Le protezioni

della solitudine

Franco Cassano

Una volta l'uomo era al centro del cosmo, sotto lo sguardo vigile di Dio. Quell'universo, che oggi con conformistico disprezzo noi chiamiamo tolemaico, ci faceva sentire importanti, come accade a ogni essere umano quando viene messo al centro dell'attenzione. Poi è iniziata la lunga storia del rischiaramento, del disincanto e del decentramento. In un primo momento abbiamo scoperto che il firmamento non girava intorno alla Terra e il nostro pianeta era solo una piccola sfera affannata, costretta a girare nello stesso tempo su se stessa e attorno al sole; fu un grande trauma, ma non sarebbe stato l'ultimo. Anche il sole, infatti, non aveva nessuna posizione privilegiata, ma era solo una delle migliaia di stelle che popolano l'universo, collocata nella periferia della nostra galassia, il cui centro invece è quello che, nelle notti d'estate, ci viene indicato dalla costellazione del Sagittario. L'ultima notizia è che anche la nostra galassia non occupa una posizione centrale nell'universo disegnato dalla teoria del Big Bang, in cui per definizione il centro è quello dell'esplosione originaria.

Quando insomma il disincanto ha dissipato le nebbie, l'uomo ha scoperto di non godere di alcuna predilezione divina e di abitare non in uno splendido palazzo del centro, ma in una sperduta casa di periferia. A girargli attorno è rimasta solo la luna, come un cane rimasto fedele al suo padrone anche dopo la rovina. E forse proprio questo sentimento di solitudine e derelizione che permette di spiegare il legame fortissimo tra la tecnica e l'uomo moderno. Le tradizioni religiose avevano una grande e suggestiva capacità di protezione: gli dei frequentavano molto intensamente il mondo, inviavano prodigi e messaggeri, condannavano e salvavano, arrivando in taluni casi a promettere la vita eterna. Quando queste splendide storie sono state logorate dalla luce del rischiaramento, e il mondo ha cominciato a diventare «adulto», lo sviluppo della tecnica è diventato l'unico strumento a disposizione degli uomini per alleviare le proprie angosce, per compensare questo sentimento di sperduta perifericità. La tecnica, infatti, è antropocentrica proprio come il vecchio sistema tolemaico, ruota tutta intorno all'uomo, piegando l'intero pianeta ai suol bisogni. La scienza ha diradato le vecchie storie, ma in cambio di esse ha offerto all'uomo una nuova forma di protezione, tangibile e concreta. Grazie alla tecnica è possibile spostare il limite: la sofferenza può essere attutita, la salute tutelata, la morte differita; grazie ad essa l'uomo può volare, vedere le cose a distanza, scendere ventimila leghe sotto i mari, parlare con chi è dall'altra parte del mondo come se fosse nella stessa stanza.

Questa straordinaria forma di protezione non è però perfetta, non tutti i limiti possono essere spostati e procrastinati. La sofferenza s'insinua in forme nuove nel nostro animo, così come nuove ed inaspettate malattie continuano ad insidiarci e colpirci. Ma c'è qualcosa di più grave di queste piccole crepe: la cultura che ha disincantato il mondo non sa affrontare in nessun modo la morte, non possiede per essa né parole né storie. La sua forza, infatti, è per definizione tutta di questo mondo, costruita sulla certezza sperimentale del qui e ora. Quando questo mondo inizia a finire e ci si sente sulle soglie dell'altro, essa non ha più nulla da raccontare: l'ultimo viaggio è un salto nell'ignoto, probabilmente nel nulla. Dall'altra parte nessuno ci aspetta e il limite, così abilmente spostato e differito, ritorna tutto in una volta, brutale e incomprensibile, è una voragine che c'inghiotte senza ritorno. La tecnica ha reso la coperta più calda e accogliente, ma proprio per questo noi avvertiamo ancora di più il freddo che ci circonda.

Le grandiose conquiste della tecnica aumentano a dismisura il nostro potere, ma non sopprimono l'angoscia e la solitudine, perché è proprio la lotta continua contro il limite a rendere sempre più solo l'uomo. L'errore sta probabilmente nelle prime mosse che abbiamo fatto, al momento dell'ingresso nel grande gioco della modernità. Noi allora abbiamo scelto Cartesio invece di Montaigne, la via del controllo razionale e tecnologico del mondo invece di quella della saggezza, di quel sapere che non si è mai proposto di esorcizzare il limite, ma ha continuamente dialogato con esso. Non sarebbe male se la modernità incominciasse a far vincere quel suo lato che non contrappone drammaticamente la luce e il buio, ma apprezza le mille sfumature che li collegano, che conosce l'ambivalenza del mondo. Un buon rapporto con il limite ci renderebbe meno dipendenti dalla tecnologia, più lucidi e sereni, capaci di scoprire una nuova filigrana del sacro, di avventurarci laddove, per dirla con Bateson e Yeats, anche «gli angeli esitano». Dobbiamo abituarci a vivere con le ombre, invece di stordirci di luce per poi tremare all'idea del buio che ci aspetta dietro l'angolo.