Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996


IL MONDO DELL'ECONOMIA

Aprirsi alla vita sociale significa anche entrare nel mondo del lavoro e dell'economia. Queste realtà si presentano al giovane cariche di problemi che sfidano la sua intelligenza e la sua volontà.
Nella realtà dell'economia egli sperimenta impressioni apparentemente contraddittorie: quella di una penosa impotenza davanti a meccanismi impersonali troppo superiori al controllo dell'uomo, e quella di una responsabilità non facile da misurare, ma carica di indubbia rilevanza per la sua vita di fede.
Pur vivendo in un paese che ha raggiunto un livello di relativa agiatezza (tanto più evidente se si pensa al suo passato anche recente e alla povertà disumana dei popoli del terzo mondo), il giovane sperimenta anche personalmente, in modo a volte penoso, i limiti che le sue disponibilità economiche, la sua condizione sociale, il posto che egli occupa nell'assetto produttivo del paese, pongono alla illimitatezza del suo desiderio di avere, di disporre, di consumare, di potere.
Egli ha dovuto scoprire molto presto la forza oggettiva degli ostacoli che si frappongono al desiderio legittimo di trovare un lavoro appagante, di migliorare la sua condizione economica e sociale.
Dalla frequentazione dei mezzi di comunicazione sociale egli ha ricevuto l'impressione che la realtà economica sia qualcosa di complicato, difficile, resistente agli sforzi e ai desideri dell'uomo. Parole come inflazione, recessione, disoccupazione, disavanzo statale, inflazione della moneta, crolli delle quotazioni di borsa, fallimenti ricorrono frequentemente sulla bocca di tutti, evocando mostri temuti, cui molti sembrano attribuire i caratteri della fatalità e dell'irrimediabilità.
Ancora più insuperabili sembrano i grandi flagelli mondiali della fame, del sottosviluppo, della povertà paralizzante di miliardi di persone.
Il giovane è così portato a vedere nella realtà economica qualcosa di impersonale e di crudele, troppo più potente dei piccoli uomini che devono fronteggiarla e che, troppo spesso, ne vengono stritolati.
Questa impressione contrasta acutamente con la mitologia imperante dell'onnipotenza tecnologica. Le meraviglie che l'uomo realizza nel campo della tecnica si rivelano incapaci di assicurargli una vittoria definitiva sulla povertà e sulla fame, di garantirgli quella sicurezza e quel sereno benessere che dovrebbe essere lo scopo e il senso dell'attività economica.
Il mondo dell'economia si rivela così come un segno inequivocabile della costitutiva finitudine e indigenza dell'uomo.
Il credente è chiamato a leggere nella fede questa esperienza e a trovarvi un rimando al carattere ultimamente trascendente della vocazione umana.

LE RESPONSABILITÀ MORALI DEL CREDENTE

Ma l'economia si rivela nello stesso tempo come uno dei campi in cui più evidente appare la rilevanza morale di tutta la realtà umana.
La realtà dell'economia, proprio con il suo carattere costringente e limitante, esercita un pesante condizionamento sulla stessa vita morale dell'uomo.
La scarsità di beni materiali e quindi il bisogno di doverli strappare alla natura, utilizzando tutte le risorse di intelligenza, laboriosità, pazienza, razionalità, capacità di collaborazione organica con gli altri per produrre, scambiare, utilizzare nel modo più opportuno i beni prodotti, sono per l'uomo un severo educatore, che ha plasmato lungo i secoli e continua a formare il suo carattere, il suo atteggiamento nei confronti del mondo e degli altri, la qualità del suo senso sociale, le sue idee e l'immagine che egli si fa di se stesso, e quindi anche la sua coscienza e personalità morale.
D'altro canto, attraverso l'attività economica che si esplica non soltanto nella produzione (con tutto ciò che di penoso, ma anche di progettuale, di cooperativo, di umanizzante, perfino di esaltante essa può comportare), ma anche nello scambio, nel consumo, e nell'accumulazione e allocazione delle risorse, l'uomo trova uno degli ambiti più estesi e decisivi della sua responsabilità verso gli altri e quindi anche verso Dio.
In pochi altri campi egli scopre con tanta immediatezza quanto le sue scelte influiscano su altri, contribuiscano a creare intorno a sé benessere o miseria, umanizzazione o disumanità.
Queste responsabilità hanno un particolare carattere di oggettività: dipendono da legami insopprimibili di causa-effetto e di compatibilità o incompatibilità che non tengono conto della impazienza dei desideri. Le decisioni economiche hanno conseguenze precise all'interno di una realtà in cui la limitatezza delle risorse e l'indefinitezza dei bisogni e delle aspirazioni associa a ogni scelta pesanti costi e inevitabili rinunce per sé o per gli altri.
Le responsabilità morali legate all'attività economica hanno inoltre una decisiva dimensione sociale. Il lavoro e l'economia hanno nel mondo dell'uomo una loro organizzazione stabile e quindi una dimensione strutturale. Per strappare alla terra i beni di cui hanno bisogno, gli uomini devono collaborare strettamente tra di loro, organizzando una certa divisione dei compiti, accantonando e investendo beni produttivi o capitali, elaborando e accumulando competenze tecnologiche.
L'attività economica si oggettiva quindi in una struttura sociale complessa, che condiziona tutte le altre dimensioni della convivenza umana: la ricchezza conferisce prestigio e potere, così come la povertà è sempre caratterizzata da emarginazione e irrilevanza sociale. Le disparità economiche si risolvono troppo spesso in pesanti forme di ingiustizia, di discriminazione e di dominio dell'uomo sul- l' uomo .
Nella misura in cui le strutture della costituzione sociale dell'economia sono, almeno in parte, un prodotto della libera e responsabile azione degli uomini, questi aspetti negativi della vita sociale assumono la consistenza di un male morale.
Anche il mondo dell'economia quindi porta impresso, come ogni altra realtà umana, il segno del peccato.
L'indigenza e il bisogno che sono la molla dell'attività economica tendono a monopolizzare l'attenzione e le sollecitudini dell'uomo, ostacolando la sua apertura ai valori dello spirito e alimentando quella avidità dei beni economici che san Paolo non esita a chiamare «idolatria», perché capace di soffocare l'emergenza delle preoccupazioni etiche e della domanda religiosa.
L'egoismo e l'avidità dei beni divengono inoltre la causa più forte delle divisioni e dei conflitti che lacerano la convivenza umana. La troppo diseguale divisione della penosità del lavoro, del potere economico e dei frutti della fatica umana costituisce una forma grave di ingiustizia che sfigura il volto della convivenza umana e rimette continuamente in pericolo le fragili frontiere della pace. Uomini, classi, popoli trovano nell'ingiustizia strutturale della realtà economica e del lavoro motivo sempre rinnovato di incomprensioni, odi, divisioni e guerre.
Dio non ha abbandonato il mondo dell'economia e del lavoro al dominio del peccato. Anche questo mondo è stato raggiunto in qualche modo dalla redenzione di Cristo e ricuperato a un destino di salvezza.
Il Figlio di Dio, assumendo la condizione umana, ha fatto propria la radicale indigenza dell'uomo e l'ha così riscattata dalla sua negatività, facendola occasione di salvezza: condividendo la nostra povertà, l'ha trasformata in condizione privilegiata della beatitudine del regno, che è dono prima di essere conquista; accettando di lavorare con mani di uomo ha restituito al lavoro umano quella dignità che il peccato gli aveva sottratto, trasformandolo in una maledizione.
Ma anche la redenzione del mondo dell'economia e del lavoro è presente nella storia solo come un compito, affidato all'impegno dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà.
Quello dell'economia e del lavoro è uno dei settori dell'attività umana in cui si gioca in maniera decisiva il farsi della dignità concreta dell'uomo, della sua libertà e della solidarietà fraterna tra gli uomini.
Il carattere unificante e integrante della scelta di fede all'interno della coscienza cristiana fa del lavoro e dell'economia un campo concreto di grande rilevanza per l'integrazione tra la fede e la vita.

CERCATE PRIMA IL REGNO DI DIO E LA SUA GIUSTIZIA

L'importanza che l'economia assume normalmente nella vita dei singoli uomini e nell'organizzazione sociale porta molti uomini a vedere nella ricchezza, nelle conquiste della tecnica e nel progresso materiale una forma di salvezza totale dell'uomo.
Il Vangelo mette chiaramente in guardia il credente nei confronti dei pericoli inerenti alla preoccupazione eccessiva per le ricchezze di questo mondo.
Il Vangelo lascia intendere che esiste una certa incompatibilità tra la preoccupazione assorbente ed egoistica dei beni economici e la dedizione agli interessi del regno di Dio e proclama beati i poveri di spirito; solo un autentico atteggiamento di distacco permette di fare del lavoro una forma di servizio e di utilizzare i beni della terra come dono di Dio, da accogliere con riconoscenza, condividere con generosità e usare con semplicità e sobrietà.
Il credente è chiamato a vigilare perché la realtà economica resti al servizio dell'uomo e dei valori che lo realizzano veramente.
L'efficienza produttiva, che pure resta, in un mondo ancora largamente assediato dalla scarsità, uno dei criteri ineliminabili dell'attività economica, va misurata non tanto sulla base della capacità di appagare bisogni, artificialmente suscitati dalle esigenze della produttività stessa, quanto sulla base dell'attitudine a servire, con vera razionalità sostanziale, i bisogni autentici dell'uomo.
Il dinamismo dell'economia, nel quale ogni uomo è in qualche modo coinvolto, mette in essere un intreccio fittissimo di incontri e scambi tra uomini e gruppi, che condiziona a fondo la qualità umana della vita di tutti gli uomini.
Ciò che ogni uomo rappresenta per gli altri e ciò che gli altri rappresentano per lui è in larga misura condizionato dai rapporti economici che li legano. La fraternità, il riconoscimento concreto della dignità umana, il rispetto effettivo della libertà, la promozione dei valori morali della convivenza passano attraverso strutture e scelte economiche concrete; o si incarnano in esse o restano stati d'animo illusori e parole vane.
L'attività economica è quindi luogo privilegiato per l'attuazione della giustizia e della solidarietà fraterna.
Al credente si impone quindi anzitutto l'impegno etico di un comportamento personale improntato al rispetto della giustizia e alla carità: il settimo comandamento del decalogo «non rubare» ci ricorda che ogni violazione della giustizia stretta esige una adeguata riparazione, e che la responsabilità morale dell'ingiustizia permane, fino a quando l'ingiustizia stessa non sia stata riparata.
Le opere di misericordia corporale rappresentano, secondo il Vangelo (Matteo 25,31-46) il modo più concreto di servire Cristo nei poveri e nei sofferenti.
Ma accanto a queste forme di comportamento interpersonale si pone l'impegno di un'azione sociale, volta a rendere giusta e fraterna la realtà economica e il mondo del lavoro, nella loro dimensione sociale.
I beni della terra sono stati da Dio affidati all'intera famiglia umana a beneficio di tutti i suoi membri. Essi devono perciò restare al servizio di tutti gli uomini.
L'ordinamento sociale della realtà economica attualmente esistente nel mondo dà luogo a forme di sperequazione ingiusta nella distribuzione di questi beni, e quindi delle opportunità di vita veramente umana.
L'economia caratterizzata dalla ricerca esclusiva del profitto individuale, senza preoccupazioni morali, largamente dominante nel nostro mondo, è causa di gravi ingiustizie sociali, di sprechi delle risorse umane e naturali, di sfruttamento e di oppressione; essa si rivela quindi una economia contro l'uomo.
Sul credente, come su ogni altro uomo di buona volontà, peserà quindi in maniera ineludibile la responsabilità di educare, attraverso un impegno morale serio e coerente, quel suo severo e onnipotente educatore che è la realtà economica in cui vive.
L'economia ha quindi più che mai bisogno di confrontarsi, magari in modo nuovo, progettuale e globale, con l'istanza morale, per potersi strutturare a misura d'uomo e contribuire a edificare una convivenza umana giusta e fraterna.

LA DIMENSIONE INTERNAZIONALE DEI PROBLEMI ECONOMICI

Del resto i problemi dell'economia e del lavoro hanno assunto ormai una dimensione mondiale. La pura e semplice applicazione dei principi della «concorrenza» e delle leggi del mercato a tutti i paesi del mondo, sempre più unificati in un solo organismo economico mondiale, ha creato, e viene sempre più aggravando, condizioni di disparità drammatica e profondamente ingiusta, nella divisione del reddito, delle risorse e della possibilità di sviluppo tra i diversi popoli. Lasciata a se stessa, l'economia di mercato tende a trasferire sempre più potere economico e ricchezza presso i popoli ricchi, aumentando a dismisura la dipendenza economica e l'indigenza dei paesi economicamente più deboli.
L'insegnamento sociale della Chiesa, mentre fa appello agli sforzi di tutti i credenti e di tutti gli uomini di buona volontà per la realizzazione degli interventi più urgenti a favore dei popoli in via di sviluppo, proclama insieme la necessità e il dovere collettivo della progettazione e realizzazione graduale di un diverso e più giusto ordine economico internazionale, che renda possibile lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini su tutta quanta la terra (Populorum progressio).
Il presupposto etico della progettazione e realizzazione di un simile ordinamento economico mondiale è costituito dalla formazione di atteggiamenti di austerità, di semplicità di vita e di capacità di rinuncia e di disponibilità generosa al dono e al servizio, presso tutti gli uomini, soprattutto nei paesi più ricchi. Senza di queste qualità morali dell'uomo, nessun progetto sociale e nessuna forma di ingegneria politica saranno veramente in grado di umanizzare il mondo dell'economia.