La politica

non appassiona se...

Franco Cassano


Può essere pericoloso proiettare sulla politica le proprie angosce, far dipendere l'identità individuale da una causa politica, e forse nel passato molti hanno sofferto di questa identificazione troppo stretta. Tuttavia oggi la politica visibile non è capace di suscitare alcuna emozione e nessun movente diverso dall'interesse individuale, dalla ricerca ansiosa di protagonismo nell'universo rutilante dell'informazione.
La politica non appassiona se la si pensa come uno specialismo, un esercizio di abilità intellettuale, in cui la passione disturba e diventa più un pericolo che un aiuto. La politica non appassiona, se essa è una macedonia di valori diversi, ognuno dei quali impregnò profondamente vite straordinarie, ma che, celebrati tutti insieme, danno l'impressione di un eclettismo sentimentale, di un politeismo che nasconde male la volubilità, di un opportunismo pronto ogni volta a cambiare il santino a cui appellarsi.
La politica non può appassionare se essa è una sequela di abiure, in cui, vent'anni dopo, si raggiungono gli obiettivi indicati dagli altri, se diventa la destituzione progressiva delle proprie ragioni e delle critiche di un tempo. La politica comporta certo il coraggio dell'autocritica, ma anche quello della memoria, altrimenti si manda la gente a casa. Una politica che rinunzia ai nomi e sa parlare solo di «Cose» è un viaggio su una mappa altrui di vent'anni prima.
La politica non appassiona se perde il gusto di voler rappresentare in primo luogo una parte e non tutti, se non mantiene i contatti con questa parte, anche se essa è miope e lenta a capire. Questo ritardo qualche volta è un difetto di chi deve seguire, ma talvolta anche di chi guida, perché cambiare sempre le mete e scegliere strade impervie esalta i capi, ma falcidia la truppa.
La politica non appassiona se non si riempie di pezzi di vita normale, di imprecazioni della gente, di discorsi che contengono un po' di verità e un po' di umana confusione, se non va al mercato tutti i giorni, e non solo per chiedere il voto. La politica non appassiona se non conosce questo contatto con quell'imperfezione che è la vita di tutti. La politica non può appassionare se è produzione di riunioni a mezzo di riunioni. Lenin stigmatizzava i rischi del tradeunionismo, noi che voliamo più basso ci limitiamo a denunciare il riunionismo.
La politica non appassiona se è un'alchimia di piccole c grandi carriere, se è affollata di anticamere, corridoi, palazzi, se dipende da cordate, clan, consorterie, da un mare di camerieri che scambiano il proprio smoking con quello dei grandi attori, di politici da processo del lunedì.
La politica non può appassionare quando non si scorge sul viso di chi parla la traccia di quella spinta che un empo l'ha strappato alla vita comune, portandolo fino lì sul palco o nello studio della televisione. I politici sono un po' come i professori, non possono trasmettere l'amore per una poesia se non fanno vedere ai ragazzi senza pudori il loro amore. Se non sí fa vedere la propria passione, non la si riesce a trasmettere agli altri. I movimenti nascono dalle commozioni.
La politica non appassiona quando diventa esercizio fallico del proprio carisma, quando il successo dà alla testa e non si discute più con nessuno, quando si hanno solo seguaci e non più compagni, amici, gente con cui ci si sente alla pari. La politica non può appassionare se non è capace di farti sperare di realizzare cose impossibili, se non si ha più un sogno da affidarle, ma solo investimenti da fare. In politica i grandi investimenti sono nati sempre dai sogni e dalle ideologie, perché solo essi permettono di affrontare l'incertezza del futuro. Distruggere l'ideologia significa togliere l'olio e la benzina al motore.
La politica non appassiona quando è troppo alta, quando raggiunge un'altezza che non permette più a nessuno dí riuscire a vederla, quando l'unica politica che si riesce a vedere è quella della selvaggia spartizione delle poltrone e delle cariche. Abbiamo bisogno di una politica un po' più bassa, più umile e ricettiva, meno prigioniera di ambizioni epocali e guadi infiniti, una politica capace di piangere e incazzarsi sinceramente, una politica debole e porosa con gli umani, ma capace di toccare i poteri intoccabili.
Abbiamo bisogno di una politica che non dimentichi che «partiti» è un participio passato, e che l'unica volta che si è vinto è dipeso anche dal fatto che si era «partenti» (un participio presente), che s'iniziava un viaggio e non si era già partiti prima.