Le «anime belle»

della politica

Franco Cassano

Nella politica esiste, intrecciato e spesso conseguente all'entusiasmo per le idee, un lato duro, che occorre saper riconoscere per non ingannarsi. Un politico maturo deve essere realista, va giudicato dai risultati delle sue azioni e non dalla nobiltà delle intenzioni. Da Machiavelli a Weber questo rischio diabolico della politica, e di ogni azione tesa a realizzare radicalmente i propri fini, è stato ricostruito come banco di prova dell'uomo veramente maturo. Nessuna pietà per le «anime belle», quelle che giudicano il mondo senza uscire mai di casa, che, con malcelata ipocrisia, si guardano bene dal far entrare i loro discorsi nel circuito sporco della realtà, laddove, a fianco degli effetti voluti ci sono, talvolta più numerosi, quelli inattesi.
Per timore di sporcarsi le mani l'«anima bella» rimane a lato della realtà, ma «pretende - dice Hegel con sottile e feroce ironia - che il suo inoperoso discorrere sia preso per un'eccellente effettualità». La politica chiede invece di compromettersi con la realtà, chiede un'etica della responsabilità, vale a dire quella che, pur conoscendo tutti gli effetti dell'azione, decide di non recedere rischiando la dannazione. È il quadro drammatico definito da Weber nella sua famosa conferenza sulla Politica come professione. Questi grandi maestri di realismo, vitale ed imperioso Machiavelli, ricattatorio e profondo Hegel, titanico e tragico Weber, ci ricordano che anche le idee più nobili, per farsi spazio nella realtà, ricorrono a una contabilità in nero.
Ma queste teorie, così alte ed emozionanti, rischiano di prestarsi a ogni nefandezza, di fornire parole nobili ai macellai e splendide citazioni alle polizie politiche, di rendere rispettabile ogni coerenza, anche quella delle camere a gas. La critica hegeliana alle «anime belle» dovrebbe trovare il suo complemento in una critica altrettanto impietosa delle «anime brutte». Se le prime osano dare splendide lezioni di nuoto senza essere mai entrate in acqua, le altre pretendono di mantenersi a galla affogando gli altri. La politica è attraversata dalla contraddizione lucidamente avvertita a suo tempo da Simone Weil: «Le disposizioni che inclinano ad amare un certo fine sono diverse dalle disposizioni che permettono d'impiegare i mezzi necessari per realizzarlo; e molto spesso le une sono del tutto incompatibili con le altre». Nei luoghi della politica si mescolano gli uomini appassionati dei fini, quelli appassionati dei mezzi e quelli divisi e confusi da entrambi gli amori.
Max Weber, che guardava il secolo dal suo inizio, poteva ancora ammirare il rischio diabolico del politico che va fino in fondo; noi che lo guardiamo dalla fine e che abbiamo scoperto troppe fosse comuni, che sappiamo con Lévinas che «ogni generosità ha il suo stalinismo», chiediamo che la macchina della politica abbia in dotazione i freni. Il politico migliore è quello che avverte sia la connessione sia la contrapposizione tra i fini e i mezzi e che, essendo dotato di misura, è in grado di premere il pedale del freno e talvolta arrestare la macchina, tenendo in un angolo e sotto controllo i suoi pretoriani. Il rischio peggiore è l'ammutinamento dei pretoriani: quando essi pretendono di andare al sodo la storia diventa un mattatoio, quando i duri cominciano a giocare ci si diverte solo nei film. Sono le anime brutte con i loro orrori ad alimentare l'ipocrisia delle anime belle.
Il politico di questo inizio millennio è quello che ha scoperto i rischi omicidi del titanismo, che sa la contraddizione tra la potenza mostruosa e l'innocenza impotente, ma nonostante ciò rimane in campo, si carica della morsa di questa contraddizione. Un politico di tal tipo probabilmente verrebbe irriso dai pretoriani e dalle anime belle, ma sarebbe anche l'unica speranza che la politica possa servire agli uomini e non solo a se stessa.