La libertà

vista di spalle

Franco Cassano

C'è un momento della vita in cui si scopre che abbiamo già consumato la maggior parte del tempo, che non solo abbiamo attraversato quella che Conrad chiama «linea d'ombra», ma siamo andati più in là, dove c'è ancora molta luce, ma ad ogni passo l'ombra diventa più forte. È la scoperta del tenente Drogo, il protagonista del Deserto dei tartari di Dino Buzzati:

Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualcosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa a tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull'altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

C'è un'età, invece, in cui la maggior parte della vita è ancora lì davanti e si corre verso il futuro. In questa parte della vita ci si sente come immortali e la morte si affaccia solo all'improvviso, per un incidente, per una malattia crudele, per un'invasione di campo dell'assurdo.

Man mano però che si avanza nel tempo, aumenta la confidenza con la morte degli altri. Mentre prima essa era solo l'ombra che oscurava ogni tanto il viso delle persone anziane, adesso è più vicina: prima tocca quelli un po' più grandi di noi, poi alcuni coetanei, poi, qualche volta, anche chi è più giovane. Al nostro appello inizia a mancare qualcuno e scopriamo che gli anni che abbiamo alle spalle sono di più di quelli che ci aspettano, che siamo oltre la metà del libro, anche se non conosciamo il numero delle pagine. È allora che incontriamo quel sentimento che sta tra l'età che ignora la morte e quella che n'è schiacciata, tra il tempo in cui ci si sente immortali e quello in cui si abita vicini alla fine. È allora che si affaccia il pensiero dell'irresistibilità del tempo, della feroce irreversibilità della sua direzione.

Tutti cerchiamo di non pensarci, di frenare, o addirittura di tornare indietro (quante persone vediamo la mattina correre sudate nella direzione contraria!), ma forse dovremmo dedicare alla morte qualche altro pensiero, al di là di quello, umanissimo, di fuggirla. Dobbiamo chiederci, ad esempio, se per caso questo nostro tempo non ci consegni sempre più nudi e atterriti di fronte a quel passaggio. Non pensiamo solo a quei vecchi racconti che parlavano di una vita ultraterrena, ma anche ai miti che consentivano di dare un senso alla morte, di pensarla come un lascito onorato dagli altri, da una comunità di persone legate dagli stessi valori e dalla stessa memoria. Oggi il disincanto ci fa tutti più soli, ripiegati sul nostro unico e irrepetibile destino e quindi terrorizzati dal momento della fine. La modernità vive beata del suo infinito movimento, della sua capacità di cambiare e innovare continuamente, ma quest'enfasi sul divenire è anche un'enfasi spietata sulla morte, perché per ogni nuovo c'è un vecchio che muore, che diventa obsoleto. Se nella modernità «tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria», in essa l'uomo muore ancora di più, perché non può lasciare più nulla a nessuno. Noi perdiamo memoria di quelli che ci hanno preceduto, ma quell'oblio si ritorce contro di noi, ci destina a essere dimenticati sempre più velocemente. Anche la proprietà, la cultura e il sapere invecchiano, non riescono a durare, sepolti dall'innovazione. Tutto sembra destinato a sparire con noi: qualche pianto il giorno dell'addio, qualche fiore nei mesi successivi. Non più segni di lutto nelle vesti, ma tutti dominati dal vivre sa vie; tutti sembrano voltare le spalle agli altri, ma così le voltano a se stessi, diventano soli in modo assoluto.

Forse da qui dovrebbe partire il pensiero, dal nostro bisogno di contrastare questa solitudine assoluta, dalla scoperta che essa altro non è che la libertà vista di spalle, il lato oscuro dell'individualismo radicale. Se non vogliamo consegnare i giovani a una solitudine insostenibile, dobbiamo ripensare il valore del legame con gli altri. La morte, anche da sola, è già abbastanza potente: non si capisce perché noi le allarghiamo gli spazi procedendo in ordine sparso verso di essa. Solo la nostra capacità di legarci in quella che Giacomo Leopardi chiamava «social catena» potrebbe attutire lo strapotere che la moderna solitudine regala alla morte.