Per un’etica

della tolleranza

Giannino Piana


Nata in contesto laico come frutto della cultura illuminista, la tolleranza non ha avuto, all’inizio, piena cittadinanza nella tradizione morale cattolica. Il rifiuto della modernità da parte della chiesa è di fatto coinciso con la negazione delle libertà di pensiero, di coscienza e di religione, che sono alla base della dottrina della tolleranza.

Dietro tale negazione si annidavano senza dubbio anche delle buone ragioni. La matrice individualista e soggettivistica da cui la tolleranza traeva origine rappresentava un forte pericolo per l’affermazione della verità oggettiva, e finiva per favorire lo sviluppo di atteggiamenti irenici improntati all’agnosticismo e all’indifferentismo religioso ed etico. D’altra parte, il prevalere di motivazioni utilitariste riduceva la tolleranza a mera concessione negativa, fondata su esigenze di ordine politico e non sui diritti della persona, mentre la netta distinzione tra pubblico e privato si traduceva nella considerazione della religione come affare puramente privato, destituendola di qualsiasi valenza sociale.

Ma la rigida ostilità, e in seguito la diffidenza, della chiesa erano anche il frutto di una posizione intransigente e autoritaria, preoccupata di salvaguardare a tutti i costi la purezza dottrinale e disattenta nei confronti delle istanze della coscienza e della sua maturazione personale. Solo dopo il Vaticano II il clima è radicalmente cambiato, al punto che la tolleranza è oggi considerata all’interno del mondo cattolico non solo come un fondamentale imperativo etico dettato dal rispetto dell’assoluta dignità della persona, ma anche come una condizione essenziale per una corretta ricerca della verità.

1. L’importanza della tolleranza nell’attuale contesto socio-culturale

A provocare questa svolta hanno senz’altro concorso numerosi fattori di ordine sociale e culturale. Il consolidarsi dei sistemi democratici e il farsi strada del pluralismo in tutti gli ambiti dell’esperienza umana provocano la necessità di dar corso a comportamenti ispirati al confronto e al dialogo nel pieno rispetto delle diversità. La centralità assegnata al soggetto e il riconoscimento della sua unicità e irripetibilità spingono nella direzione della concreta tutela dei suoi diritti, attraverso la creazione di strutture che siano sempre più al servizio della loro effettiva promozione. La tolleranza non è più concepita come un’esigenza imposta da situazioni di fatto, una sorta di male minore necessario, ma come un valore positivo che consente il pieno dispiegarsi della vita personale e il reale articolarsi della democrazia.

L’attualità di questo valore è oggi poi accentuata dall’emergere di un contesto sociale multiculturale e multireligioso. La caduta delle distanze fisico-geografiche determina una crescente interdipendenza tra gli uomini e tra i popoli, favorita anche dall’ampliarsi dei mezzi di comunicazione sociale, mentre l’intrecciarsi dei flussi migratori fa sì che convivano sullo stesso territorio tradizioni culturali e religiose diverse che interagiscono tra loro. Al dilatarsi dell’area dello scambio sociale si accompagna in tal modo il confronto diretto con visioni del mondo e della vita che devono, in qualche modo, entrare tra loro in dialogo se si vogliono evitare lacerazioni e conflitti insanabili. L’esigenza del reciproco rispetto e l’attivazione di forme di scambio, che garantiscano un vicendevole arricchimento, appaiono pertanto ineludibili.

Ma le difficoltà di dare concretamente spazio a questi comportamenti non sono certo poche e irrilevanti. La tendenza all’universalità, che si manifesta decisamente sul piano strutturale come esito dei processi di unificazione del mondo, si scontra con l’affermarsi, sul piano culturale, di spinte particolaristiche, tanto a livello civile che religioso, che sono in parte espressione di una giustificata reazione nei confronti di pesanti fenomeni di massificazione e di omologazione. L’avanzare di un universalismo appiattente, che penalizza le culture deboli e le subculture locali, alimenta atteggiamenti difensivi di arroccamento e di chiusure, che imboccano la strada dei settarismi etnici e dei fondamentalismi religiosi e che concorrono a disgregare il tessuto sociale.

La paura di perdere la propria identità, specialmente quando si percepisce che essa è troppo fragile per resistere all’urto delle trasformazioni in corso, conduce a dare l’ostracismo a qualsiasi forma di diversità, considerata come realtà del tutto negativa. Lungi dall’essere avvertita come un potenziale arricchimento dell’identità mediante l’assunzione e l’integrazione di altri elementi, la diversità è piuttosto sentita come un attentato nei confronti della propria specificità e proprio per questo motivo radicalmente respinta. La condizione postmoderna, caratterizzata dalla moltiplicazione delle appartenenze e dall’accentuarsi dei fenomeni di differenziazione, crea d’altronde stati di insicurezza psicologica difficilmente sopportabili. La complessità sociale è fonte di disagio esistenziale, che si tende a superare attraverso forme di semplificazione della realtà, le quali si esprimono in posizioni rigide e totalizzanti e in aggregazioni compatte ed escludenti.

La necessità di una sempre maggiore tolleranza si intreccia pertanto con l’affiorare di modelli comportamentali di segno opposto, che accentuano le contrapposizioni e provocano il dilagare di tensioni radicali fino a giustificare l’esercizio della violenza. La possibilità di fuoriuscire da questa situazione per restituire alla vita sociale uno sviluppo ordinato e pacifico è dunque legata alla produzione di un’etica, che favorisca lo sviluppo di processi di comunicazione allargata, cioè di vero interscambio culturale e religioso. Un’etica che evidenzi le potenzialità insite nelle varie espressioni di diversità e le faccia entrare tra loro in un rapporto dialogico finalizzato a creare le condizioni per una feconda convivenza.

2. La tolleranza come dimensione costitutiva dell’etica

L’elaborazione di un modello etico adeguato a questo compito implica anzitutto una riflessione di fondo sulla struttura dell’agire morale. Lo statuto epistemologico dell’etica fa di essa una disciplina che è, di sua natura, impegnata a fornire mediazioni concrete tra i valori e la realtà. Si può, in un certo senso, dire che la tolleranza come moderazione applicativa appartiene costitutivamente all’impianto dell’etica, in quanto ne definisce la funzione e il campo di azione.

Si deve tuttavia riconoscere che questo ruolo di mediazione non è sempre stato (e non è talora ancor oggi) adeguatamente assolto dalla proposta etica cristiana così come viene formulata. Il paradigma spesso prevalente, almeno nelle posizioni ufficiali, è infatti incentrato su una sorta di dualismo tra un’assoluta intransigenza sui princìpi e l’esercizio di una misericordia illimitata sul terreno della prassi pastorale. Il che determina una divaricazione insanabile tra valori e situazioni esistenziali, con il pericolo di dar vita ad una coscienza schizofrenica, che oscilla tra stati di colpevolizzazione indebita e adeguamento passivo alla realtà in senso minimalista e deresponsabilizzante. La rigida e astratta riproposizione dei princìpi, senza alcuna mediazione, fa sì che i vissuti reali si sviluppino in senso diametralmente opposto – si pensi soltanto al campo della sessualità dove la frattura è particolarmente evidente –, con l’inevitabile conseguenza di una crescita di disaffezione o di un aperto rifiuto nei confronti dei valori, in quanto giudicati impraticabili.

Alla base di questo dualismo vi è, da un lato, una sostanziale disattenzione verso la complessità delle situazioni umane, nelle quali si danno spesso conflitti di valori (o di doveri) e, dall’altro, una insufficiente percezione delle condizioni soggettive, legate alla diversità delle possibilità umane e delle vocazioni personali. Ma forse, ancor più radicalmente, ciò che sembra sottostare a questa visione è una forma di mitizzazione dell’onnipotenza soggettiva, che non fa correttamente spazio al limite umano dovuto alla condizione creaturale e dimentica la presenza del mistero del male come componente essenziale della storia dell’umanità e del mondo. Si finisce così per rinnegare l’identità stessa dell’etica, che affonda le sue radici in una ragione pratica e storica (non perciò astratta e metafisica), ed è conseguentemente caratterizzata dalla ricerca del bene possibile (e persino talvolta del minor male) nel vivo delle situazioni umane storiche e personali.

La mera proclamazione dei princìpi non basta, anzi diviene del tutto improduttiva se non è contrassegnata dallo sforzo di incarnarli concretamente in indicazioni operative vivibili, che ne rendano trasparente l’efficacia per dare risposta alle domande poste all’uomo dagli ambiti reali nei quali si svolge la sua esistenza. È come dire che l’etica non può sfuggire all’istanza normativa, che costituisce il momento necessario di codificazione dei valori in relazione alla complessità dei vissuti umani. La consapevolezza che le norme hanno sempre un carattere limitato e provvisorio, che, in altri termini, non esauriscono tutta la ricchezza dei valori e rappresentano semplicemente il tentativo di una loro traduzione concreta in rapporto ad un contesto storico circoscritto, non deve farci dimenticare l’importanza decisiva che esse rivestono per il corretto articolarsi della condotta umana. L’etica è, per definizione, scienza normativa dei comportamenti, guidata dalla preoccupazione di fornire all’uomo orientamenti precisi per valutare le proprie scelte e orientarle al bene. L’acquisizione di una vera responsabilità morale implica senza dubbio una seria formazione della coscienza, caratterizzata dall’assimilazione profonda dei valori, così da farli diventare habitus personali che guidano l’uomo alla ricerca di ciò che è buono; ma esige, nel contempo, la formulazione di indicazioni normative che consentano di discernere ciò che è giusto (o retto) nel quadro delle situazioni umane reali.

Il modello al quale l’etica deve ispirarsi è, in definitiva, quello del "compromesso" da non intendere come rinuncia a far valere la forza dei valori e tanto meno come rinnegamento dell’importanza che possiedono le attitudini virtuose del soggetto, ma piuttosto come capacità di compromettersi seriamente con la realtà per fornire soluzioni plausibili alle esigenze del momento storico e alle possibilità effettive delle persone. La tolleranza diviene in tal senso una dimensione essenziale dello strutturarsi dell’etica, perché favorisce la produzione di comportamenti e di stili di vita che interpretano i valori in situazione e danno all’uomo la capacità di incarnarli efficacemente nelle proprie scelte esistenziali.

3. La tolleranza come atteggiamento etico fondamentale

Ma la tolleranza non è soltanto un dato che inerisce all’impianto formale del fatto etico; è anche (e soprattutto) un contenuto fondamentale dell’agire morale. Se infatti la funzione dell’etica è, in primo luogo, quella di normare i comportamenti per promuovere autenticamente le relazioni umane, appare evidente la centralità che in essa assume il rispetto dell’altro e della sua inestimabile dignità, nonché la tutela dei suoi diritti, primo fra tutti quello della libertà di espressione nei diversi campi della conoscenza e dell’esperienza umana.

A rendere ancor più urgente l’assunzione di questi comportamenti concorre oggi, in misura determinante, l’esistenza di un pluralismo diffuso che si estende anche al terreno dell’etica, dando vita a una molteplicità di sistemi di valori sempre più differenziati e talora persino tra loro incompatibili. Le spinte soggettiviste e relativiste, frutto di una cultura individualistica e di un pensiero radicalmente antimetafisico, sembrano vanificare la possibilità di rintracciare valori comuni sui quali costruire la convivenza umana. La perdita di "evidenze etiche", fino a ieri universalmente riconosciute al di là delle differenze ideologiche e culturali, porta con sé la tentazione di ridurre l’etica (di fatto annullandola) alla pura individuazione di "regole del gioco" elaborate in prospettiva contrattualista e utilitarista. La ragione, in base alla quale venivano costruiti in passato percorsi etici condivisi, lascia sempre più il posto alle ragioni, cioè ad una pluralità frammentata di concezioni dell’uomo e del mondo spesso divaricanti, che riflettono l’estrema varietà delle esperienze sociali e culturali. Il conflitto tra etica laica ed etica cristiana non riguarda soltanto il livello fondativo, ma si riflette anche a livello normativo. Risulta sempre meno vero ciò che, a suo tempo, giustamente osservava J. Maritain in un contesto diverso, che cioè è possibile trovare, al di là delle profonde diversità di fondazione dei valori, una forte convergenza sul terreno della prassi. Il riconoscimento di valori comuni sul piano formale è solo apparente: molto forte appare infatti la differenziazione quando si scende a determinarne i contenuti reali e soprattutto quando ci si sforza di collocarli in una precisa scala gerarchica.

L’assenza di un tessuto sociale omogeneo, che dà origine ad una comunanza di tradizioni e di costumi, si risolve nella stessa impossibilità di parlare di "etica laica", poiché esistono di fatto più etiche laiche, incentrate su presupposti diversi e talora in opposizione tra loro. A sua volta, il fenomeno già ricordato della multiculturalità e della multireligiosità rende ancora più complessa la ricerca di un terreno comune in cui radicare comportamenti che garantiscano la crescita positiva delle relazioni umane e sociali. L’impatto con mondi diversi, da cui discendono concezioni etiche del tutto disomogenee rispetto a quelle presenti sul territorio in cui si vive, moltiplica il disagio, determinando irrigidimenti e preclusioni o producendo inversamente scetticismo e qualunquismo. La tolleranza assume, in questo quadro, il significato di un’istanza etica irrinunciabile, soprattutto se essa non viene concepita come semplice accoglienza passiva delle diversità, ma come condizione per lo sviluppo di forme di comunicazione che favoriscano un reale interscambio tra i singoli e tra le culture. Comunicare in senso autentico è oggi un fondamentale imperativo etico (forse il più fondamentale) in un mondo nel quale, paradossalmente, all’incremento quantitativo delle possibilità di comunicazione, che hanno trasformato l’universo in un "piccolo villaggio", si accompagna in realtà una profonda dequalificazione della comunicazione, che ha come esito l’alienazione dell’uomo.

La vera tolleranza nasce dalla consapevolezza del limite delle proprie posizioni, e perciò dalla convinzione della necessità di ampliare i propri orizzonti di conoscenza e di interpretazione della realtà mediante il confronto con le posizioni degli altri. Essa presuppone l’abbandono di atteggiamenti integralisti e totalizzanti, in ragione del rispetto della persona – di ogni persona – e ancor più in ragione del bisogno che si avverte dell’altro e dell’esigenza di fondere prospettive diverse di comprensione del senso per accedere ad una verità più grande. Questo non può ovviamente significare rinuncia alla propria identità, che va accuratamente salvaguardata – la difficoltà del confronto è spesso provocata dalla presenza di identità deboli che proprio per questo oppongono un’inconscia resistenza a mettersi in gioco –; significa invece disponibilità ad interagire con identità diverse, integrando la propria identità con elementi nuovi provenienti dagli altri.

Ma l’attivazione di processi comunicativi, che garantiscano il rispetto del pluralismo e la possibilità di convergere attorno a punti di incontro comuni, è soprattutto legata all’ammissione dell’esistenza, al di là delle diversità culturali, di una humanitas che unisce gli uomini tra loro e costituisce il background da cui partire per ogni forma di dialogo costruttivo. Diventa, in altri termini, indispensabile fare appello ad un dato transculturale, che, lungi dal rinnegare la molteplicità e la ricchezza delle diverse culture, è piuttosto il presupposto necessario per l’articolarsi di un fecondo dialogo tra esse. Dal riconoscimento di questo dato discende infatti la possibilità, anche sul terreno etico, di intraprendere dal basso un cammino che conduca dalle ragioni alla ragione, dal particolare all’universale, evitando tanto il rischio di un particolarismo chiuso e improduttivo quanto quello, non meno grave, di un universalismo omologante. Particolare e universale non appaiono, in questa ottica, come realtà antitetiche, ma come momenti essenziali di un processo dialettico, che, correttamente gestito, dà luogo ad un reciproco riconoscimento e ad un mutuo arricchimento.

La tolleranza deve pertanto incarnarsi concretamente in un’etica della comunicazione, capace di alimentare forme di collaborazione tra singoli e culture mosse dall’obiettivo di una vera integrazione vicendevole e dalla ricerca di assetti di convivenza ordinata e costruttiva tra gli uomini.

4. Il superamento della tradizione liberale

È di per sé già evidente, da quanto fin qui detto, che l’autentica tolleranza è, di sua natura, aperta ad un costante inveramento di se stessa nella direzione di un ampliamento dei suoi significati e dei suoi contenuti. Essa non può svilupparsi soltanto sul terreno negativo della mera constatazione dell’esistenza delle diversità e non può essere motivata da ragioni puramente utilitariste; ma implica, più profondamente, il superamento di una visione individualistica dell’uomo per fare propria una concezione relazionale e sociale, e comporta l’accertamento di una comune natura come premessa essenziale per la promozione del confronto interumano.

È vero tuttavia che il concetto di tolleranza sembra esprimere – e la derivazione etimologica del termine lo conferma – più un atteggiamento di sopportazione passiva della diversità, come dato ineluttabile con cui occorre fare i conti, che un atteggiamento positivo di presa di coscienza del suo valore, e dunque di dialogo fecondo con essa. Come è vero, d’altronde, che l’humus culturale nel quale in Occidente è nata e si è sviluppata – quello della tradizione liberale – ha decisamente concorso a radicalizzarne tali aspetti, muovendo da una visione del tutto individualistica dell’uomo. La tolleranza, così concepita, è dunque insufficiente da sola a determinare la nascita di esperienze di reale confronto tra le persone e di vera interculturalità, sia nei rapporti tra i popoli che fra tradizioni diverse presenti sullo stesso territorio.

Il superamento di questa lettura riduttiva si è tuttavia, in qualche modo, già realizzato, almeno sul piano sociale, nell’ambito della riflessione sui diritti umani. Il passaggio dai diritti di libertà, astrattamente proclamati per tutti ma in realtà appannaggio solo di chi era in grado di farli valere, ai diritti di giustizia o diritti economico-sociali, che sono alla base della costruzione dello stato sociale, è l’indice del riconoscimento di un’effettiva uguaglianza e di un’originaria solidarietà tra gli uomini, che deve essere attivamente promossa anche attraverso l’intervento delle istituzioni pubbliche. La dignità assoluta di cui ogni persona è rivestita esige la creazione di condizioni, anche economiche, perché possa dare pieno compimento alle proprie potenzialità.

Ma l’oltrepassamento di una forma puramente negativa di tolleranza implica anche (e soprattutto) attenzione alla singolarità di ogni persona e al patrimonio di valori spirituali di cui è portatrice, e comporta la consapevolezza che solo nella relazione all’altro la persona si realizza per quello che è. Questo significa, in altre parole, l’ammissione che il "mistero" che qualifica ogni persona umana non è solo realtà da rispettare, ma fonte di vera ricchezza per l’altro, perché soltanto attraverso un comune cammino è possibile avvicinarsi, per gradi e con approssimazione, a quella verità che non può essere tranquillo ed esaustivo possesso di nessuno, ma dalla quale si è sempre parzialmente posseduti e alla quale occorre tendere come verso una meta che sta permanentemente davanti e oltre.

D’altra parte, il limite di una concezione individualistica della tolleranza risulta ancor più evidente di fronte ai problemi posti dall’odierna situazione multiculturale. Il privilegiamento della dignità del singolo, astrattamente considerato, scorporato cioè dal contesto culturale e religioso cui appartiene, non permette di interpretare le nuove questioni derivanti dalla domanda di gruppi e di culture minoritarie di avere riconoscimento pubblico, di acquisire cioè diritto di cittadinanza nell’ambito della realtà sociale. Il principio individualistico tende infatti, di sua natura, a mettere tra parentesi le differenze per fare riferimento esclusivamente alle persone in quanto persone, dimenticando l’enorme rilevanza che hanno invece le diversità etniche, culturali e religiose nella stessa definizione dell’identità personale e nella creazione di reali opportunità per il suo sviluppo.

La marcata distinzione (e persino separazione) tra pubblico e privato, che soggiace a questo modello, lascia intatte le asimmetrie sociali esistenti tra le culture ed è causa di pesanti diseguaglianze e discriminazioni tra esse, con inevitabili ricadute negative sugli individui, soprattutto su quelli appartenenti alle aree più marginali. La rilevanza assunta ai nostri giorni dalle differenze collettive e la rivendicazione di visibilità di gruppi e di tradizioni culturali minoritarie rivela l’inadeguatezza delle teorie liberali ed evidenzia l’esigenza di fare spazio non solo al pluralismo dei valori e delle idee, ma anche a quello delle identità collettive. L’autonomia soggettiva e la libertà di coscienza sono insufficienti ad assicurare quell’uguaglianza di rispetto che esige per diventare effettiva l’offerta di pari opportunità, superando il principio di neutralità e di imparzialità.

La vera tolleranza pluralista comporta dunque il passaggio dai diritti del singolo ai diritti dei gruppi e delle culture, con particolare attenzione ai soggetti sociali più deboli ai quali va garantita una speciale protezione. Questo processo, che riveste sempre maggiore importanza, va senza dubbio gestito con oculatezza: non tutte le differenze sono infatti parimenti accettabili, ma solo quelle compatibili con il rispetto delle regole democratiche e con la leale accettazione delle istituzioni pubbliche e delle tradizioni culturali presenti sul territorio. Si tratta, in altri termini, di dar vita ad un sistema che armonizzi, al proprio interno, l’esigenza di inclusione collettiva e pubblica delle differenze culturali, senza venir meno per questo all’identità delle tradizioni storico-geografiche che configurano l’habitat originario, anzi promuovendo una reale integrazione delle nuove culture in esso.

5. Oltre la tolleranza?

L’etica della tolleranza non può non tener conto dell’ambivalenza propria di tale categoria: ambivalenza che ha, di volta in volta, prodotto sul piano storico modalità di lettura diversa dei suoi contenuti, oscillando tra la sua riduzione negativa a debolezza, compiacenza e indifferenza e la sua positiva interpretazione come via per l’apertura al dialogo tra le diversità nel segno di una loro piena valorizzazione. È evidente che, a seconda che si assuma l’una o l’altra concezione, la tolleranza diventa un disvalore da rifiutare o invece una virtù a partire dalla quale si perviene alla reciproca comunicazione e comprensione tra i singoli e le culture, gettando le basi per lo sviluppo di una ordinata convivenza civile. La possibilità che si attui questa seconda ipotesi è legata – come si è detto – al ricupero della struttura relazionale (e non individualistica) dell’umano e al riconoscimento della necessità di trascendere la diversità delle culture per fare appello ad alcuni dati transculturali, che rendono possibile l’interscambio tra esse.

Questo implica l’esigenza di andare oltre la tolleranza? Si può forse rispondere con un no e con un sì: con un no, se con ciò si intende la possibilità di un suo scavalcamento, che metta radicalmente in gioco il rispetto formale dei presupposti da cui essa è nata; con un sì, se di essa si dà un’interpretazione puramente storica, attenendosi alla sua formulazione originaria – quella liberale e illuministica per intenderci – senza riempirla di nuovi contenuti esigiti dai contesti culturali che sono venuti man mano sviluppandosi e, più in generale, dall’impegno a costruire una democrazia compiuta. La tolleranza costituisce un elemento imprescindibile, da cui è doveroso partire per dar vita a forme di reciprocità interpersonale autentiche e consentire lo sviluppo di rapporti veri tra le culture e tra i popoli. Ma essa ha bisogno, per potersi pienamente attuare, di un humus di valori comuni, che consentano di interpretare correttamente la complessità dei processi umani e sociali, evitando tanto la tentazione di negare le diversità quanto quella opposta di radicalizzarle, vanificando in ambedue i casi ogni esperienza di vera comunicazione umana. Solo così è infatti possibile, soprattutto nell’attuale congiuntura storica, dar corso a modalità di convivenza caratterizzate da un confronto allargato e insieme dalla ricerca di un’universalità, che non viene dalla mortificazione o dalla decurtazione delle differenze, ma dalla loro esaltazione e dalla costante tensione a convergere verso una superiore unità.

 

Sommario

L’etica della tolleranza è qui tratteggiata a partire dalla considerazione della sua grande attualità nell’odierno contesto socio-culturale. Il consolidarsi dei sistemi democratici e del pluralismo ideologico e sociale, da un lato, e l’emergere dei fenomeni della multiculturalità e della multireligiosità, dall’altro, esigono la produzione di un’etica che favorisca lo sviluppo di processi di comunicazione e di interscambio sempre più allargati.

La tolleranza è anzitutto considerata come una dimensione costitutiva dell’etica, in quanto disciplina impegnata a fornire mediazioni concrete tra i valori e la realtà, che determinino l’assunzione di un’autentica responsabilità personale e sociale. Ma essa è soprattutto concepita come un contenuto fondamentale dell’etica, poiché dal suo alveo scaturiscono atteggiamenti e comportamenti ispirati al rispetto dell’altro e dei suoi diritti e alla ricerca di forme di collaborazione tra i singoli e le culture nel segno di una reciproca integrazione e di un mutuo arricchimento.

La possibilità di dar vita ad una prassi di vera tolleranza nell’attuale congiuntura storico-sociale è tuttavia legata al superamento della concezione individualista dell’uomo, propria della tradizione liberale, per fare spazio al riconoscimento pubblico delle differenze culturali conferendo ad esse diritto di cittadinanza nell’ambito della realtà sociale. La tolleranza è, in definitiva, un valore che ha bisogno, per potersi adeguatamente sviluppare, dell’identificazione di contenuti etici comuni, fondati sulla natura universale dell’uomo. Solo a questa condizione è infatti possibile evitare tanto la tentazione di negare le diversità quanto quella opposta di radicalizzarle, vanificando in ambedue i casi ogni possibile comunicazione umana.

NOTA BIBLIOGRAFICA

J.R. Faye, Tolleranza/intolleranza, in Enciclopedia, 14, Einaudi, Torino 1981, 292-317; J. Habermas, Etica del discorso, Laterza, Bari 1989; Idem, Teoria della morale, Laterza, Bari 1994; S. Mosso, Tolleranza e pluralismo, NDTM, San Paolo, Cinisello Balsamo 19943, 1372-1383; W. Post, Tolleranza, in Sacramentum mundi, 8, Brescia 1977, 364-378.