Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996

 

LA REALTÀ DELLA FAMIGLIA

Il giovane credente vive generalmente, come ogni altro suo coetaneo, all'interno di una famiglia, da cui ha ricevuto e riceve moltissimo, a cui quindi deve a sua volta molto. Egli inoltre si prepara a fondare a sua volta una famiglia. La famiglia è quindi per lui luogo di specifiche responsabilità morali.
I problemi morali della famiglia si pongono oggi in un nuovo contesto socio-culturale, contrassegnato da una crescente secolarizzazione e scristianizzazione di massa.
La famiglia stessa si vede profondamente coinvolta nelle rapide e sconvolgenti trasformazioni socioculturali del nostro tempo, che ne sconvolgono le strutture e gli equilibri interni tradizionali e la espongono senza difese a problemi superiori alle sue capacità.
È necessario quindi cominciare il discorso sulle responsabilità etiche del cristiano nei confronti della famiglia, da una analisi della realtà empirica della famiglia stessa, cioè di quegli aspetti del suo essere che sono più profondamente condizionati dalla cultura e dalla società.
È importante esaminare le profonde trasformazioni di natura socio-culturale che la famiglia ha subito nella nostra società: «Le odierne condizioni economiche, sociopsicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare (...). Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano le coscienze. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell'istituto stesso» (Gaudium et spes 47).
Le trasformazioni in corso si rivelano quindi ambivalenti: esse comportano seri pericoli per la consistenza della famiglia e per la sua funzione personalizzatrice, ma ne svelano anche possibilità nuove e costruttività diverse.
Esse rappresentano quindi per la famiglia una spogliazione che è anche una purificazione. La famiglia viene spogliata di molte funzioni che essa gestiva direttamente in passato e che vengono assunte oggi da altre istituzioni sociali; ma proprio da questa spogliazione è costretta a riscoprire una sua funzione più autentica e un suo nuovo modo di essere, come luogo di rapporti interpersonali basati sull'amore e sulla libera scelta.
Nella massificazione crescente essa resta una autentica persistenza del comunitario, luogo privilegiato del gratuito e del disinteressato; se l'amore ha nella civiltà industriale meno difese dietro cui riparare la propria debolezza, ha anche più occasioni e più libertà per affermare la sua vera natura.
Per il cristiano che legge i segni dei tempi nella luce della fede, lo sganciamento della coesione familiare da puntelli giuridici, economici e culturali, mentre impegna a edificare la famiglia sulla libera volontà di donazione e di amore, rivela la vera natura della famiglia stessa, come comunione di vita e di amore, riflesso della vita trinitaria e segno dell'unione tra Cristo e la Chiesa.
Senza rimpiangere romanticamente strutture e aspetti della vita familiare del passato, il cristiano si adopera quindi a creare condizioni sociali che favoriscano l'affermarsi della famiglia come comunità di amore, la difesa della sua importanza umanizzatrice e quindi anche della sua stabilità e della sua influenza nella vita sociale.

LA FAMIGLIA NELLA STORIA DELLA SALVEZZA

Ma la riflessione di fede non può limitarsi a una lettura delle modalità empiriche e contingenti con cui la famiglia si presenta nel nostro tempo, delle sue strutture sociologiche e delle dinamiche psicologiche dei rapporti interpersonali al suo interno. È necessaria una lettura di fede, che affronti la realtà profonda della famiglia, quella realtà che trascende i dati empirici immediati e i condizionamenti storico- culturali, e scopra nella famiglia le linee essenziali e universali di un progetto di Dio.
Giovanni Paolo II ha scritto nella Familiaris consortio: «Famiglia, diventa ciò che sei!». La famiglia è quindi anzitutto chiamata a diventare ciò che essa è in germe, a sviluppare tutte le possibilità di essere e di bene che porta già in sé per dono di Dio. Il progetto di Dio sulla famiglia è inciso nella realtà della famiglia stessa.
Una indagine sulla realtà profonda della famiglia nella luce della fede rimanda anzitutto alla originaria bontà di tutto ciò che è stato creato da Dio. La coppia e la famiglia non sono state inventate dall'uomo nel corso della sua storia. Nonostante il loro carattere contingente e storicamente condizionato, esse sono il risultato dell'azione plasmatrice della cultura umana su un nucleo di tendenze insopprimibilmente legate alla natura stessa dell'uomo dall'azione creatrice di Dio.
In questo senso la famiglia può essere detta un dono di Dio; ma è un dono che chiede di essere sviluppato, un dono che si fa vocazione: la vocazione all'amore incisa nella realtà più profonda dell'uomo, in tutti gli strati del suo essere.
La fede ci dice che l'uomo è chiamato a un amore ancora più profondo e più grande di quello che si attua nella vita coniugale, fosse pure la più riuscita. È chiamato a una comunione di amore con Dio. Ma è un fatto che l'esperienza di amore che l'uomo e la donna fanno nella vita coniugale è normalmente una delle più intense della loro vita; una di quelle che meglio illuminano la vocazione dell'uomo all'amore e alla comunione di vita con Dio. Lo stesso si può dire dell'altro grande dono che Dio fa alla coppia: la fecondità. Anche questo dono si fa vocazione: la vocazione a diventare collaboratori di Dio nel trasmettere e nel promuovere la vita.
Ma la realtà profonda della famiglia non rivela soltanto l'originaria bontà creaturale di tutte le cose usci- te dalle mani di Dio. In essa sono anche chiaramente visibili le ferite inferte al progetto di Dio da una lunga storia di peccato. Fin dall'inizio della sua storia, l'uomo non è stato all'altezza del dono-vocazione di Dio.
Matrimonio e famiglia sono stati coinvolti in questa storia di peccato; sono anzi una delle realtà in cui è più facile discernere la presenza del peccato nel mondo dell'uomo.
Pensiamo all'egoismo che spesso si nasconde sotto l'apparenza dell'amore; pensiamo ai fallimenti coniugali e familiari, alle sofferenze che questi provocano e allo sconcerto educativo di cui restano vittime i figli.
Questa dimensione di peccato che si rivela nella famiglia è una specie di no oggettivo al progetto di Dio; delude il suo amore e impedisce a questo amore di arrivare a noi.
Questo amore tuttavia è più grande del nostro stesso rifiuto. Il peccato diventa addirittura l'occasione che permette a Dio di produrre il suo capolavoro, Cristo, ricupero della nostra possibilità di riuscita umana, riconciliazione col progetto d'amore di Dio e vittoria sulla forza negativa del peccato.
La famiglia è stata raggiunta in maniera determinante dalla redenzione di Cristo. Questa redenzione si fa visibile ed operante nella realtà profonda della famiglia. Così come la creazione e il peccato, anche la redenzione entra a costituire questa realtà, non tanto come una delle «epoche» della sua storia, quanto come uno «strato» o dimensione esistenziale del suo essere. In ogni momento della sua storia e della sua vita, operano insieme la grandezza del progetto originario di Dio, la miseria del peccato e le meraviglie della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO, LEGGE NUOVA DELLA COPPIA CRISTIANA

La redenzione di Cristo opera nel cuore degli uomini e nelle realtà umane che si aprono alla sua efficacia di salvezza, con una dialettica sacramentale.
La presenza di Cristo nel matrimonio e nella vita coniugale cristiana è siglata dal sacramento del matrimonio. Esso testimonia quanto profondamente il matrimonio e la famiglia siano coinvolti nella redenzione. Il sacramento del matrimonio è il segno e il luogo concreto di questa redenzione che restituisce alla vita coniugale e alla famiglia, rinnovato e arricchito, quanto il peccato aveva loro strappato.
Nel sacramento del matrimonio, l'amore umano che costituisce la coppia nella sua specificità diventa immagine e partecipazione dell'amore di Dio per l'umanità e di Cristo per la sua Chiesa.
La salvezza cristiana rivela così una sua dimensione nuziale: l'amore di Dio per gli uomini può essere raffigurato dall'amore che unisce gli sposi tra di loro o dall'amore dei genitori verso i figli. Diventando immagine e riflesso dell'amore di Dio e di Cristo, l'amore coniugale e familiare diventa strumento di grazia e luogo di incontro tra Dio e l'uomo.
Ma tutto questo impegna: l'incontro con Dio che si realizza nel segno sacramentale ci restituisce alla capacità di un amore più vero, ma non ci esonera dai nostri compiti e dalle nostre responsabilità.
Ancora una volta il dono si fa vocazione. «Il sacramento del matrimonio - hanno detto i vescovi italiani - effondendo il dono dello Spirito che trasforma l'amore sponsale, diventa la legge nuova della coppia cristiana. La grazia, mentre testimonia l'amore gratuito di Dio che si comunica agli sposi, sollecita la loro libera risposta di credenti mediante un'esistenza che sia conforme al dono ricevuto» (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio).
Così, per il credente, tutti i compiti etici della vita coniugale e familiare si riassumono in quello di vivere come vocazione quello che gli è dato come dono.
Per scoprire i compiti etici della famiglia e della coppia dobbiamo dunque guardare alle realtà del sacramento del matrimonio e ai doni-vocazione che esso porta con sé.

LA CRESCITA NELLA FEDE

Il primo di questi doni è proprio la presenza di Cristo nella vita coniugale. I coniugi sono chiamati perciò a vivere questa vita «in Cristo», a fare di essa un sì consapevole e intenzionale a Dio. Questo sì consapevole e libero è anzitutto ciò che chiamiamo fede.
Primo compito dei coniugi cristiani è quindi la loro crescita nella fede.
Molti fidanzati arrivano purtroppo oggi al matrimonio con una fede debole e incerta: hanno avuto una qualche iniziazione alla fede, magari in modo superficiale e fragile, ma hanno praticamente interrotto ogni contatto con la Chiesa e quindi con la parola di Dio e i sacramenti. La loro fede è rimasta a un livello infantile e non ha resistito all'impatto con il mondo scristianizzato in cui vivono. Così sono pieni di pregiudizi e dubbi contro la fede, oppure vivono in una indifferenza pratica e in un disinteresse totale circa la religione. Magari pensano e dicono di non credere più.
Il primo impegno morale, anche solo da un punto di vista umano, è in un caso del genere quello della ricerca e dell'approfondimento. Si tratta di analizzare e approfondire le ragioni della propria scelta.
Quanto più questa verifica sarà portata a fondo, rompendo la crosta del pregiudizio e della superficialità, tanto più facilmente approderà a una riscoperta della fede.
In questo caso, il secondo dovere che si impone è quello della coerenza. Non sarebbe neppure umanamente giusto fermarsi a metà strada, rimanere nel compromesso precario, incapaci di fondare una vita coniugale seria e armoniosa.

IL DONO-VOCAZIONE DELL'AMORE

Un secondo dono-vocazione del matrimonio è quello dell'amore. Nel matrimonio cristiano, l'amore è dono di Dio, partecipazione all'amore nuziale di Cristo per la Chiesa, ma anche compito e missione della coppia. Tocca ai coniugi difendere, coltivare e sviluppare questo dono e fare del loro focolare una comunità di amore. Nel corso di una intera vita in comune, l'amore è chiamato a rinnovare continua- mente il suo dinamismo, resistendo all'usura del tempo e riscoprendo sempre nuove forme di espressione. Ogni altro impegno della coppia è subordinato a questa continua tensione di rinnovamento.
Spesso si pensa alla durevole armonia di vita della coppia come a qualcosa di fortunato, a una felice eventualità che si verifica, quando si verifica, solo in modo naturale e spontaneo, mentre se non si verifica, la colpa non è di nessuno, ma il matrimonio va considerato fallito. Si direbbe che i coniugi debbano limitarsi a sperare che la loro vita coniugale «venga bene». Di qui la tolleranza della nostra cultura nei confronti del divorzio: se i due non riescono più ad amarsi, - si usa dire - non si capisce perché debbano essere condannati a una convivenza senza senso.
Riesce difficile pensare che l'amore, al di là di un sentimento spontaneo e cieco, possa essere anche il risultato dell'impegno libero e responsabile di una volontà chiamata a diventare, nell'ambito del possibile, padrona delle sue energie e degli strati meno liberi della personalità.
Questo non significa nascondersi la drammaticità dei problemi di molti coniugi che, ritenendo irrimediabilmente fallito il loro matrimonio, ricorrono al divorzio, al quale fanno spesso seguire nuove nozze che la Chiesa non potrà mai considerare regolari. Diciamo solo che, se il coniuge cristiano non potrà mai sentirsi sciolto dal vincolo coniugale, è anche perché egli non potrà mai ritenersi sciolto dall'impegno di amare, di ricominciare sempre da capo ad amare, magari di un amore che sa farsi perdono e redenzione, che accetta di dare tutto senza attendersi nulla in cambio (Luca 6,35).
Molti dei problemi psicologici o sessuali della coppia nascondono in realtà quest'unico problema di natura ultimamente morale: nessuno dei due è veramente disposto ad abbandonarsi all'amore, e alla sua logica esigente ma trasformante.
Naturalmente un amore di questo genere si può capire pienamente solo nella luce della croce: cioè del Cristo sposo che «ha amato la sua chiesa e ha dato se stesso per lei» (Efesini 5,25).
L'impegno di una fedeltà a vita può sembrare disumano solo se viene visto unicamente come un dovere astratto, di natura puramente legale; esso invece è prima di tutto il dono di una partecipazione alla fedeltà immutabile dell'amore di Dio. La testimonianza dell'amore degli sposi illumina e riscalda tutta la convivenza familiare, con i suoi legami affettivi, articolati e più o meno spontanei, così che anche la famiglia - sia pure in modo diverso dalla coppia, meno esclusivo e meno unificante - diventa una comunità d'amore e si costruisce come tale.

IL DONO-VOCAZIONE DELLA FECONDITÀ

Un altro dono e quindi anche un altro compito o missione del matrimonio cristiano è quello dell'apertura alla vita.
Non bisogna peraltro credere che si tratti di un compito indipendente da quello dell'amore. La procreazione è nell'uomo un fatto pienamente umano e non solo biologico, quando nasce dall'amore e si verifica appunto dentro quella comunione stabile di amore che è il matrimonio. Dare la vita è diventare collaboratori di Dio creatore. Ma questo richiede che si sia mossi dalla stessa energia che ha spinto Dio a creare la vita, cioè dall'amore; nato dall'amore paterno e creatore di Dio, il matrimonio trova nell'amore umano, corrispondente al disegno e al volere di Dio, la legge fondamentale del suo valore morale. Gli sposi sono quindi chiamati a diventare partecipi dell'amore creativo di Dio. Sempre. Perfino in assenza di una vera fecondità biologica, sono chiamati a un atteggiamento globale di apertura alla vita che si deve tradurre in una qualche effettiva cura e promozione della vita.
Ci sono, al di là della paternità biologica, altre forme di sollecitudine per la vita e di fecondità spirituale, ugualmente ispirate all'amore. Prendiamo come esempio l'adozione, ma non dimentichiamo la cura degli handicappati, degli anziani, la sollecitudine educativa nei confronti delle nuove generazioni: «Il fecondo amore coniugale si esprime in un servizio alla vita dalle molteplici forme, tra le quali la generazione e l'educazione sono quelle più immediate, proprie e insostituibili. In realtà ogni atto di vero amore all'uomo testimonia e perfeziona la fecondità spirituale della famiglia, perché è obbedienza al dinamismo interiore e profondo dell'amore, come donazione di sé agli altri» (Familiaris consortio 41).
Alla coppia non è mai concesso di ripiegarsi unicamente su se stessa, in una specie di egoismo a due.
D'altra parte la fecondità biologica diventa un fatto umano nel segno della razionalità e della progettualità. È quello che si chiama paternità responsabile, cioè un modo serio, generoso ma anche calcolato e prudente di esercitare la paternità-maternità, in un progetto globale di fecondità generosa e responsabile.
Generosa non fa qui riferimento tanto al numero dei figli quanto all'atteggiamento interiore. Sono cose non del tutto indipendenti ma comunque diverse. Del resto la stessa disponibilità a una fecondità biologica anche quantitativamente molto grande non è necessariamente un fatto morale positivo, quando essa resta qualcosa di puramente istintivo, sostenuto magari più da motivazioni di orgogliosa affermazione della propria potenza sessuale (atteggiamento frequente in certe culture), che da un vero amore della vita come dono di Dio.
L'apertura alla vita della coppia cristiana è quindi qualcosa che la fede chiama a purificare, per far passare da un livello ambiguo e premorale a un livello veramente umano.

LA MISSIONE EDUCATIVA

Un altro dono-dovere della coppia è quello de- l'educazione dei figli.
Il dono consiste nell'efficacia dell'influsso educativo che i genitori esercitano sui figli. Esso è tanto profondo da potersi dire che con l'educazione i genitori li generano una seconda volta: li generano a ciò che è più propriamente umano, la vita dello spirito e il mondo della cultura.
Il dovere consiste nella responsabilità che un influsso così decisivo porta con sé.
Questo influsso è solo un caso privilegiato di un più universale mistero di solidarietà che lega ogni uomo a ogni altro uomo, nel bene come nel male, attraverso una catena di condizionamenti reciproci che costituiscono nel loro insieme la storia e la civiltà umana.
Questa trama di condizionamenti reciproci raggiunge il suo livello massimo all'interno della famiglia, dove tocca le radici stesse dell'esistenza. Ogni nuova vita porta impresso in sé, nel corpo e nello spirito, le prove di questo legame coi genitori, le tracce indelebili di questa sua dipendenza da quelle persone concrete che sono i suoi familiari. È la doppia eredità, biologica ed educazionale, che ognuno porta con sé per tutta la vita, e che è tanta parte della sua fisionomia concreta di persona umana.
Ogni uomo è in parte rilevante il risultato di questa eredità.
Oggi si parla molto di una certa perdita di rilevanza della famiglia, per quello che riguarda la sua funzione educativa. E certamente essa è, oggi più che in passato, affiancata da altre agenzie educative. Ma proprio le scienze dell'uomo ci assicurano che l'influsso educativo della famiglia è ancora e sempre decisivo.
Esso è tanto più grande quanto più si risale nel corso dell'età evolutiva verso i primi anni e i primi mesi dello sviluppo della personalità. Certe qualità di fondo (ottimismo o rassegnazione, altruismo o egoismo, serietà o disimpegno morale) dipendono dall'influsso educativo della famiglia in questi primi periodi della vita più che da qualsiasi altro.
Quanto la famiglia sembra avere perso in estensione orizzontale a favore di altre agenzie educative, può essere ricuperato in profondità, attraverso una più consapevole preoccupazione di educare questi atteggiamenti di fondo nei confronti della vita.
I genitori formano questi atteggiamenti prima di tutto con l'esempio e particolarmente vivendo in maniera autentica il loro amore. Nessuna scienza pedagogica può sostituire la sapienza che viene da questo amore, disinteressato ma intelligente, sollecito ma non possessivo. Il mistero di solidarietà che trova una realizzazione così privilegiata all'interno della famiglia, visto alla luce della fede, ci svela la dimensione solidale di tutta la storia della salvezza: ci si salva soltanto insieme, formando un solo corpo con Cristo. Ognuno di noi influisce sulla salvezza degli altri: siamo legati a vicenda da una trama di corresponsabilità più seria di quanto pensiamo abitualmente. Ognuno di noi deve rispondere a Dio come custode di suo fratello.

L'EDUCAZIONE DELLA FEDE IN FAMIGLIA

Ma il compito dei genitori non si limita alla formazione di questi atteggiamenti, che potremmo chiamare i «precursori etici» della fede.
I genitori sono chiamati a dare un nome alla fede che trasmettono con la vita, a esprimerla con parole, a insegnarla per renderla esplicita e consapevole; quindi a essere i primi evangelizzatori dei loro figli. Anche qui i genitori hanno verso i figli una responsabilità unica. Essi sono i primi catecheti dei figli, proprio in forza del sacramento del matrimonio: «La missione dell'educazione esige che i genitori cristiani propongano ai figli tutti quei contenuti che sono necessari per la graduale maturazione della loro personalità da un punto di vista cristiano» (Familiaris consortio 39).
Dio affida ai genitori il compito del primo annuncio del Vangelo ai loro figli e li rende capaci di questo annuncio, qualunque sia la loro preparazione culturale, con il dono della partecipazione al suo amore, che essi ricevono appunto col sacramento del matrimonio.
Ma è proprio nell'ambito di questa missione evangelizzatrice e di educazione della fede che si rivela oggi in modo drammatico il fenomeno più generale della difficoltà di comunicazione esistente tra genitori e figli; è qui che esplode spesso il dramma dell'inefficacia e del fallimento degli sforzi educativi anche meglio intenzionati e illuminati.
In molte famiglie cristiane, i figli, giunti a una certa età, prendono le distanze dalle tradizioni religiose e morali dei genitori, compromettendo l'unità religiosa della famiglia e dando ai genitori l'impressione dolorosa di un fallimento della loro missione educativa.
I genitori sono così tentati di abbandonare del tutto l'impresa educativa, rassegnandosi al fallimento.
In una situazione del genere, è ancora più necessario di quanto fosse in passato un ripensamento insieme più realistico e più creativo del ruolo della famiglia e dei genitori come soggetto di educazione della fede.
La fede è l'accettazione del messaggio di Cristo nella propria vita come senso e ragione profonda di tutte le proprie esperienze e di tutte le proprie scelte. Essa si traduce in una serie di convinzioni precise, fondate sulla parola stessa di Dio. I genitori sono chiamati a essere i portatori di questo sapere della fede, con la loro parola, accompagnata dall'esempio che la rende più convincente e comprensibile.
Ma la fede è anche un atteggiamento profondo e globale di vita, una specie di fisionomia interiore della personalità.
Questo atteggiamento è in intima connessione con le convinzioni di fede e la prova della loro autenticità. Ma esso non viene insegnato alla stessa maniera con cui si insegna una dottrina, cioè attraverso una qualche forma di indottrinamento; esso si comunica con un'educazione globale, attraverso il contagio della vita.
Naturalmente occorre anche una vera e propria catechesi: la parola della fede spiega al bambino il significato della vita vissuta; e l'esempio rende comprensibile la parola insegnata.
Se la catechesi come insegnamento avrà, dopo una prima iniziazione abbozzata in famiglia, i suoi momenti più importanti nella comunità ecclesiale, l'educazione della fede come atteggiamento nei confronti della vita ha invece i suoi momenti più decisivi e insostituibili nella famiglia. Nel corso successivo della vita la fede potrà smarrire la sua dimensione cognitiva, ma non si perderà del tutto, se rimarranno nel profondo questi tratti essenziali dell'atteggiamento di fede, sempre pronti a rigermogliare l'intera pianta al sole sempre luminoso della grazia.

I COMPITI MISSIONARI E SOCIALI DELLA FAMIGLIA

La famiglia cristiana è inserita in una storia che va verso il Regno e deve contribuire alla sua edificazione, proprio in quanto famiglia, con la sua convivenza familiare, ma anche assumendosi le responsabilità missionarie, che sono compatibili con le sue concrete possibilità, soprattutto nei confronti di coloro con cui viene a contatto in forza del vicinato. Viviamo in un mondo e in un paese che sta diventando sempre più un territorio di missione e la famiglia ha possibilità di dialogo e di incontro con i «lontani» che la Chiesa ufficiale non ha: «Il sacramento del matrimonio che riprende e ripropone il compito radicato nel battesimo e nella cresima di difendere e diffondere la fede, costituisce i coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo fino agli estremi confini della terra, veri e propri missionari dell'amore e della vita» (Familiaris consortio 54).
Ma la Chiesa non ha soltanto la missione di annunciare al mondo la parola di Dio, ha anche il compito di rendere presente ed efficace questa parola di salvezza con un impegno serio e globale di promozione umana, soprattutto a livello culturale e sociopolitico.
La famiglia è chiamata in quanto famiglia a partecipare anche a questa missione sociale della Chiesa: è il compito sociale della famiglia cristiana, compito che non va visto come disgiunto da o soltanto parallelo a quello dell'evangelizzazione e dell'educazione della fede.
Questo compito si esplica anzitutto attraverso l'educazione alla giustizia, alla fraternità e alle responsabilità sociali.
Si dice che la famiglia è la cellula primaria e fondamentale della società. In nessun altro posto che nella famiglia può essere meglio sperimentata e capita la essenziale socialità dell'uomo. Nella famiglia tutto è comune e non per imposizione di legge ma per spontaneità di amore. In famiglia ognuno è accettato non per quello che rende ma per quello che è: una persona umana.
La famiglia educa quindi alla solidarietà e al senso sociale con facilità e spontaneità, attraverso la sua stessa vita, che è essenzialmente un vivere insieme.
Tuttavia la famiglia comporta da questo punto di vista anche qualche pericolo, rischiando di bloccare la solidarietà, cui pure educa, sul gruppo ristretto dei familiari, escludendo una visione più larga delle responsabilità sociali. Essa può quindi educare al qualunquismo sociale o addirittura all'egoismo di gruppo: è il male del familismo.
Lo Stato moderno, il cosiddetto «Stato sociale», tende continuamente a scavalcare la famiglia. Esso è continuamente tentato di rivolgersi sempre solo direttamente ai singoli individui «atomici», concedendo solo a loro una vera rilevanza sociale; le famiglie non hanno in questo Stato un ruolo e una dignità propria; non contano. Così gli individui rischiano di essere ridotti a numeri o a massa informe. Eppure il rivolgersi a loro attraverso la mediazione delle società intermedie naturali come la famiglia non solo non è di ostacolo al riconoscimento della dignità e autonomia delle singole persone, ma rende meno anonima e più personalizzata e organica la società.
Le famiglie sono chiamate quindi a far sentire coraggiosamente la loro voce. Campo privilegiato di questo impegno può essere oggi la gestione sociale della scuola. Essa è un servizio offerto dallo Stato: non deve tramutarsi in una forma di prepotenza nei confronti dei diritti e dei compiti educativi della famiglia. Essa non va ridotta a monopolio dello Stato.
La scuola appartiene anche alle famiglie ed esse hanno il diritto-dovere di collaborare a gestirla.
Lo stesso si può dire delle diverse forme di assistenza e previdenza sociale, come pure dell'amministrazione degli «enti locali». Lo Stato non diventa più efficiente per il solo fatto di assorbire tutte le attività sociali, ma piuttosto stimolando, sorreggendo e coordinando il volontariato e la partecipazione di tutti, e soprattutto delle famiglie.
Le responsabilità sociali chiedono alla famiglia, tra l'altro, di opporsi al consumismo della nostra società, che comporta una concezione materialistica della vita, secondo la quale l'avere conta più dell'essere, il consumo più dei valori culturali e morali. In un mondo come il nostro, che viene scoprendo l'essenziale limitatezza delle sue risorse e in cui miliardi di persone vivono al di sotto dei livelli di sussistenza, tale consumismo è un grave disvalore etico. Alla famiglia è quindi richiesto un nuovo atteggiamento nei confronti dei beni economici e un nuovo modo di educare all'austerità e al risparmio, privilegiando l'attenzione all'uomo rispetto alle cose, all'essere invece che all'avere.
Essere famiglia nella Chiesa significa insomma farsi carico di tutti i problemi del mondo, vivere la solidarietà universale tra gli uomini come una estensione dei confini della famiglia.
L'adempimento di questi suoi compiti e l'assunzione generosa di queste responsabilità costituisco‑
no un momento privilegiato della vita di fede della famiglia, una specie di insostituibile liturgia della vita.
Così, nella fedeltà a tutti i suoi compiti e nella fruttificazione di tutti i doni che essa riceve dal Padre, la famiglia mantiene viva la grazia sacramentale del matrimonio, ricelebrandolo ogni giorno con i fatti nel concreto della sua esistenza.