La formazione

della coscienza

Mariateresa Zattoni Gillini

 

Come essere guida alla coscienza


In qualità di genitori, di educatori, proviamo a dare parola ad un sogno. «Io trovo la vita bella e mi sento libera. Io sono una donna felice, canto le lodi di questa vita»: ciascuno di noi vorrebbe sentire il figlio/a pronunciare simili parole; anche se, con un doveroso sorriso, le percepiamo un po' troppo "giovanili". Ancora, la stessa ragazza: "... mi raccolgo in me stessa e questo me stessa, questo strato più profondo e più ricco che è dentro di me, dove mi raccolgo, lo chiamo Dio". Ora siamo stupefatti per la qualità di vita che si rivela in queste parole: eppure, non dovremo stupircene perché ciascuno di noi ha messo al mondo un figlio per la sua felicità, cioè l'eternità beata. Ma chi parla? Forse una monaca, una contemplativa, una che vive nel suo piccolo cielo? No, di certo. Sono parole di Etty Hillesum, giovane ebrea di 28 anni, dalla vita affettiva non certo "per bene" e nel bel mezzo delle persecuzioni naziste in Olanda. "Non posso farci niente. Proprio niente. Siamo noi a infliggerci la vera umiliazione" (Paul Lebeau, Etty Hillesum, Ed.Paoline, Milano 2000).

Ecco, abbiamo dato voce al nostro sogno, sogno di chi genera un figlio e continua a generarlo: e questo è un processo che un singolo genitore non può fare da solo, ha bisogno non solo dell'altro genitore, ma di tutta quella rete di genitori provvisori (non nel senso biecamente affettivo-sentimentale) che sono gli educatori, le guide spirituali, i genitori divergenti che la vita fornisce ai nostri figli. Continueremo perciò a dire genitore in questo senso del molteplice generare.

Questo genitore sogna che il figlio abbia una propria bussola, un proprio centro di gravità, per scomodare una parola di moda pochi decenni fa, una propria "resilienza", che lo "mantengano in vita" (nella vita vera) in ogni condizione si trovi a vivere, in ogni durezza debba affrontare, anche quella generata dai nostri molteplici egoismi. Un figlio "resiliente" alle ondate di nichilismo e di sospettoso disincanto con cui la nostra cultura adulta batte i fianchi della sua fragile nave. Parlare di un simile desiderio come di un sogno appare oggi quanto mai adeguato, poiché a tutti noi adulti appare sempre più chiaro che i nostri figli non sono che fragili imbarcazioni in un mondo ingovernabile.

Quale nome dare a simile fragilità (termine così caro e così depotenziato, quando parliamo dei nostri giovani)? Proviamo a delineare almeno due tratti: la visione frammentata di sé e del mondo e l'analfabetismo emotivo.

Figli dello zapping, del linguaggio dei messaggini, i nostri giovani sono perfetti navigatori nelle micro distanze, una "storia con uno/a" e magari un tentativo maldestro di relazione della durata di... due mesi! Sono totalmente immersi nel segmento-dato- subito ("come fai a non annoiarti in una paninoteca, stessa musica e stessi bla bla?", "si sta lì e basta"), consegnati a ciò che viene e come viene. Rannicchiarsi in un linguaggio mimetico significa anche non saper dire le proprie, individualissime emozioni: men che meno elaborarle. I nostri figli sono così consegnati ad un silenziatore-anestetizzatore emotivo ( spesso assicurato attraverso l'uso di stupefacenti) che consente loro soltanto "agiti" e cioè un minus di intelligenza emotiva che pagano spesso troppo cara.

Va da sé che il quadro suddetto è realistico ma non generalizzabile e, perfino, che in questi stessi tratti possono innescarsi delle novità "antropologiche" e cioè delle abilità al vivere che noi generazione adulta facciamo fatica a riconoscere. Ma tutto questo ha bisogno di una chiave irrinunciabile: la coscienza. Il sogno di cui abbiamo detto e che ciascun genitore ha diritto di ospitare passa attraverso lo snodo della coscienza. Se azzeriamo la coscienza, azzeriamo il nostro essere umani.

Se è così, non possiamo non porci tre domande: che cosa sia la coscienza, se noi adulti ancora ci crediamo o l'abbiamo relegata a strumento buono per vecchi mestieri e se sia possibile un accompagnamento alla formazione della coscienza che non sia né abbandono, né distorsione-possesso.

 

Quanto alla prima domanda


Diciamocelo, l'appello alla coscienza oggi assomiglia molto al "va’ dove ti porta il cuore" (magari debitamente aggiungendo che qui cuore non vuol dire sentimento-piacere, bensì decisione dell'io). Sembra che coscienza coincida pari pari con soggettività pura, con un fuggevole ed effimero "mondo interno", parola cara ai terapeuti per dire il teatro delle emozioni, dei sentimenti, dei "vissuti", espressione così di moda, per dire l'antico affezioni o affetti" nel senso di "percezioni-movimenti venuti da". Fino a che intendiamo coscienza come mondo interno iper-soggettivo, diamo dei buoni motivi ai nostri figli di essere analfabeti (o persino alexitimici, non solo incapaci di dire le emozioni, ma perfino di provarle!). Come potrà un "vissuto" venire a parola, essere identificato, essere messo in connessione se non ho un registro con cui interpretarlo? Sappiamo tutti che un'accozzaglia di lettere non è un libro: ed è proprio quello che accade i nostri figli; un'accozzaglia di emozioni non può essere "letta". E così dicasi del percepirsi in maniera frammentata: la continuità dell'io può essere esperita soltanto in base ad un valore, una "decisione giusta" (parola di Fromm) che muove la mia vita. Le sollecitazioni che vengono dal mondo esterno sono infinite: quali accoglierò e i quali scarterò? Verso dove mi sta orientando? Detto in termini esistenziali: trovo che "vale la pena"? Che cos'è che mi fa dire: sì, decido per, mi espongo, sto al fronte, per così dire; decido di essere "il capitano della mia anima" cioè dell’io che decide di non lasciarsi sommergere dalla quantità mostruosa (o dall'insignificanza, il che fa lo stesso) delle stimolazioni percepite?

Abbiamo dimenticato l'agostiniano in interiore homine abitat veritas, nell'io più intimo c'è una luce (per noi post moderni non la verità oggettiva delle cose, sic et simpliciter), nell'io più intimo mi aspetta un altro, un tu dialogante che mi parla di una norma, di un punto fermo, che organizza tutti gli altri, vi dà struttura, forma ed anche bellezza, visibile solo quando diamo spazio all'invisibile, al "è il cielo che sostiene la terra" (leit motiv dell'ultimo film su San Francesco); bellezza visibile quando cade la crosta dei miei opportunismi, del mio vivacchiare nei comodi compromessi, cioè quando percepisco che il mio vivere ha una meta. Sarebbe davvero straordinario celebrare la storia di come ciascuno di noi è pervenuto a questo altro, quale testata di ponte abbia gettato a questo "tu" per farsi trovare e in quali tra le infinite forme si è manifestato, nel mio concreto vivere, se ho voluto ascoltarlo.

«Io non posso evitare che la piazza di Brescia continui ad esistere, ma posso evitare di passarci», ha scritto Salina, quando il mostro divorante della tossicodipendenza stava per distruggerla totalmente; di questo “momento del tu” (espressione coniata da noi con tanti giovani) ci ha regalato un’immagine stupenda: «Sai, una mattina in un sogno strano, quei sogni che stanno tra il sonno e la veglia, mi è venuto un paragone pensando agli anni fatti da tossica e alla sieropositività di oggi: pensavo ad una scala, di cui ho salito i primi gradini volontariamente, e che poi si è trasformata in scala mobile, che mi trasportava senza che io mi opponessi, finché mi sono accorta che, finita la scala mobile, c’era solo un buco nero; e allora mi sono messa a correre in senso contrario».

E ancora: «Per me non si tratta di conoscere o no la scelta migliore, perché quante volte ho sbagliato scegliendo di sbagliare, ma si tratta di volontà nel volere il mio bene. Di volermi bene».

Forse per lei questo “momento del tu” ha assunto l'imperativo del "non farti del male"; per un altro può essere l'incontro con un atto d'amore gratuito e ecc.; forse per tutti può assumere la forma della reciprocità e cioè della relazione buona: vale la pena rispondere con amore (e non con lo sfruttamento per me) all'amore. E questo vale per il figlio: colgo la gratuità di un gesto nei miei genitori e, invece che riceverlo come un diritto, decido di ricambiarlo; ma vale anche per il genitore che coglie una proposta d'amore del figlio (dal "mamma, ti voglio benissimissimo!" come scriveva una piccola di 8 anni nei suoi bigliettini, Al "scusa se sono nato" dolorosissima voce di un bambino che nel nostro Proteggere il bambino tentiamo di capire); cioè ancora: "ti riconosco degno d'amore” implica il “sono degno d'amore”; e viceversa il "sono degno d'amore" può essere trovato solo nel "sei degno d'amore".


Quanto alla seconda domanda


Ma noi adulti che abbiamo la responsabilità di "venir prima" rispetto alle giovani generazioni crediamo alla coscienza o, sotto sotto, sospettiamo che sia passata di moda? Chissà perché, abbiamo tanta paura di essere "fuori moda": certi giovanilismi, certi comportamenti mimetici che rifanno il verso ai ragazzi hanno radice lì? Forse crediamo che, se siamo fuori moda, non ci ascoltino più. E ci sbagliamo: loro, i nostri figli, hanno bisogno di qualcosa che non passa, del coraggio di un punto fermo, di un muro (proprio questo dice la neuropsichiatra G.Ukmar in Se mi vuoi bene, dimmi di no, nel tentativo di guarire la "sindrome da onnipotenza infantile", sindrome letale sia per i figli potenti e infelici, sia per le famiglie). Hanno bisogno che noi adulti crediamo all’interiore homine, alla nostra coscienza.

Ma, nella nostra cultura narcisistica, noi siamo malati di bisogno di approvazione: è così che i genitori hanno sempre bisogno di farsi dare la pagella dai figli; quasi mai è un esplicito: «Dimmi che sono il miglior genitore che ti potesse capitare», ma spesso, troppo spesso, è un «Ti va bene così? sono proprio sicuro di farti contento? va bene come sto facendo?».

Oggi sono in molti a credere che questo bisogno ossessivo di approvazione (fino al "sono felice solo se tu sei felice"!) sia una forma di maltrattamento: poiché chiede al figlio di essere contemporaneamente figlio e non-figlio, cioè genitore del genitore, mentre è ancora in crescita (esempio: come per la scelta del castello di Kafka in una prima superiore!). Questi genitori che mettono i figli in una tale situazione di indecidibilità sono narcisisti, nel senso più profondo del termine: e cioè non si stimano, non si reputano degni d'amore, hanno bisogno dell'approvazione di un altro per stimarsi, usano l’altro come materiale per sé.

Ma perché mai non chiedono l'approvazione della propria coscienza (e non della propria presunta infallibilità)? Troppe pseudo conoscenze psicologiche (e culturali in senso lato) hanno ingenerato il sospetto che ogni valore del genitore poggi sulle sabbie mobili del proprio tornaconto, ogni richiesta morale pare più un appagamento del proprio punto di vista, del proprio modo di vivere che vuole imporre e non la richiesta disinteressata di rispondere alle istanze della coscienza. Il "figlio, va oggi a lavorare nella vigna" (Mt...) pare più un "accontentami",sii come ti voglio per me, va' a lavorare nella mia vigna, che un comando per il figlio. E Dio sa quanto ci sia bisogno di simili sospetti in una cultura di autolegittimazione, di eccesso di investimento sui figli per se stessi!

Ma non tutto può essere "buttato via" perché corrotto da simile sospetto, altrimenti è a portata di mano il rischio di buttar via proprio "la relazione buona", in forza della quale io ho deciso-scelto-voluto essere genitore (per così dire ho "adottato", sollevato sulle braccia il figlio, indipendentemente dai possibili "incidenti" intorno alla sua nascita sì, sono tuo padre; sì, sono tua madre).

Quanti di noi credono fermamente che l'"onora il padre e la madre" sia un bene, un dono ed un compito per i figli, cioè a favore dei figli? Il sospetto che sia l'ordine per un'autocelebrazione ha un solo modo per essere cancellato: che io stesso, in quanto figlio, onori mio padre mia madre. Quando la norma che mi fa luce nell'interiore homine non vale solo per l'altro, ma anzitutto per me, ogni sospetto è dileguato. Anche se ciò comporta la flessibilità della norma e cioè per stare al nostro esempio: la modalità che assume il mio (di figlio adulto) onorare i genitori, non è la stessa che chiedo ai miei figli nel loro crescere!

E siamo dunque al compito etico per eccellenza del genitore (ricordiamo che compito non è mai solo bieco dovere, ma anche dono, futuro, scelta): l'aiuto alla formazione della coscienza delle nuove generazioni. Tale aiuto è "compito" perché richiede un dono di fiducia: anche nella più deludente delle condizioni, io so figlio che tu hai la possibilità della coscienza (come quando la figlia anoressica dice non "io decido di non mangiare" poiché in questo caso è lei stessa decisa dalla protesta-rabbia-sfida anoressica; ma "decido di mangiare" per quanto difficile e impensabile possa essere, cioè decido per il sì alla mia vita; ogni terapeuta sa che se l'io non getta simile testata di ponte nella tempesta delle sue pulsioni, nessuna guarigione è possibile; e non importa se questo "decido" sia spesso autocontraddetto e debba essere ri-posto).

Il dono dell'appello alla coscienza significa che il genitore ha rispetto per il figlio, sa che dentro di lui c'è qualcosa di sacro ed inviolabile; questo dono coincide dunque con il concedergli un futuro, una perfettibilità (ben diverso dal desolante "sei la mia disgrazia", "non c'è più niente da fare!"). Ed è anche un comando, l'unico che può essere ab-soluto, non condizionato dalle mode: rientra in te stesso, lascia che la voce della tua coscienza ti parli, è ben diverso dal demoralizzante e qualunquista: "Ecco, fa' quello che vuoi". Ma, naturalmente, questo non è che una forma di apprendimento, come abbiamo cercato di mostrare: se il genitore sa che cosa significhi il ritiro buono nell'interno della propria coscienza, il figlio lo impara nella maniera più "naturale" per gli umani: per contagio, anche se con tempi e modi diversi.


Quanto alla terza domanda


C'è però uno specifico dello stare accanto alla formazione della coscienza del figlio in fase di crescita. Come cercheremo di mostrare, ciò coincide con la vittoria sull'egocentrismo... dell'adulto, con la sua capacità di saper stare, senza egocentriche interpretazioni, davanti al miracolo del nascere della coscienza.

Ci serviamo di una piccola storia vera che eleviamo metafora di questo passaggio dall'egocentrismo adulto allo stare con rispetto di fronte ai primi passi della coscienza.

La mamma aveva nascosto la sua provvista di chewing gum e di caramelle che "dosava", con soddisfazione di tutti, nei momenti importanti: se i bambini si erano comportati bene, se voleva sottolineare una ricorrenza particolare, ecc; ma quel dopo-cena che voleva festeggiare con una distribuzione gratuita di cicche e di caramelle, trovò un'amara sorpresa: la grande scatola era vuota. Chi era stato? Dopo un rapido consulto con papà, decise di dire con la maggior calma possibile, ai tre figli: «Se chi è stato a vuotare la scatola viene a raccontarcelo da solo, sarà sicuramente non punito, anzi festeggiato poiché ha lasciato "lavorare" la sua coscienza». Silenzio di tomba. Quella sera, tutti a letto senza lagne, anzi con una certa fretta. Finché venne l'ora anche per i genitori di spegnere della luce, con un po' di tristezza, perché nessuno si era fatto vivo. Di lì a poco, però, sulla porta la voce incerta del secondogenito Antonio di sette anni: «sono stato io...». I genitori accendono la luce e accolgono nel lettone il "pentito", gli fanno festa, lo rassicurano, si dicono orgogliosi di lui. «Anche se non è bene mangiarsi tutte quelle cicche e caramelle!», precisa mamma, tanto per ricordare che le trasgressioni non sono una bella cosa. «Ma io ho preso soltanto un pacchetto di cicche!», proclama Antonio a questo punto. È qui che i genitori sono al bivio, un reale bivio che "deciderà" se il bambino continuerà ad ascoltare la voce della coscienza, a credere in essa, a sottoporsi anche alla sua critica.

La prima strada del bivio può essere introdotta dalla delusione: «Allora ci stai prendendo in giro, eh! E com'è che la scatola vuota?! Chi vuoi imbrogliare? Fila nel tuo letto, e domani ti avrai il castigo che ti meriti...». Non facciamo fatica a comprendere le conseguenze di simile sfuriata; per dirla nella lingua di Antonio: "era meglio che stavo zitto...".

Antonio, cioè, può prendere la decisione della non-affidabilità dell'adulto: meglio non esporsi; e allora il lavorio della sua coscienza, e cioè della capacità di sentirsi soggetto delle proprie azioni, tende a diventare carsico, ad essere sottratto ad un confronto sereno, alle prove e riprove della vita e, perciò, inevitabilmente a buchi, con incertezze proprio nell'identità del sé, che è la base - come ben sappiamo - della coscienza in senso morale. Va da sé che questa coscienza carsica, che non può godere della fiducia (che dovrebbe essere in-condizionata, almeno fino alla fase pre-pubere) verso l'adulto può emergere nell'adolescenza con comportamenti a rischio, con atteggiamenti apparentemente in-coscienti («tiravo solo sassi dal cavalcavia, che male c'è?!») che sconvolgono gli adulti, i quali dichiarano, in tutta coscienza, di non capirli più questi ragazzi: come quella banda di ragazzi che, per gioco, svaligia appartamenti, lasciando di stucco i genitori "bene".

Per capire meglio ciò che succede nel bambino ci viene incontro la lezione di Piaget sullo sviluppo mentale del bambino, sviluppo che - ovviamente - è la base della coscienza. Inizia ora, intorno ai sette anni (ma la datazione è ovviamente consegnata alla qualità del milieu familiare!) il periodo operatorio concreto, in cui il bambino impara - per prove ed errori - a superare il dato percettivo immediato ed a tenere presenti variabili concrete che sono luminose solo per la mente, ma non per "ciò che si vede". Per metterla sul semplice: due file di dieci bottoni uguali possono essere disposti in corrispondenza uno a uno ed essere lunghe uguali, ma se faccio spazio tra i bottoni della prima fila in modo che essa appaia percettivamente più lunga, non per questo cambierà il numero dei bottoni. Quando il bambino inizia questo stadio, il suo orizzonte mentale si allarga e può sospettare ad esempio, la successione dei suoi atti come un continuum, dove è sempre lui ad agire, anche se in tempi diversi. Antonio, il bambino della nostra storia, ha ristretto, per il momento, la coscienza di sé alla coscienza dell'ultimo suo atto del prendere le cicche ed è assai probabilmente in buona fede nella sua autoaccusa. Ha soltanto bisogno di essere accompagnato a scoprire la continuità dei suoi atti.

Ciò chiede al genitore di essere usciti dal proprio egocentrismo e cioè dal vedere i dati solo dal proprio punto di vista. Se il genitore accusa il bambino di imbroglio, è come se dicesse: se io mi fossi comportato così e ammettessi ostinatamente di aver preso un solo pacchetto di cicche, lo farei per prendere in giro, per godermi lodi immeritate ecc. ecc. In altre parole, attribuirebbe le proprie intenzioni al bambino: il quale si sentirebbe legittimamente travisato.

Ma poniamo invece che, con molto rispetto, il genitore si ponga dal punto di vista del bambino: come mai egli viene ad ammettere spontaneamente la sua colpa e poi nega l'evidenza (per l'adulto, il fatto che la scatola è vuota, è la prova che lui l'ha vuotata!)? Bisogna sostare un momento con gratitudine e stupore davanti al nascere della coscienza: per arrivare alla stanza dei genitori, quando ormai è già buia, il piccolo deve aver fatto la sua lotta: da una parte voler farla franca, far finta che niente sia successo, dall'altra stare di fronte al fatto che il suo prendere le cicche di nascosto ha causato dolore alle persone che ama. Egli inizia a dire a se stesso: "sono stato io, ho fatto una cosa che non dovevo, ho fatto male" e allora mi espongo all'azione della fiducia: "la mia colpa non sarà così potente da azzerare l'amore dei miei genitori, posso fidarmi di loro, sapere che non mi arriveranno vendette spropositate; posso perfino pensare che rimedierò, comprerò altre cicche per tutti”. Tutti questi pensieri per il piccolo Antonio non sono, ovviamente, espliciti: egli si sente a disagio, e prova la spinta ad ammettere il suo errore, semplicemente. Ma in quel momento la visione della sua coscienza è assai ristretta, anche a causa della paura e della pena di aver fatto soffrire; ciò non toglie che la luce della sua coscienza lo accompagna sulla soglia della stanza buia. E, in un primo momento, tutto va secondo la sua speranza: Antonio si sente sollevato e felice.

Ma è giusto, a questo punto, che il genitore lo renda consapevole della continuità dei suoi atti? E magari gli chieda una riparazione? Certamente sì, a patto che egli venga accompagnato in una sorta di esplorazione: «si potrebbe scoprire dove hai nascosto tutte le cicche? - dice la mamma, con un po' di allegria - Quando le hai mangiate l'ultima volta? Ti ricordi dove hai infilato le carte?». Si può star sicuri che, con simile tono, il bambino si associa, quasi incuriosito. Fu così che Antonio indicò alla mamma l'ultimo cassetto dell'armadio, ma quando lo aprì, lo trovò pieno zeppo di carte. Le guardò con una certa meraviglia, quasi "oggettivandosi": «Ma le ho proprio mangiate tutte!». In questo caso, si può star sicuri che Antonio ha ricevuto una reale lezione di vita: e cioè sia morale che mentale, l'una non disgiunta dall'altra. La coscienza, infatti, nutre l'intelligenza ed a sua volta ne é nutrita: l'allargamento del campo percettivo va di pari passi con l'allargamento della coscienza, della stupenda capacità di dire "io", antecedente della responsabilità etica.

Naturalmente, i commenti distruttivi da parte dell'adulto non sono ammessi, del tipo «mi hai proprio deluso», «non me l'aspettavo», «sei un disgraziato», ecc. che non sono altro che improvvidi autorisarcimenti dell'adulto.

 

Un richiamo alla prudenza


Ma se il bambino nega anche di fronte all'evidenza (ad esempio di fronte al mucchio di carte di cicche)? Allora l'adulto deve diventare molto prudente: un simile no può avere almeno un significato che ci invita ad essere prudenti: "Non ce la faccio a reggere ciò che ho fatto, preferisco chiudere gli occhi". Naturalmente ben diversa è la negazione dell'adolescente, che - in tal caso - sa bene di star negando e sfida l'adulto in un "eroico" non abbassarsi, come a dichiarargli che egli non si merita nemmeno il sì all'evidenza.

L'ostinata negazione di un bambino ha ben altra marca: teme forse di destrutturarsi, di non saper far fronte ad un io così "cattivo"; in questo caso trovare un lato positivo della trasgressione (del tipo, “ma come hai fatto a trovare la scatola? Si può dire che hai davanti una carriera da detective!”), può aiutarlo molto. Oppure teme di azzerare l'amore dell'adulto, di non essere più accettato, amato, stimato; non è un caso che un bambino adottato tenti - almeno nei primi tempi dell'adozione - di negare (“se scoprono quanto sono cattivo, mi riportano indietro!”). Oppure ancora teme di ferire un adulto già sofferente e fragile (“non voglio dare a ma' un dispiacere, ne ha già tanti!”). Per questi ed altri motivi ancora, bisogna avere molto "rispetto" per un bambino di questa età che nega l'evidenza e cercare di rassicurarlo per altre vie.

Ma vi sono due grandi piloni per costruire la possente arcata della coscienza, che accompagnerà il bambino nella crescita: la coerenza della norma e la dignità della riparazione.

È intuitiva l'importanza della coerenza della norma, vera e propria bussola di orientamento: se per la stessa bugia l'adulto una volta minimizza, un'altra perfino ride in modo complice, ed un'altra ancora scatena la sua disapprovazione, il bambino ovviamente si disorienta. Se la "furbata" una volta è approvata (“hai fatto bene a negare davanti alla maestra”) ed un'altra è condannata come una vera e propria ingiuria (“non mi fai fesso, so che mi vuoi imbrogliare”), il bambino non ha un codice univoco e impara (meglio dell'adulto) ad adattare la norma ai propri bisogni, senza che qualcuno gli faccia da argine.

Ai fini dell'aiuto alla formazione della coscienza, è molto più valida una norma che ammette inventività, iniziativa, genialità e - come per ogni apprendimento - prove ed errori. E ciò soprattutto in ordine alla coscienza dell'adolescente, che metterà a dura prova la norma, soprattutto se è rigida e stereotipata (tutti dormono in pigiama, e se io dormissi vestito?). Poter vedere diverse applicazioni del principio, mette anche il figlio (specie se adolescente) in condizioni di destreggiarsi meglio in un mondo che relativizza i valori e crede di consegnarli al "cosa mi va di fare" in quel momento. Più egli ha imparato che ci sono diversi modi di dire sì al valore, più sarà in grado di discernere.

E siamo alla dignità della riparazione come indispensabile alla formazione della coscienza: un condono totale e assoluto da parte dell'adulto rischia di essere insopportabile e schiacciante quanto una condanna senza appello. Spieghiamoci con un piccolo esempio, raccontatoci da due genitori affidatari alle prese con un ragazzino di dieci anni irascibile, trasgressivo, violento. È sabato mattina, Luca per mostrare la sua volontà di non andare a scuola, prende a calci la porta dell'appartamento in modo così violento da lasciarvi il segno: un danno anche economico. Finalmente il padre riesce a caricarlo in auto ed a portarlo scuola; al suo ritorno, Luca vede i segni sulla porta e appare dispiaciuto. Appena dopo pranzo, con gli altri due figli, si va alle giostre come programmato. Luca, di nuovo, non vuole salire in auto ed il padre è di nuovo costretto a cacciarvelo con la forza: «adesso neanche alle giostre vuoi venire! Dopo che abbiamo anche perdonato il danno che hai fatto questa mattina!». Questi "capricci" il padre proprio non li capisce. E se il nostro Luca avesse sentito il bisogno confuso di riparare? Vuol fare soltanto il bastian contrario, o sente che non si merita le giostre? Forse, invece che essere magnanimi nel fargliela passare liscia, bastava dirgli: «Tu sali in auto perché non possiamo lasciarti a casa da solo, ma farai un solo giro in giostra: i soldi che risparmiamo serviranno come contributo per aggiustare la porta che hai rotto». Questo avrebbe offerto a Luca la dignità della riparazione: quello che hai fatto non è "niente", io non sono così potente da azzerare le conseguenze dei tuoi atti, poiché tu stai davanti a me come un tu autonomo, degno di stima e cioè capace, in qualche modo, di riparare (e non è questo il modo di perdonarci di Dio?).

Tutto questo sarebbe stato una guida alla coscienza: posso stare di fronte ai miei errori senza negarli, se qualcuno mi fa intravedere la strada per cui io possa, almeno un poco, porvi rimedio. Il confuso sentimento di disagio e di malessere di Luca avrebbe avuto un nome, cioè una guida per esprimersi.

Ma tutto questo non ha niente a che fare con il castigo, deciso in modo arbitrario ed estrinseco. Visto con i nostri occhi: per un dispetto fatto ad un compagno, tre pagine di operazioni ed equivalenze per castigo! Capolavoro: una madre fa fare "i conticini extra" come castigo per una disobbedienza! Ma che c'entrano l'utilità e la sensatezza da saper fare i calcoli con i dispetti e le disobbedienze?! Certi castighi hanno più sapore di vendette e di risarcimenti da parte dell'adulto: ed il bambino lo capisce benissimo. Ciò non forma ma deforma la sua coscienza: crede di aver "saldato il conto" o, peggio, di poter campare sulle penali e sui condoni.

Ma questo stare accanto al bambino come guida preziosa alla formazione della sua coscienza, cogliendone con stupore e con rispetto i primi segnali, chiede all'adulto la maturità della propria coscienza. Non chiede di non sbagliare, di aver sempre l'atteggiamento giusto al momento giusto: questa sarebbe la richiesta di una coscienza drogata di onnipotenza, mirante a salvaguardare se stessa piuttosto che l'altro. E che se ne fa mai un bambino di un genitore infallibile? Fa invece parte della maturità della coscienza il sapere prendere atto dei propri errori, il saper tornare indietro da essi, proprio grazie ad una sensata e realistica riparazione, i cui costi l'adulto impara pagare in proprio.

Ciò comporta che l’io adulto sia capace di amore e di speranza: senza queste spinte ogni tattica-strategia pedagogica è vuota, un bel meccanismo che lascia il figlio solo.

Amore e speranza, più che emozioni, sono progetti: indicano un futuro, un muoversi verso, senza lasciarsi incagliare da fallimenti e paure. Al limite, se la coscienza dell'adulto è capace di amore di speranza - per sé e per l'altro - non ha bisogno d'altro.

 

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