Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996

 

SACRALITÀ E INVIOLABILITÀ DELLA VITA

Uno dei settori più importanti della responsabilità morale del credente è quello che riguarda la difesa, il rispetto e la promozione della vita.
La coerenza con la sua fede domanda oggi al credente di coltivare in sé e di testimoniare nella società una concezione della vita che è largamente controcorrente rispetto a quella dominante nella nostra cultura.
Tra le accuse che vengono spesso rivolte alla nostra cultura c'è infatti quella di essere una «cultura di morte».
È un'accusa non del tutto ingiustificata se si pensa alle infinite forme di violenza alla vita che essa tollera o istituzionalizza e che sono in qualche modo in linea con la visione dell'uomo in essa dominante. Basti ricordare, per tutte, l'industria e il commercio delle armi, la diffusione della droga, la legittimazione dell'aborto e dell'eutanasia.
Esse nascono dal rifiuto di riconoscere che la vita umana ha un valore etico in un certo senso incondizionato che la rende preziosa e inviolabile in se stessa.
La cultura dominante invece fa dipendere il valore della vita e la sua inviolabilità da ciò che viene chiamato «qualità della vita», definita in termini di godibilità edonistica della vita, oppure dalla sua efficienza economica e funzionalità sociale.
Va detto peraltro che l'atteggiamento della nostra cultura nei confronti della vita non è sempre così negativo. Essa promuove e sostiene anche atteggiamenti positivi. È certo ad esempio che nessun'altra società del passato ha mai dedicato tante cure, energie e risorse economiche per la tutela della vita e per l'esplicazione di tutte le sue potenzialità di auto- realizzazione, quanto può fare e fa oggi la nostra società.
Anche la cultura oggi dominante attribuisce dunque, come ogni altra cultura umana, un qualche valore etico alla vita e riconosce, se pur con troppe riserve ed eccezioni, l'impegno morale che grava su ogni uomo di difenderla, rispettarla e promuoverla.
E non potrebbe essere che così.
Una certa idea del valore intangibile della vita umana è talmente collegata con i fondamenti stessi della morale, da essere in qualche modo presente in ogni forma di esperienza o di pensiero morale.
Si direbbe che una specie di istinto universale avverta la coscienza morale umana della serietà della posta in gioco nei problemi morali riguardanti la vita.
Le responsabilità morali che l'uomo ha nei confronti della vita umana sono comprensibili anche solo nella luce della ragione naturale dell'uomo.
Una prima e decisiva motivazione della sacralità della vita è costituita infatti dalla dignità della persona umana.
Per quanto tale dignità possa essere percepita in tutta la sua profondità e serietà soltanto nel riferimento al Dio creatore e redentore della rivelazione cristiana, essa ha una sua evidenza etica propria.
La persona umana è la realtà più grande di tutto questo universo creato, l'unica che Dio abbia voluto per se stessa; nei suoi confronti tutto ha solo valore di mezzo, mentre essa non può essere considerata mezzo nei confronti di nulla.
L'assoluta non strumentalizzabilità della persona umana si riflette direttamente sulla vita fisica e ne sanziona il valore, la rende sacra della sacralità stessa della persona.
La vita umana, già nella sua dimensione biologica, è infatti la condizione di tutto ciò che è umano, quindi della vita spirituale, della storia e dell'esistenza concreta della persona umana.
Rispettarla in sé e negli altri è rispettare in radice ogni valore di umanità. Non rispetto nulla dell'uomo se non ne rispetto la vita fisica per cui esiste.

LA VITA UMANA APPARTIENE A DIO?

Il credente accoglie senza riserve queste motivazioni razionali del valore morale della vita e ne apprezza il riconoscimento, sia pure limitato e contraddittorio, presente nella cultura in cui è chiamato a vivere.
Ma egli attinge dalla sua fede motivazioni ulteriori e ben diversamente esigenti per considerare sacra e inviolabile la vita.
Tali motivazioni fanno riferimento al Dio che si è rivelato in Cristo, creatore e signore della vita.
Dio è il solo padrone della vita; egli solo ne può disporre in modo pieno. L'uomo non ha alcun diritto di dominio sulla vita umana, sia propria che altrui: essa è affidata alla sua amministrazione responsabile; è un bene di cui egli è depositario, ma di cui deve renderé conto a Dio.
Certo questa signoria di Dio sulla vita umana non va pensata in termini troppo grossolanamente antropomorfici, alla stregua del diritto di proprietà che l'uomo esercita sulle cose.
Essa va vista nella luce dell'immagine di Dio trasmessaci dal Vangelo: l'immagine di un padre che ama i suoi figli e vuole solo il loro bene.
Essi devono anzitutto a lui lo stesso fatto di vivere: la vita di ogni uomo non è nata ultimamente dal gioco cieco del caso, ma da una misteriosa predilezione di Dio che lo ha chiamato all'essere dal nulla.
Dio vuole ogni vita con una volontà piena di amore, così come ne vuole la felicità e tutto il pieno sviluppo, per essa concretamente possibile.
In Cristo, Dio si è unito all'umanità nel modo più intimo e indissolubile che si potesse pensare; ha unito la sua vita divina alla nostra vita umana; ha vissuto una vita pienamente umana, legata a una misteriosa parentela culturale e perfino biologica con ogni altra vita umana. E questa unione dà a ogni vita umana un valore ancora più grande, in un certo senso direttamente divino.
Tutto l'insegnamento biblico sulla sacralità della vita sfocia quindi in questa rivelazione del carattere «cristico» e in qualche modo divino di ogni vita urnana: è il vangelo della vita, cioè la buona notizia cristiana sul valore divino della vita, che Giovanni Paolo H ha posto come titolo alla sua recente enciclica sull'etica cristiana della vita fisica.
Nella sua luce assume un significato nuovo il «non uccidere» del decalogo, come anche la beatitudine della mitezza, l'impegno a rifiutare ogni forma di violenza, fosse pure solo difensiva, e il comando del perdono e dell'amore dei nemici proclamato dal Vangelo.
Ma nella sua luce andrebbe letta anche la parabola dei talenti: ogni vita è un talento affidato alla libertà responsabile dell'uomo. Dio ne vuole la più ampia fruttificazione, non per riscuoterne gli interessi, ma perché ama la vita e ne vuole la più ampia possibile pienezza di compimento e di felicità.
Dire di no alla vita (non solo sopprimendola, ma anche con ogni volontario spreco delle occasioni di crescita e di sviluppo che le darebbero più senso) è dire di no a questa volontà di amore di Dio; è colpire in qualche modo Dio stesso, in qualcosa che egli ha amato fino a dare per essa il suo Figlio.

LA VITA PRENATALE E L'ABORTO

Si chiama prenatale quel periodo della vita umana che trascorre tra la concezione e la nascita.
Nel periodo prenatale, la vita umana si svolge totalmente nel seno della madre e si sviluppa secondo ritmi esclusivamente biologici, non manifestando in altro modo la sua attività vitale e il suo carattere specificamente umano.
Questo spiega come mai le diverse culture umane lungo i secoli non abbiano sempre avuto una percezione chiara della sacralità della vita prenatale e abbiano spesso ritenuto che si potesse liberamente disporne, in base agli interessi, veri o presunti, della società e delle famiglie.
Essa venne invece difesa in modo deciso e incondizionato dal cristianesimo fin dalle sue origini e lungo tutto il corso della sua storia. Per questo gli ordinamenti giuridici che si ispiravano, anche solo indirettamente, alla concezione cristiana dell'uomo consideravano l'aborto, cioè la soppressione diretta e volontaria della vita prenatale, alla stregua di un reato.
Oggi, in una cultura contrassegnata dalla caduta del senso religioso della vita, dal primato dell'avere sull'essere, il carattere già pienamente umano e perciò inviolabile della vita prenatale è nuovamente messo un po' dappertutto in discussione.
In molti Stati sono state attuate e si vengono attuando forme diverse di depenalizzazione dell'aborto, e di legalizzazione dell'interruzione volontaria della gravidanza.
Lo sviluppo dell'ingegneria genetica e il diffondersi della fecondazione «in vitro» mettono a disposizione della scienza e dell'industria embrioni umani che vengono destinati alla sperimentazione scientifica, ai trapianti o allo sfruttamento industriale.
Si instaura una corsa alla ricerca sempre più avanzata, e sempre più ardita, che comporta di fatto la sistematica manipolazione e distruzione della vita prenatale.
I medici si sottraggono difficilmente a questa audace competizione che gode del resto del plauso di un'opinione pubblica manipolata dai media, e affascinata dal mito del Grande Progresso Illimitato.
In questa situazione, la Chiesa sembra restare sola a difendere incondizionatamente lo statuto di vita umana del feto, e la sua inviolabilità. Ma essa, senza temere di apparire importuna, continua a disturbare con insistenza la cattiva coscienza della cultura contemporanea e a levare la sua voce in difesa della vita prenatale.
Naturalmente una simile testimonianza ha bisogno anzitutto di poter contare sulla convinzione onesta dei credenti e deve quindi sempre partire da una conoscenza approfondita della verità.
Per la soluzione dei problemi morali relativi a questa prima fase della vita è necessario determinare con precisione lo statuto (umano o preumano o non-umano? Già pienamente personale o non ancora tale?) della vita umana prenatale.
Si può dire veramente che il feto sia una vita umana, portatrice del diritto ad essere rispettata e accettata, ad essere messa nella condizione di sviluppare tutte le sue concrete possibilità di crescita di cui è dotata?
Sul piano biologico, lo sviluppo più recente della ricerca scientifica mette oggi a nostra disposizione conoscenze approfondite e dettagliate quali mai si erano avute in passato.
Fin dai primissimi giorni della sua vita nel grembo materno, l'embrione ha una sua sostanziale autonomia biologica. Dipende dalla madre per l'ambiente vitale, la protezione e il nutrimento, ma possiede e sviluppa dal suo interno una vita diversa e assolutamente non riconducibile a quella della madre: non può esser detto in nessun modo (almeno biologicamente) una parte del corpo della madre.
Da esso differisce per ciò che fa l'individualità di ogni essere vivente, cioè un suo unico e irripetibile patrimonio genetico, in base al quale possiede tutte le informazioni e le energie vitali sufficienti a costruire in sé tutto l'organismo umano adulto e a imprimergli una vita esclusivamente e pienamente umana.
Questo significa che l'embrione ha una sua precisa individualità e identità biologica.
D'altra parte questa identità è pienamente e specificamente umana; la vita che si sta sviluppando è la vita di un soggetto inequivocabilmente umano.
Molti tuttavia, distinguendo tra vita biologicamente umana e vita personale, obiettano che la persona sarebbe qualcosa di più che una vita «biologicamente» umana.
E solo la persona sarebbe soggetto di diritti in senso stretto e quindi dotata di quella inviolabilità che è appunto propria della vita umana in quanto vita personale. Solo una piena appartenenza al mondo dell'uomo (e quindi solo una piena accettazione da parte di questo mondo, attraverso una adeguata socializzazione) farebbero di una vita biologicamente umana una persona, soggetto di diritti.
Ora è vero che le ricchezze di contenuti esistenziali e culturali, di attività relazionali e spirituali che fanno la specificità umana del vivente «uomo», sono possedute dal feto solo allo stato potenziale. Ma lo sviluppo di queste capacità e di questi contenuti, cui si dà a volte il nome troppo ambiguo di «umanizzazione», costituisce un processo unitario già in atto, intimamente saldato con lo sviluppo della vita biologicamente umana.
E il soggetto di questo processo unitario e multi-dimensionale resta sempre quella unità vivente, già tutta presente come tale nell'embrione.
Ogni pretesa di tracciare soglie, di decidere quale vita sia umanizzata e quale non lo sia, sarebbe del tutto arbitraria. Ogni misura quantitativa o qualitativa dell'umanizzazione si presenta impossibile.
L'unico elemento che accomuna tutti questi livelli di esistenza umana così diversi è proprio il carattere biologicamente umano del soggetto di questo sviluppo.
La sua presenza inconfondibile è l'unica garanzia necessaria ma sufficiente della sua appartenenza a questo processo continuo, dentro il quale non avrebbe nessun senso e nessuna giustificazione qualsiasi classificazione e sarebbe arbitraria qualsiasi soglia o discriminazione.
Ogni uomo si presenta all'altro prima di tutto nel suo essere biologicamente uomo; questo unico elemento fondamentale e comune è ciò che dà diritto a una accettazione e a un rispetto incondizionati.
Se si dovesse accettare il principio opposto, secondo cui sarebbe veramente umana solo quella vita che è stata abbastanza umanizzata e socializzata, in base a un qualche criterio, necessariamente arbitrario, di umanizzazione, cadrebbe non soltanto l'inviolabilità di una singola vita, ma il presupposto che sta alla base dell'inviolabilità di ogni altra vita.
Se una vita non ancora pienamente accolta o socializzata potesse essere legittimamente soppressa in un solo caso, perché non potrebbe esserlo in altri in finiti casi analoghi? Chi potrebbe porre a questa legittimazione limiti che non fossero arbitrari e perciò inconsistenti? Ancora a due anni il bambino non è pienamente socializzato e umanizzato. In un certo senso i vecchi non lo sono più. Gli handicappati mentali più gravi non lo diventano mai.
Il credente ritiene che la vita umana sia già sacra al livello prenatale; certo, in essa moltissimo è ancora potenziale, ma si tratta appunto di una potenzialità particolare e unica, quella di un essere cui per il semplice fatto di vivere una vita biologicamente umana è già dischiuso l'accesso alla vita culturale e spirituale.
Anzi, da un punto di vista morale, proprio il carattere assolutamente indifeso della vita prenatale fa sorgere un surplus di responsabilità nei suoi confronti, il dovere di una tutela ancora più incondizionata.
In questo senso la valutazione gravemente negativa della tradizione cattolica si fonda su una delle costanti più significative dell'etica biblica: la difesa dei più deboli, dei più indifesi, di coloro che non hanno voce, difesa che Dio dichiara di assumere su di sé, al punto che essa diventa uno dei segni visibili della sua presenza provvidente e salvifica nella storia.
Naturalmente la soppressione della vita prenatale non è voluta o giustificata per se stessa; la presenza di una nuova vita, se è in molti casi un dono atteso con ansia e accolto con gioia, suscita in certe situazioni problemi più o meno gravi per i genitori (soprattutto per la madre) e per la società.
A volte, la previsione di gravi malattie o malformazioni genetiche del nascituro fa temere per lui una vita di sofferenze e di inefficienza. Il valore della vita prenatale, in questi casi, sembra entrare in conflitto con altri beni importanti e urgenti.
Ma il credente ritiene che questi altri beni non siano mai comparabili con la sacralità della vita umana e che quindi essi non giustifichino mai l'aborto volontario.
D'altra parte, se non vuole ridurre la sua testimonianza in favore della vita a una sterile proclamazione di principi astratti e a moralismo impietoso, egli dovrà assumersi coraggiosamente una qualche parte del peso di problemi e di sofferenze che l'accoglimento della nuova vita comporta in questi casi per i genitori e magari per lo stesso nascituro, esercitando nei loro confronti quella solidarietà attiva che Cristo ci ha insegnato nella parabola del buon samaritano.
Sarà questa la sua vera crociata per la vita, una crociata che non lo esimerà comunque dal manifestare comprensione e rispetto per tutti coloro che, non condividendo le sue convinzioni, prendono nella nostra società la scorciatoia ingannevole dell'aborto.

LA SPERIMENTAZIONE SULL'UOMO

L'inviolabilità morale della vita umana, anche prima della nascita, spiega le riserve della Chiesa nei confronti della fecondazione in vitro e di certe forme di sperimentazione scientifica sugli embrioni umani.
Questi procedimenti comportano infatti la manipolazione calcolata di embrioni umani, utilizzati come «oggetti a perdere» per una ricerca scientifica, apparentemente ricca di successi immediati, ma priva di rispetto per la vita.
Va aggiunto comunque a questo riguardo che qualsiasi forma di vera e propria fecondazione in vitro sembra comportare una separazione tra la dimensione fisica e quella spirituale della procreazione e la rottura della connessione inscindibile che unisce il significato unitivo e quello procreativo dell'atto coniugale. E questo naturalmente giustifica ulteriori riserve nei confronti di questo procedimento.
Altrettanto sacra quanto la vita prenatale va ritenuta la vita sofferente e per certi aspetti inefficiente dei malati gravi nella fase terminale di una malattia mortale.
Se è lecito alleviare con tutti i mezzi possibili, purché rispettosi della dignità umana, le loro sofferenze, non è lecito disporre a piacimento della loro vita.
Il «diritto a morire con dignità» non può mai configurarsi come un diritto all'eutanasia.
Del resto, nella luce della fede, anche queste sofferenze, attraverso la partecipazione al mistero pasquale di Cristo, possono assumere un significato positivo e una efficacia redentrice.
Da tutto questo appare quanto sia illusoria la c.d. «neutralità della scienza» rispetto alla morale.
Lo scienziato è anzitutto un uomo, che opera nella società umana, del cui futuro è corresponsabile.
Soprattutto quando la ricerca ha come oggetto l'uomo e comporta interventi manipolativi o distruttivi nei confronti di uomini concreti, egli non può invocare nessuna extraterritorialità rispetto alla morale.
Anche la scienza, come la tecnica, è esposta oggi al pericolo dell'apprendista stregone che evoca forze che sfuggono poi al suo controllo.
Anch'essa deve perciò accettare di essere normata dagli interessi ultimi dell'uomo e di arrestarsi davanti alla sacralità della vita umana, presente anche nell'ultimo degli uomini.