Pascal secondo Morin

Edgar Morin

Il più grande pensatore, quello a me più vicino (insieme a Eraclito) è Blaise Pascal: quale potenza, quale completezza nella stessa incompiutezza dei Pensieri! Fonte radiosa, ciascuno di questi pensieri induce in me meditazioni infinite. Pascal significa per me le verità folgoranti che sorgono, bruscamente, nella discontinuità dei Pensieri. Devo dire che la stessa incompiutezza di quest'opera contribuisce alla sua grandezza.
Alcune opere sono grandi perché non sono state finite. La forma aforistica dà loro una violenza singolare, come si vede in Nietzsche. Del resto, il completamento dei Pensieri in un'opera apologetica l'avrebbe impoverita, le avrebbe dato una forma razionalizzatrice e, in definitiva, possiamo affermare che sia stata la morte prematura di Pascal a determinare il capolavoro. Ho letto Pascal molto presto e, oggi, comprendo quel che mi «pascalizzava» e mi pascalizza per sempre: il legame e la lotta formidabili e complementari tra la fede, la ragione e il dubbio; lotta e complementarità che sono sempre state anche mie.
Al tempo del discorso su Pascal che venni invitato a tenere all'università Blaise Pascal di Clermont-Ferrand per la seduta inaugurale, ero stato sorpreso nel constatare che Pascal, in questa università, era stato suddiviso in segmenti separati gli uni dagli altri: Pascal polemista, Pascal giansenista, Pascal sapiente, Pascal scrittore. Noto d'altronde che i Pensieri sono stati generalmente trattati come un'opera letteraria, poiché la loro complessità non ha potuto essere integrata nella tradizione filosofica occidentale. [unità di Pascal resta misconosciuta, indubbiamente perché comporta in sé la presenza di componenti apparentemente antagonistiche.
Il pensiero dei Pensieri si pone all'incrocio di una cultura europea che, a partire dal Rinascimento, oppone fede e dubbio, ragione e religione. La cultura francese è, nell'ambito della cultura europea, quella in cui è stato condotto nel modo più radicale il dibattito/lotta fra queste diverse istanze, e Pascal è colui che include, nel proprio spirito, questa lotta che oppone gli spiriti in Francia. Invece di vedere nella fede, nel dubbio, nella ragione e nella religione istanze nemiche che si escludessero reciprocamente, ne ha fatto gli elementi, conflittuali ma altresì complementari, della propria tragedia interiore.
L'opposizione fra l'ordine assurdo della fede e l'ordine empirico-razionale della scienza si accompagna in lui a una complementarità dialogica dell'uno e dell'altro. Fede, dubbio, ragione e religione si incontrano, si combattono e si alimentano vicendevolmente. La grandezza di Pascal consiste nell'aver reso complementare e fecondo il loro confronto. Queste caratteristiche avrebbero dovuto permettere di riconoscere meglio l'unità complessa dell'opera pascaliana. Si hanno invece su quest'opera visioni parziali e separate.

Il tetragramma pascaliano

Questo tetragramma significa che la fede pascaliana si alimenta dei tre momenti del dubbio, della ragione, della religione e che li nutre a sua volta. Ogni relazione di questo tetragramma è di opposizione e di complementarità.

Fede      ↔   Dubbio

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Ragione      Religione 

Il dubbio

Così la fede di Pascal si nutre di dubbio. Pascal è un autentico figlio di Montaigne, che non ha mai smesso di ammirare e di cui ha integrato le idee. Conosce la relatività di tutte le verità nel tempo e nello spazio, E consapevole che tutto può essere messo in dubbio, compresa la legittimità del potere dei grandi e compreso finanche Dio, che non può essere provato razionalmente. Si è valso della ragione per mostrare i limiti della ragione. Ha formulato un indispensabile principio di incertezza logica: «La contraddizione non è segno di falsità, così come la mancanza di contraddizione non è una forma di certezza». Il suo spirito critico non si limita d'altronde alla critica ma si spinge nella critica della critica come si vede nei tre Discorsi sulla condizione dei grandi.

La ragione

Pascal è un adepto rigoroso della razionalità, uno spirito scientifico nel senso che combina l'uso della ragione e quello della sperimentazione; è un pioniere della scienza moderna. Una parte della sua attività intellettuale fu di carattere scientifico e suscita ammirazione ancora oggi. E lui l'inventore della «macchina aritmetica» (1645). Immaginò l'esperienza che fece Périer il 19 settembre 1648, che confermò egli stesso dall'alto della torre Saint-Jacques e che lo spinse a rovesciare la credenza universale secondo cui la natura avrebbe avuto paura del vuoto.
La razionalità di Pascal non è chiusa in se stessa. Essa lo spinse a prendere vivamente coscienza dei limiti della stessa ragione, a concepire la conoscenza come inseparabile dall'inconoscibile e dal mistero, poiché l'uomo è «ben lungi dal comprendere gli estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente celate in un segreto impenetrabile». Ha compreso che una scienza che crede di spiegare tutto non può che accecare, che la vera scienza è quella che giunge alla conoscenza dell'ignoranza: «Le scienze hanno due estremità che si toccano. La prima è la pura ignoranza naturale, in cui si trovano tutti gli uomini nascendo. [altra estremità è quella dove arrivano le grandi anime che, avendo coperto tutto il percorso delle conoscenze che possono essere note all'uomo, scoprono di non sapere niente e si ritrovano nella stessa ignoranza da cui erano partiti; ma questa è un'ignoranza sapiente, che comprende se stessa».
La razionalità di Pascal è inseparabile dalla coscienza che la fede non può fondarsi nella ragione. Essa si accompagna alla coscienza dell'esistenza di un ordine superiore che la ragione non conosce, che ha le proprie ragioni e che è quello della carità. È questo a spingere Pascal verso il Vangelo: «L'unico oggetto della Scrittura è la carità».

La religione

Pascal è un cristiano fervente, che ha vissuto l'illuminazione della Croce. La sua fede è inseparabile dall'esperienza mistica della notte del 23 novembre 1654, «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia», esperienza del «fuoco» ormai decisiva per tutta la sua vita. Ma la sua fede reca in sé l'incertezza, che viene dal dubbio e dalla ragione, e così non mutila né l'uno né l'altra. Unamuno dirà in seguito: «O Fe, sin duda, no hay fe» («Oh Fede, senza il dubbio non vi è fede»). Pascal fa quindi della credenza in Dio una scommessa, utilizzando del resto il dubbio e il calcolo razionale per giustificare una scommessa che resta segnata dall'incertezza che essa supera.

Fede, dubbio, ragione, religione

In questa tetralogia, i quattro termini sono al tempo stesso complementari e antagonisti. Pascal si serve della ragione per mostrare i limiti della ragione e per nutrire il suo dubbio, si serve del dubbio e della ragione per svelare un ordine di realtà superiore e inaccessibile alla ragione, alimenta così
la sua fede e la sua religione con il dubbio e la ragione. Tutto ciò gli permette di enunciare molto razionalmente la sua fede assurda: credo quia absurdum.
Questo insieme conduce alla scommessa: poiché non vi è più prova razionale di Dio, più prova assolutamente evidente per lo spirito, Pascal fonda la sua fede su una scommessa in cui è necessario vedere qualcosa di più di un calcolo del giocatore: la mutua e inseparabile integrazione del dubbio,
della ragione e della fede. La scommessa è di un'importanza considerevole, è il punto realmente forte dei Pensieri. Poiché tutta la parte apologetica di quest'opera è un'impasse. Si capisce molto bene che non si può fondare una fede sui miracoli. Ciascuna religione ha i propri miracoli. Come si fa a dire che solo i miracoli cristiani siano quelli buoni? E poi l'idea di giustificare il cristianesimo a ogni costo come la migliore delle religioni, la più vera, questa diventa una razionalizzazione, diventa una forma di smarrimento.
Per contro, se ci si tiene alla scommessa, quando ci si mantiene nell'idea del creo quia absurdum, si è il più vicino possibile a una vera fede.
Naturalmente, quando giovanissimo ho iniziato a leggere Pascal, non ho compreso subito la verità moderna e fondamentale della scommessa. Ho scoperto progressivamente che ogni credenza, non soltanto in Dio, ma anche nella Rivoluzione, nell'uomo, nella scienza, nella ragione, nell'etica, nell'amore, è parimenti una scommessa di cui bisogna assolutamente essere coscienti.

L'antropologia complessa

Questa tetralogia accompagna in Pascal il senso profondo della contraddizione, il che la inscrive in una via, minoritaria in Occidente, ma ammirevole, che va da Eraclito a Hegel. Essa fa di lui il nostro più profondo antropologo, sensibile alla complessità umana, che vede nell'uomo essenzialmente un tessuto di contraddizioni. «Quale chimera è dunque l'uomo? Quale novità, quale mostro, quale caos, quale soggetto di contraddizione, quale prodigio! Giudice di ogni cosa, stupido verme di terra; depositario del vero, cloaca di incertezze e di errori; gloria e scarto dell'universo.»
I pensieri antropologici pascaliani sono intrisi di complessità umana: la vera eloquenza si burla dell'eloquenza, farsi beffe della filosofia significa filosofare sul serio eccetera. Egli ha coscienza della dialogica di saggezza e di follia che caratterizza la condizione umana e non cerca per nulla di minimizzare la follia riconoscendole un carattere ineluttabile e paradossale: «Gli uomini sono così necessariamente folli che sarebbe folle non essere folli». Così, nelle e attraverso le contraddizioni che assalgono senza tregua il suo spirito, Pascal ha riconosciuto l'inseparabilità della miseria e della grandezza della condizione umana: «Stupido verme di terra; depositarlo del vero [.. .] gloria e scarto dell'universo». Sono frasi del genere, come anche questa: «Conoscete dunque, superbo, quale paradosso siete per voi stesso», che mi hanno permesso di concepire l'idea di un'antropologia complessa in cui l'uomo viene considerato inseparabilmente demens e sapiens, e in particolare di mettere in rilievo la dimensione irriducibile di follia, di demenza, di allucinazione, ma anche di sogno, di estasi, di impeti amorosi che ci costituisce.

L'attualità di Pascal

Pensatore della complessità dell'essere umano nel mondo, Pascal è di un'attualità inaudita. Lo sprofondare del determinismo assoluto nella scienza, il crollo di una concezione teleguidata della storia in ascesa verso il progresso, tutto questo costituisce un profondo ritorno dell'incertezza nella conoscenza. La coscienza razionale accresciuta dai limiti della ragione, compresi quelli scientifici (Popper, Gödel e altri) lo conferma. Il sorgere delle aporie in tutti gli avanzamenti del pensiero scientifico ci fanno ritrovare spontaneamente l'idea di Pascal (e di Niels Bohr) secondo cui il contrario di una verità profonda non è un errore bensì un'altra verità profonda.
Pascal ci ha situati tra due infiniti, il che è stato ampiamente confermato dalla microfisica e dall'astrofisica del XX secolo. Quando scrive: «Che cos'è un uomo nell'infinito? Chi può comprenderlo?», presume già la nostra vertiginosa piccolezza in seno a un sistema solare lillipuziano e a una galassia nana, in un cosmo che si estende su miliardi di anni luce. Scrivendo che l'uomo è come smarrito «in questa regione fuori mano della natura», immaginava quasi la marginalità della nostra terra, terzo satellite di un sole, astro perduto in una galassia periferica fra miliardi di galassie di un universo in espansione. Scrivendo che un acaro può contenere «un'infinità di universi di cui ciascuno ha il proprio firmamento, i suoi pianeti, la sua terra», già suppone il nostro incredibile gigantismo in rapporto al mondo subatomico, senza ancora sospettare che noi fossimo costituiti da miliardi di miliardi di particelle e attraversati incessantemente da miliardi di neutrini. Così le ultime scoperte della scienza della natura giungono alla situazione paradossale, già annunciata da Pascal, in cui la conoscenza sfocia sul Mistero: «Per quanto gonfiamo le nostre concezioni al di là degli spazi immaginabili, non riusciamo che a partorire atomi in preda alla realtà delle cose».
La razionalità difesa da Pascal è di un carattere superiore rispetto a quella di Cartesio. Introduce una causalità interattiva, retroattiva, e ad anello. Pascal scrive: «Poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte intrattengono un legame naturale e insensibile che connette le più lontane e le più differenti, ritengo sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto come del pari conoscere il tutto senza conoscere nel dettaglio le parti». Quando ho ritrovato questa frase, mi sono reso conto che essa esprimeva, nel modo più denso e ammirevole, ciò a cui io ero giunto dopo un lungo lavoro. Ho così scoperto che i pensieri cardinali di Pascal sono germinati dentro di me, che ero loro fedele, talvolta perfino senza saperlo, e che essi hanno chiarito le mie elaborazioni che credevo nuove.
Questa formula di Pascal si oppone a quella di Cartesio che pone la necessità, nel suo Discorso del metodo, di «separare tutte le cose e cogliere ciascuna delle difficoltà che esaminerò in tutte le parti che sarà possibile e che sarà necessario per meglio risolverlo». Ma, di fatto, esse sono complementari. Dobbiamo associare i due procedimenti, di disgiunzione e di congiunzione, di semplificazione e di complessificazione e pensarli come antagonisti e complementari.
Questa formula pascaliana, «poiché tutte le cose sono causate e causanti...», dovrebbe essere inscritta a lettere d'oro sul frontone di tutte le università del mondo. Essa rompe con la causalità lineare e il pensiero semplificatore che regnano ancora nel XXI secolo. Essa illustra e illumina la necessità, divenuta vitale per la conoscenza, il pensiero e l'azione, di superare le compartimentazioni disciplinari e di riscoprire i problemi fondamentali e globali dell'umanità. Pascal ci spinge, mi ha spinto, come ho fatto ne L'identità umana, a concepire un'antropologia complessa in cui homo sapiens è anche demens, homo faber è anche immaginario e mitologico, homo oeconomicus è anche homo ludens, in cui l'uomo non è soltanto prosaico, votato ai compiti utilitaristici, ma anche poetico, votato alla comunione e all'amore.

Applicarsi a ben pensare

Infine Pascal ci dà una lezione etica più necessaria che mai. «Applicarsi a ben pensare, ecco il principio della morale», dice. Ciò significa che l'etica, che non può ridursi alla conoscenza oggettiva, deve tuttavia avere conoscenza delle condizioni oggettive in cui si esercita. Il legame fra sapere e dovere deve essere incessantemente assicurato, senza che i nostri doveri possano sperare di essere dedotti dai nostri saperi. L'etica non può soddisfare le buone intenzioni. Essa deve mobilitare l'intelligenza per affrontare la complessità della vita, il che per me significa «ben pensare». E chiaro che bisogna distinguere la coscienza intellettuale da quella morale, ma è necessario che il loro legame e la loro inseparabilità vengano mantenuti.
«Ben pensare» significa per me abbandonare i punti di vista dei saperi separati che non sanno vedere l'urgenza e ciò che è essenziale; abbattere le barriere tra i saperi, vedere il tutto nelle parti e le parti nel tutto; sforzarsi di concepire delle solidarietà fra gli elementi di un tutto, e da lì tendere a suscitare una coscienza di solidarietà; conoscere i contesti e riconoscere le complessità delle situazioni in cui dobbiamo agire, comprendere in particolare che c'è una «ecologia dell'azione», che può spesso sviare le nostre azioni dal loro senso desiderato e orientarle perfino in senso contrario, per cui le nostre intenzioni morali possono sfociare in risultati immorali; riconoscere e affrontare incertezze morali e contraddizioni etiche, comprendere che il bene e il male non possono essere sempre distinti facilmente, sapere che i nostri doveri etici sono spesso antagonistici, e perfino inconciliabili, poiché abbiamo doveri verso noi stessi, verso i nostri cari, verso la società, verso la specie, verso la nostra Terra-patria; riconoscere le potenze d'accecamento o di illusione dello spirito umano, il che comporta una lotta contro le deformazioni della memoria, le dimenticanze selettive, l'autogiustificazione, l'autoaccecamento; includere nella conoscenza oggettiva la conoscenza soggettiva del soggetto che conosce, nella conoscenza degli oggetti la comprensione umana, cioè il riconoscimento della complessità umana... Ecco un po' di tutto quel che intendo quando parlo di «ben pensare».
Questo ci riconduce alla scommessa pascaliana. Come ho detto prima, non la concepisco come una scommessa su Dio, bensì sull'uomo, sulla scienza, sulla ragione. Essa mi fa comprendere la necessità di agire nell'incertezza e il rischio che corrono tutti i nostri valori. Ciò comporta la necessità di pensare le condizioni dell'azione e di elaborare una strategia capace di modificarsi essa stessa.
Non mi appartiene il misticismo del credente in una religione rivelata, mi appartiene invece il misticismo della relazione profonda con la poesia della vita, con l'entusiasmo, che significa essere posseduti dal sublime. Mi riconosco nella religione di ciò che lega, e la mia religione di fraternità implica un'inevitabile scommessa sull'uomo. Porto in me un tetragramma che corrisponde ai tempi post-pascaliani, il che vuol dire che associo l'umanesimo dei Lumi e il romanticismo della vita, l'attaccamento indefettibile alla razionalità e la coscienza del grande Mistero in cui sfocia la più grande conoscenza.