Italiani

Franco Cassano

Uno degli aspetti più irritanti della cultura politica italiana degli ultimi anni è l'interiorizzazione permanente di un senso di inferiorità rispetto agli altri paesi, l'autoassegnazione di un ruolo minore e provinciale rispetto a essi. Gli italiani vengono visti sempre come un popolo riottoso e da normalizzare, allievi difficili permanentemente tirati in basso dalla storia e dalla geografia, dalla politica e dall'economia.
Questo atteggiamento, che ormai pervade con poche eccezioni le élite politiche e intellettuali del nostro paese, è stato ingigantito dalle modalità con cui esse hanno argomentato la necessità del cosiddetto ingresso in Europa. Gli italiani, secondo questa prospettiva, sono degli europei imperfetti, quelli che più degli altri devono imparare ad esserlo. Gli altri popoli s'imbattono in problemi oggettivi, noi invece in quello di essere italiani; per i primi diventare europei significa rimanere a casa mentre, per noi significa traslocare.
Non si tratta di rimuovere i problemi gravi del nostro paese, quelli che affliggono esso e non altri, e che quindi discendono con ogni probabilità da antiche o recenti tare nazionali. Ciò che è insopportabile è il tono che ormai accompagna l'atteggiamento con cui i media e più ín generale l'opinione colta affrontano ogni problema: «Tutti questi problemi non ci sarebbero se fossimo europei, se facessimo come si fa in Europa». Intendiamoci: voler imparare e aprirsi ai suggerimenti altrui è una virtù che è giusto praticare, ma occorre pretenderla anche dagli altri.
Non è certo questo l'atteggiamento che si incontra più di frequente: gli altri raramente apprendono da noi (e perché dovrebbero farlo se noi stessi ci consideriamo degli allievi?), oppure lo fanno ma di nascosto, spesso rimanendo prigionieri degli stereotipi più banali. Persino nei film di Woody Allen, un intellettuale ebreo che sa smascherare i pregiudizi e far ridere su di essi, gli italiani parlano quasi sempre siciliano, ascoltano l'opera, sono mammisti e mafiosi. Poco importa se la fotografia del film è di un italiano, se il regista che Allen dice di ammirare di più è Fellini e se per raccontare una favola sceglie Venezia.
Anche nello scambio intellettuale noi siamo indefessi traduttori degli altri, che raramente traducono gli italiani, ín genere ignorano la nostra lingua e tutto quello che si scrive da noi. Si potrebbero moltiplicare gli esempi guardando in altri campi, ma nessuno meno di noi vorrebbe innescare una spirale di stupide ritorsioni. L'abbiamo già detto: questa nostra apertura è un merito di cui vantarsi, non si tratta di abbandonarla, ma di pretenderla anche dagli altri.
All'origine della propensione all'autodenigrazione c'è infatti un tratto del nostro carattere che, quando non diventa il vezzo politico-intellettuale che abbiamo ricordato, varrebbe la pena di tematizzare e valorizzare. Si tratta dell'idea di appartenere a una patria più larga di quella geografica, di un'assenza di boria derivante dalla convinzione che le vere differenze di valore sono quelle tra gli uomini e non quelle tra i popoli. Anche il nostro basso grado di orgoglio nazionale, che il fascismo ha rovinosamente cercato di incrementare, non è solo un limite, ma anche una risorsa, l'eredità di un popolo che ha sempre avuto una concezione insieme più alta e più bassa, più particolaristica e più universalistica di quella che si assesta nella dimensione nazionale, un popolo convinto che gli uomini siano accomunati da qualcosa che li affratella al di là delle barriere nazionali, ossia dalla concretezza del bisogno, quella che si affaccia nel momento in cui è necessario aiutarsi.
Il nostro paese ha attraversato con grande difficoltà il territorio della modernità: è arrivato in ritardo e tutti i tentativi di «fare» e normalizzare gli italiani sono falliti. È possibile che l'attuale fase storica, quella che si mette alle spalle il primato degli stati-nazione e delle modernizzazioni dall'alto, incontri in modo più favorevole la nostra penisola, riesca a tirar fuori dagli italiani le energie migliori, quelle che si manifestano nelle situazioni di emergenza e fuori di qualsiasi boria. Forse paradossalmente l'incrocio tra locale e globale può rilanciare l'essere italiano come una virtù e diventare fattore di coesione nazionale.