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     STRENNE

    DI DON BOSCO

     donboscostrenna


    Biglietti di strenna

    D. Bosco fin dai primi tempi aveva incominciato a dare sul finir dell'anno una strenna a tutti i suoi giovani in generale e un'altra a ciascuno in particolare. La prima consisteva in norme da seguirsi pel buon andamento dell'anno che stava per incominciare, e talora eziandio con previsioni di ciò che sarebbe accaduto. La seconda era una massima od un consiglio, a voce confidenzialmente o in iscritto, adattato ai bisogni ed alla condotta di ciascuno. Ai chierici la dava scritta in lingua latina, traendola dalla Santa Scrittura o dai Santi Padri. Qualcuno di questi biglietti fu custodito come preziosa memoria da quei primi chierici che ce ne diedero copia. - Ad uno scriveva D. Bosco: Non coronabitur nisi qui legitime certaverit. - Ad un secondo: Delectet mentem magnitudo praemiorum, sed non deterreat certamen laborum. - Ad un terzo: Cogitas magnam fabricam costritere celsitudinis? De fundamento prius cogita humiliatatis. - E via, via: - Semper, dico, vigila. - Fili, sine consilio nil facias et post factum non poenitebis. - Alcuni biglietti erano però così intimi che certamente il possessore li teneva segreti. Queste strenne caratteristiche colpivano il cuore, rimanendo stampate nella mente, e lungo l'anno, ricordate da D. Bosco in momento opportuno ed in segreto, producevano mirabili effetti. Quasi ogni anno, cioè finchè visse, D. Bosco continuò a dare tali strenne.
    (MB 3, pp. 617-8)

    Una parola adatta a ciascuno

    Finiva il 1857, e D. Bosco, per avere occasione di dare a ciascuno de' suoi un avviso adatto ai propri bisogni, annunziava ogni anno in pubblico che aveva una strenna da dare a tutti; e i giovani ad uno ad uno si avvicinavano a lui per avere la propria parte; e Don Bosco all'orecchio di ciascuno dava un ammonimento o un consiglio talvolta ricavato dalla vita di qualche Santo. Talora eziandio, perchè più facilmente ritenessero tale strenna, porgeva a caduno un biglietto scritto, che diventava per tutti prezioso, in guisa che dopo tanti e tanti anni ancora lo conservavano.
    Tale strenna dava anche ai chierici chiamandoli presso di sè, la quale consisteva in un motto scritturale o tratto dai Santi Padri ed in lingua latina. E fu mirabile che, anche allorquando all'Oratorio si trovarono cinquanta tra chierici e sacerdoti, egli senza avere in mano alcun scritto, dava ad ognuno in privato il proprio avviso, senza ripetersi, e così preciso che tutti maravigliati dicevano nel loro cuore: - Questo detto è veramente adattato a me.
    Talora preparava per ciascun chierico un biglietto scritto di sua mano e lo distribuiva con grande amorevolezza. Vi si leggevano sentenze, alcune delle quali a noi pervennero. La prima di queste l'ebbe il Ch. Anfossi: Sicut misit me Pater et ego mitto vos. Filius amatur a Patre et tamen ad passionem mittitur: ita et discipuli a Domino amantur, qui tamen ad passionem mittuntur in mundo (SAN GREGORIO, domenica in albis). - Qui aestimaverunt lusum esse vitam nostram, et conversationem vitae compositam ad lucrum, omnes insipientes et infelices - Nullum Deo gratius sacrificium offeri potest quam zelus animarum (GREG. M). - Curare ut quisquis sacerdoti jungitur, quasi ex salis tactu, aeternae vitae sapore condiatur (S. GREG). - Salus est animae et corporis sobrius polus (Eccli. XXXI, 37).
    (MB 5, pp. 785-6)

    Un buon cappello all'anno

    Nella sera di questo stesso giorno (29) così D. Bosco parlava ai suoi giovani.
    Quest'anno non lo rivedremo mai più; il tempo passato non ritorna più. Se lo avremo occupato bene, starà là a nostra gloria eternamente; se lo avremo occupato male, starà là eternamente a nostra infamia. Ora quel che è fatto, non si può più disfare. In quest'ultimo caso guardiamo di mettergli un buon cappello, cioè passando bene questi due giorni che ancora ci restano col rinunziare a qualche difetto, col praticare qualche virtù, affinchè almeno possiamo poi dire: Nel 1859 ho lasciato un difetto, ho praticato una virtù. Tommaso da Kempis dice così: “ Noi saremmo presto santi se non facessimo altro in ciascheduno anno, che correggere un difetto solo e praticare una sola virtù”.
    Questo avviso era come l'esordio di ciò, che avrebbe detto l'ultima sera del 1859. E il 31 dicembre così esprimevasi:
    Miei cari figliuoli, voi sapete quanto io vi amo nel Signore e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, sanità, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio. In qualunque giorno e per qualunque cosa fate pure capitale su di me, ma specialmente nelle cose dell'anima. Per parte mia, per strenna vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me.
    Ora veniamo ai ricordi. A tutti in generale. Fatevi bene il segno della santa croce; non volgetevi mai indietro, quando servite la santa Messa; raccomando il silenzio in dormitorio, non fare contratti senza licenza, non fare letture cattive o proibite. Appena uno di voi dubitasse della bontà di un libro, manifesti il suo dubbio a qualche superiore.
    Spero che voi metterete in pratica i miei avvisi e tanto ne sono sicuro che voglio che si finisca l'anno con perfetto amore e santa allegrezza. Perciò io perdono a voi qualunque mancanza possiate aver fatta e anche voi perdonatevi a vicenda le offese, che per caso abbiate ricevute. Voglio che incominciate l'anno 1860 senza malumore e senza melanconie. Se vi fosse qualcheduno destinato a stare a tavola di punizione, intendo che gli sia tolto il castigo. Io son pronto a tirare una linea sovra ogni vostra mancanza, prometto di non rinfacciarla mai a nessuno, e di dimenticarla; ma intendo che facciate lo stesso fra di voi. Non già perdonare un'offesa e poi dopo 10, o 15 giorni venuta l'occasione, gettare in faccia all'offensore quella parola, quella mancanza, quell'ammonizione ricevuta, quello sbaglio fatto. Ciò non va; perdonare vuol dire dimenticare per sempre.
    Scendendo al particolare dirò agli studenti che procurino nella scienza terrena di cercar la scienza del cielo, la virtù e metterla in pratica.
    Agli artigiani dirò che non avendo tempo a pensare molto all'anima nei giorni feriali, almeno vi pensino nei giorni festivi, coll'udire bene la Messa, coll'ascoltare attentamente le istruzioni, col ricevere divotamente la benedizione. Nelle domeniche e nelle feste principali procurino di accostarsi ai Ss. Sacramenti.
    Ai chierici ricordo che essi sono venduti al cielo e perciò non pensino più a questa terra: tutto il loro studio sia nel cercare la maggiore gloria di Dio e la salute delle anime. A questo proposito raccomando a tutti di aiutarvi scambievolmente a salvar l'anima, prima col buon esempio e poi coi buoni consigli, stimandoci felici quando possiamo impedire fra i nostri compagni anche un solo peccato veniale; imprestando buoni libri da leggere, esortando all'obbedienza, avvisando quando avvertiste qualche lupo nell'ovile, insomma ricordandoci che un gran santo dice: divinorum, divinissimum est cooperari in salutem animarum.
    Ai sacerdoti, sebbene pochi, raccomando che studino di accendersi di uno zelo ardente per le anime.
    E a me stesso che cosa dirò? Io dirò (e parlava quasi lagrimando, e con parole interrotte) che mi sento un anno di più sulle spalle, mentre il 1859 sta per dileguarsi coi secoli passati. Questo anno è un tempo di meno che ci resta a vivere e saremmo disgraziati se l'avessimo passato inutilmente. Io sento quanto grave sia la mia responsabilità, che va ogni giorno crescendo, dovendo io rendere stretto conto al Signore dell'anima di ciascheduno di voi. Io faccio quel che posso, ma voi aiutatemi, miei cari figliuoli.
    Del resto promettendo tutti noi al Signore di impiegar bene il restante della nostra vita nell'amarlo e servirlo, ringraziamolo dei tanti benefizi che ci ha fatti e dell'averci conservati fino all'anno 1860. Questa grazia non l'ha concessa a tutti. Magone, Berardi, Capra, Rosato, Odetti e altri ancora dove sono che non li vedo in mezzo a noi? Son passati all'eternità, a render conto al Signore di tutto quello che hanno fatto. Perciò io raccomando a tutti voi di tenere la vostra coscienza preparata, perchè il Signore può chiamarvi in questo anno al suo tribunale. Raccomando poi a coloro i quali per paura o per vergogna non osassero confessarsi dal proprio confessore, di cangiarlo, di andare da un'altro, ma che per carità non trascurino di aggiustare i loro conti.
    È cosa certa che l'anno venturo in questo stesso giorno più non ci troveremo qui tutti. Perciò vi invito a recitare un Pater per tutti quelli che moriranno nell'anno venturo e per quelli che sono morti nell'anno che sta per finire.
    (MB 6, pp. 361-4)

    La Madonna dà a ciascuno una strenna

    Spuntò il primo gennaio 1862, e, ciò che in questo giorno accadde lo raccogliamo dalle cronache di D. Ruffino e di D. Bonetti, le quali vanno intieramente d'accordo.
    “Al suono della levata, ovvero dell'Ave Maria, D. Bosco ricevette il comando (ciò asserì egli stesso, ma non volle dire da chi) di andare immediatamente in chiesa a celebrare la santa Messa. Così fece. Dopo venne in refettorio a prendere il caffè: andò pure a pranzo cogli altri; e certo della guarigione mandò via tutte le medicine e licenziò il medico.
    Non si può descrivere la commozione, cagionata dalla promessa di D. Bosco, che intanto agitava tutti i giovanetti. Con quale impazienza passarono la notte dal 31 dicembre al primo gennaio, ed il giorno seguente! Con quale ansietà aspettarono la sera per udire quanto loro avrebbe detto il buon padre!
    ”Finalmente dopo le orazioni i giovani in silenzio profondo attesero D. Bosco, il quale salita la cattedra svelò il mistero e disse: - la strenna che vi dò non è mia. Che direste se la Madonna stessa in persona venisse ad uno per uno di voi a dirvi una parola? Se Ella avesse preparato per ciascuno un suo biglietto per indicargli ciò di cui egli più abbisogna, o quello che Essa vuole da lui? Ebbene, la cosa è appunto cosi. La Madonna dà a ciascuno una strenna!
    ”Prima di tutto però io voglio mettervi alcune condizioni. La prima si è che non si divulghi il fatto fuori di casa, perchè io potrei essere compromesso; la seconda è questa: chi vuole credervi vi creda: se poi qualcuno non vuole credere, stracci il suo biglietto e non ci dia retta: ma non se ne burli per niente, si guardi dal metterlo in ridicolo.
    ”Veggo che alcuno vorrà sapere e domanderà: - Come è avvenuto questo? La Madonna ha scritto essa i biglietti? La Madonna in persona ha parlato a D. Bosco? D. Bosco è il segretario della Madonna ? - Io rispondo: non vi dico niente di più di ciò che vi ho detto. I biglietti gli ho scritti io, ma come ciò sia avvenuto non lo posso dire: nè vi sia alcuno che si prenda l'incarico d'interrogarmi, perchè mi metterebbe negli imbrogli. Ciascuno si contenti di sapere che il biglietto viene dalla Madonna.
    ”È una cosa singolare! Sono più anni che domando questa grazia e finalmente l'ho ottenuta. Ognuno di voi perciò consideri quell'avviso come se procedesse dalla bocca stessa di Maria Vergine.
    ”Venite dunque in mia camera e darò a ciascuno il proprio biglietto. Mi raccomando che ciascuno legga il suo, lo comunichi anche ad un suo amico, lo stracci anche, se vuole, dopo d'averlo letto, ma si prenda guardia dal metterlo in burla.
    ”Tuttavia vi esorto a conservarlo con gran cura, perchè io non ne posso tener copia. Vi assicuro che neanche io so quel che vi è scritto su ogni singolo biglietto e quale appartenga ad ognuno di voi in particolare. Io li ho scritti sovra ad un quaderno; accanto al biglietto avvi il nome di ciaschedun giovane; taglio il biglietto e non tengo altro che i nomi, dimodochè chi lo perde o dimentica tutto è finito, nessuno ne sa più nulla. Siccome la cosa è molto lunga, così in questa sera potranno passare in mia camera tutti i preti, i chierici, ed anche i filosofi secolari. Dormite bene ”.
    (MB 7, 2-3)

    La «strenna» dell'elefante

    D. Bosco non avendo potuto dare l'ultimo giorno dell'anno la strenna ai suoi alunni, ritornato da Borgo Cornalense, il giorno 4, Domenica, aveva promesso loro di darla la sera della festa dell'Epifania.
    Era il 6 del mese di gennaio 1863 e tutti i giovani, artigiani e studenti, radunati nel medesimo parlatorio, aspettavano ansiosi la strenna.
    Recitate le orazioni, il buon padre salì sulla tribuna solita e così prese a dire:
    Ecco la sera della strenna. Ogni anno sino dalle feste Natalizie, soglio innalzare a Dio preghiere, perchè voglia ispirarmi qualche strenna, che possa esservi di giovamento. Ma quest'anno raddoppiai le preghiere stante il cresciuto numero dei giovani. Scorse però l'ultimo giorno dell'anno, venne il giovedì, il venerdì e nulla di nuovo. La sera del venerdì vado a letto, stanco delle fatiche del giorno, nè mi fu dato prendere sonno lungo la notte, di modo che al mattino mi levai spossato, quasi semimorto. Non mi conturbai per questo, anzi mi rallegrai, poichè sapeva che ordinariamente quando il Signore è per manifestarmi qualche cosa, passo malissimo la notte antecedente. Continuai le mie solite occupazioni nel paese di Borgo Cornalense e la sera del sabato giunsi qui tra voi. Dopo aver confessato mi posi a letto, e per la stanchezza cagionata dalla predicazione e dalle confessioni a Borgo, e dal poco riposo della notte antecedente facilmente mi addormentai. Ecco, qui comincia il sogno da cui riceverete la strenna.
    Cari giovani, sognai che era giorno di festa, dopo pranzo, nelle ore di ricreazione e voi eravate intenti a divertirvi in mille modi. Mi parve di essere nella mia camera col Cav. Vallauri, professore di belle lettere: avevamo discorso di parecchie cose letterarie e di altre riguardanti la religione, quando improvvisamente sento all'uscio un ticc, tacc di chi bussava.
    Corro a vedere. Era mia madre, morta da sei anni, che affannata mi chiamava. - Vieni a vedere, vieni a vedere.
    - Che c'è? risposi.
    - Vieni, vieni! replicò.
    A queste istanze mi portai sul balcone ed ecco in cortile veggo in mezzo ai giovani un elefante di smisurata grandezza.
    - Ma come va? esclamai! Corriamo sotto! - E sbigottito mi rivolgeva al Cav. Vallauri, ed egli a me, come per interrogarci in qual modo fosse entrata quella belva mostruosa. Scendemmo tosto precipitosi nel porticato col professore.
    Molti di voi, come è naturale, erano accorsi a vederla. Quell'elefante sembrava mite, docile: si divertiva correndo coi giovani; li accarezzava colla proboscide: era tanto intelligente che obbediva ai comandi, come se fosse stato ammaestrato ed allevato qui nell'Oratorio dalla sua prima età, di modo che era sempre seguito ed accarezzato da un gran numero di giovani. Non tutti però eravate intorno a lui vidi che la maggior parte spaventati fuggivate qua e là, cercando un luogo ove ricoverarvi e infine vi siete rifugiati in Chiesa. Io pure cercai d'entrarvi per l'uscio che mette nel cortile; ma nel passare vicino alla statua della Vergine, collocata presso la pompa, avendo io toccato l'estremità del suo manto, come in segno d'invocarne il patrocinio, essa alzò il braccio destro. Vallauri volle imitare il mio atto dall'altra parte e la Vergine mosse il braccio sinistro.
    Io rimasi sorpreso non sapendo come spiegare un fatto così straordinario.
    Venne intanto l'ora delle sacre funzioni e voi, o giovanetti, andaste tutti in Chiesa, lo pure entrai, e vidi l'elefante ritto in fondo vicino alla porta. Si cantarono i vespri, e dopo la predica andai all'altare assistito dal Sac. D. Alasonatti e da D. Savio per impartire la benedizione col SS. Sacramento. Ma nel momento solenne nel quale tutti erano profondamente inchinati ad adorare il Santo dei santi, vidi sempre al fondo della Chiesa, in mezzo al passaggio, fra le due file dei banchi, l'elefante inginocchiato e inchinato in senso inverso, col muso cioè e le orribili zane rivolte alla porta principale.
    Terminate le funzioni io voleva subito uscire nel cortile per osser­vare ciò che avvenisse, ma trattenuto da alcuno in sacrestia che bra­mava darmi qualche avviso, dovetti indugiare.
    Esco dopo breve tempo, sotto i portici e voi nel cortile per incominciare i divertimenti come prima. L'elefante uscito di chiesa si avanzò nel secondo cortile intorno al quale sono in costruzione gli edifizii. Notate bene questa circostanza, poichè in quel cortile, accadde la scena straziante che ora vi descriverò.
    In quel mentre là al fondo compariva uno stendardo, su cui stava scritto a caratteri cubitali: Sancta Maria succurre miseris e lo seguivano i giovani processionalmente. Quando a un tratto, all'impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima pareva tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo agli alunni circostanti e prendendo i più vicini colla proboscide scagliarli in alto, sfracellarli sbattendoli in terra, e co' piedi farne uno strazio orrendo. Tuttavia quelli che erano siffattamente maltrattati non rimanevano morti, ma in uno stato da poter guarire, quantunque le ferite fossero orribili. Era un fuggi fuggi generale; chi gridava, chi piangeva, e chi ferito invocava l'aiuto dei compagni: mentre, cosa straziante, alcuni giovani risparmiati dall'elefante, invece di aiutare e soccorrere i feriti, avevano fatta alleanza col mostro per procacciargli altre vittime.
    Mentre avvenivano queste cose (ed io mi trovava nel secondo arco del porticato presso la pompa) quella statuetta che vedete là (indicava la statua della SS. Vergine) si animò e s'ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia ed aperse il manto, nel quale erano intessute con arte stupenda molte iscrizioni. Questo poi si allargò smisuratamente tanto, da coprire tutti coloro che vi si ricoveravano sotto: quivi erano sicuri della vita, pel primo un numero scelto de' più buoni corse a quel refugio. Ma vedendo Maria SS. che molti non si prendevano cura di affrettarsi a Lei, gridava ad alta voce: Venite ad me omnes, ed ecco che cresceva la folla dei giovanetti sotto il manto che sempre si allargava. Alcuni però invece di ricoverarsi sotto il manto, correvano da una parte all'altra e venivano feriti prima che fosse loro dato di ripararsi al sicuro. La Vergine SS. affannata, rossa in viso, continuava a gridare, ma più rari si vedevano quelli i quali correvano a Lei. L'elefante seguitava la strage e parecchi giovani, che maneggiando una spada, chi due, sparsi qua e là, impedivano ai compagni, che ancora si trovavano nel cortile, col minacciarli e col ferirli, di andare a Maria. E costoro l'elefante non li toccava menomamente.
    Alcuni dei giovani ricoverati vicino a Maria e da lei incoraggiati, facevano intanto rapide scorrerie. Strappavano all'elefante qualche preda e trasportavano il ferito sotto il manto della statua misteriosa e quegli subito restava guarito. E quindi ripartivano correndo a nuove conquiste. Varii armati di bastone allontanavano l'elefante dalle sue vittime, e si opponevano ai suoi complici. E non cessarono, anche a rischio della loro vita da quel lavoro, finchè quasi tutti li ebbero seco loro condotti in salvo.
    Il cortile ormai era deserto. Alcuni erano distesi a terra pressochè morti. Da una parte presso i portici una moltitudine di fanciulli sotto il manto della Vergine. Dall'altra in distanza l'elefante col quale erano rimasti solamente un dieci o dodici giovani, che lo avevano coadiuvato a far tanto male e che insolentemente imperterriti brandivano le spade.
    Quand'ecco quell'elefante sollevatosi sulle gambe posteriori, cambiarsi in un fantasma orribile con lunghe corna; e preso un nero copertone o rete che fosse, avviluppò que' miseri, che avevano parteggiato con lui, e mandò un ruggito, Allora un denso fumo tutti li involse e si sprofondarono e sparirono col mostro in una voragine improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.
    Terminata questa orrenda scena mi guardai attorno per esporre qualche mia riflessione a mia madre ed al Cav. Vallauri, ma più non li vidi.
    Mi rivolsi a Maria, desideroso di leggere le iscrizioni, che apparivano intessute sovra il suo manto e vidi che parecchie erano tratte letteralmente dalla Sacra Scrittura e altre pure scritturali, ma alquanto modificate. Ne lessi alcune: - Qui elucidant me vitám aeternam habebunt: qui me invenerit inveniet vitam si quis est parvulus veniat ad me: refugium peccatorum: salus credentium: plena omnis pietatis, mansuetudinis et misericordiae. Beati qui custodiunt vias meas.
    Dopo la scomparsa dell'elefante tutto era tranquillo. La Vergine pareva quasi stanca dal suo lungo gridare. Dopo breve silenzio, rivolse ai giovani belle parole di conforto, di speranza; e, ripetendo quelle parole che là vedete sotto quella nicchia, fatte scrivere da me: Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt, disse: - Voi che avete ascoltata la mia voce, e siete sfuggiti dalla strage del demonio, avete veduto ed avete potuto osservare que' vostri compagni sfracellati. Volete sapere quale è la cagione della loro perdita? Sunt colloquia prava; sono i cattivi discorsi contro la purità, quelle opere disoneste che tennero immediatamente dietro ai cattivi discorsi. Avete pur veduto que' vostri compagni armati colla spada: ecco quelli che cercano la vostra dannazione, allontanandovi da me e che cagionarono la perdita di tanti vostri condiscepoli. Ma quos diutius expectat durius damnat. Quelli che Dio più a lungo aspetta più severamente punisce: e quel demonio infernale avviluppatili, seco li condusse all'eterna perdizione. Ora voi andatevene tranquilli ma ricordatevi delle mie parole: Fuggite que' compagni amici di Satana, fuggite i cattivi discorsi specialmente contro la purità abbiate in me una illimitata confidenza ed il mio manto saravvi ognora sicuro rifugio.
    Dette queste ed altre simili parole, si dileguò e null'altro rimase al solito posto, se non la nostra cara statuetta. Allora mi vidi ricomparire la defunta mia madre, di bel nuovo si innalzò lo stendardo colla scritta: Sancta Maria succurre miseris; tutti i giovani si ordinarono dietro a questo in processione ed intonarono il canto - Lodate Maria, o lingue fedeli.
    Ma non andò molto che il canto incominciò ad illanguidirsi, poi svanì tutto quello spettacolo ed io mi svegliai bagnato interamente di sudore. Ecco! Questo è quanto ho sognato.
    O figli miei; ricavate voi stessi la strenna: chi era sotto il manto chi era gettato in alto dall'elefante, e chi aveva la spada se ne accor­gerà dall'esaminare la propria coscienza. Io non vi ripeto che le parole della Vergine SS.: Venite ad me omnes; ricorrete tutti a Lei, in ogni pericolo invocate Maria e vi assicuro che sarete esauditi. Del resto pensino coloro che furono sì maltrattati dalla belva a fuggire i cattivi discersi, i cattivi compagni; e quelli che cercavano di allontanare gli altri da Maria, o mutino vita o partano subito da questa Casa. Chi poi vorrà sapere il posto che teneva, venga da me anche nella mia camera, ed io glielo manifesterò. Ma lo ripeto; i ministri di Satana o cambiare o partire. Buona notte!
    Queste parole furono pronunziate con tanta unzione e commozione di cuore, che i giovani meditando tal sogno per una settimana più non lo lasciarono in pace. Al mattino molte confessioni, dopo pranzo quasi tutti da lui per sapere qual luogo tenessero in quel sogno misterioso.
    E che non fosse sogno, ma visione, lo aveva pure indirettamente affermato D. Bosco stesso, dicendo: - Quando il Signore è per manifestarmi qualche cosa, passo ecc.;... Soglio innalzare a Dio preghiere, perchè voglia ispirarmi... e poi col proibire che fece qualunque scherzo intorno a questa narrazione.
    (MB 7, 357-60)

    Ai giovani

    Ai giovani. Che promuovano colle opere e colle parole, la frequente comunione e la divozione alla Beatissima Vergine.
    (MB 9, 458)

    Una strenna per tutta la vita

    Infine ripetè ancora: - Promettetemi di amarvi come fratelli... Raccomandate la frequente comunione e la divozione a Maria Santissima Ausiliatrice.
    Riguardo a queste ultime parole Don Rua scrisse nella sua terza circolare del 30: “Ieri sera in un momento in cui poteva parlare con minor difficoltà, mentre eravamo attorno al suo letto Mons. Cagliero, Don Bonetti ed io, disse fra l'altre cose: Raccomando ai Salesiani la divozione a Maria Ausiliatrice e la frequente Comunione. Io soggiunsi allora: - Questa potrebbe servir per strenna del nuovo anno da mandarsi a tutte le nostre Case. - Egli riprese: - Questo sia per tutta la vita... - Poi acconsentì che servisse anche di strenna”.
    (MB 18, 503)


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