Apocalittici integrati

Franco Cassano


Quando Umberto Eco diede a un suo libro il titolo Apocalittici ed integrati inventò una coppia di successo. Gli apocalittici e gli integrati sono infatti due stili di pensiero molto diffusi, opposti e complementari, che polemizzando si rafforzano a vicenda. Gli apocalittici sono i pensatori che guardano la società con un atteggiamento profetico, vedendola pervasa da fenomeni di corruzione e decadimento, proiettata inesorabilmente verso la fine. Quando parlano della tecnica e della società di massa, essi disegnano scenari agghiaccianti in cui solitudine, violenza e dissoluzione della personalità crescono senza sosta. Il mondo è in costante regresso verso il peggio e solo una radicale quanto improbabile palingenesi potrebbe redimerlo.
Gli integrati, invece, del futuro amano cantare solo le meraviglie, parlano sempre ed entusiasticamente di passaggi epocali, delle straordinarie opportunità aperte dalla tecnica e dallo sviluppo. Per loro la storia marcia sempre nella direzione giusta, e se qualche volta sbanda è perché noi uomini non abbiamo ancora la patente e non siamo all'altezza dei tempi. Non si deve però aver paura, occorre invece impegnarsi e imparare, abbandonare senza pregiudizi i vecchi schemi, aprirsi al nuovo che avanza, salire in groppa a esso e cantarne la velocità.
Gli apocalittici si compiacciono di una certa marginalità, in genere ben protetta ed autosufficiente, gli integrati ci sorridono dagli uffici-studi, da tutti i corsi di perfezionamento e di aggiornamento del mondo, dalle esperienze di punta, dall'ultima generazione delle conoscenze e delle tecniche. I primi sono un po' depressi e snob, spesso hanno un'alta opinione di sé e si ritengono l'unica voce degna di ascolto nel quadro dell'universale paccottiglia, i secondi credono alle virtù del nuovo (la maggior parte di essi vive a sue spese) con la forza inattaccabile e messianica dei piazzisti.
E abbastanza evidente che questa coppia di opposti non solo non costituisce una descrizione imparziale, ma prefigura già la soluzione. Questa infatti non può venire che da coloro (quorum Eco) che hanno l'ironia per passare tra Scilla e Cariddi, l'intelligenza per rifiutare gli schemi di comodo e mettere a fuoco senza pregiudizi i lati diversi di ogni tecnica e di ogni fenomeno. Insomma l'accentuazione dí quella opposizione proviene da una sorta di centrismo teorico, che si pone al di là degli opposti estremismi. L'errore, secondo questa prospettiva, è quello di vedere un solo lato delle cose, esattamente lo stesso che contrappone chi vede un bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. La risposta giusta sarebbe secondo Eco (noi abbiamo qualche dubbio): né apocalittici né integrati.
Negli ultimi anni però si è venuta diffondendo, in coincidenza con l'irresistibile ascesa della casa editrice Adelphi, anche una quarta posizione opposta e simmetrica rispetto a quest'ultima, quella di coloro che sono sia integrati sia apocalittici. Questa nuova posizione si può così sintetizzare: l'Occidente si identifica con la tecnica e la tecnica è la più radicale forma di nichilismo, perché costituisce la forma più efficace di realizzazione della volontà di potenza degli uomini. Questa destinazione alla tecnica non può essere contrastata da patetici umanismi perché l'Occidente non sa e non può contrastare la sua essenza più profonda. L'unico modo paradossale per sconfiggere questa tendenza sta invece nell'assecondarla, nello spingerla fino in fondo, perché solo tale compimento permetterà di esaurire l'epoca della tecnica e di aprirne un'altra. Chiunque solleva dubbi o tenta di frenare è affetto secondo costoro da una deprecabile nostalgia. Questa nuova posizione ha il vantaggio di riuscire a sommare l'applauso degli apocalittici e quello degli integrati: dei primi perché l'adesione alla tecnica è il modo più efficace per affacciarsi al di là di essa; dei secondi perché la riserva teorica sulla tecnica passa attraverso la sua più entusiastica esaltazione.
Si riesce a far viaggiare insieme e appassionatamente i manager decisionisti, compiaciuti dell'idea di star lavorando per l'Apocalisse, e i teologi che attendono da una sottilissima provvidenza che l'orgasmo tecnologico del mondo prepari il radicalmente Altro. A tenerli tutti insieme sono l'oracolarità dello stile, l'equivocità della prospettiva (nel senso letterale della parola, «che si può intendere in modi diversi») e la sicurezza impenetrabile con cui il guidatore dice di conoscere la strada. È proprio questo tono che permette di fare cose banali presentandole come straordinarie. Forse la cifra di ogni successo è proprio l'equivocità.