Ethos culturale collettivo

e democrazia sociale

Giannino Piana 

La debolezza della società civile italiana è provocata da una serie di concause, che hanno interagito (e interagiscono) tra loro in modo discontinuo, talora persino contraddittorio. L'analisi che su di esse si conduce tende spesso a privilegiare quelle strutturali - in particolare quelle connesse con il sistema politico - lasciando in ombra, o almeno sottovalutando, quelle storico-culturali ed etico-sociali, che meritano invece una più attenta considerazione. Non si vogliono (e non si devono) certo negare le responsabilità della politica, guidata da logiche stataliste e centralizzatrici, che hanno favorito la burocratizzazione dei processi di organizzazione della vita associata e la deresponsabilizzazione dei cittadini, incrementando il malcontento e la disaffezione nei confronti della cosa pubblica. Ma sarebbe riduttivo, e addirittura fuorviante, ricondurre tutto a questo, addossando le colpe esclusivamente alle istituzioni pubbliche, soprattutto ai partiti politici e alla concezione dello Stato da essi elaborata e promossa (1).

Le ragioni della situazione attuale sono più complesse; hanno cioè radici piu profonde, che rinviano alle dinamiche socio-culturali, che hanno caratterizzato, fin dalla nascita, lo sviluppo della società italiana e concorrono, in qualche misura, a spiegare (pur senza giustificarlo) lo stesso strutturarsi anomalo del sistema politico. Società civile e società politica non possono infatti essere concepite come realtà nettamente separate, ma mutuamente interagenti; non si può, in altri termini, se non indulgendo verso una prospettiva semplicistica e manichea, contrapporre una società animata da tensioni ideali e valoriali ad uno Stato clientelare e corrotto: si farebbe opera di falsificazione della realtà. I fenomeni negativi, che hanno contrassegnato la conduzione della vita pubblica nel nostro Paese, non dipendono soltanto dal cattivo funzionamento delle istituzioni o della loro occupazione da parte dei partiti - per quanto determinanti possano risultare questi elementi - ma sono anche espressione di un costume diffuso che investe l'intera società; denunciano la persistenza di uno scarso senso civico e di appartenenza collettiva; manifestano, in definitiva, l'assenza di un ethos culturale comune, che è la base necessaria per l'instaurarsi di una positiva convivenza civile. Le rivendicazioni settoriali, il prevalere di interessi particolaristici e corporativi, la tendenza all'autoreferenzialità e al perseguimento di obiettivi puramente individuali o di gruppo, oltre a provocare la segmentazione del tessuto sociale, creano le condizioni per la trasformazione della politica in semplice politica dello scambio, destituendola di ogni tensione progettuale (2).

La riacquisizione di significato della società civile, e la restituzione ad essa delle funzioni che è chiamata a svolgere per il bene dell'intera collettività, sono dunque strettamente dipendenti, prima ancora che da una riforma della politica, dalla capacità che essa ha di ricuperare al proprio interno una cultura e un'etica del sociale che si traduca nella produzione di un nucleo di valori condivisi, capaci di interpretare correttamente le esigenze di una società pluralistica e differenziata come l'attuale e di favorire, nel contempo, la convergenza verso obiettivi di bene comune (3). La possibilità di questo recupero appare oggi maggiore che per il passato, se si considera che, a fronte della crisi delle ideologie e della politica, o forse proprio a causa di questa crisi, emergono nuovi fermenti culturali e nuovi soggetti portatori di istanze etiche: si pensi ai movimenti che si sono venuti sviluppando anche nel nostro Paese a partire dagli inizi degli anni '80 - da quello femminista a quello ecologico - o ancora alla sempre più ampia diffusione delle associazioni di volontariato sociale e assistenziale; movimenti e associazioni che appaiono accomunati dalla ricerca di una nuova piattaforma valoriale, che restituisca senso e qualità alla vita personale e collettiva. L'impegno per la produzione di un ethos comune, frutto dell'interazione e dell'integrazione di proposte derivanti da modelli culturali diversi, costituisce pertanto il primo e ineludibile imperativo al quale obbedire se si intende ridare spazio ad una società civile, che interpreti adeguatamente i bisogni degli uomini e si ponga al servizio della loro crescita.

Ma la sfida che ci sta dinanzi non si esaurisce (e non può esaurirsi) nella sola creazione di presupposti etico-culturali, per quanto essenziali e irrinunciabili. Il deficit attuale di società civile è anche determinato da fattori di ordine strutturale e istituzionale, che riguardano la conduzione organizzata della vita associata. È significativo, al riguardo, che alla debolezza della società civile corrisponda una altrettanto grave debolezza dello Stato, dovuta alla scarsa identificazione con esso, pur in presenza di un esorbitante intervento pubblico (4).

La questione politica pertanto ritorna, ed esige di essere affrontata con radicalità, evitando di ridurre tutto al solo cambio delle "regole del gioco" o alla semplice modifica dei rapporti di potere e puntando su una ridefinizione dei fini che l'azione politica è chiamata a perseguire. Ma risulterebbe, anche sotto questo profilo, anacronistico e improduttivo enfatizzare tale ambito o limitarsi ad esso, dimenticando che i processi che si sviluppano nella nostra società (e ancor più si svilupperanno nella società futura) sono sempre più legati alla rilevanza di altri ambiti - soprattutto quelli dell'economia e dell'informazione - che dispiegano un forte condizionamento sull'articolarsi delle varie forme di vita associata. La stessa cultura dominante, e parametri valoriali a cui fa riferimento, risultano ampiamente dipendenti dalle logiche del sistema economico, che utilizza i media come supporto persuasivo, cioè come via attraverso la quale diffondere stili di vita e modelli comportamentali, nonché alimentare status-symbol funzionali a se stesso.

Il riscatto della società civile, e più ancora lo stesso destino della democrazia, sono dunque legati alla riappropriazione di questi ambiti. Democratizzazione dell'economia e dell'informazione sono gli obiettivi fondamentali verso cui tendere, se si vogliono porre le premesse di un'autentica civilizzazione. Il che comporta, ovviamente, un ripensamento del ruolo della politica, la quale, lungi dal dover ridimensionare i suoi compiti, deve piuttosto incrementarli e rinnovare le modalità della sua presenza e della sua azione per svolgere una funzione di controllo e di guida, assolutamente necessari per il conseguimento del bene comune.

Le difficoltà a mettere in atto processi di riforma sono enormi. La globalizzazione economica e l'affermarsi del pensiero unico sembrano rendere impossibile il perseguimento di tali mete. Ma non mancano anche nel nostro Paese segnali di un'inversione di tendenza rispetto al passato, che aprono spiragli di speranza: dal crollo del regime dei partiti tradizionali con l'esigenza di una seria riforma istituzionale al moltiplicarsi di iniziative di cooperazione e di solidarietà sociale fino a forme sempre più diffuse di reazione all'attuale gestione dei media e di coscientizzazione attorno alle conseguenze negative indotte dal sistema economico, che genera sperequazioni e nuove sacche di povertà (5).

Su questi due versanti - quello etico-culturale e quello strutturale - tra loro strettamente interconnessi, si muoveranno le riflessioni che qui proporremo, con l'intento di fornire alcune piste sulle quali camminare nello sforzo di restituire la giusta centralità alla società civile anche nel nostro Paese. (...) 

 

La democratizzazione dell'economia e dell'informazione 

La rilevanza degli aspetti strutturali, cui si è appena accennato, rende immediatamente evidente la necessità di un'attenta riflessione su alcuni ambiti dell'organizzazione della vita associata, nonché sui meccanismi e sulle dinamiche che sono alla base della loro strutturazione. La politica occupa, in questo quadro, un ruolo di primo piano, che non può esserle misconosciuto. Ma, come del resto si è già rilevato, essa non esaurisce in se stessa tutto l'arco delle questioni relative alla conduzione della vita sociale. Come non è possibile addebitare ad essa tutti i mali che affliggono la nostra società, così non è possibile ricondurre esclusivamente ad essa la ricerca del loro superamento. Ciò è tanto più vero oggi in presenza di altri poteri, in particolare di quello economico e di quello massmediale spesso tra loro strettamente collegati, che assumono un'importanza sempre maggiore nella costruzione delle varie forme di convivenza. Vi è anzi il rischio, non puramente ipotetico ma già divenuto parzialmente realtà, che tali poteri prendano tanto ampiamente il sopravvento da trasformare la politica in una loro variabile dipendente, sottraendole quella funzione di guida che assolutamente le compete nella definizione e nel perseguimento del bene comune. Il futuro della democrazia appare dunque anzitutto legato alla democratizzazione del sistema economico e di quello dell'informazione; alla possibilità cioè che tali sistemi vengano direttamente gestiti o almeno controllati dai cittadini.

a) Lo sviluppo di un'economia civile

La società civile è, anche sotto questo profilo, l'ambito privilegiato a partire dal quale possono prendere corpo una serie di iniziative orientate in questa direzione. E ciò, in primo luogo, sul terreno economico dove appare urgente il recupero di quelle forme di organizzazione che configurano l'attuazione di una moderna "economia civile". Senza sovraccaricare la società civile di compiti che non può assolvere e riconoscendo la funzione delle varie sfere che compongono il sistema sociale complessivo e l'esigenza del rispetto della loro relativa autonomia, è tuttavia fondamentale restituirle capacità di espressione a livello delle relazioni economiche. Il nesso tra società civile e sistema economico non è infatti secondario ai fini della crescita di una vera democrazia partecipativa. Il peso sempre più determinante dell'eco-nomia sugli sviluppi della vita personale e sociale - basti pensare a ciò che sta producendo il fenomeno della globalizzazione dei mercati e il parallelo affermarsi del cosiddetto "pensiero unico" incentrato su parametri puramente mercantili - rende necessaria la elaborazione di un progetto di sviluppo, nel quale non venga dato spazio soltanto al criterio dell'efficienza, ma si ponga anche attenzione alle esigenze della promozione globale di ciascuno e di tutti.

L'assenza, o almeno la debolezza, della società civile nel nostro Paese si riflette anche in questo ambito, dando luogo ad alcuni fenomeni, quali l'aumento delle diseguaglianze individuali, territoriali e di categoria, la crescita della disoccupazione e la stessa difficoltà a modificare il modello statalista di Welfare: fenomeni che non dipendono dalla scarsità delle risorse - è significativo che questi mali si producano in presenza di un aumento della ricchezza e del reddito medio - ma che derivano invece dalla carenza di coscienza sociale; carenza che determina l'incremento dei beni superflui e la scarsa offerta di beni relazionali, ma soprattutto l'incapacità di promuovere una seria organizzazione sociale, tale da provocare l'articolarsi di un mercato del lavoro aperto alle reali domande derivanti dalla società.

L'economia civile, che non può essere del tutto identificata con la organizzazione no profìt, se non si vuole incorrere nel pericolo di una sua concezione residuale o di mera supplenza, ha bisogno per potersi impiantare di un serio incremento della qualità civile della società italiana: incremento che esige la crescita della fiducia sia interpersonale che istituzionale e l'abbandono di forme oligarchiche di accentramento del potere economico per aprirsi ad una pluralità di centri decisionali, che garantiscano l'esercizio effettivo della partecipazione. Esige ancora il recupero di valori come la reciprocità, l'altruismo e la solidarietà che costituiscono la base essenziale per un corretto sviluppo del sistema economico. Risulta infatti sempre più chiaro che il buon funzionamento dell'economia non dipende esclusivamente dall. af-fermarsi del principio dell'interesse individuale o dal-l'esclusivo perseguimento di una logica mercantile e neppure dalla crescita di una semplice conoscenza tecnica del tutto neutrale, ma dalla capacità di promozione sociale delle persone, dalla progettazione di istituzioni che alimentino il livello di cooperazione, dando vita a processi collettivi di decisione, dalla moltiplicazione delle sfere associative, che facilitino l'articolarsi delle relazioni, dall'attenzione a fare seriamente i conti con le risorse umane e ambientali; in definitiva, da una visione allargata dello sviluppo, che sappia opportunamente mediare gli aspetti quantitativi con quelli qualitativi, puntando sul conseguimento di un'autentica civilizzazione sociale.

È significativo, in proposito, che ciò che fino a ieri veniva definito eticamente inaccettabile risulta oggi anche economicamente improduttivo; l'assenza di una riflessione complessiva sulle possibilità e i limiti dello sviluppo - assenza dovuta soprattutto al prevalere di un'ideologia del progresso indefinito - ha infatti determinato in passato l'incapacità di fare i conti con fenomeni come quelli del disastro ecologico o di una permanente conflittualità sociale, o ancora delle sperequazioni tra i popoli e le culture; fenomeni che non sono destinati soltanto a mettere sotto processo, dal punto di vista morale, il sistema, ma anche a causarne le ricadute negative sul piano economico.

Appare pertanto chiara la necessità di ripensare in chiave non antagonista, ma di reciproca integrazione valori come quelli dell'efficienza e della solidarietà, mentre cresce, d'altro canto, la consapevolezza che è oggi più lungimirante essere cooperativamente competitivi piuttosto che conflittualmente competitivi (18); si fa strada, in definitiva, la convinzione che il rapporto dell'economia con l'etica è ineludibile non solo per ragioni di umanizzazione o di civilizzazione della vita, ma anche semplicemente per ragioni di buon funzionamento della stessa economia. I1 corretto uso delle risorse ambientali, evitando tanto gli sprechi di ciò che non è rinnovabile quanto le forme pesanti di inquinamento, l'eliminazione delle diseguaglianze attraverso la produzione di beni essenziali (rinunciando pertanto a rincorrere l'incremento del superfluo) e la loro equa distribuzione, e l'affermarsi infine di un mercato del lavoro aperto, che argini il fenomeno della disoccupazione, sono altrettanti obiettivi che l'economia deve perseguire se intende raggiungere il proprio fine, che è quello di concorrere mediante la produzione dei beni alla piena promozione umana.

I meccanismi economici del mercato possono infatti dispiegare positivamente la loro funzione solo se progettati e protetti da una società civile ispirata democraticamente. "I fini e i valori - scrivono i vescovi italiani nel documento "Democrazia economica, sviluppo e bene comune" del 1994 - non sono immanenti al mercato in modo automatico: non c'è libertà solo perché c'è libero mercato, piuttosto il mercato è libero in quelle società dove si persegue e si assicura la libertà. La società civile che organizza e orienta il mercato, deve saper dare ad esso il giusto valore. Ciò può fare, tracciando i confini della sfera delle relazioni mercantili in modo che non venga ostacolato il raggiungimento dei fini degni di essere perseguiti" (19).

In questo contesto un particolare rilievo va dato al cosiddetto Terzo settore, rappresentato da tutte quelle attività che si sviluppano al di fuori sia della sfera politico-istituzionale che di quella del mercato e la cui finalità principale non è il profitto, ma l'utilità sociale e il bene comune, la risposta cioè ad istanze sociali mediante la produzione di "beni relazionali". Tale settore, nella misura in cui è in grado di conservare la propria autonomia ed efficienza, non incorrendo in una radicale dipendenza dai fondi pubblici - dipendenza che porta con sé il rischio di una pura esecutività, e dunque la perdita del ruolo di innovazione e sperimentazione - e in quanto coltiva un sempre più consistente radicamento sociale, diviene parte costitutiva di quella "economia civile" alla quale si è fatto riferimento, assolvendo non solo ad una essenziale funzione integrativa (mai sostitutiva) del "pubblico" - soprattutto nell'ambito di alcuni settori - ma soprattutto concorrendo ad alimentare la tensione verso valori fondamentali, quali la tolleranza, la solidarietà e la condivisione, che vanno estesi ben oltre tali confini per diventare paradigmi ai quali l'economia in generale deve riferirsi nello sviluppo della propria attività.

b) La gestione e il controllo dell'informazione

Ciò che si è detto per l'economia vale analogamente (e in certo senso a fortiori) per il settore dell'informazione, che riveste un ruolo decisivo nell'elaborazione e circolazione del costume sociale, cioè nella produzione e nella diffusione di quei modelli di comportamento e di quegli stili di vita propri della cultura dominante. L'universalità e la pervasività dei media fa sì che essi diventino i canali privilegiati di costruzione dell'opinione pubblica, cioè di formazione dei gusti, delle propensioni e degli orientamenti ideologici più diffusi elaborati in base a precisi interessi economici e/o politici.

La situazione italiana è, da questo punto di vista, fortemente anomala e bisognosa di rigorosi interventi correttivi. Il passaggio nella gestione dei media dal sistema monopolistico a quello misto ha di fatto determinato - almeno nel settore televisivo che è quello con maggiore incidenza sulle masse - uno sviluppo duopolistico, caratterizzato dalla spartizione del potere tra una grande istituzione pubblica e una grande istituzione privata, con la tendenza ad una sempre maggiore omogeneizzazione dei programmi in rapporto alle esigenze del momento. Il ritardo degli interventi legislativi, e più ancora la contraddittorietà delle forme di regolazione attuate, hanno contribuito a rafforzare questo stato di cose, che impedisce ogni partecipazione della società civile.

La centralità dell'informazione per lo sviluppo della vita democratica rende doverosa la ricerca di un sistema di garanzie, che assicuri la reperibilità dell'informazione e consenta il controllo dei contenuti. L'interazione tra il sistema dei media e la società civile è fuori discussione: da tale constatazione nasce l'esigenza di sviluppare un sistema di "informazione civile" orientato a favorire la possibilità di intervento e di controllo dei media da parte dei cittadini con l'obiettivo di dar vita ad un'informazione pluralistica e disinteressata, di proteggere l'utenza dal condizionamento dei poteri industriali, commerciali e politici e di difendere la privacy degli individui.

L'attuazione di questo disegno è direttamente dipendente, oltre che dalla promulgazione di un'agile e severa legislazione antitrust, dalla strutturazione di alcune grandi aziende in public companies secondo una logica di vera democratizzazione economica, ma anche (e ancor più) dall'affermarsi nella società della presenza di centri di formazione dell'opinione pubblica, che vanno non solo garantiti nella loro autonomia ma anche potenziati mediante opportune incentivazioni. La crescita delle nuove tecnologie multimediali, che implicano l'esercizio dell'interattività, può costituire una importante occasione per dar luogo ad una svolta radicale in questo settore: alla passività del consumo tende infatti, in tal modo, a sostituirsi una forma di partecipazione, che, per quanto in parte condizionata da scelte fatte precedentemente altrove, può determinare la nascita di una nuova cittadinanza. 

 

L'insostituibile funzione della politica e le prospettive del cambiamento 

Da quanto fin qui detto risulta evidente che la costruzione di un'autentica democrazia passa attraverso l'elaborazione di un nuovo rapporto tra mercato, Stato e società civile. La delineazione di tale rapporto non può avvenire senza il riconoscimento dell'insostituibile funzione della politica; funzione che non solo non va ridimensionata, ma deve essere fortemente potenziata, sia pure impegnandosi in un profondo rinnovamento delle sue modalità di esercizio.

Il ruolo della comunità politica non è secondario ma essenziale tanto nei confronti del mercato che dell'informa-zione. È infatti assolutamente indispensabile procedere ad un governo del mercato fornendo ad esso regole precise che ne assicurino lo spazio ma ne definiscano, nello stesso tempo, anche i limiti, così come è indispensabile intervenire a regolamentare la gestione dei media, nel rispetto dell'autonomia operativa dei vari soggetti sociali, ma anche offrendo indirizzi generali e forme di sostegno adeguate. In questo senso è senz'altro negativo e gravido di pericoli il fatto che, a fronte della globalizzazione economica e dell'informazione, si assista ad una conduzione ancora particolaristica e provinciale della politica, legata alla persistente chiusura assolutistica degli Stati nazionali e all'assenza di un'autorità internazionale dotata di veri poteri; questo ha infatti come esito l'assenza di controllo sociale tanto sull'economia che sull'informazione.

Ciò che va ridefinito è dunque proprio il concetto di Stato, evitando tanto la sua assolutizzazione quanto la sua riduzione ad un ruolo puramente suppletivo, e in definitiva residuale. Se infatti è vero che lo Stato-nazione è divenuto troppo piccolo per affrontare problemi che vanno al di là della sua possibilità di controllo e troppo grande per fare spazio a forme di partecipazione, che esigono per attivarsi ambiti territoriali e culturali più limitati, non è meno vero che esso conserva inalterati alcuni compiti di intervento diretto in alcuni settori sociali e di stimolo all'azione collettiva, che non possono essere demandati ad altri.

L'interazione dei principi di sussidiarietà e di solidarietà - interazione che dà luogo all'affermarsi di una concezione organica della vita sociale - è la via da percorrere per procedere ad una corretta definizione dei rapporti tra società civile e società politica, superando da parte di quest. ultima tanto la tentazione dell'egemonia quanto quella della marginalizzazione. Il principio di sussidiarietà non va inteso come rinnegamento delle forme sempre più complesse di costruzione sociale o come rinuncia a dare ad esse una più diretta espressione politica. La sua concreta applicazione non implica infatti - come osservano i vescovi italiani - "una interpretazione riduttiva dei compiti e delle attribuzioni dello Stato, come se ad esso - nei confronti delle istituzioni inferiori, o sotto ordinate, o territorialmente più limitate - spettasse solo il potere di sostituirsi al titolare originario, quando questi si dimostrasse incapace di dare adeguate risposte ai bisogni sociali. Né tanto meno si può accettare, in nome del principio di sussidiarietà, un concetto così evanescente dello Stato e dell'intervento pubblico tale da cancellare i compiti propri della comunità" (20).

Società civile e società politica devono correlarsi tra loro, mantenendo differenziate le proprie sfere di autonomia e i propri compiti, ma, al tempo stesso, ampliando il reciproco confronto e la vicendevole cooperazione. Solo una società civile capace di produrre un ethos condiviso è in grado di far nascere forme politiche vitalmente democratiche; ma, d'altra parte, solo un'organizzazione politica che tuteli e promuova le autonomie sociali è in grado di sostenere una società civile matura nella quale si sviluppi una vera responsabilità solidale. In altri termini, essenziale è la costruzione di una comunità politica che si apra alle esigenze della società civile, ma anche, inversamente, di una comunità civile che abbandoni ogni pretesa di radicale autosufficienza e riconosca la fondamentale importanza delle istituzioni pubbliche. Alla ammissione di centralità della società civile da parte di chi fa politica deve pertanto corrispondere la capacità della stessa società civile di riappropriarsi della funzione politica non sottovalutandola e non delegandola ai soli professionisti (21).

Se è vero infatti che esiste oggi nel nostro Paese il pericolo che il recupero della società civile avvenga sul terreno politico in termini funzionali, che si pensi cioè ad una società civile asservita alle logiche della politica - la conferma di questo pericolo sta nel fatto che il rinnovamento in corso è spesso concepito come un problema di assetto dello Stato, anziché come questione di riorganizzazione del sistema sociale - non è meno vero che esiste anche il pericolo opposto di una rivendicazione assoluta di autonomia della società civile, che, oltre a condurre al rifiuto della politica alla quale essa pretende di sostituirsi, è soprattutto viziata dalla tentazione della rinuncia ad una prospettiva aperta ed universalistica della vita associata. Il superamento sia di una legittimazione strumentale e autoreferenziale della società civile da parte del potere politico sia della opposta tendenza a svuotare da parte della società civile le funzioni della società politica e dello Stato implica dunque l'attivazione di una dialettica positiva e di piena reciprocità tra istituzioni pubbliche, rinnovate nel segno di una seria attenzione ai processi sociali in atto, e soggettività sociali capaci di azioni libere e responsabili, produttrici di un'etica civile.

La debolezza già rilevata tanto della società civile che dello Stato e la conseguente necessità di un loro simultaneo rafforzamento - l'esigenza, in altri termini, di uno Stato che promuova la crescita autonoma della società civile e di una società civile che alimenti un forte senso dello Stato - implicano un parallelo rinnovamento dell'una e dell'altro. Si tratta di favorire, sul versante della società, la coltivazione di un senso civico attraverso il potenziamento dell'iniziativa individuale, temperata dalla crescita di un vero spirito comunitario, il rispetto delle istituzioni pubbliche e lo sviluppo di un consistente associazionismo volontario (22); e di dar vita, sul versante politico, allo strutturarsi dello Stato nella prospettiva della promozione dei diritti di cittadinanza, mediante la produzione di interventi istituzionali, che alimentino un senso autentico della solidarietà, rendendo trasparente come essa deve essere ricevuta e insieme prestata dai cittadini in un'ottica di reciprocità che la differenzia radicalmente da ogni forma di assistenzialismo (23).

Si deve aggiungere che questo comporta, al di là del discorso dei valori e dei fini, che è senza dubbio prioritario, anche una ridefinizione dei mezzi e delle regole, le quali concretamente concorrono alla trasformazione della realtà. È evidente, ad esempio, che la situazione di complessità sociale e la crescente domanda di beni, che diano risposta a bisogni sociali e siano orientati al cambiamento della qualità della vita, pone la questione di come elaborare forme di socializzazione, che si realizzino attraverso processi di differenziazione e di integrazione e concorrano a costruire rapporti positivi tra i vari sottosistemi da attuare nel rispetto di norme precise di convivenza. Come è evidente che il superamento della situazione di scarsa identificazione collettiva o di appartenenza limitata esige una riforma della politica e dello Stato, che ridimensioni il potere eccessivo dei partiti, che li ha spinti ad occupare lo Stato e persino ampi settori della società civile, accentuando la polarizzazione ideologica e indebolendo l'esecutivo, per dare origine ad un nuovo regime contrassegnato da profonde riforme istituzionali, tese a riequilibrare i rapporti tra i poteri istituzionali, e da forme di decentramento del potere socio-politico, che restituiscano alle comunità locali la possibilità di intervenire ad esercitare direttamente il controllo sociale, offrendo un reale supporto alla libera espressione dei singoli e delle aggregazioni sociali e orientandosi verso obiettivi di sviluppo solidale.

La tesi che, in conclusione, qui si sostiene è che la rinascita della società civile dipende anzitutto dalla capacità che essa ha di diventare, al proprio interno, ambito originale e creativo di produzione di valori autonomi, che configurano un ethos collettivo condiviso e che, a sua volta, tale capacità è anche, per molti aspetti, dipendente dalla democratizzazione di alcuni settori dell'organizzazione della vita associata - soprattutto quello economico e quello dell'informazione - e da un profondo rinnovamento della politica e dello Stato, ai quali va restituito il compito di conferire ai processi associativi la finalizzazione verso il bene comune. A queste condizioni - e soltanto a queste - la società civile può diventare soggetto storico privilegiato di una trasformazione della vita collettiva nella direzione di una vera umanizzazione. 

 

Note 

1. Per un'accurata analisi di questo aspetto della questione, cfr. P. FARNETI, Sistema politico e società civile, Giappicchelli, Torino 1971.

2. È quanto viene acutamente rilevato anche al n. 27 del documento preparatorio in cui si legge: "È destituita di fondamento la rigida contrapposizione tra società civile e società politica, con la tendenza a considerare la seconda come l'origine di tutti i mali e a vedere nella prima il soggetto da cui partire per restituire alla vita associata valori fondanti. In realtà, esiste una profonda continuità tra società civile e società politica, nel senso che, al di là delle responsabilità specifiche dell'una o dell'altra, le dinamiche che le qualificano sono spesso strettamente intrecciate e interagenti. Ad esempio la conduzione clientelare della politica, la sua trasformazione in politica dello scambio o della mediazione tra interessi corporativi e la perdita di tensione progettuale sono anche la conseguenza dell'emergere di tali logiche all'interno della società civile" (Quale società civile per l'Italia di domani?, 43.ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Documento preparatorio, n. 27).

3. L'esigenza di una cultura e di un'etica del sociale è stata più volte sottolineata, in questi anni, in diversi documenti della CEI. È sufficiente citare qui una pagina del documento redatto nel 1987 dalla Commissione per i problemi sociali e il lavoro dal titolo Chiesa e lavoratori nel cambiamento: "Più che porre mano ai singoli problemi, ciò che oggi occorre tenere sott'occhio è il fatto sociale stesso, nella sua globalità, e la sua necessità di essere rimotivato e rifondato. Siamo eredi di una cultura che ha considerato il fatto sociale come un accessorio della vita privata, come strumentale all'individuo. Stenta perciò ancor oggi ad emergere, nonostante i decenni di vita democratica, una cultura del sociale, che sospinga a realizzare un'interazione tra il singolo e il soggetto sociale; che evidenzi, per il singolo, il senso del vivere insieme ad altri soggetti all'interno di una storia particolare, di un territorio, di una struttura; che metta in risalto, per il soggetto sociale, lo spessore della dignità irrinunciabile del singolo individuo, dotato di libertà e di responsabilità. È owiamente un problema culturale, prima ancora che sociale e politico. Occorre pertanto elaborare una cultura che sappia coniugare libertà e corresponsabilità, autonomia ed interdipendenza, efficacia e solidarietà, ricerca del bene comune e difesa del bene dei singoli" (n. 26). Cfr. anche Democrazia economica, sviluppo e bene comune, Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, CEI 1994, n. 48.

4. "Se proviamo a inquadrare il caso italiano alla luce di simili categorie, vediamo subito che i conti non tornano. Infatti, nel caso italiano, coesistono un debole Stato e una debole società civile. Si noti che la debolezza dello Stato può benissimo accompagnarsi (è questo il caso italiano) a una grande espansione del "pubblico". La "debolezza" (e la "forza") delle istituzioni statali, così come di quelle extrastatali ancorché misurabili mediante i consueti strumenti con cui si misura l'istituzionalizzazione organizzativa, dipendono, in ultima analisi, da credenze pubbliche e atteggiamenti valoriali. In Italia, la fonte della debolezza dello Stato sta nella scarsa riserva di lealtà e di identificazioni collettive di cui lo Stato dispone.... E questo deficit di lealtà e identificazione è causa di alcuni tipici mali dello Stato italiano (in primis, inefficienza della pubblica amministrazione e assenza di ethos amministrativo dei funzionari) la cui ineliminabilità, retroagendo sulla società italiana, fornisce propellente alla 'fuga dallo Stato' in un circolo vizioso che si alimenta all'infinito" (A. PANEBIANCO, Società civile e sistema politico. in: AA. W., La società civile in Italia a cura di P.P. Donati, Mondadori, Milano 1997, p. 82).

5. Nel sottolineare la necessità di accogliere tali fermenti, il Documento preparatorio, evidenziando la loro funzione di "stimolo per la ricostruzione di un tessuto sociale più articolato e più capace di rispondere a istanze di vero sviluppo della democrazia" mette con chiarezza a fuoco gli obiettivi che in tal senso vanno perseguiti: quello di "una sempre maggiore estensione delle forme di partecipazione" e quello della "promozione di strutture giuste che garantiscano la tutela dei diritti fondamentali di tutti" (Quale società civile per l'Italia di domani?, 43.ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Documento preparatorio 1999, n. 10).

18. S. ZAMAGNI, Economia civile come forza di civilizzazione per la società italiana in: AA. VV., La società civile in Italia. Mondadori, Milano 1997, pp. 159-192.

19. Democrazia economica, sviluppo e bene comune. Commissione episcopale per i problemi della società e il lavoro, CEI 1994, n. 20.

20. Educare alla socialità, Commissione ecclesiale "Giustizia e pace", CEI 1995, n. 42.

21. Cfr., idem, n. 17.

22. Cfr. A. PANEBIANCO, Società civile e sistema politico, in: AA.VV., La società civile in Italia. a cura di P.P. Donati, Mondadori, Milano 1997, pp.81-83.

23. Cfr. Democrazia economica, sviluppo e bene comune. Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, CEI 1994, n. 48.