Responsabilità/
alterità

Salvotore Natoli

 

Nella lingua latina il termine che corrisponde alla parola italiana responsabilità è sponsio che vuol dire propriamente promessa, impegno: suo sinonimo è praestatio che vuol dire rendersi garante di qualcuno o di qualcosa. Responsabile è, dunque, colui che spondet pro aliquo, si fa mallevadore di qualcun altro. La responsabilità è, allora, una presa in carico: essa obbliga a una risposta come chiaramente appare nella parola tedesca Verantwortlichkeit. Questo breve tracciato semantico mostra che c'è responsabilità solo in quanto c'è relazione.

In molti ricorderanno la celebre frase esistenzialista "l'inferno sono gli altri". Quella frase esprimeva non solo il rifiuto degli altri, ma anche - e forse soprattutto - l'insofferenza per l'impossibilità della propria autosufficienza. Che sono poi due facce della stessa medaglia. Chi, infatti, fosse autosufficiente, sarebbe libero da ogni obbligo nei confronti degli altri e di sé: tutto gli sarebbe possibile perché da nessuno dipende. Invece così non è, perché noi esistiamo solo nella e per la relazione, siamo in catena e questo rende la responsabilità possibile e la rivela insieme inevitabile. Ognuno di noi esiste in virtù di altri, e non solo perché da altri è stato generato, ma perché da questo mondo sarebbe presto uscito, così come vi è entrato, se non fosse stato accolto, cresciuto, da qualcuno a suo modo amato. Nessuno di noi sarebbe al mondo se qualcuno non ci avesse preso in carico, non se ne fosse assunto la responsabilità.

Ogni uomo, in ragione del suo semplice esistere, non può, dunque, che essere grato, anche se ha buone ragioni per lamentarsi, per disprezzare, maledire. Questo sentimento si genera soprattutto quando ci si rende conto che il bene di esistere è goduto meno ampiamente di quanto lo si potrebbe e non per inimicizia della natura, ma perché gli uomini, lungi dal sostenersi, si ostacolano, spezzano la catena che li lega nella vana illusione di potersi rafforzare ognuno per proprio conto.1 E così si trovano senza nulla a cui attaccarsi, in egoistica e solitaria deriva. In questo paesaggio selvaggio è evidente che le istanze di sicurezza prevalgano su quelle della confidenza, del reciproco affidarsi.

Spesso gli uomini non si assumono le responsabilità che dovrebbero, a garanzia dei loro stessi interessi, perché in modo del tutto miope ritengono che per stare bene sia sufficiente non danneggiarsi. Se l'atteggiamento è questo, è evidente che nella gerarchia dei valori l'assicurarsi prevalga sul soccorrersi, l'indisponibilità a offrirsi freni la spontaneità del bene. D'altra parte, ignorare l'esistenza degli altri, prescinderne, ci esonera dal dovere di dare risposte. Per non sentirsi colpevoli basta poter dire sempre e in ogni caso: "con questo io non c'entro!". Nelle società contemporanee avanzate, infatti, le colpe maggiori non riguardano tanto quel che si fa, ma quel che non si fa: il peccato corrente è l'omissione. Non assumersi responsabilità è il modo migliore per noi sentirsi mai colpevoli.

Si dirà: io ignoro gli altri? Ma quando mai! Infatti, un po' di beneficenza - che al di là di ogni buona intenzione è pur sempre una monetizzazione delle relazioni umane -, all'occasione, è un modo facile per scaricarsi la coscienza. Ben venga la beneficenza - sempre e in ogni caso - ma non la si faccia mai a discarico o in sostituzione, bensì come compimento, come un portare a perfezione la propria capacità di mettersi a disposizione. Anche a costo di personali rinunce.

E tuttavia a fronte delle indubbie e molteplici generosità gli uomini sfuggono innanzi alle proprie responsabilità. Quanti, infatti, si rendono conto di come e quanto i diversi stili di vita, i livelli di ricchezza, l'impiego distorto delle risorse, il modo ovvio e mai problematizzato di usarle pesino sui nostri reciproci destini. Assumere su di sé il peso degli altri consapevolmente non può dunque coincidere con la generosità dell'offrire - o nell'offrire quel che si può - ma piuttosto con il diuturno impegno perché si realizzi un mondo più giusto. Questo modo di atteggiarsi permetterebbe - perfino - di pensare la politica diversamente da quanto comunemente accade e renderebbe decisamente stonata la formula qualunquista: "sono tutti uguali". assunzione di responsabilità a causa della giustizia potrebbe essere per tutti una buona ragione per impegnarsi disinteressatamente in politica contro gli usi personalistici e arbitrari del potere. Ma - ci si chiede - se la politica nasce per mediare interessi come si potrà mai parlare, in essa, di disinteresse? È ingenuità o follia. Tuttavia la politica si giustifica se e solo se opera in vista dell'interesse generale: in questa luce, l'utopia del disinteresse si mostra più ragionevole di quanto non si pensi. Date queste premesse, chiara ne è la conseguenza: le società contemporanee diverranno società responsabili solo quando abbandoneranno la pratica diffusa dell'omissione, che le esonera formalmente dagli obblighi e permette loro la falsa coscienza: quella di sentirsi innocenti.

Alla responsabilità, però, non si sfugge perché non è cosa che si possa assumere a discrezione, ma è la realtà a imporla. L'altro nel suo puro esistere mi rende sempre e in ogni caso responsabile. Lo posso amare, aiutare, combattere, odiare: sempre e in ogni caso prendo posizione nei suoi confronti e non posso non prenderla. Quand'anche l'ignorassi sarei appunto responsabile di ignorarlo e sarei perciò nei suoi confronti sempre e inevitabilmente giusto o colpevole, mai neutrale. Il mio essere responsabile non dipende, dunque, da una mia decisione, ma è una mia condizione: è l'altro, per il fatto stesso di esistere, che mi impedisce di non esserlo. Tanto vale allora che ognuno assuma consapevolmente le proprie responsabilità. Da questo punto di vista la Bibbia è più che mai esemplare. Dopo che Caino ha ucciso il fratello Dio lo interroga con le note parole: "Dov'è Abele, tuo fratello?" Caino risponde: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?" (Gen., 4, 9). Caino si difende dichiarandosi irresponsabile. Ma egli responsabile lo è, e non tanto e non solo perché il fratello lo ha ucciso, ma perché non lo ha preso in custodia. Evidentemente se lo avesse preso in custodia, se se ne fosse reso responsabile non lo avrebbe mai ucciso. Essere responsabili di un altro non vuol dire affatto agire per suo conto - e meno che mai sostituire l'altro nella sua libertà - ma, al contrario, prendere la libertà dell'altro a misura della propria azione e del proprio limite. Questo sentirsi reciprocamente responsabili apre la strada al divenire vicendevolmente disponibili.

Ma accanto alla responsabilità verso gli altri vi è una responsabilità verso se stessi che coincide con l'assunzione consapevole della propria finitezza. Ognuno di noi ha una tentazione di autosufficienza e persino di onnipotenza. Questo ci spinge spesso a dimenticare la nostra natura finita, fino a pretendere di coincidere con l'assoluto. Ma questo è possibile solo se mettiamo tra parentesi la nostra natura temporale che ci rivela per un verso il nostro necessario dipendere, per l'altro il nostro originale agire: siamo insieme conseguenza e inizio, siamo tempo. Ora, non ci può essere mai un'assunzione autentica di responsabilità senza consapevolezza della nostra costitutiva temporalità. Proprio perché c'è tempo le nostre azioni hanno conseguenza: quel che facciamo oggi determina il nostro personale e comune domani. Quando agiamo spesse volte sbagliamo perché non misuriamo le conseguenze delle nostre azioni, ci facciamo conquistare dall'ebbrezza dell'istante, anzi ci abbandoniamo a esso proprio perché vogliamo liberarci da ogni passato e da ogni futuro: ci identifichiamo con il presente assoluto come fossimo Dio, ma siamo solo dei mancati e uomini falliti. Per liberarci dal peso del tempo cerchiamo vie di fuga artificiali, dalle droghe agli artifici mentali, alle finzioni dell'intelligenza: non la paziente conquista del tempo con il tempo, ma la ricerca della falsa eternità nel transitare dell'attimo. Quest'esonero dal proprio peso non è cosa d'eccezione, ma di vita corrente: è un delirio impalpabile e diffuso di onnipotenza che genera delusione, malessere, irrequietezza e che scaturisce dal fraintendimento del proprio essere, dalla perdita del senso di sé.

Assumere consapevolmente la propria finitezza significa sentirsi grati e in debito. Un debito che non si salda mai volgendosi indietro, ma nella sovrabbondanza del dono, nel trasmettere quel che si è ricevuto, nel generare ancora e di nuovo vita. In questo senso e per questa ragione dobbiamo sentirci responsabili del futuro e farci garanti perché sia migliore. Una responsabilità, così vissuta, sbocca in una superiore pietà, in un amore per la specie e, nel nostro caso, per la nostra umanità.

(Parole della filosofia o dell'arte di meditare, Feltrinelli 2004, pp. 137-140)

1 Di qui quella che Barcellona con una felice formula definisce "la singolarizzazione e il mito dell'autocreazione che dà luogo alla diffusione della violenza", cfr. P. Barcellona, Le passioni negate. Globalismo e diritti umani, Città Aperta, Troina 2001, pp. 45-52.