Grammatica

della saggezza

e saggezza

della grammatica

Franco Cassano


Quando si spoglia il presente dall'invasione di tutto ciò che sta oltre i suoi confini, si scopre che esso è un albero avvizzito, una terra desolata e insicura. Qualcuno crede che questo presente scarnificato e nudo possa, con il suo disincanto, aiutare la crescita degli uomini, educandoli a una dura disciplina virile. Noi sappiamo però che l'uomo non vive solo nel presente: la grammatica, ad esempio, accanto a esso prevede anche il passato e il futuro. L'uomo, infatti, è anche ricordo e anticipazione, memoria e attesa: dal presente egli evade continuamente, trascinato da un sentimento che lo spinge a tornare indietro nel tempo. Un essere senza memoria, senza ferite e senza nostalgia, rassomiglia poco a un uomo. Altrettanto improbabile è un uomo privo di sentimento del futuro, si tratti di paura o di speranza, d'insicurezza o di quel piacere dell'attesa che rende il sabato più bello della domenica. Il passato e il futuro permettono di aprire le finestre nella stanza del presente, ne rompono la claustrofobia, lo rendono abitabile e decente: mettono fiori nei vasi, quadri e colori sulle pareti, accendono la radio e fanno partire la musica. Il presente allo stato puro non esiste, perché la sua aria sarebbe irrespirabile.
Del resto gli uomini, come i verbi, conoscono molti altri modi accanto all'indicativo. Il più complesso tra essi è forse il congiuntivo, che non concentra l'attenzione su ciò che è evidente e si può indicare con certezza, ma lavora d'immaginazione, costruisce congetture e si muove sui bordi della realtà. Come dice il suo nome, esso congiunge mondi, rende la vita più complessa e fa sbarcare nel presente l'ansia di ciò che potrebbe essere, di ciò che dipende da un «se», una parola piccola ma potente che fa entrare nel regno sconfinato e mobile delle possibilità. L'immaginazione era già entrata nella vita tramite il passato e il futuro, ma qui essa la fa da padrona. Non a caso a due passi dal congiuntivo abita il condizionale, la forma del verbo popolata dai «vorrei» e dai «potrei», il territorio dei desideri che premono ai confini della realtà, con la speranza di riuscire a forzarne i cancelli e a penetrare al suo interno.
Il participio e il gerundio sono invece più sobri, e ci parlano della compresenza delle azioni, facendoci vedere che il nostro presente concreto è complesso e stratificato, come un'equazione con tante parentesi. Mentre sí fa una cosa, spesso se ne fa un'altra: quando si mettono assieme verbi con tempi e modi diversi, si rende più ricca la realtà, moltiplicandone i piani, le scene e gli attori. Il participio passato ad esempio, piegandosi con umiltà e spirito di servizio, inventando sfumature ed articolazioni, permette a tutte le azioni di coabitare senza problemi. Il gerundio invece, con quella sua forma insolita, inizia a liberarci dai pronomi, da quell'ossessione che vuole sempre assegnare un'azione a qualcuno e ha paura che i verbi vadano in giro da soli, liberi e senza padroni.
Da questo punto di vista il più pericoloso è sicuramente l'infinito, perché si sottrae alla padronanza, alla tirannia dei soggetti. Esso è il comunismo del verbo, la sua desinenza è libera da ogni assegnazione personale. Com'è più bello e più forte naufragare di naufragai, volare di vo lo, sognare di ho sognato! L'infinito è anche la metafisica del verbo, il momento in cui esso perde i confini e riassume tutte le sue voci. È per questo che sui vocabolari c'è l'infinito: è l'unica forma capace di rappresentare tutte le altre, al di là delle piccole invidie e gelosie dei pronomi. Ogni volta che incontriamo un verbo all'infinito è come se guardassimo il cielo, librandoci sopra i litigi del nostro condominio terreno.
Infine c'è l'imperativo, il modo dei comandamenti. Esso è duro, privo di duttilità e di fantasia, sempre preoccupato che il presente proceda senza principi, rispettando solo la fisica feroce dei corpi. L'imperativo sa ciò che è bene e ciò che è male e vuole con i suol punti esclamativi mettere ordine nel mondo. Esso non descrive, ma giudica, è insopportabile e necessario. Non si piega mai e, anche se nessuno lo ascolta, torna ogni volta a predicare, cercando di far penetrare nell'essere il dover essere, figura sconosciuta nella geometria piana dell'indicativo. Anch'esso, come il congiuntivo e il condizionale, moltiplica i livelli della realtà, ma spesso è in conflitto con loro.
Da questa sommaria ricognizione si può forse ricavare una modesta idea d'equilibrio e misura. L'uomo può vivere bene nel presente, solo se esso è affollato e trafficato da tutti i tempi e modi del verbo, se egli, accanto al conforto di ciò che può toccare, ha anche un po' di nostalgia, desiderio di futuro, ricchezza d'immaginazione, coscienza della complessità, senso del dovere e gusto dell'interrogazione metafisica.