzione meridiana nella loro disciplina di leninisti del profitto.
Fino a ora questo bisogno di pause e intervalli ha sempre camminato fuori della legalità, è stato chiamato assenteismo e criminalizzato come una truffa ai danni degli altri. Certamente chi protesta e denuncia ha ragione perché non si può pagare per otto ore chi ne fa solo la metà. Ma se, per evitare la truffa e il cinismo parassitario, invece di recludere tutti ín orari industriali si rendesse il lavoro più flessibile, più vero e più legato a questo bisogno di non farsi divorare la vita, al piacere della sosta? E se per caso fosse possibile, anche grazie alle nuove tecnologie e pagando la propria libertà, ritrovare il significato positivo della pausa, se il «cappuccino» invece di essere un reato venisse permesso da un'organizzazione del lavoro seria, ma flessibile? E se riducendo il tempo di lavoro e la paga fosse possibile far lavorare altri?
Inaccettabile non è l'interruzione del lavoro, ma il fatto che venga pagata come se fosse lavoro anch'essa e una riforma seria dovrebbe salvare il desiderio di libertà contenuto nelle trasgressioni degli uomini, riportarlo dentro la legalità conciliandolo con la libertà degli altri. Talvolta si ha l'impressione che le risse più furibonde si accendano sul modo in cui spingere una porta per aprirla, mentre basterebbe semplicemente tirare.