Educare alla cittadinanza

e alla solidarietà

Savino Pezzotta


Quando mi fu chiesto di dare il mio contributo a questo dossier ho accettato con un certo entusiasmo: il tema mi piaceva, coglieva alcune mie sensibilità e si avvicinava alla mia esperienza di vita. Quando mi sono trovato innanzi allo schermo bianco del computer, ho iniziato ad avere problemi, mi sono reso conto che molte mie convinzioni e conoscenze erano messe in movimento. Eppure tutti pensiamo di sapere che cosa sia la cittadinanza e pertanto di dire come si possa educare ad essa e di conseguenza alla socialità.

Il concetto di cittadinanza

La nascita del moderno concetto di cittadinanza è conseguente alla costituzione dello Stato-Nazione, di cui il popolo è l'elemento costitutivo, e si riallaccia alle idee diffuse dalla rivoluzione francese che definiscono "cittadino" l'appartenente allo Stato-Nazione. Questo ha creato una certa confusione poiché nazionalità e cittadinanza non si sovrappongono. La cittadinanza è un concetto giuridico che lega la persona allo Stato, mentre la nazione è una concezione sociologico-culturale che può essere comune a cittadini di Stati diversi. Per fare un esempio concreto, gli abitanti dell'Alto Adige o Sudtirolo sono cittadini italiani, ma la maggior parte di essi per lingua, storia, cultura e tradizione appartiene alla nazione tedesca.
Se partiamo dalla definizione del concetto di cittadinanza, quale legame delle persone con lo Stato di appartenenza, dalla condizione di cittadinanza intesa come l'insieme dei diritti e dei doveri civili e politici nei riguardi dello Stato, dal termine "cittadino" introdotto per marcare la differenza rispetto al suddito, ci si rende conto che stiamo indicando un'appartenenza positiva, ma circoscritta. È collocata in un recinto che riconosce, almeno dopo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, alle persone i diritti fondamentali, ma riconosce diritti ulteriori al cittadino dello Stato-Nazione.
È l'esperienza che anche in Italia stiamo facendo con l'immigrazione. Nessuno, che non sia razzista, xenofobo o malato di sciovinismo, disconoscerà alla persona immigrata i diritti fondamentali dell'uomo, ma sappiamo che l'immigrato non gode degli stessi diritti dei cittadini italiani, che sono quelli stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi che da essa derivano. Non è un caso che in questi mesi si stia discutendo della necessità di riconoscere come cittadini della Repubblica coloro che sono nati nel suo territorio (ius soli - diritto del suolo), indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, oppure diventino cittadini tutti quelli che risiedono legalmente per un certo numero di anni in uno Stato (è un criterio di tipo territoriale, per cui non conta il gruppo etnico di provenienza, ma il luogo in cui la persona è nata o vive stabilmente).

La Costituzione

Quando parliamo di educazione alla cittadinanza, il nostro riferimento va alla Carta Costituzionale e ai vari trattati dell'Unione Europea, che ne hanno ampliata la dimensione al livello continentale. Le due cittadinanze non si sovrappongono: quella europea si aggiunge e non modifica la prima: nessuno può diventare cittadino dell'Unione se non possiede la cittadinanza di uno degli stati membri. Noi viviamo pertanto in quella che è stata definita «cittadinanza duale», per distinguerla dalla «doppia o plurima cittadinanza».
Il nostro riferimento resta la Costituzione della Repubblica Italiana. In questi ultimi tempi si è forse perso il senso e il significato profondo della nostra carta e troppe volte si è cercato di sminuirne gli elementi orientativi, di disegno, di vision, per ridurla a un complesso meramente procedurale.
I costituenti non hanno inteso solo definire regole, ma hanno voluto che fossero chiari i principi cui la nascente Repubblica doveva ispirarsi e cercare di far vivere nel suo sviluppo e nel suo evolversi. La Repubblica non è uno stato neutrale di tipo liberale, ma uno Stato che è chiamato a intervenire per garantire la libertà, la partecipazione e la giustizia sociale. È certamente un insieme di regole e norme che si basano su valori e principi etici, ed è su questi che si definisce il patto di convivenza democratica degli italiani e pertanto le regole e le dinamiche della cittadinanza.
Oserei dire che la nostra è una Costituzione umanistica, perché orientata a fondare e reggere uno stato repubblicano il cui fine è lo sviluppo della personalità umana in direzione dell'uguaglianza, attraverso i criteri della giustizia sociale. Diritti e doveri s'intrecciano in un'unità che genera il senso morale e politico e pertanto non solo giuridico o sociologico della cittadinanza. Il cittadino italiano è titolare di diritti e doveri che lo spingono a superare la visione individualistica della propria libertà. Anzi, la libertà è tale nella misura in cui realizza la solidarietà e il riconoscimento dell'altro come fondante il mio e suo diritto. A leggerla e meditarla con attenzione, avvertiamo in essa gli influssi del pensiero cattolico.
La cittadinanza italiana non nasce dall'appartenenza etnica, culturale, sociale, religiosa o abitativa, ma da un'appartenenza normata e regolata dalla legge. Per questa ragione l'educare alla legalità, al rispetto delle regole, diventa un elemento fondamentale per costituire e rafforzare la cittadinanza, come il chiaro indirizzo verso una laicità positiva in grado di riconoscere il valore sociale delle religioni.

Educare alla cittadinanza

L'educazione alla cittadinanza deve pertanto basarsi sulla conoscenza e la condivisione delle regole che implica uno sforzo da parte della famiglia, della comunità cristiana e civile, della scuola perché fin da bambini siano interiorizzate.
Un percorso educativo fondato sulla cittadinanza e la socialità esige un'assimilazione della Costituzione come elemento fondamentale per perseguire e vivere una cittadinanza attiva, una tensione che deve coinvolgere anche gli stranieri che vivono da noi.
Conoscere le leggi e le norme che regolano la convivenza, la storia e la cultura, le tradizioni e i valori che formano e costituiscono il fondamento della Repubblica deve essere l'impegno primario, se si vuole che si determini il senso della responsabilità che ognuno deve avere verso la cosa pubblica e il bene comune. Un sapere che in tutti i suoi aspetti costituisce il fondamento di una vera cittadinanza attiva e responsabile. Il compito della famiglia, della comunità e della scuola è dunque basilare per avere persone in grado di camminare con la schiena dritta e con la consapevolezza dei propri doveri e diritti.

Educare alla socialità

Nello stesso tempo si deve sempre tenere presente che gli uomini e le donne sono persone e non individui e che vivono soprattutto di relazioni. In questi anni si è cercato di far passare una visione individualista dell'essere umano. Si è detto che chi «fa da sé fa per tre», che gli egoismi privati potevano produrre pubbliche virtù. Se analizziamo le ragioni e le radici dell'attuale crisi economica finanziaria, ci rendiamo conto che la logica dell'individualismo e dell'arricchimento individuale non ha prodotto - come qualche economista sosteneva - l'effetto sgocciolamento e pertanto benefici per tutti. La brama dell'arricchimento individuale, utilizzando criteri speculativi, ci ha portato alla crisi attuale che sta generando sofferenze e disuguaglianze.
Dimenticarsi che l'uomo è anzitutto un essere sociale porta a conseguenze nefaste. Diventa pertanto necessario che la naturale socialità umana sia accompagnata da un processo educativo al vivere insieme, all'accoglienza dell'altro, alla dimensione della solidarietà, del dialogo e dell'incontro. La socialità non è semplicemente stare insieme come atomi che ruotano attorno ad un centro, ma è condivisione e soprattutto relazione.

Lo Stato sociale

Si viene pertanto a confermare l'idea che la cittadinanza, proprio perché si basa sul principio di uguaglianza, ha bisogno dello Stato sociale, cioè di quell'insieme di servizi pubblici, sociali e comunitari che accompagnano e promuovono il vivere insieme. Compito dello Stato è attuare il principio della sicurezza sociale per tutte le persone, grazie ai contributi di quanti hanno un lavoro o un reddito. Il principio di pagare le spese sociali con i contributi e le tasse sui redditi è semplicemente una forma di "ridistribuzione" della ricchezza e quindi un modo per ridurre le disuguaglianze sociali. È un agire comune, basato sulla socialità e la solidarietà. Non pagare le tasse o evaderle non è "fregare" lo Stato, ma privare i più deboli di tutele e di promozioni sociali.
Questo principio è stato contestato ed è contrastato dai propugnatori del neoliberismo per i quali devono essere le regole del mercato a generare redistribuzione e pertanto il ruolo sociale dello stato e dei corpi intermedi deve essere ridotto ai minimi termini.
La difesa dello Stato sociale non deve farci ignorare che i processi di cambiamento a cui ogni società è costantemente sottoposta, richiedono interventi di adeguamento e di riforma. Fino a poco tempo fa discutevamo della società dei due terzi. Oggi dobbiamo prendere atto che la crisi ci sta forse portando verso la «società dei quattro quinti». In pratica, se non intervengono correttivi, significa che un quinto della società potrà contare su un reddito elevato e sicuro, mentre i quattro quinti finiranno per essere collocati in un ambito di possibile vulnerabilità: sospesi tra occupazione a rischio, lavoro precario, disoccupazione e redditi decrescenti e incerti.
A mio parere il processo è in corso e si può intravedere nel continuo crescere delle disuguaglianze e dell'impoverimento. Diventa pertanto urgente iniziare a pensare a nuove forme di welfare in grado di mantenere il principio di uguaglianza che non dipendano interamente dallo Stato, anche se questo deve mantenere una funzione preminente.

Il terreno della nuova cittadinanza

Misurarsi oggi sul terreno della nuova cittadinanza significa, oltre che garantire di più chi ha meno, promuovere la crescita umana in ogni campo e offrire a tutti le stesse opportunità di realizzazione. Si tratta anche di sfuggire alla logica delle clientele, alla trasformazione in utente e alle forme corruttive che hanno inquinato il modello esistente.
Per queste ragioni diventa necessario un recupero della soggettività sociale e politica che passa attraverso un'educazione alla socialità. Con i processi educativi si deve produrre un cambiamento di mentalità molto profondo, basato sulla pratica della responsabilità attraverso le forme della sussidiarietà, della mutualità, del no-profit, della cooperazione e della creatività di un'imprenditorialità sociale capace di puntare lo sguardo verso uno stile di vita fondato sul ben-essere e sulla sobrietà, più che sul consumismo
Generare una nuova fase della cittadinanza attiva esige che ci si educhi all'uso dei nuovi strumenti della comunicazione puntando verso una cybersocialità. L'implementazione dello strumento informatico e della motrice tecnologica deve entrare stabilmente in ogni progetto di sviluppo della cittadinanza partecipativa e pertanto in ogni progetto politico.
Ci si deve rendere conto che il tempo delle nicchie in cui si era cittadini si sta trasformando e che ora viviamo in un mondo in continua espansione. La nuova cittadinanza per essere tale e non ripiegarsi in forme di egoismo territoriale, cittadino o nazionale, deve cercare di collocarsi in una realtà che sarà sempre più interconnessa se non si vuole che questo fenomeno rafforzi la centralità dei grandi poteri finanziari, economici e politici. Al dunque la cittadinanza e la socialità devono rapportarsi a dinamiche nuove e a forme mutevoli di cooperazione, di scambio, di esperienze democratiche, di progetti pedagogici. La questione della cittadinanza e della socialità nel tempo della rete e del cyberspazio deve rinviarci a ciò che siamo in grado di progettare e vivere nei luoghi cui siamo collocati, sapendo che sono nello stesso tempo centro e periferia di una riconnessione del genere umano.

Percorsi

Alla luce di queste suggestioni cercherò di indicare alcuni obiettivi che possono servire a costruire una cittadinanza partecipativa:
- Siamo tutti coscienti che i cittadini mostrano - complice la crisi economica e il malessere sociale che ha generato i fenomeni di corruzione sempre più evidenti, i privilegi e quant'altro - una profonda ed estesa disaffezione e ostilità nei confronti della politica. Solo il 4% degli elettori si dichiara soddisfatto dei partiti politici. Siamo di fronte a un disincanto che attraversa tutte le grandi democrazie. Nel cuore della democrazia si è aperta una falla molto profonda che rischia di indebolire ogni progetto di cittadinanza partecipativa. Credo che si sia arrivati al punto in cui occorre riportare il concetto di cittadinanza attiva all'interno dei processi decisionali e coinvolgere i cittadini nella vita sociale e politica con maggiori poteri. Il ruolo del cittadino non può più dipendere dalle gerarchie rappresentative, ma dalla valorizzazione delle sue capacità, attività, progetti e forme associative. Il fenomeno delle liste civiche per le elezioni amministrative è il segnale che un desiderio di responsabilità sta crescendo e che rifiuta che siano i partiti a imporre tutto Vanno pertanto preparate e favorite le forme partecipative, esterne e interne ai partiti, in modo che si definisca una nuova relazione tra cittadino, rappresentanza politica e ruolo istituzionale. In questo contesto l'uso degli strumenti della comunicazione diventa essenziale non solo per comunicare, ma anche per generare forme di riaggregazione attraverso la tecnologia delle identità comunitarie oggi in crisi.
- Un progetto di nuova cittadinanza partecipativa deve però fondarsi sull'idea dello sviluppo relazionale e di nuove forme di solidarietà, di sussidiarietà e di responsabilità. In un tale ambito la cittadinanza si forma attraverso lo sviluppo di forme relazionali interdipendenti che si alimentano non solo con la rete e con gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione in una logica di cybersocialità, ma anche nella disponibilità a ridefinire i ruoli e le funzioni sulla base delle esigenze sociali che s'incrociano.
- È chiaro che la riappropriazione della cittadinanza che parte dal basso e dalle comunità locali, mette in discussione o in movimento l'insieme della rappresentanza sociale, politica e istituzionale. L'esercizio della cittadinanza nei confronti dei diversi soggetti della rappresentanza esige un modello di autonomia che può mettere in movimento quello della politica. Il modello della cittadinanza partecipativa non si limita all'esercizio del diritto di voto o alla tifoseria politica: chiede e propone progetti e vuole esercitare spazi. Credo che questa sia la strada per rompere con il modello autocratico che, complice la legge elettorale, si è imposto nella politica italiana e che ha generato clientelismo e consentito l'espandersi delle diverse forme di corruzione.
- Afferrare e implementare, a servizio della cittadinanza e di una nuova socialità, gli strumenti telematici, senza con questo dimenticare che le relazioni interattive hanno sempre bisogno del contatto "corpo a corpo". La democrazia e la cittadinanza, per essere compiute, hanno bisogno di riscoprire il calore della "fraternità", dell'incontro dei volti, il senso di un'appartenenza comune, di un destino da condividere che ci consenta di vivere la globalità, senza perdere la speranza e l'idealità.
- Educare alla cittadinanza e alla socialità significa in primo luogo educare a comportamenti onesti, ad avere rispetto per ciò che è pubblico e mettere in primo piano le persone, soprattutto le più deboli. Si tratta di mettere al centro dei percorsi educativi e scolastici i valori di fondo della Costituzione repubblicana, sviluppare la partecipazione, contrastare ogni forma oligarchica o autocratica di gestione del potere.

Concludendo

Per ultimo, ma non ultimo per importanza, il problema della cittadinanza mondiale o globale. La globalizzazione, le reti, le migrazioni scombinano i nostri riferimenti e sicuramente mettono in movimento e in trasformazione il nostro concetto di cittadinanza. Perciò educare alla cittadinanza, significa anche educarsi all'interdipendenza e all'interculturalità.
Sappiamo che non è irrilevante che, rispetto alla questione delle migrazioni di massa o sulla soluzione del problema dell'estensione del diritto di residenza e di circolazione, uno Stato sia democratico o autoritario; è una questione reale che intreccia quella dei diritti universali della persona, soprattutto per quanto riguarda il diritto d'asilo dei perseguitati politici, religiosi, sociali.
Sappiamo che la limitazione dei diritti politici e sociali - e pertanto della cittadinanza - impedisce anche la realizzazione dei diritti umani. Educare alla cittadinanza e alla socialità significa anche far crescere la coscienza che lo sviluppo umano - più che quello economico - per realizzarsi ha bisogno di un impegno che molti giudicano utopico, ma che è fondato sull'universalità del messaggio cristiano, per favorire la democratizzazione dei regimi autoritari fino alla loro totale scomparsa. L'esempio birmano ci dice che questo è possibile.

(Servizio della Parola, n. 440 Settembre 2012, pp. 99-108)