Le pillole

della dismisura

Franco Cassano


Noi viviamo nell'oltre, siamo sempre impegnati ad andare avanti, a superarci, a realizzare sogni o desideri, individuali e collettivi, non ci accontentiamo mai di quello che abbiamo e pensiamo solo ad accrescerlo. Questo movimento in avanti, questo gioco mimetico in cui tutti tentano di superarsi, è una delle caratteristiche fondamentali della nostra società. Per descrivere la differenza fondamentale tra la società moderna e quelle tradizionali Tocqueville ha fatto ricorso a una splendida metafora: le società tradizionali erano pentole che contenevano acqua a temperatura ambiente, nelle quali i movimenti delle particelle erano lenti e quasi inavvertibili, mentre noi siamo una pentola in cui l'acqua è in continua ebollizione, in cui tutte le molecole lottano per salire in alto.
I seguaci dell'«oltre» sono sempre impazienti e sempre ottimisti, perché ritengono che tutti gli ostacoli siano temporanei e superabili, che la peggiore sfortuna per un uomo sia l'assenza di quello spirito agonistico che spinge non solo a superare tutte le avversità, ma a crearne continuamente di nuove per poterle oltrepassare. L'agonismo è senza dubbio una grande qualità, poiché nessuna società può fare a meno di un certo grado di competizione, ma nel nostro caso siamo ben al di là di quel grado giusto, siamo all'interno di un'esaltazione ossessiva, siamo nella più completa dismisura. Oggi questa dismisura non solo non viene vista come un pericolo, ma viene ricercata, tanto nel campo della produzione quanto in quello del consumo in cui il desiderio di «vivere alla grande», di avere una «vita spericolata» è la traduzione di quell'ossessione dell'oltre, di quell'insofferenza dei limiti e di quel bisogno di superarli che governa tutti i nostri movimenti, pensieri e desideri. Se la vita ci appare sempre troppo stretta e troppo grigia, perché rifiutare di allargarla con ogni mezzo? Pensare che la depressione e le pasticche che procurano l'estasi siano patologie non connesse con gli imperativi fondamentali della nostra società è un atto di generosità che essa non merita.
Certo, da questa dismisura faustiana è nata una società capace di sottrarre l'uomo alla scarsità e a molte malattie, di mettere in comunicazione tra loro sempre più facilmente e intensamente tutti i punti del pianeta. Ma c'è da qualche parte un'altra contabilità, quella dove sono riportati anche i danni che questa dismisura comporta? Alla fine di questo secolo noi abbiamo imparato a riconoscere i luoghi dove questa contabilità «nera» veniva nascosta dalle grandi ideologie, abbiamo imparato a cercare i lager, le fosse comuni, le discariche dove si raccoglieva l'enorme massa di trucioli umani prodotta dalle missioni nazionali e/o rivoluzionarie. Mentre la contabilità della dismisura contenuta in quei totalitarismi è oggi sotto gli occhi di tutti (o quasi tutti), dove dobbiamo cercare per trovare la contabilità in nero della dismisura della nostra società?
Dovremmo partire da un'immensa schiera di detriti e allergie, da quell'inquinamento di tutti gli ambienti (naturale, culturale o più semplicemente umano) che abbia- mo ogni giorno sotto gli occhi e spesso non riusciamo a vedere. Dovremmo interrogare la natura sempre più aggredita e umiliata, così come le altre culture, costrette a scegliere tra l'imitazione subalterna della dismisura dominante e la reazione fanatica. E dovremmo anche interrogare quei milioni di uomini e donne che vivono con angoscia questa corsa ossessiva, che ad essa sacrificano legami, affetti e tempi biologici, il loro desiderio di equilibrio e convivialità, il piacere di fermarsi a chiacchierare con l'altro. Allora scopriremmo che i giovani che nelle notti del sabato corrono alla cieca ci mostrano solo, in forma pura ed esasperata, la nostra incapacità di sopportare il presente. E alla fine dovremmo chiederci: in una società dove tutti procedono come delle auto nella corsia di sorpasso, dove stanno quelli che vengono superati? In una società fondata sulla competizione dove va a finire l'enorme legione dei perdenti?