Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996


UNA MORALE ANTICONFORMISTA

Per quanto riguarda l'ambito della vita sociale, l'insegnamento della morale cristiana si fonda essenzialmente, come si è visto, sull'amore del prossimo, sulla responsabilità di ognuno nei confronti del bene degli altri e sull'imperativo di promuovere questo bene e di combattere con tutte le proprie forze i mali che vi si oppongono. In questo campo importantissimo della vita, essa quindi non si discosta molto dalla migliore sensibilità etica della nostra cultura (che, del resto, affonda storicamente le sue radici nel cristianesimo). Ma per quanto riguarda l'ambito della realtà sessuale, l'insegnamento morale della Chiesa è, per il suo rigore e per la particolare rilevanza tradizionalmente riservata a questi settori della vita, molto lontana dalla morale corrente, così che il credente, per restare fedele alla sua fede e al suo battesimo è costretto ad assumere, in questo campo, posizioni coraggiosamente anticonformiste.
La concezione morale dominante nella nostra cultura vede la sessualità soltanto come campo di energie e di interessi da padroneggiare e utilizzare a piacimento, quando non la riduce a un semplice bisogno fisiologico.
Ma la sessualità è nell'uomo qualcosa di specificamente umano; quindi qualcosa di insuperabilmente diverso e ulteriore rispetto alla sessualità biologica e istintuale degli altri viventi sessuati.
In quanto tale, essa coinvolge e impegna, in misura non superficiale e non irrilevante per l'autorealizzazione umana, tutte le dimensioni dell'esistenza umana, tutti gli strati e le strutture del suo corpo e del suo spirito, tutte le sue energie vitali.
Essa quindi non si riduce alla funzione riproduttiva con cui pure ha certamente relazione, e tanto meno a un qualche bisogno fisiologico. Per poco che si rifletta sulla natura specificamente umana della sessualità, si è costretti a riconoscere che essa è una forma intima di comunicazione interpersonale, in cui si rivela e si realizza in modo eminente la verità dell'uomo. La realtà sessuale costituisce quindi un aspetto decisivo dell'autorealizzazione umana.
I valori morali che essa è chiamata a realizzare e le norme morali cui deve sottostare non sono imposte dall'arbitrio di qualcuno né sono affidate soltanto alla progettualità umana; esse affondano le loro radici nella realtà profonda della sessualità stessa.
È a partire da una precisa visione della realtà sessuale che è possibile fare una ricognizione dei valori e delle norme etiche cui deve rifarsi la gestione umana della realtà sessuale.
Una simile ricognizione è quanto cercheremo di fare in queste pagine, per offrire un quadro di riferimento e di confronto a quanti vogliono comprendere e cercare di vivere le esigenze della morale sessuale cristiana.
L'ordine con cui elencheremo i valori di riferimento risponde alla loro interna gerarchia, legata alla loro diversa importanza, fondamentalità ed evidenza: il fatto che un valore venga enunciato prima di un altro significherà quindi che esso è più importante, capace di fondare gli altri valori che lo seguono, nello stesso ordine con cui sono elencati, ma, proprio anche per questo, più facilmente comprensibile come tale, quindi presumibilmente più facile da riconoscere nella sua qualità di valore.

PRENDERE SUL SERIO SE STESSI

Il primo valore che emerge da una considerazione approfondita della realtà sessuale ci sembra quello della serietà morale.
L'atteggiamento di una certa serietà di fondo nei confronti della propria esistenza non è contenuto in nessuno dei cataloghi tradizionali delle virtù morali e non sembra comandato da nessuno dei più comuni codici di imperativi morali; e tuttavia è la base e il presupposto di ogni discorso e di ogni esperienza etica.
Prendere sul serio la propria esistenza, vederci una possibilità e un compito costituisce l'ingresso nell'impresa morale; l'alternativa a questa serietà è l'affidamento incondizionato di sé al contingente, al capriccio del momento, alla spontaneità immediata dei desideri dispersi e senza progetto; ma è anche il rifiuto di accedere alla vita morale: «Posso affrontare la mia esistenza - dice un filosofo moralista contemporaneo -, prenderla sul serio o invece eluderla, perdermi, disperdermi nei singoli desideri e finalità che mi capita di avere» (E. Tugendhat).
Nel primo caso io decido contestualmente di prendermi sul serio e di pormi il problema morale come problema della mia autorealizzazione, nel secondo caso decido di eludere la serietà della mia esistenza e così mi rifiuto al problema morale, ma con la precisazione che «affrontare» la propria esistenza è salvarla, «eluderla» è veramente perderla, perdere quell'unica occasione di autorealizzazione che essa offre, con una perdizione che nulla potrà mai riscattare del tutto.
Il retto amore di se stessi, una giusta autostima, il senso della propria dignità sono, prima ancora dello stesso altruismo, alla base (almeno da un punto di vista psicologico) dell'impegno etico. Il contrasto decisivo tra esistenza morale ed esistenza amorale è nelle sue radici il contrasto tra questo prendere sul serio l'umanità, anzitutto in se stessi, oppure l'abbandono di sé all'insignificanza del desiderio immediato e al corso delle finalità contingenti.
Il «comportati verso la tua vita nel modo della serietà» potrebbe valere come formulazione dell'imperativo etico che sta alla base di ogni altro imperativo morale.
Prendere sul serio se stessi nel campo della sessualità impegna ad elevare nei confronti di ogni forma di esercizio sessuale un giudizio di non indifferenza in ordine all'autorealizzazione umana.
Si tratta di riconoscere che anche in questo campo, forse più ancora che in altri settori dell'esistenza umana, si rivela, si costruisce o si distrugge l'umanità dell'uomo. È riconoscere che ci possono essere in questo campo atteggiamenti e scelte di fondo che comportano una radicale svalutazione della persona umana e della sua dignità, prima ancora nel soggetto agente che nelle persone in qualche modo coinvolte.
Questa responsabilità verso se stessi, per quanto riguarda l'ambito specifico della sessualità, è stata spesso espressa, nel linguaggio morale della tradizione cristiana, con il paradigma, tipicamente biblico, della santità del corpo e dello spirito, che il credente promuove e custodisce in sé in forza della sua appartenenza a Cristo.
Lo si può già vedere bene da queste righe della prima lettera di san Paolo ai Tessalonicesi: «Per il resto fratelli, vi preghiamo e vi supplichiamo nel Signore Gesù Cristo: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio (...). Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine (...). Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo ma Dio stesso che vi dona il suo Santo Spirito» (1 Tessalonicesi 4,1-8).
La «santificazione» cui Dio chiama i credenti ha chiaramente relazione, almeno in questo contesto, col rispetto e la santità del proprio corpo e si oppone direttamente alla «impudicizia» o «impurità», cioè a una gestione della propria corporeità e della sessualità ispirata unicamente alla «passione» e alla «libidine». Si tratta di un settore della vocazione cristiana che non tocca direttamente l'amore del prossimo o la giustizia nei suoi confronti; ma sembra avere come oggetto primario il rispetto dovuto a se stessi e al proprio corpo, in quanto tempio dello Spirito Santo: «Qualsiasi peccato l'uomo commetta - dice ancora san Paolo - è fuori del suo corpo; ma chi si dà all'impudicizia, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Corinzi 6,19ss).
Per comprendere meglio a che cosa impegni concretamente questo rispetto della santità del proprio corpo, è necessario ricordare che per noi che crediamo in una creazione originariamente tutta buona e in una redenzione che ha raggiunto, riscattandola ed elevandola, tutta quanta la realtà creata, il corpo umano partecipa della stessa dignità dell'anima. L'essere dell'uomo è caratterizzato da una specifica «uni- totalità» di corpo e di spirito.
Pur sperimentando a volte una certa tensione tra queste due dimensioni della sua esistenza, l'uomo è sempre e inscindibilmente unità di anima e di corpo, in ognuna delle attività con cui si realizza, agisce sul mondo e comunica con gli altri.
«Unità di anima e di corpo - dice il Concilio Vaticano II -, l'uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporea, gli elementi del mondo materiale così che questi, attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore (...). Allora non è lecito all'uomo disprezzare la vita corporale; egli è anzi tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo giorno» (Gaudium et spes 14).

L'APERTURA ALL'ALTRO

Un secondo valore da prendere in considerazione è quello della costitutiva relazionalità dell'uomo che investe di sé tutte le dimensioni dell'esistenza umana.
Anche la sessualità è sempre e comunque un fatto di relazione interpersonale (fosse pure solo di una relazione negata o smentita). Come tale essa è luogo concreto di riconoscimento o di negazione dell'altro nella sua alterità, della sua dignità di persona e dei diritti che ne conseguono.
È un valore che scaturisce naturalmente dal riconoscimento della propria dignità: non è possibile prendere sul serio l'umanità in se stessi e disconoscerla negli altri, fare l'esperienza esigente e responsabilizzante del prendere sul serio la propria vita e utilizzare gli altri unicamente come se fossero cose.
Prendere sul serio l'altro comporta anzitutto riconoscere in lui un fine, che non può essere strumentalizzato, ridotto a cosa-mezzo.
Questo rifiuto alla reificazione dell'altro, chiunque esso sia, è proprio il contenuto etico del concetto di persona e dell'affermazione della sua dignità.
Ed è anche un tratto importante della personalità matura e umanamente riuscita.
Aspetto minimale, ma proprio per questo anche fondamentale ed imprescindibile di questa apertura all'altro, è il rispetto della giustizia.
La giustizia infatti difende quella linea minimale di riconoscimento dell'altro, chiunque esso sia, fosse pure un nemico, al di sotto della quale la sua dignità di persona sarebbe misconosciuta e i suoi legittimi interessi lesi in maniera essenziale. Non rispetto nulla di lui (e quindi ferisco in lui la stessa umanità che mi appartiene e che fa di me una persona) se non rispetto almeno quei suoi interessi essenziali che sono appunto tutelati dalla giustizia.
In quanto forma di relazione (fosse pure, come si è detto, di una relazione negata) con altri, non solo identicamente diversi da sé ma, almeno normalmente, tali anche in forza della differenza sessuale che investe tutto l'uomo e che rende rispettivamente femminile o maschile tutto il suo essere, il suo sentire, pensare e agire, in tutte le fasi del suo sviluppo, essa ha sempre relazione con la giustizia e sta sempre sotto i suoi imperativi e il suo giudizio morale.

UNA GESTIONE RESPONSABILE DELLA SESSUALITÀ

Nel tipo di mondo in cui viviamo, segnato dalla temporalità e dalla mediazione, il mio rapporto con gli altri, il rispetto o il misconoscimento dei loro diritti, il male che io posso causare loro con i miei comportamenti, e quindi la responsabilità morale che ne porto, non è soltanto quello direttamente inteso o causato dalle mie azioni, ma anche quello prodotto dalle conseguenze indirette ma prevedibili di queste stesse azioni: è il «senso di responsabilità», inteso nel significato etico di presa in conto dell'oggettivo nesso di causalità che lega le nostre azioni al bene o al male di altre persone.
Pochi campi dell'agire umano sono come il proprio comportamento in campo sessuale segnati dall'ampiezza e profondità di questo legame di responsabilità oggettiva.
Se in passato, quando si parlava di una simile responsabilità, il pensiero correva soprattutto alla possibilità di una gravidanza indesiderata (con tutto il corteo di conseguenze, a volte veramente drammatiche, comportate da una simile eventualità) che l'egoismo e la sconsideratezza del maschio poteva infliggere alla ragazza, oggi, in tempo di AIDS, la possibile trasmissione di questa implacabile malattia, di fronte a cui impallidisce la terribilità della tradizionali malattie veneree, domina il campo. È forse anche per questo che si corre il rischio di ridurre tutta l'educazione sessuale a una messa in guardia contro questo rischio e alla propaganda degli strumenti cui si affida in modo semplicistico e unilaterale la prevenzione.
Onestà vuole che si prendano realisticamente in considerazione, accanto a questi, altri rischi, di natura più direttamente psicologica ed educativa, che il comportamento irresponsabile in questo campo può imporre più o meno consapevolmente alla controparte o comunque da affrontare in proprio.
Pensiamo a questo proposito ai danni, anche irreparabili, che un comportamento sessuale ispirato unicamente al principio del piacere può produrre nel carattere morale dei giovani, non foss'altro che in termini di perdita irreversibile delle occasioni preziose per l'acquisizione di quell'autodominio, che è condizione indispensabile per la maturazione di un amore vero.
Va detto che a questo proposito gli psicologi non si limitano, come una cattiva cultura di massa vuol far credere, a mettere in guardia contro il pericolo dell'insorgenza di nevrosi o di altri disturbi psichici a seguito di una repressione sessuale eccessiva, o male impostata o non sufficientemente motivata; molto più serio è il pericolo che essi denunciano dell'insorgenza di forme di nevrosi causate dal senso di impotenza, di frustrazione, di profonda insicurezza interiore, dovute alla incapacità di una qualunque forma di autocontrollo e di padronanza delle proprie pulsioni elementari.
Al di là delle conseguenze che certe forme di comportamento possono avere sulle singole persone interessate, si dovrebbe tener conto anche del danno collettivo, prodotto dalla generale caduta del livello di aspirazioni etiche e del modello ideale di umanità che la permissione o legittimazione culturale di comportamenti immorali fa ricadere sulla intera società.

LA PARITÀ TRA I SESSI

La giustizia del resto non tocca soltanto le relazioni sessuali tra le persone singole, ma anche gli stessi rapporti di natura sociale e culturale che intercorrono tra i sessi intesi in senso collettivo, cioè tra l'insieme delle donne e l'insieme degli uomini.
Il rapporto tra il singolo maschio e la singola femmina si inserisce sempre, venendone profondamente segnato, nel rapporto collettivo esistente di fatto tra le donne e gli uomini all'interno di una data società e di una data cultura. A tale rapporto socioculturale collettivo si adegua, in misura maggiore o minore, la relazione individuale tra le persone dei due sessi, che finiscono inevitabilmente per condividere gli stereotipi sulla mascolinità e femminilità dominanti in quella cultura e per accettare l'assegnazione dei ruoli, dei privilegi e dei poteri rispettivi vigente in quella società. Ora è a tutti noto quanto questi stereotipi e questa assegnazione abbiano, nella nostra cultura, relegato a lungo la donna in una posizione marginale e subordinata, sia nella famiglia che nella società e come, ancora oggi, solo vincendo resistenze irrazionali e a prezzo di tensioni e di conflitti, si vada restituendo alla donna una sua parità di ruoli e di dignità con l'uomo.
L'etica sessuale non potrà ignorare i problemi posti da questi stereotipi socioculturali e dalla situazione di minorità della donna, cui essi forniscono una certa giustificazione ideologica.

SESSUALITÀ E AMORE

Ma l'esercizio della sessualità non mette in essere una forma di relazione interpersonale generica; nella relazione sessuale, l'altro interviene come partner; la relazione assume così il carattere di una comunicazione intima tra persone.
Si tratta di un rapporto particolarmente intimo e, più di ogni altro, specifico della condizione di persone e dell'appartenenza al mondo dello spirito di coloro che vi partecipano.
Nel caso della sessualità, le persone interessate trovano nelle differenze sessuali complementari e nelle energie psichiche dell'attrazione sessuale e dell'amore la spinta a una comunicazione reciproca, in cui il messaggio trasmesso e ricevuto è qualcosa che appartiene alla stessa verità del loro essere; per questo l'unione sessuale li completa e li fa essere di più.
La sessualità diventa così una forma di linguaggio; e la realtà di cui essa parla è l'amore.
Una specie di interna coerenza nei confronti della realtà con cui si ha relazione esige - ed è un'esigenza di carattere morale, nel senso che mette in gioco la fedeltà dell'uomo alla verità del suo essere - che questo linguaggio sia parlato in modo veritiero.
Il linguaggio sessuale dice di natura sua amore, anche quando fosse parlato da persone che non si amano: ma esso è parlato in modo veritiero solo se l'amore, che esso dice sempre e comunque, è un amore autentico.
Una simile autenticità, per quanto appartenente al mondo della soggettività più profonda della persona, ha connotazioni oggettive sulle quali può appunto essere misurata.
Essa si valuta anzitutto in base all'effettiva qualità psichica del «voler bene» di cui l'amore è costituito, nella sua consistenza psichica; e quindi in base alla sincerità con cui si vuole il bene dell'altro, in maniera tendenzialmente disinteressata e capace di portare a un vero e proprio dono di tutto se stesso, in rispondenza al dono ugualmente incondizionato dell'altro.
Richiesta minimale per un esercizio umanizzante della sessualità è che essa, se non proprio subito e sempre espressione di un amore già autentico, sia almeno incamminata seriamente verso la realizzazione graduale di un rapporto interpersonale umanizzante, perché non reificante nei confronti di nessuno dei partners.

L'AMORE E IL SUO LINGUAGGIO

Al di là di tutto questo, la morale cristiana propone, come valore morale e come esigenza di veracità nel dire l'amore, il rispetto delle leggi interne del linguaggio genitale della sessualità con cui tale amore viene detto.
Solo su questa via è possibile riscoprire l'intimo legame, oggi così facilmente incompreso e negato, che unisce nell'ambito della realtà sessuale umana la fecondità all'amore.
Se l'amore è il significato specificamente umano della sessualità, la trasmissione della vita ne è il frutto più ricco (Gaudium et spes 48-50).
La reciproca donazione in cui si esprime l'amore è un valore personale; essa esprime e realizza le persone interessate, ma insieme le trascende e fiorisce e fruttifica nel mistero di una nuova vita.
La generosa e libera apertura al dono-impegno della fecondità prende corpo, all'interno del matrimonio, in un atteggiamento interiore degli sposi e si attua in un progetto globale di fecondità. Questo progetto diventerà responsabile (e quindi pienamente umano) ricevendo numero e misura dalla generosa e consapevole valutazione dei coniugi stessi.
Ma anche quando questa positiva apertura alla fecondità non è di fatto operante in modo efficace, esiste sempre, in ogni esercizio della sessualità, un legame profondo tra l'amore e il linguaggio della genitalità in cui l'amore si esprime: «Per quanto sia profondamente personalistico infatti il dono reciproco dell'amore coniugale, la sua singolarità sovrana si esprime nelle comunicazioni unificanti della genitalità umana... Se la genitalità coniugale non deve diventare procreatrice senza essere innanzitutto unificante, essa non è mai unificante senza mettere in gioco una funzione periodicamente procreatrice. Infatti per quanto originale sia la comunione coniugale stessa, sta il fatto che il punto culminante della sua consumazione è un atto che attinge il suo linguaggio e le sue gioie al gesto per eccellenza della funzione procreatrice» (G. Martelet).
Forzando un poco l'analogia tra la sessualità e il linguaggio, potremmo dire che ci sono due modi diversi di sovvertire la veracità della comunicazione per cui il linguaggio della sessualità è fatto: c'è il disordine con cui il linguaggio viene piegato ad esprimere il contrario di ciò che si pensa, ed è la menzogna vera e propria; e c'è il disordine che sovverte soltanto le leggi interne del linguaggio, la sua grammatica e la sua sintassi. Queste leggi interne non sono naturalmente irrilevanti per la veracità della comunicazione; esse rendono possibile il pensiero e autentica la sua trasmissione. La loro lesione può comportare anch'essa un travisamento della verità e una falsificazione della comunicazione.
Non solo la parola ma anche il pensiero esiste solo dentro le strutture non neutrali del linguaggio. Per questo le leggi linguistiche sono insieme anche leggi dello spirito. Non è soltanto l'uomo a pensare e parlare un linguaggio; si può in un certo senso dire che il linguaggio pensa, modella, struttura l'uomo, conferendogli la sua concreta fisionomia spirituale.
Tradire le leggi del linguaggio è travisare il pensiero e bloccare la comunicazione. Nel nostro caso, tradire le leggi del linguaggio dell'amore è tradire la comunicazione dell'amore e quindi la sua autenticità.

MA TUTTO SI RIASSUME NELL'AMORE

A conclusione di questo elenco gerarchico di valori costitutivi della vocazione cristiana nell'ambito della sessualità, ci sembra di poter dire che essi si riassumono tutti nell'autenticità dell'amore.
Dire valore morale è dire efficacia umanizzatrice, costruttività umana. Le istanze personalistiche del pensiero moderno hanno dato grande risalto a questo carattere umanizzante dell'amore; ma esso non risponde soltanto a una scelta antropologica discutibile, a una moda culturale: è un'intuizione umana universale che trova la sua più valida conferma nel Vangelo: «Colui che avrà fatto dono della sua anima la ritroverà» (Matteo 19,39).
Un'impostazione di questo genere suppone naturalmente che l'amore vero e le sue esigenze di autenticità siano, almeno in certa misura, connotabili e riconoscibili, che esistano comportamenti che conducono all'amore e che sono domandati dall'amore, e atteggiamenti e azioni che, rispetto all'amore, si trovano in una polarità negativa, riconoscibile come tale.
Dove la sapienza umana si troverebbe spesso in difficoltà nel riconoscere il contenuto normativo di queste esigenze, la parola di Dio viene in aiuto all'uomo, non per fissare arbitrariamente queste esigenze ma per rivelarle, sottraendo la coscienza morale umana ai suoi limiti e all'oscurità in cui spesso si trova a causa del peccato. Questo spiega i compiti magisteriali della Chiesa, custode e interprete della parola di Dio. Anche la Chiesa non comanda né proibisce, ma insegna ciò che di sua natura è costruttivo o distruttivo di umanità e quindi adatto o meno a incarnare il sì dell'uomo al progetto di Dio.
Nella prospettiva dell'amore può essere ricompreso il tradizionale riferimento alla natura come fonte di norme morali in campo sessuale.
La natura, fonte di norme morali, non è primariamente la natura biologica o infraumana, il cosiddetto «regno della natura», ma la natura dell'uomo, cioè il suo essere spirituale e corporale insieme, personale e sociale, storico e trascendente la storia. La natura dell'uomo è la sua spiritualità incarnata. Nessuna legge fisica o chimica e nessun meccanismo biologico è immediatamente legge naturale in senso etico; lo diventa solo nella misura in cui condiziona e rende possibile la vita spirituale dell'uomo.
Comunque la natura entri a costituire e a condizionare l'uomo, la legge naturale resta la legge dell'essere globale dell'uomo, la soglia tra l'umano e l'infraumano che, in un certo senso, non è stata oltrepassata una volta per tutte, ma passa attraverso il cuore di ogni scelta libera; in ognuna di esse siamo chiamati a diventare uomini: la natura umana è l'indicazione della direzione in cui si realizza la continua emergenza dell'uomo dall'infraumano.
Nel campo dell'etica sessuale, le leggi naturali sono le leggi stesse dell'amore. Appellarsi alla natura è appellarsi alla natura specificamente umana dell'amore. L'amore è chiamato ad essere auriga intelligente delle energie corporee a cui è inscindibilmente legato e che condizionano il suo divenire e la sua identità.
Nella prospettiva del valore fondante dell'amore, può essere meglio capito anche il carattere essenzialmente dinamico e autoeducativo dell'impegno morale in questo campo.
L'amore infatti, così come la sessualità che ne è il linguaggio, è una realtà essenzialmente evolutiva. L'autenticità dell'amore esiste soltanto come qualcosa che si viene facendo, in uno sviluppo lungo quanto la vita. Le esigenze dell'autenticità dell'amore costituiscono in un certo senso un ordine morale. Quest'ordine è difeso da norme proibenti dotate di una certa assolutezza: l'assolutezza di una verità che è discrimine tra ciò che è in sé bene e ciò che è in sé male.
Ma nella vita concreta delle persone, la realizzazione dell'amore va di pari passo con la crescita graduale della capacità di amare: una capacità che deve essere educata.
All'interno di un dinamismo educativo, le norme proibenti che rispecchiano questo ordine morale oggettivo, al di là della loro formulazione necessariamente assoluta, nella misura in cui sono rivolte alla persona concreta in una situazione concreta, vengono in qualche modo commisurate al cammino concreto e alla situazione irripetibile di questa persona.
Esse diventano appello preciso e incondizionatamente vincolante per la persona in modo graduale e realistico, seguendo le leggi di una pastorale dinamica ed educativa.
Ancora più che in altri campi della morale, la norma indica qui una direzione di marcia oltre che un confine: il vero confine tra bene e male personale passa all'interno della situazione concreta della persona stessa: sono chiamato anzitutto a camminare nella direzione indicatami dalla norma.
L'amore vero è frutto di una crescita e di un'integrazione progressiva delle diverse istanze della sessualità; integrazione che non può mai dirsi pienamente raggiunta.
Senza dimenticare che un'umile e non ansiosa coscienza della propria situazione di peccato e del proprio bisogno di redenzione è una dimensione essenziale dell'atteggiamento di fede, che spera la salvezza da Dio e non da una tensione morale, nutrita di orgogliosa autosufficienza e di fiducia nella legge e nell'oggettività dell'ordine morale.