Quando dico libertà...

Franco Giulio Brambilla


Il linguaggio della libertà è il più diffuso. Eppure è il più equivoco: sono libero ... , lasciami libero di ... , ho diritto di essere libero... E le libertà moderne sono insindacabilmente protette: libertà di pensiero, di espressione, di religione, di scelta, di voto, di iniziativa, di stampa, di associazione, di manifestazione, e così via cantando. La libertà sembra essere la cifra e il diritto fondamentale della coscienza moderna. La sua versione postmodema si allarga all'affermazione della libertà del vissuto, alla custodia della privacy, all'espansione quasi cancerosa del libero sentire come unità di misura del mondo. Si è più attenti al "vissuto" che alla "vita" che ci viene incontro. Il sentire e il sentirsi è il nuovo paesaggio della libertà. Come tutti i termini che finiscono in ... tà, quali verità, sincerità, dignità, umanità, ecc., appartiene alle parole "solenni": fra tutte è quella che sembra riassumerle in una. Al prezzo della libertà niente si può fare, con essa nulla si può barattare, per essa si è disposti a sacrificare tutto, come dice il sommo poeta: “Libertà vo cercando ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”!
La libertà, dunque, dice la cifra sintetica dell'umano, eppure anche ad un'osservazione superficiale ci si accorge come non c'è identità tra uomo e libertà. Un uomo e una donna sentono la libertà come la radice inalienabile del proprio essere e del proprio agire e, insieme, vedono che l'essere e l'agire costruiscono la libertà, ch'essa si presenta dinanzi a loro come un compito, anzi come il luogo e l'esperienza con la quale mentre accolgono la vita come un bene promettente decidono del proprio destino e di sé stessi. La libertà ha una chiara connotazione morale e religiosa e, ultimamente, ha a che fare con la questione dell'identità personale. Mentre l'uomo decide per il bene e per la sua figura trascendente, decide anche di sé. Per sottrarci, dunque, ad un linguaggio dispersivo e generico possiamo "dire la libertà", e "dirci mediante la libertà", solo "se ci decidiamo liberamente" di fronte alla verità. Per far intuire questo possiamo articolare questa nostra breve fenomenologia della libertà attraversi tre passi: lo sfondo del discorso attuale della libertà; i linguaggi della libertà, la destinazione della libertà.

Lo sfondo del discorso attuale della libertà

Lo sfondo del discorso attuale della libertà si colloca nella coscienza di sé manifestata dall'uomo della nostra epoca. Tale coscienza è caratterizzata da molte certezze, che sembrano però librarsi su di una sostanziale incertezza. Nella tradizione religiosa e civile dell'Occidente, fino al periodo moderno, la risposta alla domanda «Chi è l'uomo? In che senso egli è libero?» aveva una risposta sicura, anche se poi la sua spiegazione si esprimeva in teorie diverse: l'uomo è creatura di Dio, la più grande delle sue creature, perché posta al vertice della creazione. Posto in un universo più grande di lui, l'uomo è ad un tempo rispecchiato nel cosmo che gli offre le coordinate essenziali della vita e di cui costituisce il coronamento (l'uomo microcosmo). Composto di anima e di corpo, dotato di conoscenza e di libertà, immortale per la sua spiritualità, tutto ciò costituiva una vocazione e un compito: quello di realizzare liberamente la chiamata divina nella vita terrena per trovare la beatitudine nell'altra. Si noti che questa visione, prima di essere una dottrina, una teoria, era un quadro di vita, di leggi, di comportamenti, di consuetudini che si riflettevano nel grande sistema della natura e che si esprimevano in simboli parlanti alla coscienza dell'uomo, che in qualche modo definivano il posto dell'uomo nel mondo. L'uomo scopriva così la sua identità, il suo «io» riflettendosi nel mondo, un mondo che trovava già ritrascritto nel contesto sociale, nella patria, nella chiesa, nel suo ceto di appartenenza e che prefigurava una serie di comportamenti precedenti la sua nascita. La sua educazione costituiva una sorta di apprendimento che lo abilitava ad entrare nel linguaggio e ad assumere l'ethos del gruppo. La sua libertà trovava quasi naturalmente spazio nella casa del mondo e nelle sue sicure rappresentazioni nella chiesa, nella società e nella cultura. Tutto ciò costituiva la grammatica per il suo libero dire e dirsi nel mondo della vita.
Caratteristica invece dell'uomo moderno è la fine di questa mentalità cosmologica: di una mentalità, cioè, dove è in primo piano il mondo, una realtà precedente in cui l'uomo nasce e cresce, dove è privilegiato il tutto rispetto alla parte - l'uomo appunto - che di questo mondo risulta essere un frammento, anche se quello più importante, perché dotato di intelligenza e libertà. Nel Moderno si parte da un punto di vista nuovo: l'uomo perde la cornice nella quale definiva se stesso; l'uomo cerca la sua identità a partire solo da se stesso, si colloca in una visione antropocentrica. La sua esperienza della libertà è quella di un promontorio barcollante sull'abisso. Se facciamo appello all'esperienza odierna dell'uomo ci accorgiamo che l'ambiente, il contesto sociale, le sue regole, le sue leggi, i suoi riti, non riflettono un'immagine precisa per l'uomo. E, dunque, neppure un compito affidabile per la sua libertà. Il mondo appare come uno di quei saloni pieni di specchi dove l'uomo si riflette secondo una immagine parziale (la professione, la classe, le convinzioni politiche, l'appartenenza familiare, ecc.) che si unifica casualmente nel suo sentire immediato. Tutto ciò non gli fa trovare nel mondo una possibilità, un senso in cui giocarsi, un impegno da realizzare, una speranza da ricercare attraverso la realtà. L'uomo ha cosi perso il suo mondo, ma in qualche modo ha smarrito anche se stesso, perché il senso della libertà, la sua anima è sradicata, e solo la fantasia del possibile, ma non del concretamente possibile. Essa diventa il luogo dell'arbitrio; l'uomo è libero, ma tutte le direzioni gli sono indifferenti, vaga sotto un cielo che è senza stelle e che non gli offre punti di riferimento. Egli è solo libero di essere libero. Ma propriamente non sa per che cosa è libero. La ricerca dell'uomo attraverso di sé appare dunque sospesa, sembra una ricerca disillusa, che oscilla tra invocazione e disperazione. L'acuta coscienza dell'uomo moderno può essere meglio argomentata ricordando alcuni processi civili che hanno, per cosi dire, demondanizzato l'uomo (la rivoluzione copemicana, che fa perdere alla terra il suo carattere di centro, e rende il cielo e la terra oggetto dell'indagine delle scienze; la scoperta dell'America, che fa perdere centralità all'Europa; la riforma protestante, le guerre di religione, le rivoluzioni moderne: tutti fenomeni che fanno perdere al mondo il carattere di “cosmo", di sistema ordinato, guidato dalla provvidenza divina; di tutto può essere indicata una spiegazione causale nelle leggi che guidano la natura, la società, l'individuo ... ). L'uomo perde cosi i suoi riferimenti e ha come unico punto di verifica il ritorno alla sua soggettività, la quale non può più far riferimento ad un mondo ordinato, ma solo al ripiegamento su di sé. La verità della libertà si esaurisce nell'essere una libertà dalla verità delle cose.

I linguaggi della libertà

Pertanto il linguaggio della libertà esige di essere quasi bonificato, perché sia guarita la stessa esperienza della libertà. Alla considerazione del linguaggio comune si presentano sostanzialmente tre linguaggi sulla libertà: libertà da costrizione (libertas a coactione), libertà di scelta (libertas indifferentiae), libertà di autodeterminazione o opzione fondamentale (libertas determinationis). In termini più semplici: libero-da, libero-di, libero-per.
Il più elementare significato della libertà riguarda la libertà da costrizione. Quando dice libertà... l'uomo afferma di essere "libero-da" condizionamenti che trova nelle sue scelte, quelli che provengono dall'autorità esterna (parentale, sociale, politica, ecclesiale) e quelli che provengono da situazioni interne trasmesse con il costume, la cultura, la tradizione, la formazione ricevuta. Si tratta della libertà come emancipazione, come affrancamento da ogni vincolo esteriore ed interiore. E la libertà che deriva dal sentirsi libero dal contesto familiare, civile e sociale e che viene sentita dall'uomo moderno come essenziale per il suo agire, che si concepisce appunto come "emancipato", cioè sottratto ad ogni tutela e ad ogni fine che non ponga egli stesso. Psicologicamente è la figura "adolescente" della libertà, che prova a immaginarsi la vita da capo, quasi da un impossibile punto zero, dove egli possa sperimentare l'inizio della libertà. Il suo limite è quello di confondere le "condizioni" (inevitabili), entro cui la libertà nasce e cresce, con i "condizionamenti" (costrittivi) che impedirebbero uno sviluppo della persona e del suo agire morale. Il contesto in cui si viene alla vita e in cui si matura può porre "condizionamenti", quando questi vengono trasmessi senza che siano un appello alla libertà, ma diventano "condizioni" di possibilità, quando sono dati per essere assunti in un cammino di acquisizione critica e responsabile. Nessuno nasce e vive senza condizioni reali d'esistenza. Già da questo punto di vista la libertà ha la figura della responsabilità, cioè della risposta ad un "dato" trasmesso che deve essere ricevuto come un "dono" da far crescere.
Il secondo linguaggio della libertà è quello della libertà di scelta. Si dice che uno è libero quando è libero di scegliere, quando è "libero-di". Questo linguaggio della libertà è cosi evidente che finisce per attrarre nella propria orbita ogni altra considerazione dell'agire libero. Siccome esso mette in luce la radice della libertà, la sua condizione di possibilità nello stesso intimo dell'uomo, tale linguaggio finisce per assorbire in sé ogni esperienza della libertà. La libertà di scelta, quindi, esprime le possibilità dell'uomo a tutto campo, l'immagine dell'uomo di fronte a tutte le eventualità della vita, la sua affermazione illimitata, le infinite prospettive che si aprono dinanzi al suo agire. E' l'immagine dell'uomo al crocevia, che può prendere tutte le strade: l'importante non è la direzione da prendere, ma che egli sia collocato appunto nel quadrivio della vita e possa prendere tutte le direzioni. O, se si vuole, è la figura di chi fa zapping davanti alla televisione la sera: lo strumento che ha in mano gli consente di saltare da programma a programma, da una storia a una trasmissione di cultura, da un dibattito a uno spettacolo, dallo sport alla musica, ma senza che egli entri nella storia, nel dibattito, nello spettacolo ecc. Sperimenta la vertigine della libertà, ma non sa per che cosa è libero, ma soprattutto non entra mai con passione in una questione, in una vicenda, in una storia, per fame parte e prendere la propria parte. E' la figura "giovane" della libertà, quella del sabato sera: se l'adolescente spreca tutte le sue risorse nel conquistare il diritto di uscire da casa, ma poi rimane lì sul muretto e sui gradini nelle interminabili notti del gruppo dei pari, il giovane sperimenta ogni sabato che può andare da tutte le parti, che ha sempre dinanzi tutte le possibilità, che si colloca a quel crocevia da cui può sempre incominciare, perché sa che ritornerà li per iniziare una nuova avventura... Poi passa un amico, o addirittura il conoscente dell'amico, che dice: stasera andiamo là, e lo si segue, perché si sa che l'esperienza è una traccia labile e il sabato seguente si riparte da capo... Ma anche la libertà di scelta, come la libertà dai vincoli, contiene almeno virtualmente un rimando alla figura compiuta della libertà. Uno è libero quando può scegliere di agire, ma l'azione dell'uomo ha una duplice forma: quella del fare tecnico (facere) e quella dell'agire morale (agere). Il fare è quello che elabora i mezzi in ordine ad uno scopo e qui si è liberi nel senso che si può scegliere tra molte possibilità per raggiungere meglio uno scopo, un progetto, un piano: questa figura della libertà, presidiata dalla ragione strumentale, ha oggi una sorta di sviluppo vertiginoso e attraversa anche campi prima insospettati: quello dello sviluppo, dell'ecologia e della biologia. C'è però una seconda figura decisiva dell'azione dell'uomo, quella dell'agire etico. Scegliendo, l'uomo si dispone al bene: che è bene per sé, per i vicini, per l'altro, con le più disparate motivazioni. La libertà di scelta è la libertà di scegliere un bene concreto e determinato, di scegliere A piuttosto che B come un bene apprezzabile per me, per noi due, per la famiglia, per il lavoro, per la vocazione e, qualche volta, come un bene per sé. La vita di ogni giorno ci presenta un numero interminabile di queste scelte concrete, in cui noi agiamo sapendo che, mentre scegliamo di stare con un amico, di prenderci un po' di tempo per la lettura, di pregare piuttosto che di riposare, di dare una mano a chi ce la chiede, di servire il bisognoso, ecc., intuiamo di realizzare un frammento del bene. Di quel bene promettente che è la vita stessa, che nessuno vede a occhio nudo, che ciascuno sa che è consegnato alle nostre fragili mani come un dono promesso: presente nella forma della promessa, assente nel modo del bene compiuto e totalmente realizzato. E' solo rispondendo alle molte "chiamate" di ogni giorno che si risponde alla "chiamata" della vita o, meglio, alla chiamata che è la vita stessa!
Di qui il terzo linguaggio della libertà come libertà di autodeterminazione o opzione fondamentale. La prima espressione è un po' astratta, la seconda più diffusa, soprattutto nel linguaggio religioso. In una prospettiva non religiosa si dice anche scelta di vita. Il difetto della parola "opzione" o "scelta" consiste nel fatto di pensare la scelta di fondo dell'esistenza come una "opzione" tra le altre, come una scelta che ha la figura dell'altemativa tra A e B. Ciò deriva dal fatto che la scelta di vita, la vocazione sia una possibilità tra molte, ha un indubitabile indice storico, si dà in una figura concreta, vi sono infinite vocazioni... Ma osservata per ciascuno di noi, l'opzione fondamentale non è una scelta tra le altre della giornata, neppure è immaginabile solo come una scelta più grande, decisiva, che sia quasi la somma di piccole scelte, che ad un certo punto raggiungono il punto di incandescenza e scatta la scintilla della vocazione. No, la libertà fondamentale non è solo il risultato cumulativo di molte scelte, ma precede, accompagna e segue le scelte di ogni giorno, ne è come l'anima, il motore e il magnete invisibile! Per questo è cosi disattesa e difficile da far comprendere, ma è la più presente, come l'ossigeno che respiriamo, che non si vede, ma senza del quale non potremmo camminare, lavorare, gioire, sperare e amare! Ognuno di noi sa implicitamente che mentre si decide per questo e per quello, mentre sceglie di agire, di patire e di amare, si dispone di fronte al Bene come tale e, insieme, decide di sé. E' la figura "adulta" della libertà: in varia misura e in gradi differenti, ogni giorno rispondendo alle molte chiamate della vita, si risponde alla chiamata che ci viene incontro nella vita stessa e cosi si trova la Vocazione. Questa figura della libertà non è una opzione "tra" (altre) scelte, ma è un disporsi "per", è un accon-sentire (o un sottrarsi), è un affidarsi (o un chiudersi) a quel Bene che mi viene incontro nei molti beni che la vita mi offre. Essa ha la figura della fede (o dell'incredulità) ed è ciò che rende libera la mia libertà (oppure essa si rende schiava dei beni di ogni giorno che vengono ingigantiti come beni assoluti e definitivi). Per questo la figura fondamentale della libertà è la fede e il suo volto è la libertà continuamente ritrovata. E' la libertà libera(ta) per il Bene! Ma il Bene ha la forma dell'appello, del dono che chiama alla risposta. Liberamente, anzi costituendoci nella libertà e facendoci ritrovare la nostra identità. Simultaneamente. Il Bene è dono e la verità è grazia che chiama all'incontro! E questo - dice S. Tommaso - tutti lo chiamano "Dio"! Egli è la verità che fa liberi...

La destinazione della libertà

Questa breve fenomenologia della libertà ci mostra che l'esperienza profonda della libertà apre da sé sola all'ascolto, alla decisione, all'incontro. Molte altre cose ci sarebbero da dire sulla libertà: la sua essenziale struttura corporea, la sua differenza sessuale, il suo costitutivo vincolo sociale, la sua espressione linguistica. Tuttavia alla fine bisogna affermare che l'uomo è libertà perché è un essere di relazione, anzi un essere che è relazione. Nella relazione verso il mondo e gli altri l'uomo decide di sé e della sua pienezza e realizzazione: res sua agitur! La libertà come capacità di relazione e ricerca di un compimento si ritrova nel tema cristiano dell'uomo immagine di Dio. L'uomo, imago Dei, è una libertà creata che è capacità di relazione e possibilità di realizzazione. Ciò significa che è una coscienza credente che trova la sua figura non semplicemente determinandosi nel mondo e di fronte agli altri, ma propriamente autodetenninandosi di fronte a Dio, cioè affidandosi a quella verità, che gli viene incontro come un dono che pone il suo essere capacità di relazione (la libertà creata ad imaginem) e compie in modo eccedente il suo essere possibilità di comunione (la libertà conformta all'Imago Dei, che è la vicenda del Figlio Gesù).
Per questo il nome cristiano della libertà (la fede) ha un volto "filiale" e "pasquale" (il Crocifisso risorto); il suo modo di attuazione è "spirituale" (lo Spirito che ci fa liberi per grazia); la sua destinazione è escatologica: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo cosi come egli è» (1Gv 3,2). Con il Cristo risorto, nello Spirito, la libertà è il luogo di accesso e di assimilazione al volto di Dio come Padre, Abbà. E cosi la libertà ritrova i suoi contorni filiali e fratelli, nella chiesa e per il mondo.

Azione Cattolica Diocesi di Carpi – Istituto Gramsci Carpi
Lessico per il XXI secolo – 2002