Gianni Colzani, LO SPIRITO DEL DIO DI GESÙ, FESTA DELLA VITA, Elledici 1998


L'attuale riscoperta dell'alterità e della relazione interpersonale si sposa ad una crescita di aggressività verso le ragioni dello stare insieme così come ad una perdita della capacità di comunicare; si tratta di una situazione confusa, frutto per un verso di una cattiva impostazione - di stampo individualistico - dei problemi della persona e per un altro di una difesa da una convivenza sentita come invasiva e non corrispondente alle attese della persona. Questi atteggiamenti hanno un ovvio risvolto ecclesiale: il bisogno di comunità sta insieme ad una diffidenza verso la Chiesa ed il suo carattere istituzionale e gerarchico. Questa situazione rende ancora più urgente una considerazione della Chiesa alla luce dello Spirito.
Va detto che non solo lo Spirito guida e sostiene la Chiesa ma che, più ancora, costituisce con essa una profonda unità: lo Spirito, infatti, realizza quel vivere in Cristo e di Cristo che è la sostanza della Chiesa. Questa, perciò, è l'epifania dell'azione vivificante dello Spirito, è il luogo dei suoi doni; si può ben capire che un simile mistero di vita si presti ben poco a delle definizioni formali. La Chiesa non è chiamata a promuovere una ecclesiologia, se non solo abbozzata, in grado appena di respingere le false interpretazioni, capace solo di dare avvio ad un movimento trascendente (H. U. von Balthasar). La Chiesa è più una realtà che si vive che un oggetto da analizzare; affermare che è una fraternità di amore ispirata e diretta dallo Spirito Santo è più riconoscerla nel suo mistero e mettersi al suo servizio che illustrarla nella sua verità dottrinale. Questo andrà sempre tenuto ben chiaro, nella lettura di queste note.

1. La Chiesa luogo dello Spirito

Il nostro tempo ci ha abituato a riflettere sulla Chiesa a partire dalla sua normativa origine, il Signore Gesù; una simile logica rischia di attribuire allo Spirito solo il valore di una convalida e di una funzionalità. Per prima cosa si dovrà tenere ben presente che la Chiesa non «dispone» dello Spirito di Cristo ma è questi che dispone di se stesso nella storia di parola, ufficio e sacramento; lo Spirito si è abbandonato nelle mani degli uomini in modo analogo e in senso tanto concreto come il Logos si è abbandonato ad esse fino alla croce (H. Mühlen). Inoltre andrà ribadito che parlare della Chiesa alla luce dello Spirito è cercare di coglierla meglio nel suo mistero di vita, è illuminare il modo con cui il Signore raggiunge l'umanità e non certo un mettere fra pare' '- tesi la cristologia.
Alla Chiesa, infatti - scriverà Ireneo - è stato affidato il Dono di Dio come il soffio alla creatura plasmata, affinché tutte le membra, partecipandone, siano vivificate; in essa è stata deposta la comunione con Cristo, cioè lo Spirito Santo, arca di incorruttibilità, conferma della nostra fede e scala della nostra salita a Dio (...) Perché dove è la Chiesa lì è anche lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio lì è la Chiesa ed ogni grazia. Se, come ha scritto Kasper, l'origine normativa del cristianesimo, e cioè Gesù, è accessibile solo attraverso la tradizione biblica ed ecclesiale, allora è necessario imparare a parlare delle scritture e della Chiesa «nello Spirito».
Opera dello Spirito, la Chiesa è però un'opera che ha la forma di una attività umana e che si situa all'interno della umanità: la Chiesa è la forma storica e terrena della presenza attiva e dinamica dello Spirito. La Chiesa è il tempio non fatto da mano d'uomo, dove la costruzione visibile e trasfigurata si riallaccia alla sorgente divina che ne è la struttura interiore e la ragion d'essere. L'affermazione, ampiamente documentata nella tradizione, è nitidamente affermata in «Lumen Gentium» 4, un numero che assumiamo come guida in tutto questo capitolo. In quel testo, dopo aver ribadito l'importanza della Pentecoste, il concilio presenta lo Spirito come il fondamento della permanente santificazione della Chiesa: i/giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito. Questi è lo Spirito che dà la vita o la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna; per lui il Padre ridà la vita agli uomini morti per il peccato finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali. Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio.
Legata allo Spirito, la Chiesa è il luogo della santità e della vita. Questa Chiesa viva e santa non può essere colta se non per l'azione rivelatrice dello Spirito e ad essa nessuno può collegarsi se non per la continuità di questa stessa azione. La santità qui in gioco non è la santità personale dello Spirito ma quella che, in forza della sua presenza, crea in noi; la vita, poi, è comunione con Cristo in una incondizionata apertura alla sua azione di crocifisso e di risorto. Questa santità non ha quindi consistenza autonoma ma è, piuttosto, la radice di un impegno e di una testimonianza di vita risvegliati da una parola d'amore.
Il segno di questa santità pregnante di vita è la koinonia, è la fraternità e l'unità, è il cuor solo e l'anima sola auspicate nella preghiera di Cristo (Gv 17,21). In questa comunione i legami interpersonali non si estinguono ma si rafforzano: l'amicizia, il matrimonio e la verginità, rinnovati dall'agape divina, sono resi una singolarissima esperienza di prossimità e di servizio. Non la gelidità del cuore ma l'amare, l'amare molto (Mt 21,31; Le 7,47) è segno dell'aprirsi a Dio. Quanto più ricche sono le relazioni comunicative, tanto più vitale risulta la Chiesa. Lungi dall'essere una piatta uniformità, l'unità ecclesiale è unità nella pluralità delle forme e delle esperienze: basti pensare ai rapporti tra le Chiese di Gerusalemme e di Antiochia così come sono presentati nella prima parte del libro degli Atti. Per questo la carità è la regola della vita della Chiesa: interroga pertanto il tuo cuore, e se vi trovi la carità verso il fratello sta' tranquillo. Infatti, non ci può essere l'amore senza lo Spirito Santo; è proprio lo Spirito di Dio che non possono avere gli eretici e chiunque si separi dalla Chiesa. Del resto anche quelli che non si separano apertamente ma solo si staccano per colpa del loro peccato - pur rimanendo dentro - si agitano come paglia: costoro non hanno lo Spirito Santo. Se dunque vuoi sapere se hai lo Spirito interroga il tuo cuore per non correre il rischio di avere il Sacramento ma non l'effetto di esso) (Agostino).
L'unità e la santità della Chiesa non sono quindi solo delle «note», dei segni distintivi della vera Chiesa, ma sono l'apparire del mistero stesso della Chiesa e del suo legame, nello Spirito, con Cristo: non sono delle dottrine ma la partecipazione a un fatto e ad una presenza che genera vita. Pur nella povertà di una storia che conosce la divisione e il peccato, la Chiesa retta dallo Spirito porta con sé il sogno di un futuro e il fermento di un cammino, porta con sé una vita che la storia umana può mettere alla prova ma che solo l'eternità placherà definitivamente.

2. Lo Spirito prega in noi

Il già ricordato numero 4 della «Lumen Gentium», tra l'altro, attribuisce allo Spirito il compito della preghiera: frutto dell'azione dello Spirito, la preghiera esprime un progresso ed una crescita nella direzione del Paraclito, cioè nella costruzione dell'uomo e della terra nuova. Questo legame fra lo Spirito e la preghiera è continuo nella tradizione cristiana: non può, infatti, la nostra mente pregare se prima di lei (...) e quasi in una sicura aspettativa (...) in lei non preghi lo Spirito divino (Origene). Questo accostamento riprende i ben noti testi di Paolo (Gal 4,4-6; Rm 8,14-16) per ricordare che la preghiera cristiana è preghiera filiale e che la filialità è possibile solo nello Spirito: rendendoci figli nel Figlio, la preghiera colma la lontananza di Gesù da noi, ci introduce nell'esperienza della paternità e prefigura la nostra vita filiale.
Al centro della preghiera sta, quindi, la presenza di un'altra persona, la presenza dello Spirito di Gesù: assimilati a lui per grazia, siamo coinvolti pure in quella eterna lode che ha trovato nella sua vita umana la sua espressione storica più alta. Pregare è, allora, prefigurare nella forma anticipatrice c simbolica della preghiera quella cono uni(me di intenti con Dio che appartiene alla filialità nello Spirito; è l'atteggiamento dell'amico dello Sposo che «l'ascolta ed esulta di gioia alla voce dello Sposo» (Gv 3,29). Poiché questo non è possibile senza il sostegno dello Spirito, è nella preghiera che il suo giubilo e il suo ringraziamento, il suo invocare e il suo sollecitare occupano e orientano tutta la nostra persona. Questo non ci dà diritto a tacere per dire allo Spirito: parla tu! Al contrario, solo là dove la nostra fede esprime il suo assenso ardente e incondizionato alla sua persona, il centro del nostro essere passa dalla passività alla ferma volontà di comunione; animati dallo Spirito, si trova il coraggio di spingersi oltre il nostro limite creaturale fino alla invocazione ed alla esultanza dello «abbà». Certo, collocato come è nella debolezza e nella fragilità del nostro cuore umano, lo Spirito assume tutta la complessità e la povertà della nostra situazione - dalla stanchezza alla abitudine, dalla agitazione alla confusione - ma ci sospinge con gemiti inesprimibili (Rm 8,26) verso la piena libertà. Lo Spirito non diventa solo il maestro e l'aiuto della nostra preghiera; a tal punto prega in noi che, quando il Signore scruta gli abissi della nostra anima, non trova solo il nostro nulla ma anche il suo Spirito, reso nostro per dono: da dentro di noi, sospira con noi e per noi trasformando il caos della nostra vita in una sinfonia di lode al Signore. Per questo la preghiera è importante, per questo la preghiera deve essere continua come uno stato di vita che ci accompagna, per questo la preghiera deve scaturire dall'intimo del cuore (Mt 6,6) e deve badare bene a non staccarsi dallo Spirito, a non spegnerne la luce dentro di noi. Ammonisce, infatti, Caritone di Valamo: se qualcuno versa dell'acqua o getta della terra sulla fiamma di una lampada, questa si spegne, e lo stesso succede se le si toglie l'olio: il dono della grazia si estingue nello stesso modo. Se hai la mente piena di cose terrene o se ti lasci assorbire dalle preoccupazioni quotidiane, hai già spento lo Spirito. (...) Lo Spirito è venuto in te grazie alla misericordia di Dio, ma se non trova in te frutti adeguati di misericordia se ne andrà via.
La preghiera nello Spirito, inoltre, favorisce l'unità della nostra persona, opponendosi ad una facile separazione tra ragione e sentimenti, tra conoscenze e vita. Questa globale preghiera del nostro essere non avviene senza una ascesi interiore, senza un silenzio fecondo: radicando la preghiera nella nostra persona, evitiamo che le parole e i gesti rimangano a quel livello di esteriorità che Matteo chiama ipocrisia (Mt 6,56). Unendoci alla sua preghiera, lo Spirito ci rende partecipi dei sentimenti delle persone divine, ci porta a vivere dell'eterno Amore divino nonostante la nostra meschinità. O non riconoscete forse che Gesù abita in voi? (2 Cor 13,5). Inoltre, lo Spirito che prega in noi ci unisce pure alla Chiesa modellando liturgicamente la nostra vita come una vita che condivide la preghiera filiale e sacerdotale di Gesù, come una vita capace di intercessione universale. La preghiera nello Spirito non naufraga, insomma, in un intimismo esasperato: sa aprirei il cuore alla preghiera e alla vita per il mondo.

3. La riscoperta delle esperienze carismatiche

Il Cristo ricapitola l'umanità nella unità del suo corpo donando lo Spirito alle persone così da introdurle, in una maniera unica e personale per ciascuna, nella pienezza della sua comunione. Queste convinzioni si saldano, oggi, con una singolare riscoperta delle esperienze carismatiche - dal battesimo nello Spirito alla preghiera di guarigione, dalla profezia al parlare in lingue - che non può essere passata sotto silenzio.
La guida per approfondire questi temi non può che essere Paolo; la riflessione sui carismi dovrà aver ben presente, anche se non solo, i testi di 1 Cor 7-14 con particolare attenzione al grande capitolo dodicesimo. Secondo E. Kàsemann, la chiamata alla comunione con Cristo investe tutto ciò che una persona è, tutto il suo patrimonio di vita; in forza del battesimo l'intera realtà di una persona è messa su un fondamento nuovo che la finalizza a Cristo: posta al servizio del regno, la vita del credente sta davanti al Signore come suo dono e come compito da lui ricevuto. Il tema dei carismi si lega a questa affermazione della signoria di Cristo dalla quale si ricava che l'intera vita va vissuta nel Signore; anche le doti naturali, poste su questo fondamento, ricevono un significato del tutto nuovo. Tutto può diventare carisma. Non solo sarebbe insensato, ma sminuirebbe lo stesso onore di Cristo. che vuole riempire ogni cosa, se volessi escludere dalla sua sfera di potere gli ambiti che riguardano la natura, la sessualità, la vita privata, il sociale (E. Käsemann ). Con semplicità, Paolo concluderà che vi sono diversità di carismi ma uno solo è lo Spirito (1 Cor 12,4) e che ogni dono - ognuno ha il suo - va messo al servizio della utilità comune (1 Cor 12,7). In questa linea i carismi sono il tessuto normale della vita cristiana: lungi dall'essere doni straordinari di alcuni, sono invece il modo con cui lo Spirito anima la comprensione della Parola e la preghiera, sostiene il cammino della comunità nei suoi molti bisogni e risponde ai problemi della società. Per questo Paolo consiglia di aspirare pure ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia (1 Cor 14,1).
Non mancano, però, i carismi straordinari. Le scritture li conoscono e li testimoniano. Il parlare profetico presenta la sintonia della Parola con una determinata situazione di vita e indica nel tempo in cui viviamo il momento favorevole in cui questo può avvenire. La preghiera di guarigione è rivolta a quello Spirito che è forza vitale: nella memoria delle guarigioni operate da Gesù, è speranza per il presente. Andrà comunque tenuto presente sia che implorare la guarigione non è mai uguale a poterne disporre sia che Gesù ha assunto la sofferenza e la morte fino a renderle luogo del suo regno. Il carisma, però, più attestato è il parlare in lingue, è la glossolalia. Il fenomeno è ampiamente attestato: Marco lo pone tra i segni che accompagneranno quelli che credono (Mc 16,17), Luca sembra connettere la discesa dello Spirito al parlare in lingue (At 2,5-11; 10,44-46; 19,6; non menzionano il parlare in lingue At 4,31; 8,17; 9,17-18), Paolo lo menziona più volte (1 Cor 12,10.28.30; 13,1.8) e gli dedicherà un intero capitolo, il quattordicesimo, della sua prima lettera ai Corinzi. Si tratta di una così forte emozione intima prodotta dallo Spirito che, per esprimerla, si esce dall'ambito di una lingua comprensibile e la si manifesta con la glossolalia (J. Moltmann), cioè con suoni inarticolati ma melodiosi. Ai Corinzi, assetati di straordinario, Paolo ricorderà la centralità della carità: nella sua ampiezza, non riducibile alla sola vita comunitaria, la carità resta il criterio di valutazione di tutte queste esperienze. Non solo è il dono più grande (1 Cor 12,31; 13,13), ma è la sostanza stessa della comunione con Dio.

4. Una nuova esperienza della santità

Nella storia della Chiesa e della teologia, la santità è stata spesso l'ultimo rifugio della riflessione sullo Spirito Santo: non meraviglia perciò che il rinnovato interesse per lo Spirito trascini con sé anche un rinnovato interesse per la santità. La santità è il dispiegarsi dello Spirito in noi e non va confusa con dinamiche psicologiche o sentimentali che rendono Dio un oggetto della nostra soggettività; frutto dello Spirito, la santità è partecipazione al Santo, cioè a Dio, e ci comunica la misericordia e la dedizione con cui Dio opera nella storia della salvezza. Siate santi perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Lv 19,2). Lo Spirito non limita la sua opera alla fraternità o alla giustizia ma ci porta ad una comunione con il Padre dove la contemplazione del suo amore è lode che non disdegna il servire. In effetti la santità cristiana coniuga insieme la dimensione dossologico-contemplativa con l'impegno della vita, mirando così a ricapitolare ogni cosa nel Signore Gesù. Nella Chiesa si dà una universale chiamata alla santità: è chiaro dunque a tutti che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano (Lumen Gentium). Dalla Chiesa ci si attende una multiforme esperienza ed una multiforme manifestazione di questa santità. Non si tratta di un ideale astratto, codificato una volta per tutte in una forma perennemente valida ed al quale si possano solo apportare accentuazioni o modulazioni particolari, ma di una esperienza di vita interagente con la realtà e riconoscibile nella sua attuazione concreta e nella sua dina m lel storica. Centrata sulla escatologia, la santità non è per questo) meno preoccupata del destino del mondo; il modello su cui pensare l'escatologia non è, infatti, la trascendenza greca lila quella incarnazione di Gesù in cui l'eschaton si svela divino proprio immergendosi amorosamente nella vita umana. Totalmente impegnato per Dio, il santo è totalmente impegnato per l'uomo. È questa la santità di Gesù, è questa la santità di Maria e della Chiesa.
La radicalità con cui, oggi, intendiamo la santità come un perdere la vita per Cristo e per il vangelo la rende poi singolarmente affine al martirio: non tanto il martirio come violento spargimento di sangue, ma il martirio come impegno totale della persona; taluni subiscono il martirio una volta, con la spada; altri conoscono il martirio dell'amore che li corona dall'interno (P. Evdokimov). Collocato in questo contesto, il martirio della santità non proclama una vita «altra», non volta le spalle al mondo ma è amore e volontà di dialogo con questo mondo fino a dare la vita per esso.