Che cos’è un prete?

Albert Vanhoye


Che cos'è un prete? Per rispondere in modo soddisfacente a questa domanda, bisogna evidentemente aprire la Bibbia. Il sacerdozio cristiano trova nei testi biblici la storia delle proprie origini e la spiegazione della sua specificità. Gli scritti dell'Antico Testamento riconoscono al sacerdozio un'importanza fondamentale. Il Nuovo Testamento, presentandosi come il compimento dell'Antico, non poteva ignorare questa istituzione così importante nella storia del popolo di Dio, ma la pone in una prospettiva radicalmente nuova, che non sempre viene intesa nel modo corretto. Cercheremo dunque di precisare la rivelazione biblica su questo punto.

Il sacerdote nell'Antico Testamento

La prima testimonianza offerta su un sacerdote nell'Antico Testamento mostra l'antichità dell'istituzione del sacerdozio e la sua ampia diffusione. Si tratta infatti di un sacerdote contemporaneo di Abramo, perciò senza alcun rapporto con il popolo israelita, che ancora non esisteva. Questo «sacerdote di Dio l'Altissimo» si chiamava Melchisedek ed era anche re di una città chiamata Salem (Gn 14,18). In seguito appaiono sacerdoti egiziani nella storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe {Gn 41,45.50; 46,22; 47,22.26). Più tardi è nominato Ietro, un sacerdote madianita (Es 2,16; 3,1; 18,1-27), di cui Mose diventa il genero. Il sacerdozio levitico, istituito ancora più tardi {Es 28,1; 32,26-29), non costituisce dunque una novità.
La preoccupazione del rapporto con la divinità si era già manifestata nei tempi preistorici come un tratto fondamentale della vita degli uomini e si era tradotta nella vita sociale con l'istituzione di sacerdoti, cioè di uomini incaricati del culto.
Una prima risposta possibile alla domanda «che cos'è un prete?» è dunque: il sacerdote è un uomo incaricato del culto. Le funzioni dei sacerdoti israeliti non erano molto diverse da quelle dei sacerdoti pagani: essi erano soprattutto i custodi del santuario e dovevano offrire sacrifici; la differenza si collocava a un altro livello, quello del rifiuto del politeismo e del culto degli idoli, differenza radicale.

Il sacerdote nel Nuovo Testamento

Il sacerdozio cristiano si presenta nel Nuovo Testamento come una grande novità. Non si inserisce nel messaggio evangelico come un semplice prolungamento dell'istituzione antica, ma segna una rottura che all'inizio poteva apparire completa.
Il sacerdozio cristiano era talmente nuovo che sembrava non essere un sacerdozio. I Vangeli non parlano di sacerdozio né per Gesù né per i suoi discepoli. A Gesù sono attribuiti molti titoli: rabbi, maestro, profeta, Figlio di Davide, Messia o Cristo, Figlio di Dio, Signore; ma i testi evangelici non gli danno mai il titolo di sacerdote o di sommo sacerdote. Gli Atti degli Apostoli non attribuiscono il sacerdozio né agli apostoli né ad altri dirigenti delle comunità cristiane. Parlano di «presbiteri», un termine che non ha niente di sacerdotale, ma significa «più vecchio», «anziano». San Paolo nelle lettere non usa mai le parole «sacerdote» o «sommo sacerdote». Tale assenza di titoli sacerdotali manifesta implicitamente una viva coscienza della novità cristiana, che in un primo tempo rendeva impossibile l'uso dei titoli antichi.
È stata necessaria una profonda rielaborazione delle categorie sacerdotali perché divenisse possibile la loro applicazione alla realtà cristiana. Questa rielaborazione ha richiesto un certo numero di anni; ma la sua utilità si è rivelata molto grande per l'approfondimento del mistero di Cristo. Il risultato finale è che il solo trattato sistematico di cristologia che troviamo nel Nuovo Testamento è un trattato di cristologia sacerdotale, quello contenuto nella Lettera agli Ebrei. Senza dubbio la cristologia occupa molto spazio in altri scritti del Nuovo Testamento, ma non è mai esposta in modo così esteso e sistematico. Le conseguenze ecclesiologiche della cristologia sacerdotale hanno un'enorme importanza, ma non sono ancora espresse pienamente nel Nuovo Testamento. Sono rari i testi che affermano la partecipazione della Chiesa (1 Pt 2,4-5.9) o dei cristiani (Ap 1,6; 5,10; 20,6) al sacerdozio di Cristo. Un passo della Lettera ai Romani presenta una definizione del ministero apostolico che si può chiamare sacerdotale (Rm 15,15-16). Nonostante la loro brevità, questi testi sono molto importanti, perché costituiscono l'inizio e la base di un grande sviluppo dottrinale.

Sacerdozio della Nuova Alleanza

Se vogliamo esprimere in una breve formula la novità del sacerdozio cristiano, sembra che questo si debba chiamare «il sacerdozio della Nuova Alleanza», precisando che ha la sua fonte e il suo centro nel cuore sacerdotale di Gesù. Infatti, secondo il celebre oracolo di Geremia {Ger 31,31-34), la Nuova Alleanza si stabilisce nel cuore. Ezechiele aggiunge che Dio ci ha promesso un cuore nuovo. Parlare di «sacerdozio della Nuova Alleanza» significa evidentemente evocare il sacerdozio di Cristo, che la Lettera agli Ebrei, dopo aver citato l'oracolo di Geremia (Eb 8,8-12),
chiama «sommo sacerdote» (Eb 2,17; 3,1; 4,14-15 ecc.) e «mediatore di una nuova alleanza» (Eb 9,15). Significa pure ricordare l'Ultima Cena, nella quale Gesù presenta ai discepoli il calice del vino dicendo loro: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). Significa ancora ricordare il ministero apostolico dei «ministri di una nuova alleanza», come dice san Paolo (2 Cor 3,6), e infine il sacerdozio di tutta la Chiesa, popolo della nuova alleanza (1 Pt 2,5.9).
Nell'Antico Testamento esisteva certamente un legame tra il sacerdozio e l'Alleanza, ma non era espresso in modo esplicito.
Sul Sinai la conclusione della prima alleanza si compie senza l'intervento di sacerdoti (Es 24,3-8), benché essi siano stati nominati in un passo precedente (Es 19,22.24). Quando si parlava di sacerdoti, l'aspetto che attirava di più l'attenzione non era l'esercizio di una mediazione, ma il grande onore del rapporto privilegiato del sacerdote con Dio.
Il Nuovo Testamento, al contrario, mette in primo piano l'aspetto di mediazione e collega strettamente sacerdozio e alleanza.
Il testo del Nuovo Testamento che parla con maggiore insistenza del sacerdozio, cioè la Lettera agli Ebrei, è anche quello che parla più spesso di alleanza: la parola greca diathèke, «alleanza», vi è ripetuta 17 volte, mentre in tutto il resto del Nuovo Testamento compare soltanto 16 volte, e mai più di tre volte nello stesso testo.

L'alleanza stabilita nel cuore

Il problema dell'alleanza con Dio è prima di tutto un problema di cuore, poiché «l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). Per potersi avvicinare a Dio, è necessario avere un cuore degno di Dio, un cuore purificato, santificato, veramente aperto alla relazione con Dio, all'amore che viene da lui.
Questo cuore non esisteva. Nessun uomo era capace di avere una relazione autentica e profonda con Dio. Questa è la constatazione espressa tante volte da Dio nell'Antico Testamento: «Per quarant’anni mi disgustò quella generazione e dissi: "Sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie"» {Sal 95,10). «Dio dal cielo si china sui figli dell'uomo per vedere se c'è un uomo saggio, uno che cerchi Dio. Sono tutti traviati, tutti corrotti; non c'è chi agisca bene, neppure uno» {Sal 53,3-4). Nessuno dunque era capace di essere un vero mediatore di alleanza con Dio. Il sacerdozio dell'Antico Testamento non aveva alcun rapporto con il cuore. L'Antico Testamento non parla mai del cuore dei sacerdoti e non gli attribuisce alcun ruolo nelle cerimonie del culto.
Queste erano definite dalla Legge e consistevano in riti convenzionali, esteriori; i più importanti erano i sacrifici, nei quali si offrivano a Dio cadaveri di animali. La Lettera agli Ebrei denuncia più volte l'inefficacia di questo tipo di culto {Eb 9,9; 10,1.4.11) e l'insufficienza della Prima Alleanza, fondata su una legge esteriore, scritta sulla pietra {Eb 8,7.13).
Tale insufficienza era stata riconosciuta nello stesso Antico Testamento, che constatava i numerosi fallimenti dell'Alleanza del Sinai (2 Cr 36,14-16). Ma nel momento della crisi più grave Dio aveva promesso, in un oracolo del profeta Geremia, di porre rimedio a questa situazione deplorevole stabilendo un'«alleanza nuova», molto diversa dalla prima, perché la legge non sarebbe più incisa su due tavole di pietra, ma sarebbe scritta sul cuore {Ger 31,31-34). Una legge scritta sulla pietra non poteva assicurare una vera unione tra il popolo e Dio, perché non cambiava niente nel cuore delle persone. Ora, quando il cuore è cattivo, il solo effetto prodotto dalla legge, anche la più perfetta, è di suscitare il desiderio della trasgressione. E quanto constata chiaramente l'apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: «Io non ho conosciuto il peccato se non mediante la Legge. Infatti non avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge non avesse detto: Non desiderare. Ma,
colta l'occasione, il peccato scatenò in me, mediante il comandamento, ogni sorta di desideri» {Rm 7,7-8). Geremia prometteva dunque una legge scritta sul cuore.
Il profeta Ezechiele ha fatto un passo avanti, annunciando un cambiamento più radicale. Rendendosi conto che scrivere una legge buona su un cuore cattivo era una soluzione malsicura, insufficiente, ha annunciato un cambiamento completo del cuore.
Nel suo oracolo Dio parla così: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio spirito dentro di voi» (Ez 36,26-27).

Alleanza fondata nell'Ultima Cena

In questi meravigliosi oracoli né Geremia né Ezechiele parlano di mediazione sacerdotale. Non dicono di quali mezzi Dio si servirà per stabilire la nuova alleanza.
Ce lo rivela Gesù nell'Ultima Cena quando prende in mano il calice del vino, lo presenta ai discepoli e dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). I racconti di Matteo e di Marco non hanno l'espressione «nuova alleanza», ma dicono: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti» (Mt 26,28; Mc 14,24); ma è chiaro che si tratta di un'alleanza completamente nuova, perché prima nessuna alleanza era stata fondata sul sangue di un uomo, che dava la vita per amore secondo la volontà di Dio.
L'istituzione dell'Eucaristia è veramente molto rivelatrice, e il suo messaggio è confermato da altri episodi e altri testi. Essa rivela che Gesù è il «mediatore della nuova alleanza», come dice la Lettera agli Ebrei (Eb 9,15; 12,24), quindi che è il sommo sacerdote e che la sua mediazione è un'opera d'amore: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» {Gv 13,1), cioè fino all'estrema possibilità dell'amore, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» {Gv 15,13).
Questa mediazione è dunque completamente diversa dagli antichi tentativi di mediazione, che si servivano del sangue di animali immolati (cfr Es 24,8) e dove l'amore non aveva alcun ruolo.
L'istituzione dell'Eucaristia è stata una straordinaria vittoria dell'amore sulle forze del male e sulla morte, poiché Gesù vi ha reso presente in anticipo la sua morte crudele e ingiusta, e ne ha completamente capovolto il senso, facendone un dono d'amore; così ha fissato l'orientamento di tutta la Passione. Questo dono d'amore fonda l'alleanza, poiché ha una doppia dimensione: amore di Dio e amore degli uomini. Gesù, per spiegare perché va alla Passione, dichiara: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14,31). D'altra parte, l'Eucaristia è un dono d'amore offerto ai discepoli. Ad essi Gesù «ha dato» (Mc 14,22) il suo corpo, immolato per loro, e «ha dato» (Mc 14,23) il suo sangue, versato per loro, e ha potuto dire: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9).
Giudicato dal punto di vista del culto antico, l'evento non ha nulla di un sacrificio rituale, e ne ha ancora meno l'evento del Calvario che vi è anticipato. Nessuno dei due si svolge nel luogo santo: l'offerta non è fatta sull'altare del Tempio. Tuttavia la fede cristiana ha riconosciuto nell'uno e nell'altro un sacrificio più vero dell'immolazione di animali, un sacrificio che annulla insieme le due opposizioni antiche, quella tra obbedienza e sacrificio, quando Samuele dichiara che «obbedire è meglio del sacrificio» (1 Sam 15,22), e quella tra amore e sacrificio, espressa da Dio stesso: «Voglio l'amore e non il sacrificio» (Os 6,6). Il sacrificio di Gesù è stato un atto di perfetta obbedienza verso il Padre e un atto di completo amore verso i fratelli. Gesù è stato «obbediente fino alla morte» (Fil 2,8) e «ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef5,2). A motivo di queste due dimensioni, il sacrificio di Cristo è un sacrificio di alleanza, e Cristo dev'essere riconosciuto come mediatore di alleanza e perfetto sommo sacerdote.

Cristo, l'unico sommo sacerdote

Cristo è anche l'unico «mediatore tra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5) e l'unico perfetto sommo sacerdote, poiché è il solo che è stato «reso perfetto» (Eb 5,9; 7,28) con il suo unico sacrificio, che è al tempo stesso il sacrificio della sua consacrazione sacerdotale.
Cristo è divenuto sommo sacerdote con la sua Passione, già presente nell'istituzione dell'Eucaristia, ed è divenuto sommo sacerdote per il suo grande atto d'amore. La Lettera agli Ebrei dice e ripete che Cristo è l'unico perfetto sommo sacerdote.
Nell'Antico Testamento erano molti gli intermediari tra il popolo e Dio. C'erano molti sacerdoti e una lunga successione di sommi sacerdoti (Eb 7,23). C'erano anche i profeti, che parlavano in nome di Dio, e c'era una successione di re che esercitavano il potere di Dio su Israele. Nel Nuovo Testamento, al contrario, il mediatore è unico; è questo il punto più importante della posizione cristiana riguardo al sacerdozio: c'è un solo sacerdote nel senso pieno del termine, Gesù Cristo. Egli solo è in grado di adempiere la funzione essenziale del sacerdozio, che è assicurare una mediazione tra gli uomini e Dio. Per mettersi in relazione autentica con Dio, bisogna passare attraverso Cristo (Gv 14,6) e precisamente attraverso il suo sacrificio. Nessuna persona umana può fare a meno della mediazione di Cristo. Nessuno può esercitare, in rapporto ad altre persone, la funzione di mediatore al posto di Cristo.

Un sacerdozio aperto alla partecipazione

Detto questo, bisogna subito aggiungere che una delle grandi differenze tra il sacerdozio di Cristo e il sacerdozio dell'Antico Testamento è che il primo, a differenza dell'altro, è un sacerdozio aperto alla partecipazione. L'antico sacerdozio, fondato su cerimonie di santificazione per separazione rituale, non era aperto alla partecipazione. Quando il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, assolutamente nessuno poteva accompagnarlo (Lv 16,17). Ogni trasgressore avrebbe subito la pena di morte (Nm 3,10.38). Cristo, al contrario, ha ottenuto la consacrazione sacerdotale «rendendosi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17). Invece di essere un rito di separazione, il suo sacrificio è stato un atto di completa solidarietà con noi. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura di «sangue e carne» (Eb 2,14); ancor più, ha accettato di sopportare le nostre sofferenze, di morire per noi e anche di essere «annoverato tra gli empi» (Lc 22,37; Is 53,12) e di subire il supplizio dei criminali, la crocifissione. Ne segue che la sua consacrazione sacerdotale non solo non lo ha separato da noi, ma ha rafforzato la sua unione con noi ed essa si comunica a noi.

Il sacerdozio di tutti i battezzati

La Lettera agli Ebrei ci insegna che l'«unica offerta» (Eb 10,14) di Cristo ha prodotto un doppio effetto: lo ha reso perfetto (cfr Eb 2,10; 5,9; 7,28), cioè lo ha consacrato sommo sacerdote, perché è questo il senso del verbo greco teleioun nel Pentateuco; e al tempo stesso «ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati [con il battesimo]» (Eb 10,14), cioè li ha consacrati sacerdoti.
Tutti i battezzati godono ormai del privilegio che un tempo era riservato al solo sommo sacerdote, cioè di poter entrare nel santuario di Dio. Godono anche di un privilegio superiore, perché quello del sommo sacerdote era limitato a una sola celebrazione annuale e gli dava accesso soltanto a un santuario terreno, «fatto da mani d'uomo» (Eb 9,24), mentre i battezzati hanno «piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù» (Eb 10,19), cioè «nel cielo stesso» (Eb 9,24), e questo senza limiti di tempo.
D'altra parte, anch'essi sono invitati a offrire sacrifici, in unione con il sacrificio di Cristo. La Lettera agli Ebrei esprime due aspetti di questi sacrifici cristiani: da una parte, offrire continuamente a Dio «un sacrificio di lode» (Eb13,15), cioè un'azione di grazie, un'espressione di amore riconoscente; è ciò che raccomandava anche l'apostolo Paolo, quando diceva ai Tessalonicesi: «In ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5,18), e agli Efesini: «Rendete continuamente grazie per ogni cosa» (Ef 5,20). L'altro aspetto dei sacrifici cristiani non consiste in riti, ma nella trasformazione dell'esistenza stessa in offerta d'amore: «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). Il sacrificio di Cristo non è stato rituale, ma esistenziale: anche i sacrifici dei battezzati devono essere esistenziali.
La Lettera agli Ebrei invita dunque i battezzati ad essere sacerdoti in questi due modi, ma non attribuisce loro esplicitamente il titolo di sacerdote. Un altro testo del Nuovo Testamento lo applica loro: è nell'Apocalisse. In un'acclamazione di lode rivolta a Cristo, i cristiani proclamano che Cristo non soltanto, per amore, li ha liberati dai peccati con il suo sangue, ma ha fatto di loro «un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6). Un passo parallelo precisa che tale partecipazione al sacerdozio non è più limitata, come nell'Antico Testamento, a una sola tribù, quella di Levi, ma è estesa a «uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9).
Questi due testi fanno allusione a una promessa di Dio, espressa nel Libro dell'Esodo. Dio vi dichiarava agli israeliti: «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, [...] voi sarete per me un regno di sacerdoti» (Es19,5.6). Questa promessa, come si vede, era condizionata. L'Antico Testamento dichiara molte volte che la condizione posta da Dio non è stata mai adempiuta dal popolo eletto, che si è mostrato continuamente ribelle (cfr Is 1,2-4; Ger 7,25-28; Ez 2,2-4 ecc.). Ora, grazie al sangue di Cristo, ciò che era rimasto promessa irrealizzabile è diventato per i cristiani realtà effettiva.
La Prima Lettera di Pietro proclama con maggiore insistenza questa buona notizia. Rivolgendosi ai nuovi battezzati, san Pietro dice loro: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, [...] quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1 Pt 2,4-5). L'Apostolo applica al popolo cristiano titoli gloriosi che erano stati dati o promessi agli israeliti, in particolare il titolo di «sacerdozio regale» promesso nell'Esodo {Es 19,6) e citato nell'Apocalisse: ma Pietro, invece di ispirarsi al testo ebraico come l'Apocalisse, usa il termine hierateuma, la parola greca usata in Es 19,6 dalla Settanta, che significa «organismo sacerdotale». Il sacerdozio non è dunque attribuito ai cristiani presi individualmente, ma all'insieme del Popolo di Dio preso collettivamente, nella comune adesione di fede e di vita alla persona di Cristo nel suo mistero pasquale. Tutti i cristiani, semplici fedeli e pastori, formano insieme un «organismo sacerdotale» e un «edificio spirituale», anche se esercitano funzioni diverse.
In che cosa consistono i «sacrifici spirituali» che tutti i battezzati sono invitati a offrire a Dio per mezzo di Gesù Cristo? Questi sacrifici devono evidentemente modellarsi sul sacrificio di Cristo stesso, quindi non devono essere riti dell'Antico Testamento, aggiunti alla vita, ma devono essere la trasformazione della vita stessa per mezzo dell'amore che viene da Dio. San Pietro invita i cristiani ad essere «santi in tutta la loro condotta» {1 Pt 1,15) e ad «amarsi intensamente» {1 Pt 1,22). Questo ci fa comprendere che i sacrifici spirituali devono estendersi a tutta l'esistenza e che consistono nel vivere continuamente un'offerta d'amore nella docilità allo Spirito Santo. Certamente tale docilità assumerà forme molto diverse secondo la vocazione personale e i carismi di ciascuno.
Giungiamo così a una nuova risposta alla domanda: «Che cos'è un prete?», una risposta molto diversa dalla prima, poiché, invece di parlare di cerimonie del culto, parla di trasformazione del mondo. Il sacerdote è una persona, uomo o donna, che accoglie con riconoscenza l'amore che viene da Dio per mezzo di Cristo e che si serve di questo amore per trasformare la propria esistenza e quella del suo ambiente, nel senso della comunione con Dio e tra le persone. In breve, il prete è uno che accoglie l'amore divino e si mette al suo servizio per la trasformazione del mondo. Sono queste le due dimensioni del sacerdozio di tutti i battezzati: l'accoglienza dell'amore divino e il servizio di questo amore. C'è così corrispondenza tra il sacerdozio esistenziale di tutti i cristiani e il sacerdozio esistenziale di Cristo.

Il ruolo del sacerdozio ministeriale

Qual è allora il ruolo del sacerdozio ministeriale, fondato sul sacramento dell'Ordine? Si potrebbe avere l'impressione che non gliene resti nessuno, e che il sacerdozio dei battezzati basti a tutto. Ma è un'illusione: in realtà il sacerdozio dei battezzati per poter essere esercitato ha assolutamente bisogno del sacerdozio ministeriale, perché ha bisogno della mediazione sacerdotale di Cristo, che si rende presente ed efficace mediante il sacerdozio ministeriale.
È chiaro che il sacerdozio dei battezzati ha assolutamente bisogno della mediazione sacerdotale di Cristo, perché nessun battezzato è in grado di realizzare da sé la trasformazione sacerdotale della sua esistenza personale. Soltanto con la mediazione di Cristo i battezzati possono ricevere l'amore che viene da Dio e servirsi di questo amore per una trasformazione molto positiva del mondo. Soltanto uniti a Cristo possono vivere le due dimensioni dell'amore: la docilità filiale verso Dio e la solidarietà fraterna verso i fratelli e le sorelle.
Nessun testo del Nuovo Testamento fa pensare che un battezzato possa bastare a se stesso: è sempre affermata la relazione indispensabile con Cristo. Si può anche rilevare che i testi parlano sempre dei cristiani come sacerdoti al plurale. L'autore della Lettera agli Ebrei designa i cristiani come «quelli che per mezzo di lui [Cristo] si avvicinano a Dio» (Eb 7,25). Tutti sono invitati a «entrare nel santuario», ma «per mezzo del sangue di Gesù» (Eb 10,19). Sono chiamati a «fare la volontà di Dio», ma «per mezzo di Gesù Cristo» (Eb 13,21). E poiché ricevono tutto da Cristo, devono «per mezzo di lui offrire a Dio continuamente un sacrificio di lode» (Eb 13,15).
Il testo della Prima Lettera di Pietro è particolarmente significativo in proposito: i battezzati, per esercitare il sacerdozio, devono avvicinarsi a Cristo, pietra viva, formare con lui tutti insieme un edificio spirituale e presentare per mezzo di lui le loro offerte spirituali. San Paolo, da parte sua, insiste sempre sulla relazione indispensabile con Cristo: «Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 5,1); «per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre» (Ef 2,18); noi rendiamo «grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 7,25).

Aspetto di offerta e aspetto di mediazione

Nel sacerdozio di Cristo bisogna distinguere due aspetti: quello di offerta della sua vita e quello di mediazione. Cristo ha trasformato la sua morte, evidentemente crudele, ingiusta e scandalosa, in perfetta offerta di amore filiale e fraterno. Tale offerta è stata al tempo stesso un atto di mediazione tra gli uomini e Dio. I battezzati sono chiamati a partecipare all'aspetto di offerta, cioè all'aspetto di trasformazione di tutte le circostanze della vita in offerta di amore filiale e fraterno; non sono in grado di farlo da sé, ma ciò è reso loro possibile dalla mediazione di Cristo, che, come abbiamo detto,è unica (cfr 1Tm1,5). L'offerta dei battezzati è un'offerta d'amore di carità; ha dunque uno stretto rapporto con l'idea di mediazione, poiché la carità mette in relazione con Dio e con le persone umane; ma l'offerta dei battezzati non può in alcun caso sostituirsi alla mediazione di Cristo per unire un'altra persona a Dio. Il sacerdozio dei battezzati, ripetiamo, ha assolutamente bisogno della mediazione di Cristo per esistere e per essere esercitato.
Detto questo, perché una mediazione possa essere effettivamente accolta, è indispensabile che si manifesti obiettivamente.
La mediazione di Cristo si manifesta nei sacramenti, che sono atti di Cristo mediatore, in particolare nel sacramento dell'Ordine che comunica agli uomini ordinati il sacerdozio ministeriale, strumento della mediazione di Cristo.
La differenza tra il sacerdozio dei battezzati e il sacerdozio ministeriale è questa: il sacerdozio dei battezzati è offerta personale della loro vita per amore e trasformazione del mondo attorno a loro grazie alla forza dell'amore; il sacerdozio ministeriale, invece, è strumento della mediazione di Cristo.
I battezzati, per esercitare il loro sacerdozio, hanno bisogno di tre interventi della mediazione di Cristo: un intervento di rivelazione, un secondo di santificazione, un terzo di unificazione.
Hanno bisogno di una rivelazione, cioè di una comunicazione sicura della Parola di Cristo, per trovare la loro via d'amore nelle incertezze dell'esistenza. Hanno bisogno di santificazione mediante la grazia di Cristo, per poter vivere effettivamente in conformità con la rivelazione che ricevono. Hanno bisogno di unificazione, cioè di essere strappati alla disunione e alla dispersione, e di essere riuniti nella Chiesa, corpo di Cristo.
Cristo sommo sacerdote esercita la sua mediazione sacerdotale in favore dei battezzati per mezzo del sacerdozio ministeriale. Ai battezzati Cristo comunica la sua Parola, con garanzia di autenticità, attraverso l'insegnamento del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti, con la loro predicazione e i loro consigli. Ai battezzati Cristo comunica la grazia purificante e santificante attraverso il ministero sacramentale dei sacerdoti. Soprattutto qui essi sono gli strumenti della mediazione di Cristo, per il perdono dei peccati nel sacramento della riconciliazione, e per l'unione vitale con Cristo nell'Eucaristia. E chiaro che i sacerdoti non sono di per sé mediatori, ma sono gli strumenti di Cristo mediatore. Infine, attraverso il ministero del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti, Cristo unifica la Chiesa e ne fa il suo Corpo. «In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore» (Ef 2,21; cfr Col 2,19). E significativo, in proposito, che il sacramento dell'Ordine comprenda tre gradi, così da dare alla Chiesa una struttura gerarchica.
Questo ci conduce a definire il prete in un terzo modo: nel sacerdozio ministeriale, il sacerdote cristiano è un uomo preso da Cristo come strumento della sua mediazione d'amore per la salvezza del mondo.
Appare dunque nettamente la differenza tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale: non è soltanto differenza di grado, ma di natura, come dice la costituzione conciliare Lumen gentium (n. 10), e come hanno poi ripetuto altri documenti magisteriali. Il sacerdozio ministeriale è anzitutto mediazione sacramentale; il sacerdozio comune è invece offerta personale. Bisogna riconoscere che il sacerdozio ministeriale, confrontato con il sacerdozio comune, è più specificamente sacerdotale; infatti l'elemento specifico del sacerdozio è la mediazione tra Dio e gli uomini, e il sacerdozio ministeriale fa del sacerdote il segno e lo strumento della mediazione di Cristo,mentre il sacerdozio comune non lo fa. Il sacerdozio dei battezzati, ripetiamo, per poter essere esercitato, ha bisogno di passare attraverso la mediazione di Cristo, resa presente e accessibile con il sacerdozio ministeriale.
D'altra parte, bisogna riconoscere che il sacerdozio comune è di grande valore, perché viene esercitato con l'offerta personale, esistenziale, di tutta la vita, un'offerta d'amore, che promuove la comunione tra le persone e così trasforma il mondo molto positivamente. Si può dire che la santità di un cristiano o di una cristiana dipende dal modo in cui essi esercitano il loro sacerdozio di battezzati, in unione con Cristo e in una vita di servizio per amore. La santità cristiana di una persona non dipende dalla posizione che essa occupa nella Chiesa e nel mondo, ma dal modo
in cui la persona accoglie nella sua vita l'amore che viene da Dio e vi corrisponde realmente per la trasformazione del mondo.
Notiamo, in proposito, che il sacerdozio comune è veramente comune, cioè non è riservato ai semplici fedeli, ma dev'essere esercitato anche dai sacerdoti, dai vescovi e dal Papa, insieme al sacerdozio ministeriale. Tutti sono chiamati a unirsi personalmente a Cristo con l'offerta della loro vita. Nell'esistenza di un sacerdote ordinato non tutto è ministeriale, ma tutto dev'essere vissuto nella carità grazie all'unione con Cristo: questo è l'esercizio del sacerdozio comune.
Anche gli atti ministeriali devono essere compiuti nella carità, e questo li avvicina al sacerdozio comune, ma con una specificazione particolare, perché si tratta allora di carità pastorale. Purtroppo è possibile compierli senza essere uniti a Cristo con la carità; questo è del tutto anormale e anche scandaloso, ma è possibile. Un prete può celebrare l'Eucaristia senza aderire personalmente alla carità di Cristo e anche rifiutandola, conservando, ad esempio, un progetto di vendetta mortale contro un avversario. La messa non sarà invalida; i fedeli potranno unirsi al sacrificio di Cristo ed esercitare così il loro sacerdozio di battezzati. Il sacerdote avrà esercitato il suo sacerdozio ministeriale, pur rifiutando di esercitare il sacerdozio comune. Normalmente, però, i sacerdoti, nell'esercizio del loro ministero, ricevono personalmente abbondanti grazie di unione con Cristo con l'offerta generosa della loro vita.

Conclusione

Una visione chiara della distinzione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune presenta grandi vantaggi. Consente di apprezzare meglio la rispettiva dignità dei due tipi di partecipazione al sacerdozio di Cristo, di comprenderne meglio il rapporto e di rispettarne i limiti.
Il sacerdozio ministeriale appare in tutta la sua importanza e nella sua umiltà. Esso è importante, perché, nel sacerdote, Cristo stesso esercita la sua mediazione di sommo sacerdote. E importante perché, senza il sacerdozio ministeriale, il sacerdozio comune non potrebbe essere esercitato. Ma è umile, perché il sacerdote non può attribuire a se stesso l'opera di mediazione di Cristo. È umile, perché è al servizio del sacerdozio comune, che è la sua ragione di essere.
Da parte sua, anche il sacerdozio comune appare in tutta la sua importanza e nella sua umiltà. E importante, perché è offerta reale e trasformazione dell'esistenza. Ma è umile, perché deve riconoscere che non basta a se stesso; ha assolutamente bisogno del sacerdozio ministeriale, che lo mette in rapporto con la mediazione di Cristo.
Inoltre è utile che tutti prendano coscienza della loro comune partecipazione al sacerdozio comune. Infatti ciò elimina lo spirito di dominio che può esistere in certi sacerdoti e lo spirito di gelosia in certi laici, approfondendo in tutti il senso dell'uguaglianza fondamentale e della fraternità cristiana. Poiché la giusta distinzione dà a tutti il senso della loro vera dignità e della loro responsabilità, essa può certamente contribuire a risolvere le eventuali difficoltà e ad evitare falsi problemi.

L’articolo riprende il testo della conferenza tenuta a Roma dall’Autore il 23 gennaio scorso nel “Colloque: Prètres e laics en mission” organizzato dal movimento carismatico “l’Emmanuel” e dall’Istituto “Redemptor hominis”.

(Da La Civiltà Cattolica n. 3833 del 6 marzo 2010, pp. 425-438)

Che cos’è un prete?Che cos’è un prete?
Albert Vanhoye
 
 
Che cos'è un prete? Per rispondere in modo soddisfacente a questa domanda, bisogna evidentemente aprire la Bibbia. Il sacerdozio cristiano trova nei testi biblici la storia delle proprie origini e la spiegazione della sua specificità. Gli scritti dell'Antico Testamento riconoscono al sacerdozio un'importanza fondamentale. Il Nuovo Testamento, presentandosi come il compimento dell'Antico, non poteva ignorare questa istituzione così importante nella storia del popolo di Dio, ma la pone in una prospettiva radicalmente nuova, che non sempre viene intesa nel modo corretto. Cercheremo dunque di precisare la rivelazione biblica su questo punto.
 
Il sacerdote nell'Antico Testamento
 
La prima testimonianza offerta su un sacerdote nell'Antico Testamento mostra l'antichità dell'istituzione del sacerdozio e la sua ampia diffusione. Si tratta infatti di un sacerdote contemporaneo di Abramo, perciò senza alcun rapporto con il popolo israelita, che ancora non esisteva. Questo «sacerdote di Dio l'Altissimo» si chiamava Melchisedek ed era anche re di una città chiamata Salem (Gn 14,18). In seguito appaiono sacerdoti egiziani nella storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe {Gn 41,45.50; 46,22; 47,22.26). Più tardi è nominato Ietro, un sacerdote madianita (Es 2,16; 3,1; 18,1-27), di cui Mose diventa il genero. Il sacerdozio levitico, istituito ancora più tardi {Es 28,1; 32,26-29), non costituisce dunque una novità.
La preoccupazione del rapporto con la divinità si era già manifestata nei tempi preistorici come un tratto fondamentale della vita degli uomini e si era tradotta nella vita sociale con l'istituzione di sacerdoti, cioè di uomini incaricati del culto.
Una prima risposta possibile alla domanda «che cos'è un prete?» è dunque: il sacerdote è un uomo incaricato del culto. Le funzioni dei sacerdoti israeliti non erano molto diverse da quelle dei sacerdoti pagani: essi erano soprattutto i custodi del santuario e dovevano offrire sacrifici; la differenza si collocava a un altro livello, quello del rifiuto del politeismo e del culto degli idoli, differenza radicale.
 
Il sacerdote nel Nuovo Testamento
 
Il sacerdozio cristiano si presenta nel Nuovo Testamento come una grande novità. Non si inserisce nel messaggio evangelico come un semplice prolungamento dell'istituzione antica, ma segna una rottura che all'inizio poteva apparire completa.
Il sacerdozio cristiano era talmente nuovo che sembrava non essere un sacerdozio. I Vangeli non parlano di sacerdozio né per Gesù né per i suoi discepoli. A Gesù sono attribuiti molti titoli: rabbi, maestro, profeta, Figlio di Davide, Messia o Cristo, Figlio di Dio, Signore; ma i testi evangelici non gli danno mai il titolo di sacerdote o di sommo sacerdote. Gli Atti degli Apostoli non attribuiscono il sacerdozio né agli apostoli né ad altri dirigenti delle comunità cristiane. Parlano di «presbiteri», un termine che non ha niente di sacerdotale, ma significa «più vecchio», «anziano». San Paolo nelle lettere non usa mai le parole «sacerdote» o «sommo sacerdote». Tale assenza di titoli sacerdotali manifesta implicitamente una viva coscienza della novità cristiana, che in un primo tempo rendeva impossibile l'uso dei titoli antichi.
È stata necessaria una profonda rielaborazione delle categorie sacerdotali perché divenisse possibile la loro applicazione alla realtà cristiana. Questa rielaborazione ha richiesto un certo numero di anni; ma la sua utilità si è rivelata molto grande per l'approfondimento del mistero di Cristo. Il risultato finale è che il solo trattato sistematico di cristologia che troviamo nel Nuovo Testamento è un trattato di cristologia sacerdotale, quello contenuto nella Lettera agli Ebrei. Senza dubbio la cristologia occupa molto spazio in altri scritti del Nuovo Testamento, ma non è mai esposta in modo così esteso e sistematico. Le conseguenze ecclesiologiche della cristologia sacerdotale hanno un'enorme importanza, ma non sono ancora espresse pienamente nel Nuovo Testamento. Sono rari i testi che affermano la partecipazione della Chiesa (1 Pt 2,4-5.9) o dei cristiani (Ap 1,6; 5,10; 20,6) al sacerdozio di Cristo. Un passo della Lettera ai Romani presenta una definizione del ministero apostolico che si può chiamare sacerdotale (Rm 15,15-16). Nonostante la loro brevità, questi testi sono molto importanti, perché costituiscono l'inizio e la base di un grande sviluppo dottrinale.
 
Sacerdozio della Nuova Alleanza
 
Se vogliamo esprimere in una breve formula la novità del sacerdozio cristiano, sembra che questo si debba chiamare «il sacerdozio della Nuova Alleanza», precisando che ha la sua fonte e il suo centro nel cuore sacerdotale di Gesù. Infatti, secondo il celebre oracolo di Geremia {Ger 31,31-34), la Nuova Alleanza si stabilisce nel cuore. Ezechiele aggiunge che Dio ci ha promesso un cuore nuovo. Parlare di «sacerdozio della Nuova Alleanza» significa evidentemente evocare il sacerdozio di Cristo, che la Lettera agli Ebrei, dopo aver citato l'oracolo di Geremia (Eb 8,8-12),
chiama «sommo sacerdote» (Eb 2,17; 3,1; 4,14-15 ecc.) e «mediatore di una nuova alleanza» (Eb 9,15). Significa pure ricordare l'Ultima Cena, nella quale Gesù presenta ai discepoli il calice del vino dicendo loro: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). Significa ancora ricordare il ministero apostolico dei «ministri di una nuova alleanza», come dice san Paolo (2 Cor 3,6), e infine il sacerdozio di tutta la Chiesa, popolo della nuova alleanza (1 Pt 2,5.9).
Nell'Antico Testamento esisteva certamente un legame tra il sacerdozio e l'Alleanza, ma non era espresso in modo esplicito.
Sul Sinai la conclusione della prima alleanza si compie senza l'intervento di sacerdoti (Es 24,3-8), benché essi siano stati nominati in un passo precedente (Es 19,22.24). Quando si parlava di sacerdoti, l'aspetto che attirava di più l'attenzione non era l'esercizio di una mediazione, ma il grande onore del rapporto privilegiato del sacerdote con Dio.
Il Nuovo Testamento, al contrario, mette in primo piano l'aspetto di mediazione e collega strettamente sacerdozio e alleanza.
Il testo del Nuovo Testamento che parla con maggiore insistenza del sacerdozio, cioè la Lettera agli Ebrei, è anche quello che parla più spesso di alleanza: la parola greca diathèke, «alleanza», vi è ripetuta 17 volte, mentre in tutto il resto del Nuovo Testamento compare soltanto 16 volte, e mai più di tre volte nello stesso testo.
 
L'alleanza stabilita nel cuore
 
Il problema dell'alleanza con Dio è prima di tutto un problema di cuore, poiché «l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). Per potersi avvicinare a Dio, è necessario avere un cuore degno di Dio, un cuore purificato, santificato, veramente aperto alla relazione con Dio, all'amore che viene da lui.
Questo cuore non esisteva. Nessun uomo era capace di avere una relazione autentica e profonda con Dio. Questa è la constatazione espressa tante volte da Dio nell'Antico Testamento: «Per quarant’anni mi disgustò quella generazione e dissi: "Sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie"» {Sal 95,10). «Dio dal cielo si china sui figli dell'uomo per vedere se c'è un uomo saggio, uno che cerchi Dio. Sono tutti traviati, tutti corrotti; non c'è chi agisca bene, neppure uno» {Sal 53,3-4). Nessuno dunque era capace di essere un vero mediatore di alleanza con Dio. Il sacerdozio dell'Antico Testamento non aveva alcun rapporto con il cuore. L'Antico Testamento non parla mai del cuore dei sacerdoti e non gli attribuisce alcun ruolo nelle cerimonie del culto.
Queste erano definite dalla Legge e consistevano in riti convenzionali, esteriori; i più importanti erano i sacrifici, nei quali si offrivano a Dio cadaveri di animali. La Lettera agli Ebrei denuncia più volte l'inefficacia di questo tipo di culto {Eb 9,9; 10,1.4.11) e l'insufficienza della Prima Alleanza, fondata su una legge esteriore, scritta sulla pietra {Eb 8,7.13).
Tale insufficienza era stata riconosciuta nello stesso Antico Testamento, che constatava i numerosi fallimenti dell'Alleanza del Sinai (2 Cr 36,14-16). Ma nel momento della crisi più grave Dio aveva promesso, in un oracolo del profeta Geremia, di porre rimedio a questa situazione deplorevole stabilendo un'«alleanza nuova», molto diversa dalla prima, perché la legge non sarebbe più incisa su due tavole di pietra, ma sarebbe scritta sul cuore {Ger 31,31-34). Una legge scritta sulla pietra non poteva assicurare una vera unione tra il popolo e Dio, perché non cambiava niente nel cuore delle persone. Ora, quando il cuore è cattivo, il solo effetto prodotto dalla legge, anche la più perfetta, è di suscitare il desiderio della trasgressione. E quanto constata chiaramente l'apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: «Io non ho conosciuto il peccato se non mediante la Legge. Infatti non avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge non avesse detto: Non desiderare. Ma,
colta l'occasione, il peccato scatenò in me, mediante il comandamento, ogni sorta di desideri» {Rm 7,7-8). Geremia prometteva dunque una legge scritta sul cuore.
Il profeta Ezechiele ha fatto un passo avanti, annunciando un cambiamento più radicale. Rendendosi conto che scrivere una legge buona su un cuore cattivo era una soluzione malsicura, insufficiente, ha annunciato un cambiamento completo del cuore.
Nel suo oracolo Dio parla così: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio spirito dentro di voi» (Ez 36,26-27).
 
Alleanza fondata nell'Ultima Cena
 
In questi meravigliosi oracoli né Geremia né Ezechiele parlano di mediazione sacerdotale. Non dicono di quali mezzi Dio si servirà per stabilire la nuova alleanza.
Ce lo rivela Gesù nell'Ultima Cena quando prende in mano il calice del vino, lo presenta ai discepoli e dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). I racconti di Matteo e di Marco non hanno l'espressione «nuova alleanza», ma dicono: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti» (Mt 26,28; Mc 14,24); ma è chiaro che si tratta di un'alleanza completamente nuova, perché prima nessuna alleanza era stata fondata sul sangue di un uomo, che dava la vita per amore secondo la volontà di Dio.
L'istituzione dell'Eucaristia è veramente molto rivelatrice, e il suo messaggio è confermato da altri episodi e altri testi. Essa rivela che Gesù è il «mediatore della nuova alleanza», come dice la Lettera agli Ebrei (Eb 9,15; 12,24), quindi che è il sommo sacerdote e che la sua mediazione è un'opera d'amore: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» {Gv 13,1), cioè fino all'estrema possibilità dell'amore, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» {Gv 15,13).
Questa mediazione è dunque completamente diversa dagli antichi tentativi di mediazione, che si servivano del sangue di animali immolati (cfr Es 24,8) e dove l'amore non aveva alcun ruolo.
L'istituzione dell'Eucaristia è stata una straordinaria vittoria dell'amore sulle forze del male e sulla morte, poiché Gesù vi ha reso presente in anticipo la sua morte crudele e ingiusta, e ne ha completamente capovolto il senso, facendone un dono d'amore; così ha fissato l'orientamento di tutta la Passione. Questo dono d'amore fonda l'alleanza, poiché ha una doppia dimensione: amore di Dio e amore degli uomini. Gesù, per spiegare perché va alla Passione, dichiara: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14,31). D'altra parte, l'Eucaristia è un dono d'amore offerto ai discepoli. Ad essi Gesù «ha dato» (Mc 14,22) il suo corpo, immolato per loro, e «ha dato» (Mc 14,23) il suo sangue, versato per loro, e ha potuto dire: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9).
Giudicato dal punto di vista del culto antico, l'evento non ha nulla di un sacrificio rituale, e ne ha ancora meno l'evento del Calvario che vi è anticipato. Nessuno dei due si svolge nel luogo santo: l'offerta non è fatta sull'altare del Tempio. Tuttavia la fede cristiana ha riconosciuto nell'uno e nell'altro un sacrificio più vero dell'immolazione di animali, un sacrificio che annulla insieme le due opposizioni antiche, quella tra obbedienza e sacrificio, quando Samuele dichiara che «obbedire è meglio del sacrificio» (1 Sam 15,22), e quella tra amore e sacrificio, espressa da Dio stesso: «Voglio l'amore e non il sacrificio» (Os 6,6). Il sacrificio di Gesù è stato un atto di perfetta obbedienza verso il Padre e un atto di completo amore verso i fratelli. Gesù è stato «obbediente fino alla morte» (Fil 2,8) e «ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef5,2). A motivo di queste due dimensioni, il sacrificio di Cristo è un sacrificio di alleanza, e Cristo dev'essere riconosciuto come mediatore di alleanza e perfetto sommo sacerdote.
 
Cristo, l'unico sommo sacerdote
 
Cristo è anche l'unico «mediatore tra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5) e l'unico perfetto sommo sacerdote, poiché è il solo che è stato «reso perfetto» (Eb 5,9; 7,28) con il suo unico sacrificio, che è al tempo stesso il sacrificio della sua consacrazione sacerdotale.
Cristo è divenuto sommo sacerdote con la sua Passione, già presente nell'istituzione dell'Eucaristia, ed è divenuto sommo sacerdote per il suo grande atto d'amore. La Lettera agli Ebrei dice e ripete che Cristo è l'unico perfetto sommo sacerdote.
Nell'Antico Testamento erano molti gli intermediari tra il popolo e Dio. C'erano molti sacerdoti e una lunga successione di sommi sacerdoti (Eb 7,23). C'erano anche i profeti, che parlavano in nome di Dio, e c'era una successione di re che esercitavano il potere di Dio su Israele. Nel Nuovo Testamento, al contrario, il mediatore è unico; è questo il punto più importante della posizione cristiana riguardo al sacerdozio: c'è un solo sacerdote nel senso pieno del termine, Gesù Cristo. Egli solo è in grado di adempiere la funzione essenziale del sacerdozio, che è assicurare una mediazione tra gli uomini e Dio. Per mettersi in relazione autentica con Dio, bisogna passare attraverso Cristo (Gv 14,6) e precisamente attraverso il suo sacrificio. Nessuna persona umana può fare a meno della mediazione di Cristo. Nessuno può esercitare, in rapporto ad altre persone, la funzione di mediatore al posto di Cristo.
 
Un sacerdozio aperto alla partecipazione
 
Detto questo, bisogna subito aggiungere che una delle grandi differenze tra il sacerdozio di Cristo e il sacerdozio dell'Antico Testamento è che il primo, a differenza dell'altro, è un sacerdozio aperto alla partecipazione. L'antico sacerdozio, fondato su cerimonie di santificazione per separazione rituale, non era aperto alla partecipazione. Quando il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, assolutamente nessuno poteva accompagnarlo (Lv 16,17). Ogni trasgressore avrebbe subito la pena di morte (Nm 3,10.38). Cristo, al contrario, ha ottenuto la consacrazione sacerdotale «rendendosi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17). Invece di essere un rito di separazione, il suo sacrificio è stato un atto di completa solidarietà con noi. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura di «sangue e carne» (Eb 2,14); ancor più, ha accettato di sopportare le nostre sofferenze, di morire per noi e anche di essere «annoverato tra gli empi» (Lc 22,37; Is 53,12) e di subire il supplizio dei criminali, la crocifissione. Ne segue che la sua consacrazione sacerdotale non solo non lo ha separato da noi, ma ha rafforzato la sua unione con noi ed essa si comunica a noi.
 
Il sacerdozio di tutti i battezzati
 
La Lettera agli Ebrei ci insegna che l'«unica offerta» (Eb 10,14) di Cristo ha prodotto un doppio effetto: lo ha reso perfetto (cfr Eb 2,10; 5,9; 7,28), cioè lo ha consacrato sommo sacerdote, perché è questo il senso del verbo greco teleioun nel Pentateuco; e al tempo stesso «ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati [con il battesimo]» (Eb 10,14), cioè li ha consacrati sacerdoti.
Tutti i battezzati godono ormai del privilegio che un tempo era riservato al solo sommo sacerdote, cioè di poter entrare nel santuario di Dio. Godono anche di un privilegio superiore, perché quello del sommo sacerdote era limitato a una sola celebrazione annuale e gli dava accesso soltanto a un santuario terreno, «fatto da mani d'uomo» (Eb 9,24), mentre i battezzati hanno «piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù» (Eb 10,19), cioè «nel cielo stesso» (Eb 9,24), e questo senza limiti di tempo.
D'altra parte, anch'essi sono invitati a offrire sacrifici, in unione con il sacrificio di Cristo. La Lettera agli Ebrei esprime due aspetti di questi sacrifici cristiani: da una parte, offrire continuamente a Dio «un sacrificio di lode» (Eb13,15), cioè un'azione di grazie, un'espressione di amore riconoscente; è ciò che raccomandava anche l'apostolo Paolo, quando diceva ai Tessalonicesi: «In ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5,18), e agli Efesini: «Rendete continuamente grazie per ogni cosa» (Ef 5,20). L'altro aspetto dei sacrifici cristiani non consiste in riti, ma nella trasformazione dell'esistenza stessa in offerta d'amore: «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). Il sacrificio di Cristo non è stato rituale, ma esistenziale: anche i sacrifici dei battezzati devono essere esistenziali.
La Lettera agli Ebrei invita dunque i battezzati ad essere sacerdoti in questi due modi, ma non attribuisce loro esplicitamente il titolo di sacerdote. Un altro testo del Nuovo Testamento lo applica loro: è nell'Apocalisse. In un'acclamazione di lode rivolta a Cristo, i cristiani proclamano che Cristo non soltanto, per amore, li ha liberati dai peccati con il suo sangue, ma ha fatto di loro «un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6). Un passo parallelo precisa che tale partecipazione al sacerdozio non è più limitata, come nell'Antico Testamento, a una sola tribù, quella di Levi, ma è estesa a «uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9).
Questi due testi fanno allusione a una promessa di Dio, espressa nel Libro dell'Esodo. Dio vi dichiarava agli israeliti: «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, [...] voi sarete per me un regno di sacerdoti» (Es19,5.6). Questa promessa, come si vede, era condizionata. L'Antico Testamento dichiara molte volte che la condizione posta da Dio non è stata mai adempiuta dal popolo eletto, che si è mostrato continuamente ribelle (cfr Is 1,2-4; Ger 7,25-28; Ez 2,2-4 ecc.). Ora, grazie al sangue di Cristo, ciò che era rimasto promessa irrealizzabile è diventato per i cristiani realtà effettiva.
La Prima Lettera di Pietro proclama con maggiore insistenza questa buona notizia. Rivolgendosi ai nuovi battezzati, san Pietro dice loro: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, [...] quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1 Pt 2,4-5). L'Apostolo applica al popolo cristiano titoli gloriosi che erano stati dati o promessi agli israeliti, in particolare il titolo di «sacerdozio regale» promesso nell'Esodo {Es 19,6) e citato nell'Apocalisse: ma Pietro, invece di ispirarsi al testo ebraico come l'Apocalisse, usa il termine hierateuma, la parola greca usata in Es 19,6 dalla Settanta, che significa «organismo sacerdotale». Il sacerdozio non è dunque attribuito ai cristiani presi individualmente, ma all'insieme del Popolo di Dio preso collettivamente, nella comune adesione di fede e di vita alla persona di Cristo nel suo mistero pasquale. Tutti i cristiani, semplici fedeli e pastori, formano insieme un «organismo sacerdotale» e un «edificio spirituale», anche se esercitano funzioni diverse.
In che cosa consistono i «sacrifici spirituali» che tutti i battezzati sono invitati a offrire a Dio per mezzo di Gesù Cristo? Questi sacrifici devono evidentemente modellarsi sul sacrificio di Cristo stesso, quindi non devono essere riti dell'Antico Testamento, aggiunti alla vita, ma devono essere la trasformazione della vita stessa per mezzo dell'amore che viene da Dio. San Pietro invita i cristiani ad essere «santi in tutta la loro condotta» {1 Pt 1,15) e ad «amarsi intensamente» {1 Pt 1,22). Questo ci fa comprendere che i sacrifici spirituali devono estendersi a tutta l'esistenza e che consistono nel vivere continuamente un'offerta d'amore nella docilità allo Spirito Santo. Certamente tale docilità assumerà forme molto diverse secondo la vocazione personale e i carismi di ciascuno.
Giungiamo così a una nuova risposta alla domanda: «Che cos'è un prete?», una risposta molto diversa dalla prima, poiché, invece di parlare di cerimonie del culto, parla di trasformazione del mondo. Il sacerdote è una persona, uomo o donna, che accoglie con riconoscenza l'amore che viene da Dio per mezzo di Cristo e che si serve di questo amore per trasformare la propria esistenza e quella del suo ambiente, nel senso della comunione con Dio e tra le persone. In breve, il prete è uno che accoglie l'amore divino e si mette al suo servizio per la trasformazione del mondo. So-
no queste le due dimensioni del sacerdozio di tutti i battezzati: l'accoglienza dell'amore divino e il servizio di questo amore. C'è così corrispondenza tra il sacerdozio esistenziale di tutti i cristiani e il sacerdozio esistenziale di Cristo.
 
Il ruolo del sacerdozio ministeriale
 
Qual è allora il ruolo del sacerdozio ministeriale, fondato sul sacramento dell'Ordine? Si potrebbe avere l'impressione che non gliene resti nessuno, e che il sacerdozio dei battezzati basti a tutto. Ma è un'illusione: in realtà il sacerdozio dei battezzati per poter essere esercitato ha assolutamente bisogno del sacerdozio ministeriale, perché ha bisogno della mediazione sacerdotale di Cristo, che si rende presente ed efficace mediante il sacerdozio ministeriale.
È chiaro che il sacerdozio dei battezzati ha assolutamente bisogno della mediazione sacerdotale di Cristo, perché nessun battezzato è in grado di realizzare da sé la trasformazione sacerdotale della sua esistenza personale. Soltanto con la mediazione di Cristo i battezzati possono ricevere l'amore che viene da Dio e servirsi di questo amore per una trasformazione molto positiva del mondo. Soltanto uniti a Cristo possono vivere le due dimensioni dell'amore: la docilità filiale verso Dio e la solidarietà fraterna verso i fratelli e le sorelle.
Nessun testo del Nuovo Testamento fa pensare che un battezzato possa bastare a se stesso: è sempre affermata la relazione indispensabile con Cristo. Si può anche rilevare che i testi parlano sempre dei cristiani come sacerdoti al plurale. L'autore della Lettera agli Ebrei designa i cristiani come «quelli che per mezzo di lui [Cristo] si avvicinano a Dio» (Eb 7,25). Tutti sono invitati a «entrare nel santuario», ma «per mezzo del sangue di Gesù» (Eb 10,19). Sono chiamati a «fare la volontà di Dio», ma «per mezzo di Gesù Cristo» (Eb 13,21). E poiché ricevono tutto da Cristo, devono «per mezzo di lui offrire a Dio continuamente un sacrificio di lode» (Eb 13,15).
Il testo della Prima Lettera di Pietro è particolarmente significativo in proposito: i battezzati, per esercitare il sacerdozio, devono avvicinarsi a Cristo, pietra viva, formare con lui tutti insieme un edificio spirituale e presentare per mezzo di lui le loro offerte spirituali. San Paolo, da parte sua, insiste sempre sulla relazione indispensabile con Cristo: «Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 5,1); «per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre» (Ef 2,18); noi rendiamo «grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 7,25).
 
Aspetto di offerta e aspetto di mediazione
 
Nel sacerdozio di Cristo bisogna distinguere due aspetti: quello di offerta della sua vita e quello di mediazione. Cristo ha trasformato la sua morte, evidentemente crudele, ingiusta e scandalosa, in perfetta offerta di amore filiale e fraterno. Tale offerta è stata al tempo stesso un atto di mediazione tra gli uomini e Dio. I battezzati sono chiamati a partecipare all'aspetto di offerta, cioè all'aspetto di trasformazione di tutte le circostanze della vita in offerta di amore filiale e fraterno; non sono in grado di farlo da sé, ma ciò è reso loro possibile dalla mediazione di Cristo, che, come abbiamo detto,è unica (cfr 1Tm1,5). L'offerta dei battezzati è un'offerta d'amore di carità; ha dunque uno stretto rapporto con l'idea di mediazione, poiché la carità mette in relazione con Dio e con le persone umane; ma l'offerta dei battezzati non può in alcun caso sostituirsi alla mediazione di Cristo per unire un'altra persona a Dio. Il sacerdozio dei battezzati, ripetiamo, ha assolutamente bisogno della mediazione di Cristo per esistere e per essere esercitato.
Detto questo, perché una mediazione possa essere effettivamente accolta, è indispensabile che si manifesti obiettivamente.
La mediazione di Cristo si manifesta nei sacramenti, che sono atti di Cristo mediatore, in particolare nel sacramento dell'Ordine che comunica agli uomini ordinati il sacerdozio ministeriale, strumento della mediazione di Cristo.
La differenza tra il sacerdozio dei battezzati e il sacerdozio ministeriale è questa: il sacerdozio dei battezzati è offerta personale della loro vita per amore e trasformazione del mondo attorno a loro grazie alla forza dell'amore; il sacerdozio ministeriale, invece, è strumento della mediazione di Cristo.
I battezzati, per esercitare il loro sacerdozio, hanno bisogno di tre interventi della mediazione di Cristo: un intervento di rivelazione, un secondo di santificazione, un terzo di unificazione.
Hanno bisogno di una rivelazione, cioè di una comunicazione sicura della Parola di Cristo, per trovare la loro via d'amore nelle incertezze dell'esistenza. Hanno bisogno di santificazione mediante la grazia di Cristo, per poter vivere effettivamente in conformità con la rivelazione che ricevono. Hanno bisogno di unificazione, cioè di essere strappati alla disunione e alla dispersione, e di essere riuniti nella Chiesa, corpo di Cristo.
Cristo sommo sacerdote esercita la sua mediazione sacerdotale in favore dei battezzati per mezzo del sacerdozio ministeriale. Ai battezzati Cristo comunica la sua Parola, con garanzia di autenticità, attraverso l'insegnamento del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti, con la loro predicazione e i loro consigli. Ai battezzati Cristo comunica la grazia purificante e santificante attraverso il ministero sacramentale dei sacerdoti. Soprattutto qui essi sono gli strumenti della mediazione di Cristo, per il perdono dei peccati nel sacramento della riconciliazione, e per l'unione vitale con Cristo nell'Eucaristia. E chiaro che i sacerdoti non sono di per sé mediatori, ma sono gli strumenti di Cristo mediatore. Infine, attraverso il ministero del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti, Cristo unifica la Chiesa e ne fa il suo Corpo. «In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore» (Ef 2,21; cfr Col 2,19). E significativo, in proposito, che il sacramento dell'Ordine comprenda tre gradi, così da dare alla Chiesa una struttura gerarchica.
Questo ci conduce a definire il prete in un terzo modo: nel sacerdozio ministeriale, il sacerdote cristiano è un uomo preso da Cristo come strumento della sua mediazione d'amore per la salvezza del mondo.
Appare dunque nettamente la differenza tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale: non è soltanto differenza di grado, ma di natura, come dice la costituzione conciliare Lumen gentium (n. 10), e come hanno poi ripetuto altri documenti magisteriali. Il sacerdozio ministeriale è anzitutto mediazione sacramentale; il sacerdozio comune è invece offerta personale. Bisogna riconoscere che il sacerdozio ministeriale, confrontato con il sacerdozio comune, è più specificamente sacerdotale; infatti l'elemento specifico del sacerdozio è la mediazione tra Dio e gli uomini, e il sacerdozio ministeriale fa del sacerdote il segno e lo strumento della mediazione di Cristo,mentre il sacerdozio comune non lo fa. Il sacerdozio dei battezzati, ripetiamo, per poter essere esercitato, ha bisogno di passare attraverso la mediazione di Cristo, resa presente e accessibile con il sacerdozio ministeriale.
D'altra parte, bisogna riconoscere che il sacerdozio comune è di grande valore, perché viene esercitato con l'offerta personale, esistenziale, di tutta la vita, un'offerta d'amore, che promuove la comunione tra le persone e così trasforma il mondo molto positivamente. Si può dire che la santità di un cristiano o di una cristiana dipende dal modo in cui essi esercitano il loro sacerdozio di battezzati, in unione con Cristo e in una vita di servizio per amore. La santità cristiana di una persona non dipende dalla posizione che essa occupa nella Chiesa e nel mondo, ma dal modo
in cui la persona accoglie nella sua vita l'amore che viene da Dio e vi corrisponde realmente per la trasformazione del mondo.
Notiamo, in proposito, che il sacerdozio comune è veramente comune, cioè non è riservato ai semplici fedeli, ma dev'essere esercitato anche dai sacerdoti, dai vescovi e dal Papa, insieme al sacerdozio ministeriale. Tutti sono chiamati a unirsi personalmente a Cristo con l'offerta della loro vita. Nell'esistenza di un sacerdote ordinato non tutto è ministeriale, ma tutto dev'essere vissuto nella carità grazie all'unione con Cristo: questo è l'esercizio del sacerdozio comune.
Anche gli atti ministeriali devono essere compiuti nella carità, e questo li avvicina al sacerdozio comune, ma con una specificazione particolare, perché si tratta allora di carità pastorale. Purtroppo è possibile compierli senza essere uniti a Cristo con la carità; questo è del tutto anormale e anche scandaloso, ma è possibile. Un prete può celebrare l'Eucaristia senza aderire personalmente alla carità di Cristo e anche rifiutandola, conservando, ad esempio, un progetto di vendetta mortale contro un avversario. La messa non sarà invalida; i fedeli potranno unirsi al sacrificio di Cristo ed esercitare così il loro sacerdozio di battezzati. Il sacerdote avrà esercitato il suo sacerdozio ministeriale, pur rifiutando di esercitare il sacerdozio comune. Normalmente, però, i sacerdoti, nell'esercizio del loro ministero, ricevono personalmente abbondanti grazie di unione con Cristo con l'offerta generosa della loro vita.
 
Conclusione
 
Una visione chiara della distinzione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune presenta grandi vantaggi. Consente di apprezzare meglio la rispettiva dignità dei due tipi di partecipazione al sacerdozio di Cristo, di comprenderne meglio il rapporto e di rispettarne i limiti.
Il sacerdozio ministeriale appare in tutta la sua importanza e nella sua umiltà. Esso è importante, perché, nel sacerdote, Cristo stesso esercita la sua mediazione di sommo sacerdote. E importante perché, senza il sacerdozio ministeriale, il sacerdozio comune non potrebbe essere esercitato. Ma è umile, perché il sacerdote non può attribuire a se stesso l'opera di mediazione di Cristo. È umile, perché è al servizio del sacerdozio comune, che è la sua ragione di essere.
Da parte sua, anche il sacerdozio comune appare in tutta la sua importanza e nella sua umiltà. E importante, perché è offerta reale e trasformazione dell'esistenza. Ma è umile, perché deve riconoscere che non basta a se stesso; ha assolutamente bisogno del sacerdozio ministeriale, che lo mette in rapporto con la mediazione di Cristo.
Inoltre è utile che tutti prendano coscienza della loro comune partecipazione al sacerdozio comune. Infatti ciò elimina lo spirito di dominio che può esistere in certi sacerdoti e lo spirito di gelosia in certi laici, approfondendo in tutti il senso dell'uguaglianza fondamentale e della fraternità cristiana. Poiché la giusta distinzione dà a tutti il senso della loro vera dignità e della loro responsabilità, essa può certamente contribuire a risolvere le eventuali difficoltà e ad evitare falsi problemi.
 
L’articolo riprende il testo della conferenza tenuta a Roma dall’Autore il 23 gennaio scorso nel “Colloque: Prètres e laics en mission” organizzato dal movimento carismatico “l’Emmanuel” e dall’Istituto “Redemptor hominis”.
(Da La Civiltà Cattolica n. 3833 del 6 marzo 2010, pp. 425-438)