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    Uscire dall’emergenza



    Il disagio interpella la pastorale /1

    Intervista a Domenico Ricca a cura di Cristina Mustari

    (NPG 2010-03-63)


    L’intervista con cui iniziamo la rubrica dedicata ai problemi della marginalità e del disagio giovanile, è al Presidente dell’associazione SCS/CNOS-Salesiani per il sociale, da anni impegnato nell’educazione sul territorio e in dialogo con le istituzioni. Essa intende sottolineare l’importanza di una riflessione «collocata», sbilanciata sul versante sociale del problema educativo, per indicare elementi critici dell’educazione stessa e della PG. Tale intervista è dunque «di quadro»; i prossimi interventi entreranno di più nelle singole problematiche.

    Domanda. La parola chiave, se pur contestata dai pedagogisti, è «emergenza educativa». Che l’educazione sia (sempre) una sfida è pacifico; che oggi sia una particolare emergenza è ovviamente tutto da dimostrare. Nella sua visione, quali i segnali che evidenzierebbero tale emergenza?

    Risposta. In questa epoca di consumismo sfrenato consumiamo in fretta anche le parole. Quando l’ha detta Papa Benedetto XVI l’anno scorso, è stata una profonda intuizione, forse un grido di allarme e l’espressione di un desiderio di concentrare le menti e le azioni migliori verso la gioventù (anche come legittimazione del decennio che la CEI dedicherà all’educazione). Peccato che tutti abbiano abusato di questa espressione svuotandola così di senso.
    Quando guardo a questo richiamo dell’emergenza educativa non lo faccio, come si è tentati di fare, guardando ai ragazzi come «quelli che hanno bisogno di essere educati», ma credo che la cosa interessante in queste parole sia il richiamo che – se emergenza educativa c’è – essa riguarda tutti. Tutti siamo in «emergenza» educativa.
    Gli adulti sovente hanno rinunciato al loro compito di educatori perché questo rischia di generare conflitti che oggi si cerca il più possibile di evitare.
    Non ci sono più scontri in famiglia. Quando si tocca un problema di progetto di vita, di scelte di futuro, di tempi delle scelte, comincia ad attivarsi lo scontro, e allora i genitori – per non perdere quei pochi momenti di intimità e di sentimenti con i propri figli che già sono così pochi – preferiscono lasciar correre, andare oltre. E dunque non ci sono più i momenti di confronto in cui l’adulto si pone verso il ragazzo, non in maniera paritaria e simmetrica, ma in maniera asimmetrica. Ecco che allora bisognerebbe educare gli adulti ad educare.
    Spesso rischiamo di pensare ai ragazzi solo come ricevitori; invece, come diceva qualche tempo fa Paulo Freire, nessuno educa nessuno, ma ci si educa insieme. L’educazione è un processo che si costruisce con ruoli ben precisi, ma che si costruisce insieme.

    Le agenzie in emergenza

    D. In questo sguardo più ampio che riguarda gli adulti e il modo di «guardare» e attivarsi verso il mondo dei giovani, come si collocano le agenzie formalmente educative? Anche qui «emergenza»?

    R. Il discorso che ho accennato circa gli adulti vale globalmente per le agenzie educative (in effetti da esse gestite), scuola, istituzioni, mass media, Chiesa, anche se ciascuna meriterebbe un discorso a sé.
    Della famiglia ho già accennato.
    Parlare della scuola in questo momento potrebbe sembrare uno sport troppo facile, uno sparare sulla Croce Rossa. Sì, perché i tanti episodi di bullismo, a volte di vera e propria aggressione fisica quasi da codice penale, fa pensare al fallimento del sistema scuola. Io non sono pienamente d’accordo. Perché non dimentico i successi della scuola, specie quella che noi semplificando chiamiamo elementare e media, per esempio nel faticoso cammino dell’integrazione. Nel quadro di classi con forte presenza di stranieri, la scuola ha testimoniato con coraggio che un’integrazione si può fare. Senza finire nelle classi ponte, ma accompagnando con un supplemento di impegno e di lavoro i ragazzi che facevano più difficoltà proprio perché non capivano quanto si dicevano. È vero: carenti in italiano, ma magari bravi in altre discipline scolastiche.
    E se la scuola, anche quella dei più grandi, deve riprendersi un po’, lo deve fare secondo me in un’ottica di maggior motivazione, di più forte passione educatrice. Si ha bisogno di adulti competenti, come ebbe a dire Petropolli Charmet in un’intervista dell’anno scorso:
    Per questi adolescenti l’adulto competente è chiunque coltivi ed esprima una forte passione per «qualcosa». Ecco, quando individuano qualcuno che secondo loro va bene, in base a criteri anche difficili da decodificare, possono esserne soggiogati. Anche un docente un po’ svitato, ma realmente appassionato della sua materia, diventa un punto di riferimento, una risorsa. Gli altri adulti – quelli opachi – non sono contestati, non sono avversari da abbattere, semplicemente rimangono del tutto irrilevanti.
    Ma c’è bisogno anche di genitori che siano alleati e non avversari della scuola. Spesso i genitori si sentono giudicati per le azioni violente dei figli e, di conseguenza, sono subito pronti a difenderli, per difendere in ultimo se stessi. Ma così non va bene. Scuola e famiglia devono riannodare un patto educativo.
    E poi le istituzioni che gestiscono il tempo libero dei ragazzi. Credo sia necessario lavorare più sulle sinergie che sulle contrapposizioni. Tutte le istituzioni hanno ancora un senso, perché – almeno per la preadolescenza e adolescenza – sono ancora i «luoghi» per i ragazzi, creano appartenenza e assicurano una certa identità. Ma più questa appartenenza si affievolisce, ovvero più i ragazzi crescono, più i luoghi se li vanno a cercare da soli.
    Vorrei inoltre sottolineare la mutazione che sta avvenendo. Anche la dicitura «agenzia educativa» non ne chiarisce l’identità. In una società liquida (come afferma Bauman) non sono solo le materie prime ad essere «just in time», ma sono le persone ad esserlo: è tutto preso e consumato all’istante, e a tutto viene dato peso nella misura in cui serve all’istante. Quindi quello che oggi è molto importante, domani può non esserlo più. È questa la liquidità, dove si manifesta più ampiamente la crisi degli adulti: è come se non ci fosse più nulla di strutturale, «i luoghi», ma ci sono tante cose che girano, che vagano (i famosi «vaganti» di Baricco), e chi li fa suoi li usa e poi li butta via.
    I ragazzi fanno un po’ questo uso dell’agenzia educativa, pertanto dobbiamo stare attenti a pensare a noi con una certa immobilità. Ma è qui che il gioco si fa duro, perché occorre conciliare flessibilità e mantenimento di valori costanti. I valori sono sempre gli stessi, il problema è la loro traduzione nell’oggi, è in questa traduzione che si rischia di perderli.

    D. La società è attraversata da nuovi fenomeni sociali come l’immigrazione, l’incontro con le altre culture, le nuove povertà. Toccano da vicino il mondo dei giovani?

    R. L’immigrazione, l’impatto con le altre culture, il disagio crescente, le povertà nuove, più relazionali che strutturali, colpiscono certo maggiormente il mondo giovanile, ma non solo. I ragazzi rispetto a certe cose non sono più a disagio di tanti adulti.
    Quella dell’immigrazione, per esempio, è categoria interessante. Sbagliamo spesso quando equipariamo la parola immigrazione alla parola disagio, effetto del nostro razzismo latente. Quando pensiamo agli altri che non hanno il nostro background culturale, che non hanno la nostra stessa carta di identità, li pensiamo subito in una situazione di disagio e di minorità. Come dice Ambrosini, la situazione dell’immigrazione invece non è una situazione di disagio di per sé, lo diventa nella misura in cui nei luoghi in cui i minori immigrati vanno a vivere, non trovano quelle opportunità e quelle condizioni che avrebbero diritto di trovare. Se la situazione di partenza non è di disagio in sé, i ragazzi stranieri hanno gli stessi disagi dei nostri ragazzi, quelli dell’impatto con l’adolescenza, del passaggio delle età, per cui in qualche momento sono più caratteriali, più esuberanti o più chiusi. Solo se certe situazioni si patologizzano, subentra quello che chiamiamo «disagio», e dà motivo e rinforza gli educatori nell’opera della prevenzione.
    In generale i fenomeni che aiutano a capire identità e valori dei giovani sono tanti e bisogna guardarli tutti. Ad esempio nei mesi scorsi il fenomeno dell’Onda ci ha fatto interrogare: diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto nel 68, ha raccolto e dato identità su cose molto concrete, poco ideologiche. Forse è il segno che è finita un’epoca, c’è la voglia di tutelare una serie di diritti. Forse questi atteggiamenti poi non si traducono in scelte di politica coerenti, ma le scelte di politica concreta poi sono qualcosa di ancora differente.
    Il Censis ha denunciato che stiamo vivendo un momento di passaggio, dalla mucillagine alla metamorfosi, dalla liquidità totale e dal non avere agganci solidi al cambiamento, e individua gli agenti di questo mutamento: ruolo degli immigrati, azione delle minoranze, crescita ulteriore della componente competitiva del territorio, propensione a temperata e misurata gestione dei consumi e dei comportamenti. Di fronte a questa crisi economica, ma anche ecologica e ecosistemica, dobbiamo andare a riscoprire sobrietà e frugalità. Si stravolge il concetto, di moda in questo momento, in base al quale per combattere la crisi bisogna aumentare i consumi. Non è così. Le politiche della crisi sono le politiche che aiutano e sostengono tutti nel vivere in modo più frugale e nell’acquisizione e nella garanzia di alcuni diritti vitali primari. Di ciò sembra che i giovani si stiano in qualche modo rendendo conto.

    Il racconto dei giovani oggi

    D. Come ci descrivono il giovane le analisi sociologiche più recenti?

    R. Premetto che corriamo tutti il rischio di uniformare il mondo giovanile solo sotto alcune chiavi di lettura. Il fenomeno che ci appare dalle analisi è sempre troppo pessimistico rispetto a ciò che la prassi quotidiana ci rivela. Perché statisticamente si fanno delle inchieste e vengono fuori questi parametri.
    Una ricerca dello Iard, per esempio, dice che famiglia, amicizia e amore sono i valori, le scelte di fondo che hanno la priorità nella vita dei giovani, mentre volontariato e politica sono fanalino di coda. Ebbene, l’errore che spesso si fa è quello di trasportare nel nostro agire quotidiano queste analisi, rischiando di non capire più realmente e profondamente questi ragazzi chi sono.
    Nel mio lavoro quotidiano, in carcere e in parrocchia, rimango di fatto positivamente impressionato dalla riflessione profonda che molti ragazzi fanno sugli eventi e anche su se stessi. Certo ci sono dei fenomeni sociali che non li aiutano, ci sono momenti topici della loro vita quotidiana difficili e che li confondono, ma sono convinto che la generalizzazione delle analisi non favorisce i giovani in questo momento. Dovremmo invece cercare di avere maggiore attenzione verso le storie di vita particolari.
    E a queste vorrei rifarmi per andare sul concreto, più che affidarmi a generalizzazioni. E magari suggerire, invece che le ultime ricerche, qualche libro dove adulti sanno osservare con simpatia e partecipazione il mondo degli adolescenti, come ad esempio in L’età indecente che – attraverso il racconto incrociato di Niccolò, tredicenne alla difficile ricerca di un’identità, e di Caterina, madre matura tormentata dai suoi bilanci controversi – rivela i percorsi che separano ragazzi e genitori, alla ricerca di uno sbocco che li porti a ritrovarsi.
    Riconosco intanto la situazione di una società dove sono stati portati a compimento processi di individualismo, relativizzazione, presentismo, che influiscono pesantemente sul mondo degli adolescenti e giovani, in termini di scippo del futuro, difficoltà alla relazione, solitudine esistenziale.
    Ma anche questi sono segni ambigui, facilmente capovolti quando essi si collocano in relazione con un adulto competente: allora sanno esprimere una tensione etica, sanno impegnarsi sul piano della narrazione di sé, mostrano una grande capacità di ricognizione della loro mente.
    A dispetto delle apparenze (di afasia emotiva), sanno essere affettivi: ad esempio, la loro vita di coppia è molto più evoluta di quella degli adolescenti di un tempo; hanno un livello di autonomia reciproca elevato; non coltivano eccessivamente il sentimento della gelosia; magari hanno smarrito il senso della grande passione amorosa, onirica, a vantaggio però di una certa pacatezza e stabilità. Soprattutto hanno introdotto una pariteticità reale tra maschile e femminile che senz’altro avrà una ricaduta sui loro rapporti più maturi, sulla genitorialità futura, sulla vita familiare e nei rapporti con i figli... A me non sembra poco.

    D. «C’è sempre un po’ d’amore per qualcuno… e in qualcuno un po’ d’amore sulla cattiva strada» diceva una vecchia canzone di De Andrè… È davvero così? Lei vive gran parte della sua professionalità educativa come cappellano di un cercare minorile. Cosa «è mancato» a questi suoi ragazzi nel loro ordinario percorso di vita? quali le esperienze più negative che hanno vissuto?

    R. Il carcere dei minori è molto variopinto. Nel carcere dove lavoro, a Torino, l’immigrazione la fa da padrona. Ai ragazzi immigrati che arrivano in carcere è mancato qualcuno o qualcosa. Sono ragazzi che hanno girato il mondo. Arrivano nelle città perché c’è un tam tam, perché c’è una nicchia di compaesani che li richiama. A costoro, pure in una città che per gli stranieri ha fatto molto, è mancato quell’aggancio in grado di far capire che è possibile vivere onestamente. Se incominciano a scoprire che in una sola notte, spacciando, riescono a guadagnare molti soldi, diventa difficile fargli comprendere che una borsa-lavoro da 500 euro per un mese è una cosa utile, educativa. Il loro disagio nasce dal trovarsi in contesti criminogeni da una parte, perché sono i pesci piccoli di una grande rete, ma nasce anche dalla mancanza di famiglia.
    I percorsi in negativo maggiormente praticati sono proprio questi, di delinquenza giovanile spicciola. I famosi delitti mediatici efferati degli anni trascorsi, avevano sempre italiani, mai immigrati, come attori. Gli immigrati infatti sono dediti maggiormente a quella microcriminalità che però disturba di più la gente, che crea più allarme sociale. Crimini meno gravi, ma che fanno più notizia. Si è più toccati dal furto, dalla rapina, dallo spaccio; questi fanno più paura, generano più insicurezza.
    Ma, come dice Bauman, gli stranieri servono a scaricare la paura, sono il capro espiatorio. Quando si ha paura di non farcela a soddisfare i propri bisogni, quando si ha paura del futuro per i propri figli, per esorcizzare questo sentimento di timore lo si scarica su un altro più che su se stessi, è più facile. Fa sentire meglio scaricare i propri disagi sugli altri, sui diversi, perché non li si comprende, perché non li si conosce, non parlano la nostra stessa lingua. Allora cerchiamo delle categorie che in qualche modo inconsciamente fanno da catalizzatore di paure. La gente fa questo inconsciamente, però se chi fa politica fa questo consciamente e queste paure le alimenta, le gonfia e ci soffia sopra, allora è colpevole.

    Percorsi di speranza

    D. La solita domanda: che fare? Che fare per prevenire i guasti, che fare per affrontarli e permettere vie di uscita e speranza?

    R. Non conosco altri possibili strumenti per far fronte a questa situazione che quelli della quotidianità, del giorno per giorno, e della cosiddetta normalità. Sono quelli che si devono attivare in un processo di crescita, stando molto attenti a quanto sta capitando nelle relazioni tra le persone, nelle relazioni con il mondo, nelle relazioni con l’ambiente e con una serie di altri attori che ci sono intorno.
    L’espressione di Freire sulla responsabilità di tutti nell’educazione è rivolta soprattutto a noi adulti. Era sottointeso anche nel discorso del Papa: chiamava tutti a raccolta, non perché dobbiamo tutti essere protesi verso il ragazzo, ma perché dobbiamo essere tutti protesi ad assumerci e ad accogliere bene le nostre rispettive responsabilità. Nella crescita di coppia, nel lavoro, nell’ambiente di vita quotidiana, perché l’educazione è soprattutto testimonianza, è una scelta di coerenza etica.
    Non si può educare solo con le parole, ma si educa con la coerenza di vita, con l’etica nelle relazioni, nei comportamenti di lavoro, nei comportamenti familiari, con le testimonianze, con le scelte: sono quelle che parlano ai nostri ragazzi. Nessuno può farsi maestro se non ha niente da portare.

    D. Il discorso viene dunque portato sugli adulti… sui quali sì probabilmente oggi c’è emergenza. Di quali adulti hanno bisogno oggi i ragazzi, per rendere fattibile ed efficace l’educazione?

    R. Tutto il discorso educativo in effetti li chiama in causa, né potrebbe essere diversamente. In un clima di fragilità e frammentarietà, i ragazzi hanno bisogno di una cura maggiore, di un accompagnamento discreto, ma costante, di non essere abbandonati a se stessi.
    Hanno dunque bisogno anzitutto di adulti «competenti», non nel senso di professionalità specifica, ma qualcuno che coltivi ed esprima una forte passione per «qualcosa». Vorrei ripetere qui la citazione di Pietropolli Charmet riportata prima. Essi cercano adulti che sappiano aiutarli a dar senso ai significati, cioè creare cornici unificanti, che sappiano coniugare amore-tenerezza con amore-fermezza, che è l’opposto della durezza, della freddezza e dell’indifferenza, e ha come obiettivo l’apprendimento graduale dell’arte di vivere, l’acquisizione di una progressiva autonomia e fiducia in se stessi.
    Essi cercano adulti che aiutino i ragazzi ad accogliere e accompagnare le emozioni. In effetti oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli… più impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per «mettere in contatto» il cuore con la mente, la mente con il nostro comportamento, il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel cuore.
    Essi cercano adulti che sappiano educare al senso del limite come compimento costruttivo del desiderio.
    Ma come perseguire questo fondamentale obiettivo educativo con i giovani (che li getta oltre il presentismo e la chiusura su di sé), quando essi stessi non sanno uscire da una cultura giovanilista ed edonistica?

    D. Una domanda al «salesiano», che di certo avrà già sentito tante volte e per cui avrà già attrezzato delle risposte, non solo sul piano della teoria. Tutto il lavoro educativo (preventivo) per gli adolescenti «a rischio» o già toccati dal disagio… entra nella PG, rispetto al compito «primario» dell’evangelizzazione?

    R. Ci sono dei momenti in cui l’evangelizzazione è più facilitata e altri in cui c’è maggiore difficoltà.
    Io so cosa non bisogna fare. Bisogna stare attenti a non farci prendere la mano quando ci dicono che i ragazzi sono maggiormente aperti al problema religioso e credere di dover enfatizzare questo aspetto. Sappiamo bene, infatti, che se certe esperienze, pur interessanti e coinvolgenti emotivamente, non sono state preparate e accompagnate da un percorso educativo, lasciano il tempo che trovano. Le grandi adunate oceaniche dei giovani sono importanti, perché i giovani hanno bisogno di liturgie e i riti sono un fattore della crescita e vanno ripetuti, ma se dietro i riti non c’è un accompagnamento educativo, fatto da qualcuno che li prenda dal punto in cui sono e narri loro l’esperienza di Dio, non produrranno effetti duraturi. Narrare l’esperienza di Dio vuol dire evangelizzare; prenderli dal punto in cui sono vuol dire educare.
    Nelle comunità per minori, nelle case famiglia nelle comunità di accoglienza, facciamo dei momenti di celebrazione, e così anche in carcere, ma non per rispondere solo al loro bisogno di un culto esterno. Spesso i ragazzi hanno una religiosità molto tradizionale. La religione per loro è una consolazione; più sono a disagio, più sono poveri dentro, più la religione diventa fattore consolatorio, ma deve invece diventare fattore che stimola.
    Credo che a noi Salesiani (e a chi trae da Don Bosco illuminazione e fiducia nei confronti dell’educazione) non debba mai mancare questo aspetto, lo ripeto: prendere i ragazzi dal punto in cui sono, e questo è il processo educativo. Per farlo bisogna capire dove sono, stanarli nei loro luoghi, incontrarli là dove vivono il quotidiano.
    Partendo da lì, per me, evangelizzare è accompagnamento educativo alla scoperta di Dio, del senso della vita, fino alla scoperta che la risposta ai grandi perché dell’esistenza è Gesù Cristo.


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