Favole
Franco Cassano

Le favole che la sera si raccontano ai bambini hanno sempre un lieto fine. La ragione di questo esito obbligato è ovvia: per addormentarsi occorre essere sereni, lasciar andare via l'uno dopo l'altro i pensieri che ci turbano ed attaccarsi a quelli che permettono di distendersi. I bambini non hanno torto ad aver paura perché avvertono con lucidità il rischio implicito in ogni sonno: quando ci si addormenta si perde il controllo sul mondo che ci circonda e tutto accade alle nostre spalle, senza la nostra coscienza e la nostra attenzione.
L'ingresso nel sonno è quindi come l'ingresso in un antro scuro in cui siamo soli e in balìa di chi si nasconde nell'ombra. Potrebbe non esserci nessuno in agguato, ma noi non ne siamo mai sicuri e le favole servono proprio a ripeterci che nel buio non si nasconde nessuno. Esse raccolgono e catalizzano la nostra tensione, ma alla fine la sciolgono, ci fanno attraversare il bosco e tornare a casa, dove ci si può affidare dolcemente alla stanchezza, facendosi traghettare sulla sponda del sonno ristoratore. Quando la sera ci congediamo da un bambino l'ultimo messaggio che trasmettiamo è sempre quello: «noi siamo qui e vegliamo, non ti preoccupare, ci siamo noi a tenere il mondo in ordine mentre tu dormi».
Questo rassicurare i bambini è un universale culturale: per quanto variabili da società a società possano essere le modalità di cura per i piccoli, tutti gli adulti di tutti i tempi conoscono le parole magiche, i racconti che aiutano i bambini ad addormentarsi. Diventare grandi è in primo luogo imparare ad addormentarsi da soli, senza che qualcuno vegli su di noi, gettare via le paure infantili come irrazionali. Ma quello che tra adulti ci si può confidare sottovoce è che quella paura infantile ha tante ragioni e insegna tante cose.
Il sonno ci fa paura perché è come una piccola morte, una specie di prova generale di essa, con le luci che si spengono e le voci che non si sentono più. Quando noi alla fine della vita dormiremo, che cosa accadrà? Gli uomini hanno da sempre costruito fiabe bellissime su quello che c'è dopo quel sonno finale, hanno esorcizzato la paura di tutti gli uomini, che di fronte alla morte sono come bambini, e hanno bisogno di una mano che trasmetta calore e li rassicuri sul fatto che da quel sonno ritorneranno. Queste fiabe, che ci raccontiamo di fronte alla notte e al silenzio, fanno intravedere una luce al di là del buio e scaldano il cuore. Chi crede a esse scaccia la paura, affidandosi alla cura di un grande padre e di una grande madre, che vegliano e che dopo ritroveremo.
L'uomo moderno si è sempre fatto un vanto di essersi affrancato dalle tutele e dalla dipendenza, di essere adulto e saper affrontare il mondo senza l'ausilio di favole e genitori. Per un certo periodo ha sostituito le vecchie storie con altre nuove, prodotte da lui, che gli consentivano di entrare nel buio senza paura. Poi, quando è diventato completamente adulto e non ha creduto più neanche alle proprie favole, si è trovato di fronte a quel sonno lungo e interminabile senza più rassicurazioni: da allora ha iniziato a posticipare l'ora di andare a letto, a rendere più ricca e interessante la vita con tanti giochini e intrattenimenti, ma, quando arriva di fronte alla soglia della camera da letto, ha ancora dentro la stessa paura del bambino senza aver più storie da raccontarsi. La paura di fronte alla morte è rimasta intatta e il passaggio dalla religione alla tecnica, dalle favole alla chimica e ai sedativi non l'ha diminuita, ma aumentata.
Ci troviamo qui di fronte a un punto molto delicato della modernità. L'umanità adulta è riuscita ad allungare e a riempire di comfort la vita, ad attutire il dolore; ha realizzato cose straordinarie e per far questo ha disboscato e distrutto con le ruspe della ragione i miti che ingombravano il passaggio. Ma di fronte alla morte, alla sua nudità, la modernità si ferma muta e impotente: tutta la sua potenza si arresta e proprio per questo lo smacco è più bruciante e indicibile. Al posto della foresta essa ha costruito la geometria regolare di case e fabbriche, ma adesso le manca l'aria.
È forse per questo che si sta facendo strada l'idea che si possa andare «dopo» la ragione: è come se l'umanità avesse iniziato a elaborare un'ecologia della modernità, stesse ripiantando una parte degli alberi abbattuti e delle storie gettate via frettolosamente nell'euforia del successo.

(Modernizzare stanca, Il Mulino 2001, pp. 25-27)