La spiritualità matura

Carlo Molari


Lo sviluppo della vita spirituale è oggi in ritardo su quello tecnologico e psichico. Lo sviluppo spirituale mostra che non si contrappone la grazia e la libertà (impegno personale). La forza creatrice di Dio alimenta la creatura che accoglie l'azione di Dio. Persone adulte sono quelle per le quali gli ideali operano dall'interno e le scelte cominciano a coinvolgerle secondo dinamiche libere, orientandone l'esistenza in modo consapevole. La forma di fede tipica di una comunità è quella vissuta dagli adulti, o meglio dalle persone che esercitano l'induzione della fede comune. Essa è qualificata da alcune caratteristiche fondamentali: è personalmente assunta e quindi autonoma, è culturalmente armonica e quindi unitaria, è in grado di discernere il bene e quindi non segue il principio dell'istinto, ma soprattutto sa misurarsi con la morte, e finalmente sa misurarsi con la morte che è il criterio della vita.

Vita autonoma

Nella prima fase dell'esistenza le ragioni di vita vengono assunte per la testimonianza degli altri, per l'influsso che esercitano coloro che ci offrono vita. La forma adulta della fede si ha solo quando la persona prende pieno dominio della sua interiorità, assume tutti gli elementi che le sono necessari per gestire i doni che riceve da Dio. Autonomia non significa autosufficienza, anzi più la persona diventa autonoma e più ha bisogno di relazioni. Quando cioè riesce a penetrare nel suo profondo, ad attraversare tutto il groviglio di pulsioni, di immagini e di tendenze interiori intrecciato dagli altri attraverso i rapporti. Prendere il dominio della propria interiorità significa non essere più in balia del passato, né condizionati da meccanismi introdotti dagli altri, ma capaci di atti autonomi. La fede allora diventa abbandono in valori assoluti scoperti come ragione delle tensioni di vita, diventa fiducia in ideali supremi capaci di motivare tutta la nostra esistenza. Ciò avviene quando si è scoperto che nessuna persona, nessun oggetto e nessuna situazione della storia può rispondere in modo definitivo alla tensione che l'uomo porta dentro.
La scoperta dell'insufficienza delle cose e delle persone non conduce all'autosufficienza, ma all'autonomia. L'adulto è in grado di scegliersi gli ambiti per alimentare la propria interiorità e per vivere gli ideali assunti. Scopre gli altri come simboli di realtà più grandi e non cade più in forme di idolatria. Per passare dalla dipendenza alla fede autonoma è necessario che il significato dei valori creduti venga colto attraverso gesti concreti di fiducia. Finché ciò non avviene la vita si svolgerà tra entusiasmi ed incertezze, tra risposte e rifiuti, tra speranze e delusioni. Senza ideali personalmente accolti, la vita è frammentaria e inquieta, resta in balia degli eventi e dell'ambiente.
La forma adulta della fede si ha solo quando la persona prende pieno dominio della sua interiorità e sceglie consapevolmente gli ideali di vita. La fede allora diventa fiducia in valori assoluti scoperti come ragione delle tensioni di vita. Quando manca l'esercizio della fiducia si innalzano idoli lungo i sentieri della storia e si passa da un altare ad un altro a deporre i propri sacrifici vitali. Quando l'uomo scopre in sé tensioni più grandi delle reali possibilità di risposte offerte dalla creazione oppure dagli altri, o nasce la disperazione e l'esistenza appare assurda, o sorge una forma adulta di fede che sa gestire il pluralismo culturale e la contraddizione del reale: è allora abitualmente che comincia in modo autonomo la ricerca di Dio, e la fede, qualsiasi sbocco questa ricerca abbia, acquista dinamiche religiose.

Spiritualità culturalmente armonica

Ogni fede implica l'interpretazione del mondo, la scoperta del senso della vita e la sua formulazione. La fede adulta realizza l'armonia dei modelli interpretativi con quelli della vita quotidiana.[1] Non ci deve essere divisione tra la vita quotidiana e quella religiosa, perché sarebbe una pericolosa schizofrenia.
Vi sono tre tipi fondamentali di simboli per esprimere una fede: iconici (le immagini), gestuali (i riti), verbali (le formule). Il credo appartiene all'ambito dei simboli verbali, le liturgie sociali ai simboli gestuali e le rappresentazioni figurative ai simboli iconici. Esprimere e comunicare una fede non è semplicemente trasmettere una convinzione, ma è anche indicare un atteggiamento vitale, è manifestare la ragione di quella fiducia che consente ad ogni uomo di iniziare e di continuare a vivere. Ma ogni parola dell'uomo ha un orizzonte culturale da cui trae significato e tale orizzonte è in continuo movimento. Indurre una fede, perciò, non è mai solo ripetere formule antiche, ma è anche far scaturire da un'esperienza di vita parole che richiamano tradizioni sorte da fedeltà di testimoni e che insieme rivelano il senso di ciò che si vive. Comunicare la fede, perciò, implica, allo stesso tempo indicare le ragioni da cui traggono valore le scelte di vita e tracciare gli orizzonti culturali da cui desumono significato i simboli utilizzati.
Ogni formula simbolica ha due riferimenti essenziali: l'esperienza vitale, di cui parla e l'orizzonte culturale, in cui è inserita come segno. I simboli verbali, in particolare, significano per il rapporto che hanno con altre parole e con altre formule. D'altra parte la cultura è sempre in movimento. Quando in un sistema culturale vengono introdotti nuovi elementi in seguito a scoperte scientifiche, a esperienze storiche inedite e a modelli di pensiero prima sconosciuti, tutte le componenti di una lingua vengono mutate nei loro significati. Non si può supporre, perciò, di fissare i simboli verbali di una fede una volta per tutte. Ogni generazione deve imparare a ridire la fede secondo modalità armoniche con i modelli culturali del proprio tempo. Le giovani generazioni debbono imparare ad esprimere in modo corretto la fede accolta, perché nulla di ciò che la vita rivela vada perduto, e nulla di ciò che la storia ha raccolto venga dimenticato. Ma, proprio per questo, tutto il passato deve essere raccolto, e tuttavia interpretato. I simboli sono le espressioni che la fede ha assunto in diversi contesti culturali. Per essere utilizzati e per procedere ad una loro riformulazione i simboli devono essere compresi nei loro intenti e nei loro significati profondi.
La fede adulta è quella che riesce a realizzare armonicamente questa duplice operazione. La fede adulta è in grado di esprimere l'esperienza di fede con i simboli della cultura quotidiana.

Discernimento operativo

Ogni fede è ordinata alle scelte vitali, ad operare secondo il bene. La prima fase della vita è caratterizzata dal criterio istintivo delle scelte operative riconducibile ai tre principi: potere, possesso e piacere. La fase matura della vita è caratterizzato dalle scelte operative ispirate al bene, al vero, al giusto: cioè ai criteri di fede. La lettera agli Ebrei esprime bene questa differenza parlando della fede cristiana, ma il valore delle sue formule è universale: «Ora chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo» (Eb 5,13-14). Anche S. Paolo è consapevole di questa differenza quando scrive ai cristiani di Corinto: «Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci» (1Cor 3,1-2).
Discernere il bene e il giusto richiede un cambiamento di mentalità, il passaggio dalla forma mentale infantile a quella adulta. «Trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). La fede adulta è quella che matura il senso del vero, del bene, del giusto, come si impara a capire il tempo: «Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò è giusto?» (Lc 12,56-57).

Capacità di misurarsi con la morte, che è il criterio della vita

Se in una concezione dinamica evolutiva della vita la perfezione sta alla conclusione della vita, comprendiamo che la maturità umana ha come criterio supremo l'accettazione della precarietà e il confronto con la morte. Finché non si accetta la condizione di creatura e la precarietà che la caratterizza, si resta nella sfera del narcisismo e nel clima dell'onnipotenza che caratterizza la prima fase dell'esistenza. Dobbiamo ricordare che noi siamo strutturalmente imperfetti e la morte non è un incidente di percorso, ma un passaggio necessario per raggiungere una nuova forma più perfetta.
Nel suo procedere la vita mette al vaglio tutti gli ideali perseguiti e le ragioni che hanno alimentato i suoi sviluppi e le sue scelte. Giungere a maturità, perciò, implica la necessità di saggiare le fedeltà, di verificare gli ideali veramente vissuti, di individuare non solo i criteri di scelta proclamati, ma anche quelli realmente utilizzati nel susseguirsi degli impegni quotidiani. In una parola la maturità e poi la vecchiaia pongono sfide radicali alla spiritualità di una persona.
Abbiamo già considerato i criteri della morte e le sue numerose anticipazioni. Qui considero solo la sfida fondamentale che la maturità pone all'uomo: dare senso alle situazioni insensate.
 
Dare senso all'insensatezza

Nel cambiamento culturale che velocemente si sta realizzando da alcuni decenni e che sembra aver accelerato il passo alla fine del XX secolo, uno dei dati comuni a molte esperienze è la scoperta della insensatezza di situazioni storiche e personali al punto da dubitare del significato e del valore della vita intera. Questa esperienza è molto più frequente nell'ultima fase dell'esistenza quando si è in grado di cogliere le numerose illusioni che si affacciano all'orizzonte della vita.
La forte richiesta di esperienze religiose oggi amplificatasi nel mondo deriva appunto dalla ricerca affannosa di un senso e della sicurezza che ne consegue. Molti riconoscono che la prospettiva dinamica ed evolutiva, che caratterizza l'attuale cultura, produce sconcerto vitale, disorientamento storico, «disincanto», dato che i punti di riferimento per una direzione sensata al pensare e all'agire appaiono troppo labili e provvisori, quando non sono completamente assenti.
Anche in prospettiva atea «il disincanto fa paura perché costituisce la riposta alla millenaria domanda sul senso. L'abbagliante buio di assenza del segreto finalmente scoperto: non vi è senso alcuno già consegnato al cosmo, possiamo solo industriarci a inventarlo, provvisoriamente. Dobbiamo, anzi, poiché senza senso non si dà esistenza».[2] «È proprio questa la risposta escogitata dalle culture complesse dinanzi ad un problema che ha attanagliato l'umanità per millenni. La soluzione è stata: invece che tormentarci a cercarlo in qualche Assoluto, ce lo diamo noi, il senso. Questo tipo di soluzione implica l'emarginazione dei sistemi di potere che dispensano senso ascrivendosene l' esclusiva».[3]
Secondo Giampaolo Prandstraller, ordinario di Sociologia a Bologna, questa prospettiva si contrappone a quella religiosa e provoca un grave «conflitto tra orientamenti esistenziali basilari, tra coloro che hanno estromesso la trascendenza dagli scopi che guidano l'azione umana e coloro che vogliono non solo riaffermare per se stessi, ma imporre a tutti, la trascendenza medesima». «Il nucleo profondo della contrapposizione è il dilemma se la vita abbia un senso per così dire oggettivo, insito nella natura o in qualche principio trascendente, oppure se non l'abbia affatto e sia costretta a darsi essa medesima delle finalità che la riempiano di contenuti».[4]
Nell' attuale società complessa «dobbiamo inventare da soli i nostri scopi e applicare a questi ultimi la nostra azione. La cultura del postindustriale si definisce perciò come cultura di individui "differenti" arrivati a dare un'interpretazione disincantata del basilare problema del senso della vita. L'epoca finale del ventesimo secolo vede realizzarsi nei paesi avanzati il singolare connubio di due fattori in apparenza estranei e contrari:... la riappropriazione del senso da parte degli individui e la differenziazione indotta dalle attività produttive». «È intuibile che questa società contenga nel proprio seno i criteri di differenziazione sociale, che calano come sentenze sui soggetti: vengono chiamai "autorealizzazione", "successo", "carriera", "sistema delle credenziali" e in altri modi, ma nella sostanza si tratta sempre di fattori di discriminazione fra gli individui che ci sanno fare e quelli che falliscono».[5]
Anche Salvatore Natoli propugnando un'etica neo pagana sostiene la necessità di imparare a portare l'insensatezza della vita, accettando in maniera disincantata la sua finitudine senza attendere salvezza o redenzione che non può venire da nessuno, dato che l'uomo è solo nella sua avventura. L'uomo deve abituarsi perciò a cercare e ad offrire aiuto «quell'aiuto che sarebbe bene che gli uomini si scambiassero tra loro, fatti scaltri e maturi dalla consapevolezza della loro comune fragilità. È questa la pietà suprema, che la specie può avere per se stessa, riconoscendosi in essa, divenendo per essa migliore. Non carità, ma semplicemente, assolutamente pietà».[6]
Una proposta di questo tipo, anche se discutibile, contiene una verità da ponderare e di cui tenere conto. Sarebbe errato opporre a questa la visione trascendente, tipica del fondamentalismo, ma sarebbe pure errata l'accettazione di questi criteri, già apparsi inadeguati dalla lunga esperienza storica. L'uomo deve dare senso alla realtà, che non sempre lo contiene, ma il senso non lo può trovare nelle cose o nelle situazioni come il successo o la carriera o altro del genere e neppure nella pietà da esercitare, ma deve introdurlo in altro modo. La soluzione offerta dalle cose non è soddisfacente per chi ritiene che nella vita sia in gioco una realtà più grande di noi. Il problema dell'uomo, perciò, è questo: come introdurre senso dove non c'è senso, o, detto altrimenti, quale fede esercitare e quale atteggiamento assumere per vivere in modo sensato le situazioni insensate.

Dare senso in prospettiva religiosa

Anche in prospettiva religiosa è necessario imparare a dare senso agli eventi perché essi come tali non lo contengono. Neppure si può affermare che il riferimento a Dio come ricompensa finale o come legislatore provvidente dia senso all'esistenza. Il non senso sta all'interno delle situazioni ed è lì che deve essere sconfitto. Dentro le esperienze e le situazioni storiche deve essere introdotto un senso che non vi si trova.
Questo modo di impostare il problema contraddice una diffusa concezione di provvidenza. Come se per il credente tutto ciò che accade abbia un suo valore intrinseco, perché in un modo o in un altro corrisponde al volere divino. Questa concezione non è esatta. Non tutto ciò che accade sulla terra corrisponde al volere divino. Anzi, la maggior parte delle condizioni storiche sono certamente contrarie alla volontà di Dio, perché inquinate dal peccato e limitate dalla infedeltà di uomini.
La volontà di Dio non si realizza negli eventi in quanto tali, ma nel modo con cui vengono vissuti. Stando così le cose l'uomo non compie la volontà dì Dio semplicemente subendo ciò che accade, ma immettendovi un senso nuovo. Ci sono infatti molte situazioni della creazione e della storia che non corrispondono al volere divino, ma nelle quali ci è ugualmente chiesto di vivere in modo positivo, così da compiere la volontà di Dio.
In questo senso la croce di Cristo è evento emblematico. La decisione di condannare a morte Gesù, sia da parte del Sinedrio che da parte di Pilato, era certamente contraria al volere di Dio, perché ingiusta e peccaminosa. Il discernimento di Gesù è consistito nel determinare come vivere quella situazione ingiusta e peccaminosa in modo da renderla positiva per sé e salvifica per gli altri. Discernere la volontà di Dio non consiste nel determinare quale scelta compiere fra le molte possibili, o nel decidere quale evento debba accadere, ma nel precisare con quali atteggia- menti vivere le situazioni nelle quali, per caso, necessità, per scelta nostra o di altri, ci veniamo a trovare. Anche se le situazioni fossero contrarie al volere di Dio, come la croce lo fu per Gesù, e non potessimo sottrarcene, dovremmo interrogarci come vivere quella situazione in modo da compiere la volontà di Dio. Rendere salvifica una situazione significa viverla in modo da crescere come figli di Dio e fare in modo che le dinamiche negative che essa contiene vengano annullate, suscitando quindi al suo interno spinte favorevoli alla vita.
Quindi, quando si afferma che la religione desume il senso da un principio trascendente, si usa una formula ambigua e si descrive più esattamente il fondamentalismo religioso. Oggi è molto più diffuso e comune l'atteggiamento di fede in Dio che si assume il compito di dare senso alle situazioni insensate e che quindi non considera già presente il senso delle situazioni o degli eventi. Questo compito diventa sempre più impegnativo man mano che la vita procede perché si è in grado di cogliere senza illusioni l'insensatezza di molte situazioni e di viverle in modo positivo.
Concretamente vivere tutte le situazioni in modo positivo significa saper riconoscere e accogliere la forza creatrice presente e aver la consapevolezza della funzione di servizio che ci chiede. Il presupposto teologico di questa consapevolezza è il fatto che la forza creatrice di Dio e il suo amore, che si esprimono nel mondo, non possono essere annullati da nessuna deformazione delle creature. L'azione di Dio si esercita a quel livello profondo della persona nel quale si verifica lo sviluppo dell'identità definitiva e che, a un certo momento della maturità personale, nessuno può più invadere.
Per questo l'uomo è in grado di affrontare e vivere tutte le esperienze storiche con la consapevolezza che proprio lì, all' interno di quella situazione, la forza creatrice gli perviene. Non perché Dio 1' abbia scelta per metterci alla prova, o per vedere se siamo fedeli anche in condizioni difficili, dato che sono le creature, per la loro incompiutezza, ad introdurre il male nei processi storici. Ma l'azione della creature come l'ingiustizia degli uomini non può mai essere così radicale da annullare la forza creatrice, che resta al fondo di ogni processo storico e che, quando abbiamo coltivato lo sguardo di fede e aperto l'occhio interiore, siamo in grado di percepire e di accogliere.
Vivendo in tale modo, ci è dato di crescere come figli di Dio e di raggiungere la nostra identità definitiva. Il passaggio da servi a figli è proprio il processo della nostra identificazione definitiva. Questa è la ragione finale della vita. Se invece noi mettiamo il senso compiuto nella dimensione in cui realizziamo le cose, attuiamo dei progetti, ne scopriamo immancabilmente l'inutilità e l'insensatezza
La prima condizione, quindi, per annullare la dinamica negativa che le situazioni contengono è viverle in modo da crescere come figli di Dio, accogliendo l'offerta di vita che esse in ogni caso contengono.
Una seconda condizione per imparare a morire è sviluppare la consapevolezza della nostra precarietà. Il servizio che la vita ci chiede è provvisorio. Arriva il momento in cui i nostri pensieri non sono più signifi. cativi, le nostre azioni non hanno più valore in ordine alla diffusione della vita. Diventiamo inutili. Quando abbiamo consapevolezza che questo è il traguardo del cammino terreno, sapremo anche cogliere e vivere l'inadeguatezza delle singole situazioni nelle quali ci veniamo a trovare.
L'identità di figli di Dio, infatti, non si sviluppa nella stessa direzione nella quale siamo chiamati a esercitare il servizio alla vita. Esercitiamo il servizio alla vita facendo cose, realizzando progetti, aiutando gli altri con azioni provvisorie e precarie. La direzione del servizio è la morte nella quale la nostra azione va verso l'esaurimento, mentre la dimensione nella quale cresciamo come figli si sviluppa continuamente e acquista caratteristiche sempre più positive man mano che procediamo. Mentre l'esistenza nella direzione operativa perde senso, diventando inutile, nella direzione spirituale, invece, si arricchisce e acquista senso. Alla fine non possiamo far nulla, ma possiamo essere tutto quello che dovevamo diventare: persone in grado di accogliere il «nome scritto nei cieli» (Lc 10,20). Abbiamo, cioè, raggiunto la nostra identità definitiva.
Quando non accettiamo questa nostra condizione o non la viviamo con consapevolezza, non riusciamo ad affrontare bene non solo la sofferenza, il limite, la vecchiaia, ma neppure i momenti positivi perché non siamo in armonia con le profonde dinamiche dell'esistenza. L'esistenza ci appare insulsa.
Questa è la situazione nella quale molti si trovano. Oggi è facile sperimentare l'insensatezza finale in tempi molto brevi. Abbiamo infatti una grande quantità di beni a disposizione, i piaceri sono a portata di mano, il benessere offre continue illusioni. Per questo oggi molti giovani sono già stanchi di vivere e colgono l'insensatezza di tante scelte che pure sono chiamati a compiere.
L'esperienza dell'insensatezza diventa drammatica e fatale. Quando però si sviluppa la dimensione spirituale anche le situazioni insensate sono affrontate in modo sensato perché, come scrivere S. Paolo, nessuno «ci può separare dall'amore di Dio» (Rm 8, 39); nessuno, cioè, può impedire di accogliere quella forza creatrice per cui cresciamo come persone definitive.


NOTE

[1] Abitualmente quando si parla di fede nel nostro ambito culturale si intende la dimensione dottrinale e simbolica della fede, che in termine tecnico viene detta credenza. Ci si riferisce cioè alle verità accolte per la fiducia posta in qualche persona autorevole. In realtà questo è solo un aspetto e per di più secondario e derivato della fede. Si possono avere, infatti, rette convinzioni e non esercitare la fede, come si può vivere la fede anche con dottrine poco esatte. L'esercizio della fede richiesta all'uomo per vivere ha ambiti molto più ampi della semplice accettazione di dottrine vere. Anche la fede di cui parliamo in ambito ecclesiale non è semplice credenza o accettazione di verità rivelate, ma è l'esercizio di fiducia in Dio che conduce poi ad accogliere come suo dono la verità emergente dalla storia e a volere il Bene che vi appare come sua volontà. In questa prospettiva appare insufficiente la formula utilizzata dal catechismo di Pio X che presentava la fede come «la virtù soprannaturale per la quale crediamo alle verità rivelate da Dio non per la loro evidenza intrinseca ma per l'autorità di Dio rivelante». Più completo è il modo con cui il Concilio Vaticano Il descrive la fede: «A Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla rivelazione data da lui» (DV 5). Si comprende perciò perché S. Giacomo possa dire che anche i demoni conoscono la verità, ma non hanno fede salvifica («Tu credi che esista un solo Dio? È giusto. Ma anche i demoni ci credono, eppure tremano di paura» Gc 2,19). Molti, così, sono convinti che Dio esista, ma solo pochi decidono nella propria vita perché si fidano di Lui. Questo però vale per ogni tipo di fede che rischia di diventare ideologia.
[2] P. FLORES D'ARCAIS, Etica senza fede, Einaudi, Torino 1992, p. 228.
[3] G.P. PRANDSTRALLER, Relativismo e fondamentalismo, Laterza, Bari 1996, p. 164.
[4] Ibidem, p. 162 e p.41.
[5] Ibidem, p. 49-50.
[6] S. NATOLI, I nuovi pagani, il Saggiatore, Milano 1995, p. 13-14.