L'obbedienza

è ancora una virtù

Salvatore Natoli

Di talune virtù si è persa memoria, altre le si ricorda con irritazione. Una delle virtù al ricordo irritante è l'obbedienza. Si dice: ma come è stato possibile considerare buona una condotta assoggettata e servile, un agire obbligato e senza dignità? Per la mentalità contemporanea tutto ciò è incomprensibile. Incomprensibile, per esempio, è una regola come quella 36 del Sommario delle Costituzioni della compagnia di Gesù che prescrive di obbedire perinde ac si cadaver esset, "al pari di un cadavere". Alcuni non hanno ancora dimenticato la vecchia formula secondo cui l'obbedienza doveva essere "pronta", "assoluta", "supina". Dopo la definizione che Kant ha dato dell'Illuminismo tale formulario risulta stonato, soprattutto impraticabile. "L'Illuminismo - scrive Kant -- è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto... Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto" (Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo). Kant non ha fomentato la disobbedienza; meno che mai la ribellione. Ha, però, indicato come un vero e proprio compito morale interrogare il potere circa la sua legittimità: sapere aude! Non bisogna violare le norme, ma è giusto e necessario che esse vengano discusse, sottoposte a critica e, se è il caso, modificate. Obbedire alla cieca è vile e contraddice alla dignità dell'uomo. A partire dall'Illuminismo, la cultura dell'emancipazione ha fatto il resto. Oggi nessuno obbedisce - o lo fanno in pochi. Piuttosto si subisce. E si subisce in due modi. Si patisce violenza. Questo è tutt'altro che obbedienza. Il riscontro soggettivo di questo è rabbia e risentimento. Oppure si è vittime di adescamento e seduzione. Questo accade più di corrente. In questo caso la libertà è atteggiamento, nella pratica vige il conformismo. Nelle società occidentali si esibisce indipendenza, ma si è spinti inesorabilmente a fare quello che fanno tutti. Se non lo si fa ci si sente a disagio e fuori ruolo. A dimostrazione basta la tirannide delle mode. Di qui singolari paradossi. Nelle famiglie, per esempio, non si dà ascolto ai genitori per obbedire alle mode. La condotta è dissociata. Si è fortemente disobbedienti perché obbedientissimi. Spesso la trasgressione stessa è convenzione. Certo i ribelli ci sono: i drop out. Marginali o messi al margine, disagiati, disobbedienti per collocazione, indocili per necessità. Per il resto la società contemporanea è nel suo complesso conformista e insieme disobbediente. Certamente misconosce l'obbedienza come virtù. L'obbedienza, infatti, era tale quando la si poteva "dare" o "rifiutare". In una società in cui si ritiene legittimo pressoché tutto quel che si vuole non c'è più motivo d'obbedire. Ma, allora, non è possibile neppure disobbedire. Dire "no" a che cosa, se tutto è legittimo? L'esito ultimo dell'emancipazione non coincide dunque con l'estensione della disobbedienza, ma con l'indeterminazione. Non vi sono più confini evidenti tra il "sì" e il "no". Di qui l'incapacità di decidere, il disorientamento dell'intenzione e dell'azione. Per evitare questo, nulla di meglio che la passività sociale. Appunto il rifugio conformista: scarpe da tennis per tutti! L'obbedienza, espunta come virtù, riemerge come malattia, come equivalenza di tutto con tutto, indifferenza tra bene e male. In una situazione siffatta può ancora avere significato la parola libertà? Non esiste libertà senza vincolo. In questo orizzonte l'obbedienza potrebbe tornare buona. Certo non al modo delle antiche formule: "pronta", "assoluta", "supina". Né è da confondere con la dipendenza o la soggezione. Al contrario dev'essere ripresa per quel che è, nel significato etimologico che le è proprio.

In latino oboedentia viene da ob-audio, "do ascolto". Il termine greco equivalente è eupeitheia dal verbo peithomai che vuol dire "do retta", "mi fido", "mi lascio persuadere". Obbedire vuol dire in primo luogo prendere "sul serio" il discorso dell'altro. Di più, l'altro in se stesso. "Dare ascolto" è diverso che ascoltare: non coincide con il generico porgere orecchio alle chiacchiere degli altri, ma con l'assunzione delle parole dell'altro come potenzialmente normative per sé. In questo senso l'obbedire è un dipendere. Nella convinzione che la via giusta non la si ritrova mai da soli. Ma l'obbedienza oltre a essere dipendenza è scelta: la si dà. Nella tradizione monacale classica l'abate a cui si dava obbedienza lo si sceglieva. E non solo perché lo si riteneva capace di guida, ma soprattutto per dare "misura oggettiva" a se stessi. L'oggettività del vincolo rende possibile l'obbedienza e la disobbedienza insieme. Ma l'obbedienza, nel suo significato essenziale e primo, non è costrizione. Di certo, però, ci costringe a fornire sempre le ragioni della nostra dissidenza. E per darle bisogna trovarle. Ora, è impossibile "darsi misura" se non si assume l'altro come normativo per sé. Obbedire significa sentirsi parte. Si diviene "responsabili" se in qualche modo ci si sente obbligati. Nietzsche è critico spietato dei voti monacali: povertà, castità, obbedienza. Lo è specialmente di quest'ultima poiché scorge in essa una "rinuncia alla volontà di potenza" (Frammenti postumi. Inverno 1880-1881). Anche in questo caso è, però, illuminante. Nel criticare l'obbedienza ne indovina, paradossalmente, la natura di virtù. La sua critica, infatti, è del tutto corretta se obbedire significa condannarsi all'impotenza; non lo è più se obbedire significa moderare la propria autosufficienza. Obbedire significa accettare la legge dell'altro e, perciò stesso, riconoscere nella legge il dispositivo "oggettivo e sovrapersonale" della reciprocità. Significa di più: vuol dire assumere la natura come "norma". Pur esercitando il nostro dominio su di essa ne siamo e restiamo in ogni caso parte. Pretendere il contrario equivale ad armarla contro di noi, a sviluppare in essa controfinalità. Non possiamo fare tutto. È perfino ovvio. E allora non lo dobbiamo. L'obbedienza non sembra abbia cessato d'essere virtù.

(da Stare dal mondo.Escursione nel tempo presente, Feltrinelli 2002, pp. 113-115)