Il dolore

tra danno e senso

Salvatore Natoli

Nessuno dei mortali trascorrerà mai la vita incolume del tutto dal dolore, paga sempre alla vita ciascuno il suo prezzo (Eschilo).

Ogni esistenza è intrisa di dolore: questo è un topos assoluto, una formula che i greci esprimevano in modo ricorrente, una sapienza della specie. Tutti siamo toccati dal dolore. Ma è proprio così? Veramente il dolore è universale? Di primo acchito si risponde che sì, il dolore è universale. Ma in che senso è universale? Specificarlo è importante come linea di conduzione del discorso. Bene, il dolore è universale come danno, non lo è come senso. Il che vuol dire: c'è un aspetto "oggettivo" del dolore, ma non sta lì il suo significato. Il suo significato sta nel modo in cui a questo danno, che lacera il senso, si dà senso. Sempre che sia possibile darlo.

 

Analisi del danno

Universale, dunque, è il danno. In qualsiasi momento del tempo, in qualsiasi parte del mondo, una persona può rompersi il braccio in un determinato punto, essere presa da una certa malattia o da una certa alterazione; da questo punto di vista il danno - nella sua dimensione esterna, oggettiva, fisica - è uguale.

Ma esaminiamo i caratteri del danno: partendo da qui arriveremo con facilità alla questione del senso. Che cosa vuol dire essere danneggiati? Perché c'è danno? Intanto c'è il danno perché c'è una dimensione fisica della sofferenza, quella che possiamo mettere sotto la voce "dolore vivo", "dolore atroce", il dolore atroce che Epicuro diceva in fondo non essere un male; in ciò è molto somigliante alla morte. La morte, infatti, non è male: quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci

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siamo noi. Epicuro sviluppava un'argomentazione analoga per il dolore: quando il dolore è forte è breve, quando non è breve è allora debole. Nel primo caso conduce presto alla morte, nel secondo caso ci si può assuefare, si può apprendere a convivere con esso, come un'abitudine.

Il dolore nella sua dimensione più arcaica, e anche più immediata, è dunque il dolore vivo. Il dolore vivo, come ho detto, conduce - o almeno conduceva - presto a morte. Ma il dolore vivo impedisce, soprattutto, di pensare: stordisce, fa svenire. Chiunque abbia sperimentato un mal di denti lo sa bene. Da questo punto di vista, la prima caratteristica del dolore nella sua potenza viva è quella di ridurre l'uomo a cosa, di spingerlo verso il cadavere. Stretti come si è nella morsa del dolore, non si pensa. Ma l'uomo che non riesce a pensare comincia a smettere di essere uomo. Il dolore cosalizza, questo è il primo danno fondamentale. Ci porta al confine della terra dei viventi, ci scalza dal mezzo, è acconto di morte. Solo nel dolore l'uomo comincia a capire cos'è la morte.

Il dolore vivo può avere una gamma di intensità: può variare sia nell'ordine del tempo sia della gravità. Vi possono poi essere dolori intensi ma non gravi e malattie gravi ma con dolori silenti o accennati. Almeno all'inizio. La gamma variata e variabile delle sensazioni di dolore è indice del danno. Il danno mutila, abbrutisce, distrugge, sfigura, spinge l'uomo verso la morte, lo riduce a cosa. Quando il dolore non estingue la ragione, quando può essere in qualche modo dominato - e la farmacopea contemporanea ha da questo punto di vista apportato enormi vantaggi - esso si formula come impedimento. È chiaro che l'esperienza del sentirsi impediti assume un diverso significato a seconda che la patologia sia reversibile o, al contrario, contrassegni un'evoluzione letale. Tuttavia, di qualunque patologia il dolore sia spia, esso, a ogni modo, impedisce. Ho un dolore a un polso, non riesco a sollevare un peso: sono impedito. Un esempio elementare per introdurre una variante importante: l'impedimento è solo fisico? No. L'impedimento impedisce solo in quanto si inscrive nell'ordine del vissuto. Il dolore è tale perché, al pari di ogni altra esperienza, lo si vive.

L'impedimento introduce due nozioni fondamentali: quella di relazione e quella di possibilità. Se il dolore non è così forte da ridurci a cosa, da spegnere in noi la coscienza, si sviluppa in uno con essa, si instaura entro il progetto che noi siamo come ostacolo. L'impedimento altro non è che l'esperienza di non poter fare qualcosa che si vorrebbe fare e che, in altre condizioni, si sarebbe potuto fare. Il dolore blocca le nostre possibilità, si colloca nel cuore della relazione, problematizza il nostro essere-nel-mondo. L'impedimento rappresenta lo scarto tra un'offerta di possibilità e la delusione rispetto a quest'offerta. Ho una gamba rotta, non posso andare a passeggio. Qui non c'è solo la percezione di dolore della gamba rotta, c'è tutto l'insieme di impedimenti relazionati che quella gamba rotta provoca. Il dolore frena, impedisce, esclude possibilità: in questo senso anticipa la morte e nel contempo si colloca al centro della vita. Questo lo ha espresso bene la sapienza cristiana: media vita in morte sumus. È nel cuore della vita che si produce l'esperienza di morte e la morte che giunge alla fine non è davvero il peggio. In questo Epicuro aveva ragione: quando moriamo non ci siamo più. Egli però sottovalutava quanto la morte pesi nella vita, quanto l'immagine della fine entri in gioco nell'abituale scorrere dei nostri giorni.

Consideriamo la parola nascere. Cosa vuol dire nascere? Nascere significa venire al mondo. Il mondo in cui si nasce è lo spazio aperto delle nostre possibilità. Venire al mondo è da subito un gioco tra desiderio e obiettivo: questo significa essere nati. Si comincia dal seno della madre, si differenzia poi l'universo delle possibilità. Il mondo è qualcosa che si offre all'uomo e venire al mondo vuol dire poter perseguire queste possibilità. Il dolore si presenta come interruzione di questi percorsi. Non ci vuole molto per capire questo. Immaginiamo di trovarci su un sentiero: la giornata è calda, sentiamo l'arsura, vediamo una fonte, beviamo: bevendo sentiamo la frescura dell'acqua. Ma basta avere un herpes, una piccola lesione al labbro, che quando accostiamo la bocca alla fonte non sentiamo l'acqua fresca, bensì il fastidio o il dolore al labbro. Nel dolore il corpo non si presenta più come apertura al mondo, ma come barriera, ostacolo. Forse uno dei motivi per cui l'umanità ha elaborato l'immortalità dell'anima è proprio questo: nel dolore l'uomo sente il peso del corpo. Ha immaginato perciò una condizione di vita in cui potesse esserne sgravato.

Il corpo sano sente il mondo, il corpo malato sente se stesso; il corpo sano si fonde con le cose, il corpo malato si percepisce come interruzione verso le cose, come opacità e resistenza, come punto di non-passaggio.

Il dolore interrompe la relazione, restringe lo spazio-mondo e per questo riduce l'uomo a cosa: i "venuti al mondo" ne sono scacciati.

 

Analisi del senso

È facile capire come il dolore, in quanto impedisce la relazione, lacera. Due sono le caratteristiche del dolore: lacera e inchioda. Lacera perché inchioda: tu resti fermo qui, il mondo non è più per te, non può essere per te: in ogni caso non lo può più essere come era prima. Allora, che senso ha stare in un mondo che mi si offre come possibilità dell'impossibile?

Ecco: il problema del dolore diventa tout court problema del senso. Che senso ha stare in un mondo che ti si offre come universo di possibilità e insieme te le toglie? È la "natura matrigna" di Leopardi, il dolore induce disperazione perché fa vacillare il senso: se si soffre, che senso ha vivere? È il problema che in genere si pongono i sofferenti. Infatti, una delle caratteristiche fondamentali del dolore è quella di costringere l'uomo a insistere sul perché. E tanto maggiormente vi si insiste quanto meno si trova la soluzione. L'ossessione disperata senza senso: è la reiterazione di Tonio nei Promessi sposi. Rimbecillito dalla peste non sa dire altro che questo: "A chi la tocca la tocca". E continua a vivere null'altro facendo che dichiarare l'assurdo della vita stessa.

Lacerazione del senso, dunque: il dolore apre l'interrogazione sul senso perché stravolge l'ordinario. A questo punto sono possibili due esiti: la sofferenza può diventare il luogo di una grande interrogazione. Un'interrogazione cui non c'è risposta, ma che deangola le usuali prospettive d'esistenza: un domandare capace di dischiudere orizzonti altrimenti mai immaginabili. E che rilancia su altri piani la vita. Oppure un interrogare che non riesce in alcun modo a darsi ragione: di qui parole senza senso o muta disperazione. Il dolore estremo non ha parole.

E ancora: se il dolore spezza le relazioni, se lacera, allora isola. Isola perché non si possono fare con gli altri le stesse cose che si facevano prima: gli altri vanno avanti, corrono per i loro sentieri, soprattutto nel tempo nostro, un tempo attivistico. Anche se ci si volesse fermare per stare con chi soffre, non c'è tempo; e non per noncuranza, ma perfino per dovere: gli impegni obbligano. Così gli altri vanno, e tu resti inchiodato. Uno degli atteggiamenti più terribili che si hanno nei confronti del sofferente è il compatimento. Non è immedesimazione con la condizione dell'altro, anzi, è tutt'altro che la compassione. È nota la formula che lo esprime: "Poveretto!". L'espressione dice: mi dispiace. Ma può anche significare: per grazia di Dio l'ho scampata. Meno male, questa volta ne sono fuori!

Il dolore isola, separa, impedisce di partecipare alla vita degli altri, esclude. È però anche vero che il dolore modifica le condizioni d'esperienza. In questo caso da impedimento può trasformarsi in occasione: le vie sbarrate possono divenire ragione per individuare nuovi sentieri, intravedere diverse possibilità. È stato detto: il dolore che non uccide stimola. Ma davvero il dolore fa crescere, rende migliori? Forse. Bisogna però stare attenti, la frase può essere consolatoria. Il dolore innanzitutto devasta. Poi può anche far crescere, ma a condizione che al di là della lacerazione diventi ancora possibile sperimentare legami. Restiamo le vatialla vita oltre il dolore perché la vita è legame. Cos'è infatti il morire se non uno sciogliere il legame che lega il sé con sé, il sé con gli altri? Nel dolore appare più che mai l'alterità. Il sofferente riesce a tollerare meglio il suo dolore se si sente obbligato nei confronti di qualcuno. Ma chi soffre si sente in obbligo di vivere se è ragione di vita per qualcuno, se il suo venire meno è da qualcuno vissuto davvero come perdita.

Nel morire il mondo viene meno per me, ma questo venir meno è patito in quanto si muore per qualcuno, in quanto si è interessati al mondo. Per questo accade che gli uomini vogliano continuare a vivere, nonostante il dolore, oltre il dolore. È vero, l'amore non salva dalla morte: quando si muore si è sempre soli; ma certi uomini muoiono soli perché hanno vissuto soli. Avendo praticato la solitudine, non possono sperare pietà nella morte. Neppure nel dolore. È questa una buona ragione per non proseguire la vita. Si rimane legati alla vita, oltre il dolore, se sono forti i legami.

 

I quadri dell'interpretazione

Il dolore mette a prova il legame sociale. Nel dolore si intrecciano strettamente la vita e la morte. In ciò cade la grande domanda di senso: perché a me? Questa interrogazione chiede una risposta. Ma perché c'è bisogno di una risposta? Perché nonostante il senso vacilli, il sofferente la risposta se l'aspetta. Nonostante tutto, il dolore è una ferita inferta nella vita. La vita infatti fluisce sotto il dolore; se così non fosse non ci sarebbe neppure sofferenza. La sofferenza, anche quella più atroce, è un lusso dei viventi. Per questo nel momento stesso in cui il senso vacilla, si cerca ugualmente la risposta. E se la risposta non viene, l'interrogazione è sufficiente a tenere aperto il colloquio.

Il sofferente in genere si attende qualcosa dagli altri - non solo si attende, ma per certi versi pretende. I modi della pretesa possono essere diversi: possono essere silenziosi, d'attacco, di recriminazione, di confutazione, ma il gesto del sofferente nella crisi di senso è anche un gesto di pretesa. Se non pretendesse, morirebbe. Nella lacerazione rimangono brandelli sufficienti per cominciare a ritessere le trame della vita. Questo accade perché al senso si appartiene.

Il senso non è qualcosa che il soggetto produce da . Noi, quando cominciamo a parlare, apprendiamo un linguaggio: apprendiamo a vivere e così pure a morire. Come nascendo non abbiamo inventato una lingua, ma siamo entrati in un discorso che già correva, così abbiamo appreso a morire dalla e nella morte degli altri. Prima di essere un attacco all'individuo la morte e contrassegno della specie. La morte la incontriamo per la prima volta negli altri che muoiono. E in ciò si lacera il senso. Caino vede la morte in Abele e la Bibbia dice che Dio, in un certo senso, ebbe pietà di Caino. L'ebbe probabilmente perché Caino fu colui che per la prima volta vide la morte. Aveva conosciuto un orrore non immaginabile.

Dal momento che l'uomo è collocato in un orizzonte di senso, cerca di ritesserlo oltre la lacerazione del dolore. Come? Partendo da ciò che è a lui più prossimo e comune. L'umanità in ogni tempo ha cercato di dominare la morte, di metterne a tacere il vuoto che essa spalanca attraverso riti, propiziazioni. L'impetrazione, la preghiera, la protezione: tutte modalità per reggere al dolore. Da questo punto di vista l'esperienza del soffrire si istituisce originariamente nell'etica. Che non è la morale nel senso comune. L'etica, come l'etimologia stessa dice, indica l'appartenenza. La parola greca ethos discende dalla radice indoeuropea swe, da cui soror, sorella, suocera. L'etica indica il legame familiare allargato, un'originaria appartenenza. Gli individui sono radicati. La soggettivazione della sofferenza è relativamente tarda; il dolore si vive sempre a partire da un universo di senso; in quell'universo di senso ove accade la lacerazione, là pure si cerca la possibile risoluzione. E laddove la conciliazione è impossibile, possibile è però la condivisione. In tale condivisione, se è impossibile evitare la distruzione, se ne può a ogni modo attutire la violenza: il danno può essere raccolto nel senso.

Certo un induista vive il danno in un modo diverso da quello in cui lo viveva un greco antico, in un modo diverso da come lo vive un cristiano, in una dimensione diversa da quella in cui lo vive l'uomo della tecnica, l'uomo secolarizzato. Il modo per affrontare una sofferenza cambia a seconda dell'universo della credenza. Quello che per un cristiano poteva essere pensato in termini di rassegnazione o di confutazione nei confronti di Dio o, ancor più, di offerta, per un pagano classico era pensato in termini di coraggio, di onore. Esiste un tipo greco che dice: non devo cedere al dolore, devo preservare la mia forma, essere fedele a me stesso fino alla morte: non devo lasciarmi storpiare dalla sofferenza (modello stoico). Essa lacera ugualmente le carni, ma ci sono sufficienti motivi per mantenere alto l'orgoglio. Io ho conosciuto persone che hanno resistito alla battaglia finale in nome della loro dignità. E le aspettative che gli altri avevano su di loro rafforzavano questo loro ruolo, come missione, come compito: portare a perfezione la propria forma nella "bella morte". Questo non voleva dire che non fossero lacerati. Tuttavia ho conosciuto padri, malati, che non volevano morire perché avevano compiti da svolgere, doveri cui non potevano sottrarsi. Non avevano tempo per morire.

Esistono legami che fanno da ponte verso la vita. Le credenze aiutano a ricostituire il senso, non tanto perché riescono a giustificare la sofferenza, ma perché permettono di attraversarla. Giobbe contende con Dio; Dio non risponde alle sue domande, ma nonostante questo è pur sempre un "tu" a cui Giobbe si può rivolgere, con cui contendere. Giobbe non resta solo: ha qualcuno con cui parlare e perciò possiede una buona ragione per vivere. Il colloquio, poco importa se tra Dio e l'uomo o se degli uomini tra loro, è luce nella notte, evita il baratro del non senso. Potersi rivolgere a un Dio - fosse anche inesistente - o all'altro che ci sta accanto, pur tacendo - un eloquente silenzio - non annulla affatto la sofferenza, la rende però vivibile.

L'esperienza del dolore risiede proprio in questo: nella circolarità tra danno e senso. Il dolore non ha, e probabilmente non avrà mai, una ragione che lo giustifichi. Diventa però occasione per darsele, le ragioni, e per cercarle. Intanto si cammina insieme, fino a che la strada conduce. Bisogna saper stare sulla linea, bisogna portarsi all'altezza della propria morte. Gli antichi lo sapevano: apprendere a morire fa parte del ben vivere. Certo rubando al tempo - e fino in fondo - le sue gioie. A questo siamo chiamati. È il modo migliore per portare a compimento la vita.

(da Stare dal mondo.Escursione nel tempo presente, Feltrinelli 2002, pp. 133-139)