La relazione educativa con i preadolescenti: una sfida all'animatore

Inserito in NPG annata 1993.


(NPG 93-03-03)


Finalmente, dopo intensi lavori redazionali e tempi lunghi di approfondimento, la rivista affronta un tema per nulla pacifico e scontato nell'educazione e nell'educazione alla fede dei preadolescenti: il problema della relazione educativa.
Ad esso avevamo già dedicato alcuni studi in passato. Vogliamo qui richiamare il prezioso contributo di Piero Bertolini in NPG 2/91 e quello di Umberto Fontana in NPG 6/91.
Nella stessa articolazione delle linee per un progetto di animazione culturale e di educazione alla fede in stile di animazione da noi pubblicate, avevamo toccato solo in forma puntuale il tema così centrale della relazione educativa, rinviando ad un dopo, per un po' di tempo sempre allontanato, una sua esplicita tematizzazione.
E davvero crediamo che questo costituisca il nodo centrale di qualsiasi prassi educativa con i preadolescenti.
La figura, la funzione e il ruolo dell'adulto educatore e testimone è davvero la vera posta in gioco decisiva per una soluzione di quel disagio nella comunicazione tra mondo dei preadolescenti e mondo degli adulti da più parti riconosciuto e descritto.
Perché davvero crediamo che l'età della preadolescenza, sfuggente oltre che alla rappresentazione anche ad una sintonizzazione con il mondo adulto, porti con sé problematiche nuove e destabilizzanti qualsiasi assetto educativo.
E questo lo assumiamo come una sfida. L'abbiamo accolta e con il presente dossier abbiamo tentato di individuare almeno una direzione di percorso per pensare oggi una possibilità di comunicazione tra generazioni: ma una comunicazione che collochi al centro la vita; la vita dell'altro, e insieme le ragioni per cui appassionarsi alla vita e sperare.
L'articolazione del dossier è segnata da tre contributi che, raccogliendo da ottiche diverse la problematica, ci offrono delle interpretazioni di lettura e una direzione di soluzione operativa.
Il primo contributo, dello psicologo Macario Principe, vuole essere una ermeneutica del disagio relazionale tra preadolescenti e figure degli adulti collocata tutta nell'ottica della psicologia del profondo, e dunque privilegia un'ottica psicanalitica. Essa si pone in continuità con alcuni contributi che in passato abbiamo offerto ai lettori, ma tenta una lettura globale del disagio del preadolescente e mette in luce, a partire da alcuni dati e fatti, spesso coglibili solo in superficie (a livello di comportamenti, di sintomi, di segnali che costituiscono dunque allarme e messaggio), una drammatica lotta per la «separazione-individuazione» che avviene, per così dire, sull'«altra scena» del vissuto del preadolescente, a quel livello profondo che la coscienza non raggiunge.
In questa ricca prospettiva interpretativa, seppure discutibile e limitata come qualsiasi altra, e che non avanza alcuna pretesa di esaustività e di assolutezza, ci sono regalati alcuni spunti interessanti per la comprensione del preadolescente come «altro» nella relazione, e vengono insieme offerte alcune preziose indicazioni sulle condizioni per un rapporto liberante e strutturante con lui.
Il contributo auspica nell'educatore una capacità di «dialogo» per la comprensione non solo dell'altro ma per riscoprire, da parte dell'adulto, una ulteriore possibilità di accogliere e di vedere se stesso in profondità.
Il secondo contributo lancia invece lo sguardo sui problemi che nell'educativo si pongono in riferimento alla relazione tra educatori e preadolescenti. Nella analisi della comunicazione educativa viene in particolar modo privilegiato il modello della prammatica della comunicazione.
Anche qui, come per il contributo precedente, si tratta di un'ottica di lettura che, pur nella consapevolezza di non essere esaustiva del fenomeno «comunicazione vitale» tra generazioni, ci permette di focalizzare alcuni nodi-problema della comunicazione che ogni educatore e qualsiasi progettazione devono prima o poi affrontare.
Il contributo redazionale invece, raccogliendo la sfida comunicativa che le letture precedenti hanno offerto, tenta di individuare un modello di relazione educativa, come comunicazione nella differenza eppure nell'incontro reciproco vitale, e trova nel modello della prammatica spunti che ci sembrano interessanti e sollecitano ad un profondo ripensamento.
Altri modelli interpretativi del fatto comunicativo più recenti potranno fornire indicazioni anche operative ulteriori per la prassi educativa.
Ci ripromettiamo di tornare sul tema.