Pilastri convergenti

di saggezza

Michael Paul Gallagher

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Nel 2009 la scrittrice canadese Margaret Atwood ha pubblicato L'anno del Diluvio, una cupa satira della nostra capacità di autodistruzione ambientata in un mondo post-apocalittico del futuro. Un fascino particolare ha la dimensione religiosa del romanzo, in cui una setta ecologista, i Giardinieri di Dio, vive in comuni alternative. Ciascuna delle tredici parti del libro comincia con un sermone del capo della setta e un inno ecologicamente corretto. I sermoni sono allo stesso tempo brillantemente credibili e ironici. Qual è il senso di tanta religiosità e di tanti riferimenti biblici? E solo nostalgia o il romanzo evoca redenzione e perdono, con il suo finale di una musica che «ci viene incontro nell'oscurità»? Perché tanto menzionare Dio in una narrazione che è, in sostanza, agnostica? O si tratta piuttosto di un testo gnostico, nel senso di una spiritualità vagante senza un oggetto e una fede definiti? Flannery O'Connor avrebbe forse rimproverato alla Atwood di giocare con la catastrofe senza avere radici né mostrare impegno.

Desiderio e incertezza

Credo possibile un'interpretazione più benevola. Margaret Atwood riesce a cogliere dove si trova al momento la nostra cultura: spiritualmente alla deriva per gran parte del tempo e desiderosa di qualcosa di più, ma spesso incerta e timorosa. In questo senso, l'autrice mette in scena la fragilità attuale della fede. Questa è personificata dalla protagonista Toby, una donna che ricopre tra i Giardinieri incarichi sempre più importanti senza mai aderire pienamente alla loro visione. Invitata ad accettare un nuovo ruolo dirigente, dice: «Non sono sicura di credere proprio a tutto». Al che il capo, Adam One, risponde: «In certe religioni, la fede precede gli atti. Nella nostra, gli atti precedono la fede [...] . Non dovremmo aspettarci troppo dalla fede [...] . Ogni religione è un'ombra di Dio. Ma le ombre di Dio non sono Dio». Il libro è punteggiato di commenti sul fatto che la verità spirituale è assurda da un punto di vista materialista, e di citazioni da Giuliana di Norwich sul fatto che «ogni cosa ha il suo essere tramite l'amore di Dio».
Ma forse, meglio ancora di queste indicazioni religiose è l'esperienza della lettura di questa storia. Il lettore vive un'esperienza di coscienza sdoppiata, di simpatia e distanza, di attrazione per la visione spirituale ma di disagio davanti alla sua complessiva ingenuità in un mondo tragicamente violento. In questo, il libro rende qualcosa dell'immaginazione spirituale del nostro tempo, del suo bisogno di credere e della sua paralisi sulle soglie della fede. Le fedi istituzionalizzate di tipo tradizionale sembrano troppo semplici al nostro mondo problematico. La loro saggezza è allettante e al tempo stesso irraggiungibile. Ciò ricorda la diagnosi di Rahner sull'atteggiamento alla soglia del desiderio, accompagnato da un'incapacità di decisione. Nel quadro di una cultura della frammentazione, la Atwood riconosce un profondo desiderio di Dio e un'aspirazione a qualche forma di salvezza, ma conserva un satirico distacco da ogni forma di religiosità che, istituzionalizzandosi, vada oltre l'ambito personale.
Un analogo ma ancora più forte scetticismo caratterizza uno dei film di successo del 2009, A serious man dei fratelli Coen. In un contesto decisamente ebraico, il film rivisita la storia di Giobbe in chiave moderna e comica. Larry è un professore di fisica esperto di meccanica quantistica e principio di indeterminazione che, assalito da una serie di sfortune, a un certo punto si chiede: «Perché ci sono date le domande, se mancano le risposte?». I rabbini che consulta gli offrono poco più che delle ovvietà. «Accetta il mistero» sembra essere l'unica risposta. Il mondo è capriccioso e Dio è inconoscibile. Si resiste al nichilismo con coraggio e senso dell'umorismo, e con l'idea che, in qualche modo, uno scopo debba esserci, ma senza aspettarsi una consolazione o una luce rischiarante. Il film, forse più cupo e pessimista del romanzo della Atwood, è comunque, come il romanzo, tipico del momento attuale. Gli interrogativi religiosi sono vivi, anche se è difficile dar credito alle risposte disponibili.

Un triangolo iniziale

Se la Atwood e i Coen hanno colto una parte della nostra sensibilità spirituale, che cosa delle dieci prospettive esaminate in questo libro può almeno cominciare ad andare incontro alle esigenze di oggi? La maggior parte dei nostri autori rispondeva a un momento precedente della nostra storia culturale, nel senso che aveva in mente l'incredulità moderna, più definita della confusa ricerca della postmodernità. Hanno qualcosa da offrire, nonostante questo, ai nuovi cercatori di spiritualità? Possono le loro riflessioni essere tradotte per coloro che affollano il «cortile dei gentili» di papa Benedetto, e che, allergici alla religione istituzionale, sono però alla ricerca di un Dio Sconosciuto? In questo mio capitolo conclusivo spero di suggerire alcuni collegamenti tra la saggezza scoperta nei capitoli precedenti e la sensibilità emergente di questo XXI secolo.
Nel suo celebre saggio del 1927 su L'elemento mistico della religione, Friedrich von Hügel individuò tre dimensioni della religione collegate rispettivamente all'infanzia, alla giovinezza e all'età adulta. I bambini possono crescere felici dentro un tipo 'istituzionale' di fede, in cui le loro immagini della vita sono modellate dall'appartenenza a una tradizione ecclesiastica. In seguito, il giovane ha bisogno di una impostazione più 'critica': la sua interpretazione della vita chiede di trovare ragioni dotate di senso. Infine, la fase adulta della fede va oltre le dimensioni istituzionale e razionale sfociando in una condizione più 'mistica', nel senso che la religione avrà bisogno di essere sentita più in profondità, di essere provata più che «appresa con i sensi e col ragionamento», e «amata e vissuta più che analizzata».
Von Hügel vedeva queste tre dimensioni non solo come fasi temporali, ma anche come momenti di un indispensabile processo di graduale maturazione della fede: un processo che comincia con la fedeltà alla Chiesa, incontra interrogativi, cerca risposte e infine fa esperienza di una personale profondità di accettazione spirituale. La dimensione `istituzionale' ci fornisce un luogo di appartenenza nel quale ricevere la rivelazione divina. L'elemento 'critico' ci dà strumenti di ricerca intellettuale circa la validità e il significato della fede. La dimensione 'mistica' alimenta un più personale e profondo incontro con la grazia. Von Hügel riassume la sua visione in questa frase concisa: «Credo perché mi è stato detto, perché è vero e perché risponde alle mie esperienze e ai miei bisogni interiori più profondi».
Tutte e tre le dimensioni - della comunità, della testa e del cuore - possono, e dovrebbero, convivere in salutare tensione. Se l'elemento istituzionale finisce col predominare, la religione può diventare esteriormente leale e dimenticarsi della profonda fiducia «in una persona verso una Persona». Se a prevalere è la riflessione intellettuale, si rischia di trascurare il bisogno di comunità e affettività. Se la spiritualità interiore monopolizza lo scenario, può eludere la fragile realtà della Chiesa umana e le perenni limitazioni del capire umano.

Sette pilastri di saggezza

Il triangolo di von Hügel fornisce un utile punto di ingresso a importanti dimensioni della fede, ma nel momento attuale, e alla luce dei nostri precedenti capitoli, i suoi tre punti richiedono un'integrazione. Propongo di aggiungerne altri quattro, ottenendo così «sette pilastri di saggezza» (un'eco della famosa espressione del Libro dei Proverbi). Cominciamo traducendo il triangolo di von Hügel in un altro 'idioma', nel tentativo di raggiungere, a ogni passo, coloro che vivono una ricerca spirituale tipicamente postmoderna.

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Primo pilastro: la saggezza di appartenere

La Chiesa è vasta a sufficienza per contenere le più grandi menti, e le più diverse.
(Henri de Lubac)

La fede non è una corsa solitaria. Ognuno dei nostri dieci pensatori ha sviluppato la sua visione dentro la tradizione di senso che è la Chiesa, alcuni in modo più sofferto di altri. Nonostante tutto, per fare eco a G.K. Chesterton, la Chiesa può salvarci dalla schiavitù di essere figli solo del nostro tempo. Ci radica in una ben più lunga avventura di luce e lotta. Questo pilastro di saggezza implica essere-con-gli-altri ora e anche godere di una ricca eredità del passato. Ma nella cultura frammentata di oggi e con un'immagine della Chiesa spesso ferita, l'appartenenza a una tradizione religiosa è diventata più difficile e più rara. Dire che oggi la Chiesa non è sempre percepita come una dimora spirituale, significa minimizzare.

Anche se può succedervi di pensare alla Chiesa o alle Chiese con scarso entusiasmo o perfino con profonda sfiducia, chiedetevi se sia il caso di inventare di nuovo la ruota. Nonostante i suoi terribili difetti, la Chiesa è stata uno spazio di maturazione per innumerevoli persone nel corso di vari secoli. Ha creato strutture per il cammino verso una possibile fede: attraverso la riflessione sulla vita e la rivelazione, attraverso risorse di interiorità, attraverso la celebrazione dei sacramenti, attraverso le testimonianze di abnegazione di santi e persone comuni. Senza simili forme di compagnia con i credenti, il viaggio verso la fede rischia di essere troppo solitario e privo di punti di riferimento.

Secondo pilastro: il mondo della riflessione

Tutti quelli che cercano la verità cercano Dio, che lo capiscano chiaramente oppure no.
(Edith Stein)

C'è qualcuno dei principali interrogativi sulla fede che non sia stato oggetto di faticosissime indagini nella lunga storia della teologia cristiana? Quello che abbiamo trovato nei nostri dieci esploratori è un desiderio di apprendere dal passato a ripensare il significato della fede in un contesto radicalmente mutato. Tutti loro erano acutamente consapevoli delle nuove difficoltà di oggi, di solito più culturali che intellettuali, più legate a uno slittamento della sensibilità che a obiezioni dottrinali. Tutti e dieci hanno cercato di approfondire o allargare il panorama della fede, intendendo rivisitare la fede cristiana quale realtà vivente e vivibile, nel medesimo tempo coerente e personale.

L'idea di 'teologia' può far suonare in voi tutti i campanelli d'allarme. Può sembrare un inutile spaccare il capello in quattro. Ma, al suo meglio, il lavoro della teologia è sempre consistito nel ponderare, pregare e incarnare la Parola di Dio per l’’adesso’, per molti e diversi 'adesso'. E un'arte del crocevia, delle posizioni intermedie, del ricevere una rivelazione e tradurla. La sua missione è mediare il significato divino per noi.
Di recente alcuni miei amici commentavano che la loro figlioletta era diventata una «specialista dell'interrogativo»! Aveva scoperto «cosa» nella frase «cos'è?», per poi passare alla sua attuale parola preferita: «perché?». Parole così semplici sono in grado di aprire un intero universo. Fare domande esprime, come amava dire Lonergan, l'eros del nostro spirito, il nostro innato impulso di sapere. Sulla fede ci sono moltissime domande e una lunga eredità di risposte spiritualmente appaganti. Prima di tutto, godetevi le vostre domande e abbracciatele. Devono prendere vita perché le risposte possano avere senso.

Terzo pilastro: il dramma interiore

Riunite i miei frammenti verso il radium, il momento che tutto inghiotte una volta ancora.
(Margaret Avison)

La preghiera, nelle sue molte forme, è l'espressione chiave della fede. Va dall'ordinario pregare ad alta voce ai momenti di profondo silenzio, a volte benedetti dalla pienezza, altre volte circondati da oscurità e sofferenza. Pensiamo alla gamma di emozioni che si trova nei Salmi, dalla confusione alla gratitudine, dalla rabbia alla tenerezza, da un addolorato domandare all'essere di nuovo pieni d speranza.
La preghiera cristiana è rilassarsi nella realtà dell'essere amati da Dio, per alzarsi, ogni giorno, al coraggioso realismo dell'amore. Se è autentica, erode la meschinità dell'io e lentamente trasforma in vista di una libertà altrimenti irraggiungibile. Come ci ha ricordato Sequeri, siamo invitati nello spazio intimo della stessa preghiera di Cristo, dove possiamo scorgere e condividere la sua fiducia nell'abbà-Dio.

Forse la vostra sensibilità postmoderna è tentata di cercare uno spazio intimo di quiete spirituale. Si è affascinati, oggi, da viaggi interiori, da metodi di meditazione che mirano a mettervi in contatto con l'adesso. Fin qui tutto bene. Si va a toccare un'esigenza profonda del nostro tempo, l'aspirazione a un'altra qualità di vita. Un best-seller ci sollecita a diventare i «custodi del nostro spazio interiore» e a «misurare tutto dal grado di pace che sentiamo dentro». Ma è qualcosa di più che un accattivante mezza verità? Sembra infatti dimenticare il duro lavoro richiesto da ogni impegno spirituale durevole.
Il percorso della preghiera cristiana va oltre. Cerca una pace «non come il mondo la dà» e che certamente porterà «molti conflitti», come George Herbert ha detto della sua poesia. Il collare, una delle sue liriche più famose, comincia con uno scoppio di rabbiosa frustrazione e versi spezzati, solo per finire con il dono sorprendente dell'armonia. Va dalla ribellione di

Colpii la tavola e gridai «Basta»

a una serena accettazione, ottenuta non come una conquista ma come un dono:

Ma mentre inveivo e diventavo più crudele e selvaggio a ogni parola
credetti di sentir chiamare: Figlio.
E risposi: Mio Signore.

Tra l'altro, conoscendo la nascosta sottigliezza di Herbert, nel titolo The Collar c'è probabilmente un triplo gioco di parole: con the yoke (il giogo), the choler (la collera), the caller (colui che chiama).

Quarto pilastro: «se non diventerete come bambini»

I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce. (Gregorio di Nissa)

G.K. Chesterton, grande difensore del bambino nell'adulto, ci ha invitati ad abbracciare una «divina immaginazione che rinnova ogni cosa». Abbiamo già scoperto il risalto dato da New-man alla disposizione: la nostra apertura o chiusura alla fede precede il pensiero e le parole. Abbiamo anche visto Flannery O'Connor farsi beffe delle nostre vanità ed esigere che ce ne liberiamo per essere pronti per la grazia.
Questi tre autori sarebbero allarmati dalla superficialità pago di sé dei 'nuovi atei' degli ultimi anni, che semplicemente ignorano che la fede richieda alcune premesse spirituali. Senza uno spirito capace di ricevere e riverire, possiamo essere come i ragazzi imbronciati che Gesù rimprovera in una parabola, che né le musiche allegre avevano fatto ballare, né le tristi canzoni avevano fatto piangere. E il filosofo Wittgenstein ha osservato che solo l'amore può credere alla risurrezione.

L'attitudine è tutto, ma il vostro sé moderno può soffrire di troppo turismo e troppo poco pellegrinaggio. Un mio amico artista di New York, Alfonse Borysewicz, qualche anno fa ha creato una struttura simile a una cappella, che ha intitolato Your Own Soul (La tua/vostra anima). L'esterno era coperto di numeri e lacrime, con un'apertura molto piccola, di modo che per entrare era necessario inginocchiarsi. Dentro, all'inizio si distingueva soltanto un cadavere scuro, ma gradualmente, man mano che gli occhi si adattavano alla penombra, si potevano mettere a fuoco piccole immagini dorate. Era come una parabola della fede. Se non si entra con umiltà, non si vede niente. Se non si aspetta nell'oscurità, non si troverà il tesoro. Come dice il Magnificat di Maria, i superbi saranno dispersi nei pensieri del loro cuore, mentre gli affamati saranno saziati.

Quinto pilastro: il Verbo fatto carne

Il cristianesimo insegna la scoperta.
(Elmar Salmann)

Arriviamo qui alla sfida essenziale del cristianesimo, una sfida che può mettere a disagio il cercatore postmoderno. Sembra di gran lunga troppo drastica. È questo, e lo è sempre stato, lo scandalo del Vangelo. Alcuni filosofi agnostici di oggi amano parlare della possibilità di Dio, ma qui osiamo parlare di realtà, storica ed eterna allo stesso tempo.
C'è qui una sfida grandiosa: non solo la verità che Dio è venuto in mezzo a noi, ma la storia più lunga della sua comunicazione all'umanità. La fede cristiana si regge o cade su queste affermazioni circa la rivelazione biblica. Se Dio non ci ha parlato, gli altri pilastri della saggezza si perdono nella vaghezza.
Tutti e dieci i 'giganti' di questo libro sono d'accordo su questo punto, ma Balthasar e Sequeri insistono particolarmente sulla scioccante diversità della rivelazione cristiana, che non è mai in placida continuità con le nostre domande. È interruzione, rottura, eccesso. Il suo culmine nella Croce e Risurrezione ci porta al di là di ogni logica umana. È un realismo diverso, una scoperta mai afferrata in pieno dalla mente che confida solo in se stessa. Quello che sembra del tutto impossibile ci apre la porta di una nuova vita anche nel qui e ora. Ma solo una certa qualità di desiderio e stupore ricettivo rende possibile questa rivoluzione divina.

Per l'attuale clima spirituale il Vangelo può sembrare troppo bello per essere vero. Sapete così tanto sulla complessità della storia che può sembrare ingenuo o impossibile dire 'sì' alla vecchia storia di un predicatore in Palestina. «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?».
La risposta potete trovarla solo restando fedeli ad altri pilastri della saggezza. Per esempio, se vi accostate a questa storia con la disposizione segnalata nel quarto pilastro, sarete più pronti a riconoscere la figura di Gesù. Ci sono momenti nel Vangelo in cui Gesù non può operare nessun miracolo perché la familiarità porta chiusura e disprezzo. Nella poesia Pregare Mary Oliver ci invita a non dare la priorità ai momenti di intensità. I nostri sforzi migliori ci conducono piuttosto verso un possibile riconoscimento, a un corridoio
nei ringraziamenti, e in un silenzio in cui un'altra voce può parlare.

Sesto pilastro: come in uno specchio, in maniera confusa

Prego Dio di liberarmi da 'Dio'.
(Meister Eckhart)

Questo pilastro ci invita a renderci conto della fragilità della fede e di tutti i modi in cui la esprimiamo. Dio non è mai ovvio. La fede non cammina in una luce chiara e sicura. In base a tutti i criteri usuali di realtà, Dio resta dolorosamente irreale. Il Concilio Vaticano I ha parlato di questa oscurità della fede, usando alcune immagini che colpiscono: «Anche se insegnati dalla Rivelazione e accolti con fede», i misteri di Dio «restano tuttavia coperti dal velo della stessa fede e quasi avvolti nell'oscurità».
È il fondamento della cosiddetta teologia negativa, che ci ricorda che siamo tenuti all'umiltà in ogni affermazione sulla divinità. Ci ricorda inoltre che Dio resta dolorosamente silenzioso e stranamente frustrante per le nostre normali attese. Il giovane Joseph Ratzinger commentò che sull'ateismo il Vaticano II avrebbe dovuto attingere di più a questa ricca tradizione, che dà risalto al fatto che Dio è sempre nascosto, invisibile e trascendente. Sant'Agostino ha affermato esplicitamente: «Se hai capito, allora non è Dio [...]. Se pensi di aver capito, il tuo pensiero ti ha ingannato». San Giovanni della Croce gli fa eco più positivamente: incontriamo Dio «non in ciò che comprendiamo di Lui, ma in quel che non capiamo di Lui». E con tipica lucidità, san Tommaso d'Aquino ha visto la fede come una forma imperfetta di conoscenza, per cui l'esperienza del credente «è simile a quella di chi dubita e sospetta».

La vostra sensibilità postmoderna (come nel romanzo della Atwood) può apprezzare un ironico distacco dal Vangelo. Essa afferma giustamente che Dio resta oltre tutte le nostre idee e immagini, inafferrato e inafferrabile. Ma è facile confondere questa saggia reticenza con l'agnosticismo. Il 'no' di un'autentica teologia negativa viene dopo il 'sì' della fede. Essere radicati in quel 'sì' vi aiuta a sopravvivere alle lotte con l'esperienza del 'no'. Con il cuore di tenebra (per citare il celebre titolo di Conrad) finite nelle ombre e nella vacuità. L'impulso di evitarle è comprensibile, ma al tempo stesso sapete che sono una parte essenziale della vostra avventura umana.
Alla luce di ciò si comprende di più che possa esserci una sorprendente convergenza tra l'ateismo più incallito e gli oscuri viaggi dei mistici. Entrambi incontrano uno strano 'non sapere'. Entrambi diagnosticano il rischio di crearci un Dio troppo confortevolmente a nostra immagine. Il poeta John Keats ha parlato di una «capacità negativa», una saggezza purificata che potete raggiungere quando diventate «capaci di perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a un'agitata ricerca di fatti e ragioni».

Settimo pilastro: fare la verità

Ogni versione di Dio non in sintonia con un movimento di puro amore è falsa.
(Simone Weil)

Dice il Vangelo di Giovanni che chiunque fa la verità viene alla luce (Gv 3,21). La Prima Lettera di Giovanni accenna a una nuova epistemologia: sappiamo di passare dalla morte alla vita quando amiamo ( 1 Gv 3,14). La verità religiosa non è raggiunta solo da vie di tipo riflessivo, ma per mezzo del nostro stile di vita. I pensatori postmoderni dicono che la realtà è `performativa' (una parola usata da papa Benedetto anche in riferimento alla fede): non arriviamo ad agire pensando, ma agiamo in modo da arrivare alla comprensione.
Torniamo a Wittgenstein e alle sue intuizioni. Una volta egli commentò con il suo amico irlandese Maurice Drury: «Se io e te dobbiamo vivere una vita religiosa non significa che dobbiamo parlare molto di religione, ma che il nostro modo di affrontare la vita è diverso. E mia opinione che solo se provi ad aiutare gli altri riesci alla fine a trovare la tua strada per Dio». Ha anche scritto: «Il cristianesimo non è una teoria», ma un modo di vivere; «la pratica dà alle parole il loro senso» e alla fine «bisogna cambiare la propria vita».
Abbiamo udito accenti analoghi in parecchi dei nostri autori, e certamente in Newman, Blondel, Sólle e O'Connor. «Crediamo perché amiamo», ha detto Newman. La fede richiede non solo una disposizione interiore, ma la scelta di un diverso modo di agire. Solo all'interno di un impegno vissuto può diventare viva. E dal momento che la fede è più di una scelta individuale, il diverso modo di vivere coinvolge la comunità dei credenti. Se la cultura circostante è dipendente dalle cose superficiali («solo la distrazione la distoglie da un'altra distrazione», per usare la formula di T.S. Eliot), i credenti devono vivere a partire da un'altra immaginazione, felicemente, visibilmente e schierandosi nella lotta per la giustizia.

In quanto cercatori postmoderni di fede, avete mai incontrato una comunità di cura? Quei gruppi cristiani che, giorno dopo giorno, assistono gli emarginati o i disabili? Di più: avete mai avuto contatti reali con gli offesi della nostra società o tentato di prestare loro aiuto? Se la risposta è no, alla vostra ricerca di significato spirituale può mancare, per risuonare in armonia, una nota importante. Pensate a quello straordinario momento del Re Lear in cui l'autoritario vecchio riesce a usare la lingua dell'umiltà. Ridotto alla «miseria dei senza dimora» nel mezzo di una bufera, dice ai due compagni di entrare nel riparo prima di lui perché desidera «pregare». Capisce di non aver mai incontrato la vera sofferenza in passato, ma ora, a contatto con il dolore degli altri, è libero dalle preoccupazioni inutili e, in realtà, più vicino a Dio.

Oh, troppo poco
mi son curato di tutto ciò! Purgati, sfarzo;
Esponiti a provare quello che provano i derelitti.
Impara a scrollarti per loro del superfluo,
E a mostrare i cieli più giusti.

Due fondamentali tesi bibliche sono qui impersonate. La fede senza le opere è morta. Ma un cuore di pietra può diventare un cuore di carne.

Verso «più di quanto possiamo immaginare» (san Paolo)

Tutto culmina
alla soglia dell'Amore,
che solo Amore può attraversare.
(Jean-Luc Marion)

«Che altro resta da dire?» (Yeats). Ancora molto, perché Deus semper maius, Dio eccede sempre i nostri sforzi di esprimere e capire. Come dice un celebre proverbio Zen, «il dito che indica la luna non è la luna stessa». La fede trova la sua pienezza non in ciò che diciamo ma nella realtà di Dio. E dove quella realtà irraggiungibile diventa reale per noi? In un incontro in movimento, un lento esodo dalla meschinità per lasciare che la vita sia trasformata dallo Spirito.
Una poesia intitolata Grazia dell'australiana Judith Wright comincia così:
Vivere è quotidianità, un semplice pane che vale consumare.
Passa a evocare un'altra presenza, come un «lampo improvviso» che sprofonda nell'ordinario. E conclude:

C'era forse, un tempo, una parola per indicarlo.
Chiamiamolo grazia.
L'ho visto, una o due volte, attraverso un volto umano.

Le nostre 'mappe' ci invitano oltre le parole a un Silenzio il cui nome meno inadeguato è Amore: di fatto, Tre Amanti che ci amano verso l'amore - nel nostro mondo graziato e ferito di volti umani.

(da: Mappe della fede. Dieci grandi esploratori cristiani, Vita e pensiero 2011, pp.193-207)