La diversità: un dono

Nuovi colonialismi e politiche migratorie

Tonio Dell’Olio 

Si salpa per rabbia mista a sudore. È sudore che si confonde con la paura e la fame. La fame che puzza e non lascia respiro. Che ti dice che si è in tanti, in troppi. Ed è la guerra che non lascia respirare lo stesso, ma ha un odore più fetido di morte e di odio e di violenza. Si salpa perché non c’è più strada alle spalle e puoi andare soltanto avanti. È un tunnel che dietro di te serra tutte le porte. Dietro la morte e davanti la scommessa. Non la vita ma la scommessa. È così che ti vendi le gambe e la vita affidandoti a chi non vuoi affidarti. A chi compra a caro prezzo e specula sulla fetta di cielo che abita la tua anima. Maledici il giorno e il luogo della tua nascita che non ti ha saputo dare niente oltre il respiro e una lingua da imparare da piccolo per dire: mamma ho fame e maledire maledire maledire anche questo tavolo verde della vita che ti fa nascere dal lato sbagliato del mare. Non sono dolori ma piaghe aperte quelle dei piedi che camminano senza volontà che li spinga. Piaghe più dolorose delle canzoni che tormentano la mente e i ricordi mentre li ricacci indietro e vengono a galla come il sughero che tiene in vita gli ormeggi, le catene, i legami. “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo, al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: «Cantateci i canti di Sion!». Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”

Nenie che nella testa risalgono come il vomito in cui distingui ciò che hai mangiato, ciò che hai vissuto, macinato. E nulla hai digerito perché ogni cosa è uno schifo. No, non ogni cosa. Profumano le notti d’amore che lei ti ha regalato e che mai le hai rubato. Profumano di latte di capra le tue giornate di bambino saccheggiate al destino nella terra rossa di argilla e di sangue. Le mani di tuo padre forte come la montagna che ti lancia in alto e ti sembra di volare. La schiena di tua madre che ti ha insegnato a danzare quando lei apriva le vene della terra con una zappa, camminava per ore per prendere l’acqua e pestava manioca nel grande mortaio. Non tutto è vomito e piaga, ma quel poco che incanta ormai non è più. Non ha più nome. “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”. E allora anche questo è tormento come il ritmo che colpisce il cervello ad ogni nuovo passo in questa terra senza ombra di generosità, bianca dell’avarizia di Dio e spoglia d’ogni dono. Ad ogni passo un altro tum tum tum che percuote il cervello. Non si fermano se cadi e non ti rialzano se invochi. Soltanto Dio ascolta il grido ma come te è debole e impotente. Non c’è scelta. C’è solo il camminare. Fino al mare per giorni e giorni. Per aspettare di essere ricacciati dalla mafia della polizia e dalla polizia della mafia e non c’è più confine perché hanno smesso di chiedere documenti e, famelici, chiedono solo soldi o le tue braccia o la tua vita. In questo gioco di andata e ritorno e poi ancora andata … che fa impazzire e fa imprecare. Avevi creduto nella libertà. Tuo nonno, fiero, parlava delle lotte e della galera pagata per intero per conquistarla senza rinnegare né amici né idee. Ti vedesse adesso schiavo in una terra d’Africa che irride al canto di lotta e colpisce a morte questa tua pretesa. Non una volta per tutte si conquista la libertà di respirare e di cantare, ma ogni giorno di nuovo e ogni attimo ancora. E torni schiavo alle porte del mare. Ne senti il profumo prima che vederne il colore e l’uno e l’altro riempiono l’anima prima che i polmoni e gli occhi. Il mare ha lo stesso sapore della dignità e gli stessi confini della libertà. Anche di quella di tuo nonno che il mare nemmeno l’aveva mai visto. Ma è salato il mare e freddo. Il mare tradisce perché ti sbatte via come un pezzo di carta e non se ne accorge. Ti digerisce nel fondo e ti risputa senza alito di vita. Il mare è anche il mostro che apre le fauci del livyatan grandi e terribili. Fare tutta questa strada insieme rende solidali ed egoisti. Come può avvenire tutto questo? Anche noi un poco mostri per salvare la pelle nera come il destino di quelli che non ce l’hanno fatta e stanno ancora lì, nel ventre del mostro. In questa roulette in cui uno è scelto e l’altro gettato via, ti succede di toccare la riva o di essere salvato da una barca che da anni non pesca più solo pesce. Finalmente salvi. Finalmente nelle braccia della civiltà che ci ha insegnato la libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Già, la fraternità di queste gabbie. È qui che piango tutte le lacrime che ho frenato nei mesi dell’esodo e che in mare erano più salate del mare. Le avevo sognate come lacrime di gioia e invece le scopro amare come la peggiore delle maledizioni. Uccidetemi qui tanto non ce la faccio a tornare indietro. Uccidetemi qui sono stremato. Uccidetemi qui e non date ipocrita mandato alla mafia libica o alla fame o alla guerra. Abbiate il coraggio di mostrare il mio corpo senza vita. Non occultatelo lontano perché non disturbi i vostri sogni. Respinta è la mia dignità a questa porta che non si apre, a questo porto di rapina da cui sono partiti mercanti e guerrieri, predoni e pirati per depredare la mia terra. Ora si prendono anche l’anima e se la spartiscono come una tunica. In questo momento la mia carne è esubero e mie braccia non hanno richiesta. Respinto vuol dire condannato. Di nuovo. “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto?” Anche le capanne d’Africa sono impastate di fango e pazienza. Adesso che abbiamo solo il fango vogliamo scrivere un’altra storia. Anzi vogliamo gridarla. Risarciteci i danni e restituiteci tutto ciò che ci avete sottratto. Una magistratura internazionale confischi il metano, il petrolio, il coltan, i diamanti, il rame, l’uranio… che ancora rapinate e li restituisca ai legittimi proprietari. Perché la dannazione del mio popolo d’Africa è l’essere troppo ricco. E se un giorno approderai tu sulle mie spiagge respingerò solo questo passato infame e ingrato ma ti accoglierà il mio abbraccio e la mia mensa. 

Cipax Roma