Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996


PROMUOVERE LA CULTURA

Durante l'età scolastica, prolungata oggi nei nostri paesi fino alle soglie dell'età adulta, la cultura fa problema soprattutto nella sua dimensione di trasmissione ed elaborazione del sapere. Considerata da questo punto di vista, la cultura è ciò che distingue l'uomo dotto, colui che ha studiato e che sa, dall'indotto, dall'uomo povero di sapere e lontano dalle attività più propriamente intellettuali.
Già intesa in questo senso, la cultura rappresenta un campo di specifiche responsabilità morali che sollecitano in modo particolare il credente. Essa è indubbiamente una qualità umana positiva, che costituisce l'uomo nella sua umanità e lo arricchisce di valori specificamente umani.
In quanto coltivazione dell'umanità dell'uomo e modalità storicamente contingente ma indispensabile del suo sviluppo, la promozione della cultura va vista come un impegno morale.
Questo non significa che la «cultura dotta» sia in se stessa un valore direttamente morale; essa appartiene, come il benessere fisico, la salute psichica, la sicurezza affettiva, le capacità professionali, un certo riconoscimento sociale, all'ordine dei valori non ancora morali. E tuttavia, proprio come avviene per tutto questo ordine di beni, l'uomo, in forza del retto amore di se stesso e del prossimo, ha il dovere di promuoverla in sé e negli altri, nella misura delle sue possibilità concrete (determinata dalle sue doti e dalle sue condizioni sociali).
La parabola evangelica dei talenti (Matteo 25,1525) ci ricorda che le responsabilità morali che nascono da queste «possibilità concrete» di promozione culturale, simbolicamente raffigurate nei talenti, sono, in ultima istanza, responsabilità nei confronti di Dio.
Naturalmente non ogni promozione di cultura e ogni concreta forma di cultura va considerata automaticamente e integralmente come qualcosa di moralmente positivo. Minacciata anch'essa dall'ambiguità e dalla connessione col peccato, che sono proprie di ogni realtà umana, la cultura è luogo di auto- realizzazione morale solo nella misura in cui incanali di fatto autentiche tensioni etiche positive, e sia attuazione concreta di solidarietà fraterna, di ricerca disinteressata della verità e di autentico amore dell'uomo.
Esiste di fatto nel nostro mondo (e vi si riproduce continuamente in modo automatico attraverso i mezzi di comunicazione sociale) una cultura ostile a Dio, perché ancor prima ostile all'uomo, una cultura del pregiudizio e della faciloneria, del primato dell'avere sul'essere, della sopraffazione reciproca a spese della solidarietà, una cultura della menzogna e della morte.
Promuovere veramente la cultura significa quindi non soltanto accrescerla comunque nelle persone singole e nella società, ma anche purificarla da queste forme di negatività morale e riscattarla dalla sua fondamentale ambiguità.

CULTURA E CULTURE

Ma il termine cultura viene usato oggi anche con un altro significato, che rimanda a una dimensione più oggettiva, di natura sociale.
È un significato usato e volgarizzato dalle scienze dell'uomo, soprattutto dall'etnologia e dall'antropologia culturale.
Nell'ambito di queste scienze, si intende per cultura il complesso delle attività e delle tecniche con cui l'uomo opera sul mondo della natura per piegarlo ai propri scopi, il complesso delle istituzioni con cui egli organizza la convivenza sociale e infine il complesso delle rappresentazioni simboliche con cui egli interpreta ed esprime se stesso e il suo mondo, gli obiettivi e i significati del suo agire e del suo vivere.
Intesa in questo senso oggettivo, la cultura non è soltanto luogo di promozione umana: in quanto realtà essenzialmente relativa, legata sempre a un determinato gruppo umano e a una determinata epoca storica, essa è la causa di specifiche divisioni all'interno della famiglia umana.
Nella misura in cui essa fa l'identità di un popolo, lo separa da ogni altro. E questa separazione è facilmente occasione di forme di incomunicabilità culturale, di competizione tra i gruppi umani, di conflutti e di oppressione, di veri e propri «genocidi culturali».
La coesistenza delle diverse culture nell'ambito dell'unica famiglia umana è una forma di ricchezza collettiva, che è dovere di tutti conservare e promuovere, almeno dentro l'ambito del possibile e della compatibilità con i più urgenti obiettivi di sviluppo economico, necessari alla sopravvivenza fisica delle persone concrete.
Questo sarà possibile solo nella misura in cui si rinuncerà alla prospettiva etnocentrica, di cui ogni cultura è sempre tentata e alla conseguente classificazione delle culture in superiori e inferiori, evolute o primitive.
Il problema della coesistenza pacifica e del dialogo rispettoso tra culture lontane si presenta oggi con nuova attualità nel nostro paese. Mentre non è ancora concluso il capitolo dell'immigrazione interna e dell'emigrazione verso terre straniere che ha segnato, spesso dolorosamente, la storia di tante zone del nostro paese, oggi l'Italia stessa sta diventando meta di una crescente immigrazione dai paesi più poveri dell'area mediterranea e più in generale dei paesi del cosiddetto «terzo mondo».
Si tratta di persone che arrivano fra noi portando una fame antica e il desiderio di partecipare, anche a prezzo di un difficile ambientamento e di umiliazioni penose, al lavoro e al benessere crescente del nostro paese.
Essi appartengono a province culturali lontane dalla nostra, hanno mentalità e usanze che noi fatichiamo a comprendere e ad accettare, praticano religioni diverse dalla nostra. La tentazione di difendere la nostra identità e magari i nostri privilegi, di non volere vedere riflessi nella loro condizione i drammatici problemi dei paesi del terzo mondo, può portare a incomprensioni e ad atteggiamenti di emarginazione, di sfruttamento e di vero e proprio razzismo.
Ma non mancano fortunatamente nel nostro paese, insieme con la denuncia di tali atteggiamenti, la pratica di forme di accoglienza solidale e fraterna.
Il credente è chiamato a essere in prima linea nella pratica della virtù evangelica dell'ospitalità e nella attuazione di un autentico dialogo interculturale che arricchisca vicendevolmente tutti coloro che ne sono coinvolti.
Cristo, esemplare perfetto dell'umanità nuova, storicamente appartenuto a una cultura particolare, ma insieme sbocco positivo di ogni vicenda culturale umana, potrà essere il codice di comunicazione per questo dialogo interculturale, il cifrario segreto in cui gli uomini di tutte le culture potranno riconoscersi fratelli.

CULTURA E VANGELO

In qualsiasi senso la si intenda, la cultura appare come una realtà di grande rilevanza per la morale e per la vita di fede.
Fanno infatti parte integrante della cultura di un popolo le credenze sul senso ultimo della vita, sulla vocazione etica e sul destino finale dell'uomo nel mondo. Tali credenze interferiscono inevitabilmente con quella visione dell'uomo e del suo rapporto con Dio che è propria della fede, e quindi possono ostacolare oppure facilitare l'approccio dei singoli e dei popoli al Vangelo.
Il Vangelo non si identifica con nessuna cultura e trascende tutte le concrete incarnazioni culturali cui dà luogo nel corso dei secoli; ma la cultura costituisce comunque una mediazione e un condizionamento della fede delle persone concrete che vivono in essa.
Naturalmente la fede non si esaurisce in una esplicita e percepibile adesione a una certa visione dell'uomo e del suo rapporto con Dio; essa consiste essenzialmente in una scelta di fondo della persona nei confronti del bene, della verità e quindi di Dio, così come sono percepiti dall'interno della propria esperienza personale.
In questa sua realtà profonda, la fede non può essere oggetto di condizionamenti culturali, ma neppure di indagini sperimentali o di misurazioni socio-metriche: essa resta nascosta nella profondità del mistero della duplice libertà dell'uomo e di Dio. Per quanto forti, i condizionamenti culturali non interferiscono con questo nucleo profondo del credere e non permettono di dire nulla nei suoi confronti.
D'altra parte il rapporto cultura-fede non è unidirezionale (dalla cultura alla fede); esso è costituito anche dall'influsso che la fede esercita sulla cultura.
Anche le culture subiscono l'influsso del Vangelo, attraverso quella che, in senso soltanto analogico, viene detta evangelizzazione delle culture.
Esiste quindi tra cultura e Vangelo un rapporto circolare: la cultura condiziona l'accoglimento del Vangelo e le modalità concrete con cui il Vangelo viene vissuto nella fede; il Vangelo a sua volta può influire sulle culture, plasmarle, incarnarvisi, se pure in modo sempre parziale e imperfetto.
Del resto il Vangelo non è mai del tutto connaturale a nessuna cultura; esso resta sempre sorprendente e sconcertante; provoca sempre a una scelta controcorrente. La fede comporta sempre una conversione, perfino sul piano culturale; essa resta sempre altra rispetto a tutto ciò che ne illumina il cammino preparatorio, sia individuale che collettivo. Nessuno può diventare cristiano senza lasciarsi indietro «il proprio popolo e la casa del proprio padre», la propria cultura e le proprie esperienze spirituali antecedenti.

SCIENZA E FEDE

Nel nostro paese, il cristiano è chiamato oggi a vivere e testimoniare la sua fede all'interno di una cultura contrassegnata dal predominio delle categorie di pensiero della scienza e della tecnica e da una crescente secolarizzazione.
Questo clima culturale non è di per sé incompatibile con una autentica vita di fede, ma rappresenta per le nostre comunità ecclesiali una sfida, che le costringe a ripensare la propria fede nel confronto con le categorie di questa cultura, sia pur facendo anche valere nei suoi confronti la potenza critica e liberatrice del Vangelo.
Per quanto riguarda il rapporto tra la scienza e la fede, il credente dovrebbe oggi essere in grado di riconoscere la legittima autonomia della scienza nei confronti della fede.
Il sapere della fede differisce da quello delle scienze, sia per il suo oggetto (costituito da verità sperimentabili solo dal di dentro della vita di fede), che per il suo metodo e le sue fonti (costituite essenzialmente dalla parola di Dio contenuta nella rivelazione).
Il Concilio ha ribadito ancora una volta l'autonomia della scienza e la sua compatibilità con la fede: «La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi chi si sfarza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo, viene condotto dalla mano di Dio» (Gaudium et spes 36).
Questo non esclude che tra i dati delle scienze e quelli della fede, così come sono percepiti e formulati in una certa epoca storica, possano sorgere momenti di tensione, capaci di provocare difficoltà e sconcerto nei credenti.
Il sapere della fede, per quanto ispirato alla parola di Dio, resta sempre un sapere di uomini, condizionato da categorie di pensiero contingenti e bisognose di continuo approfondimento e ripensamento. Il non sempre facile confronto con lo sviluppo delle scienze può offrire un'utile occasione di purificazione e di arricchimento.
La fondamentale ambiguità di ogni realtà umana non risparmia lo sviluppo tecnologico vertiginoso che caratterizza la nostra epoca; mentre questo sviluppo espande in modo crescente il dominio dell'uomo sulla natura, esso tende a sequestrare per sé tutte le attenzioni e sollecitudini dell'uomo, promettendo una salvezza totale che non è in grado di assicurare neppure a livello terreno; esso produce infatti pesanti ricadute di conseguenze negative sull'ambiente naturale e umano, che l'uomo fatica moltissimo a controllare.
Così l'umanità si vede costretta oggi a chiedersi, non senza una certa angoscia, chi deciderà nel futuro l'utilizzazione delle immense potenzialità che lo sviluppo tecnologico mette nelle mani dell'uomo. È un interrogativo che riguarda il credente non meno dell'ateo e tutti accomuna in una drammatica responsabilità. Per tutti vale il richiamo alla dignità umana, radicata per il cristiano sul valore assoluto che è Dio.

VIVERE LA FEDE IN UNA CULTURA SECOLARE

Anche la progressiva secolarizzazione che caratterizza la nostra cultura, pur costituendo per la fede una minaccia di emarginazione, non è priva di stimolazioni positive per la nostra fede.
Una sempre più chiara distinzione degli ambiti profani rispetto a quelli più specificamente religiosi, il riconoscimento della legittima autonomia delle attività e delle realtà terrene hanno indubbiamente contribuito a purificare la fede dall'appesantimento di sedimentazioni storiche ad essa originariamente estranee. L'esperienza di fede, liberata da appoggi surrettizi e da funzioni suppletive, può essere potenziata nel suo ambito più essenziale che è quello delle libere scelte di fondo dell'uomo nei confronti di Dio e del suo Regno, guadagnando così in profondità e autenticità.
Ma la secolarizzazione sfocia troppo spesso in una assolutizzazione dei suoi orizzonti, che la porta a trasformarsi in secolarismo, cioè nella radicale espulsione della fede dall'ambito delle realtà più significative per la vita dell'uomo, e nella sua riduzione a fatto puramente privatistico, soggettivo e socialmente irrilevante.
Anche nei confronti di questa importante direzione del cammino storico della cultura dell'occidente, il Vangelo deve far valere la sua carica di contestazione profetica. Il credente è chiamato a riconoscere nella fede l'unum necessarium che illumina tutta la sua vita e a integrare in essa, pur con le necessarie e contingenti mediazioni culturali, tutti gli strati della sua esistenza e tutti gli ambiti della sua attività, sia sul piano individuale che su quello sociale.
Da tutto questo emerge, per il credente e per la comunità di fede, un impegno di valorizzazione ma anche di vigilanza critica, di assunzione ma anche di purificazione e perfino di presa di distanza nei confronti di ogni cultura.
Il credente possiede nella luce del Vangelo uno stimolo e un aiuto specifico per questo impegno di purificazione della propria cultura: è la funzione profetica della fede nei confronti di ogni cultura.

EDUCARE LA CULTURA

Promuovere la cultura è educare una specie di impersonale ma potente educatore sociale, è moltiplicare indefinitamente l'efficacia negativa o positiva di quei condizionamenti della libertà, che la cultura esercita su chi la possiede.
Naturalmente ci sono professioni, funzioni e ruoli sociali che hanno un influsso molto più decisivo di altre: le responsabilità degli intellettuali di professione (che elaborano la cultura) e degli operatori dei mezzi della comunicazione sociale (che la diffondono) sono da questo punto di vista molto grandi e l'influsso negativo dei loro «tradimenti» può avere una portata sociale devastante.
Fare cultura è, a questo livello, essere educatori dell'umanità, operatori di storia della civiltà.
La negatività morale di quei comportamenti che indulgono, per viltà o per ricerca di popolarità, a quelle ricorrenti «mode culturali» che gli uomini di cultura dovrebbero invece coraggiosamente concorrere a «demistificare», può avere una portata non facilmente calcolabile.
A fronte di questi «tradimenti», sta il valore morale della testimonianza eroica di coloro che hanno resistito, anche a costo della vita, ai miti più distruttivi della nostra storia recente. È anche per l'eroica «resistenza» di uomini come Bonhoeffer, M. Luther King, Solgenitsin che l'umanità del nostro tempo ha potuto ritrovare quella verità morale, che il tradimento di troppi altri «esperti del pensiero» cercava di occultare.

COMUNICARE NELLA VERACITÀ

La comunicazione interpersonale è il respiro di ogni vita culturale.
Comunicare è una vocazione costitutiva dell'uomo, creato a immagine di Dio che è Trinità, cioè comunione di persone.
Il credente è perciò chiamato a essere nel mondo costruttore di comunione e quindi operatore di comunicazione. Comunicare è infatti stabilire contatti interpersonali di tale natura da portare alla condivisione delle reciproche esperienze e ricchezze spirituali.
Strumento della comunicazione sono le diverse forme di linguaggio, in particolare quello basilare della parola.
L'ottavo comandamento del decalogo ci ricorda che il primo valore etico di ogni comunicazione è la veracità.
Dio è la verità sussistente e quindi la radice e il fondamento di ogni trasparenza della verità. I figli di Dio sono figli della luce e della verità e quindi operatori di veracità.
L'ottavo precetto del decalogo proclama la negatività morale anzitutto di quelle forme di menzogna che risultano direttamente e immediatamente lesive della giustizia, come è appunto il caso della «falsa testimonianza». Ma va ritenuta ugualmente negativa sul piano morale ogni forma di menzogna che leda in qualche modo la fiducia reciproca e l'affidabilità della comunicazione all'interno della comunità umana.
Cristo è per il credente il modello di una vita interamente spesa al servizio della verità fino al dono della vita. Così il cristiano vede nell'amore e nel servizio umile ma fermo della verità un modo concreto di aderire a Cristo, verità che libera, e di amare i fratelli, attuando la verità nella carità.
Ma prima ancora di esser detta in modo veridico, la verità deve essere amata al di sopra di tutti i propri interessi, cercata con sincerità e passione, attuata nella propria vita.
Cristo è per il credente un modello di vita interamente spesa al servizio della verità, fino al dono della vita. Così il cristiano vede nell'amore e nel servizio, umile ma coraggioso e fermo, della verità un modo concreto di aderire a Cristo, verità che libera, e di amare i fratelli, attuando la verità nella carità (Efesini 4,15).