Elogio della lentezza

Franco Cassano

In un mondo superveloce, che si critica continuamen­te perché si ritiene ancora troppo lento, diventa sempre più urgente difendere il valore della lentezza. Questa dife­sa non è un riflesso conservatore né un esercizio lettera­rio, ma nasce da ragioni più solide e concrete. La prima ragione è che la lentezza costituisce, nella nostra società, un'esperienza che richiede uno scarto, l'uscita fuori dai binari delle ovvietà culturali. Essa consente di pensare il valore di mondi diversi dal nostro, di sottrarsi a quella forza di gravità che rende una cultura incapace di com­prendere le altre. Questo esercizio permette a chi lo com­pie di evitare l'integralismo, quella malattia dell'anima ri­corrente ogni volta che una cultura pensa la diversità al­trui come una malattia e se stessa come terapia.
A spingerci a riscoprire oggi il valore della lentezza c'è però una ragione più specifica: alcune esperienze decisive per la nostra maturità non sono velocizzabili e possono prodursi solo se avvengono a ritmo lento. La crisi, la cre­scita e la meditazione avvengono nella lentezza, così come solo nella lentezza si percepisce la complessità di un pro­blema, quando gli si può girare attorno guardandolo da tutti i lati. Sten Nadolny ha scritto anni fa un libro che il­lustrava come un bambino molto più «lento» dei suoi coetanei avesse maturato la capacità di resistere e attende­re necessaria a farlo diventare un grande esploratore. Pro­prio alla lentezza Milan Kundera ha dedicato un libro in cui descrive la differenza tra una storia d'amore che passa attraverso il lento e ricco rituale del corteggiamento e una in cui due giovani consumano, subito dopo essersi cono­sciuti, un rapporto sessuale «usa e getta», alla fine del quale si scoprono estranei e insopportabilmente vicini. L'uomo della velocità, l'homo currens, guadagna sicura­mente alcune facoltà, ma ne perde altre, prima fra tutte l'attenzione per l'altro, quel legame che si mette sempre di traverso sulla strada diretta e più veloce, quella pas­sione, quella cura o quella tenerezza che vengono da non avere solo scopi, ma anche sentimenti, dal non avere solo concorrenti ma anche amici, legami, interdizioni o im­picci.
La velocità trova sulle colonne dei giornali più ricchi e prestigiosi i suoi difensori, e per le informazioni sui suoi vantaggi può contare su mille agenzie di comunicazione, seducenti e facoltose. Noi ci limiteremo a osservare che quando la corsa senza freni nell'assalto alla natura come fonte di appropriazione privata diviene la regola, non esi­stono più beni pubblici, dall'ambiente alle strade, alle isti­tuzioni. Per riprodursi, infatti, questi ultimi richiedono una zona franca, una sacertà minima, un luogo ín cui si può stare fermi perché non si è in competizione con gli al­tri, ma se ne cerca la collaborazione per obiettivi comuni. Troppe volte la modernità ha coinciso, per esempio nel nostro Mezzogiorno, con l'assalto selvaggio ai mari, alle colline, alle foreste, con la distruzione sistematica dei beni pubblici; e talvolta questo attacco feroce non solo uccide la bellezza, ma precipita a valle con esiti tragici.
La difesa della lentezza è la tensione che permette di custodire i diritti di un'immagine del nostro pianeta se­condo la quale esso non è solo una preda, ma il quadro di compatibilità in cui dobbiamo imparare a vivere e che dobbiamo rispettare. Tempo fa i passeggeri di un Euro­star arrestatosi in una galleria furono sottratti all'incubo claustrofobico da una vecchia locomotiva diesel, l'unica che poteva camminare dopo l'abbattimento della linea ae­rea. Resisteremo alla facile battuta che ormai solo un die­sel ci può salvare, ma ricaviamo da quella storia qualche insegnamento. La velocità è una grande conquista, ma so­lo se accetta di rimanere uno soltanto dei lati del mondo. Essa può aiutare gli uomini solo se imparerà a coesistere con altri tempi e altri ritmi.
La lentezza non è il passato della velocità, ma anche il suo futuro. A che serve arrivare subito, se poi non si met­te il freno, non si scende, e non si perde tempo? Ma forse questo è un pensiero difficile per chi, già nella microfisica quotidiana del suo lavoro, dai quotidiani alla moda, è una piccola rotella dell'usa e getta universale, un devoto della Santa Innovazione.