Lo sport contro la devianza

 

Franco Nanetti

(NPG 1990-04-37) 

 

Per molti giovani, uscire dai binari di un percorso segnato inizialmente da comportamenti anomali e, per le inevitabili conseguenze, forse già devianti, è estremamente difficile.
Da tempo, ma ancora con grande attualità, gli studi di psicologia transferenziale e sulla pragmatica della comunicazione umana e psicosociali sull'interazionismo simbolico ci riportano, con dovizia di ricerche, numerosi dati e conoscenze circa le modalità attraverso le quali si prefigura e talora si consolida irrimediabilmente un comportamento deviante.

IL PROCESSO DI COSTRUZIONE SOCIALE DELLA DEVIANZA

I «sociologi dell'etichettamento», ad esempio, hanno indicato a più riprese come un comportamento deviante occasionale (devianza primaria), dovuto ad accidentali esperienze, si consolida fino alla costruzione di una stabile identità deviante (devianza secondaria) con un processo di stigmatizzazione sociale, caratterizzato dall'interiorizzazione dell'etichetta negativa conferita al diverso nel suo contatto con le istituzioni preposte al recupero e al controllo sociale.
In altro modo, poi, BoszormenyiNagy e Framo (1973-1977) chiariscono come il recupero del soggetto deviante non possa essere favorito dai membri del contesto sociale (famiglia, scuola, ecc.) ove si trova coinvolto, giacché la presenza dello stesso, relegato al ruolo di capro espiatorio, è di garanzia alla sua omeostasi.
Ma non solo la famiglia e la scuola sovente risultano compartecipi del progressivo processo di costruzione sociale della devianza; anche la medicalizzazione e il correzionalismo dei servizi socio-sanitari e degli istituti deputati al recupero possono indurre la personali tà disturbata ad un ampliamento dello stereotipo deviante e alla sua marginalizzazione.
Dati estremamente significativi (Gius, 1983) ci pervengono dall'esperienza di tentati e falliti interventi terapeutici in ambito istituzionale con tossicodipendenti; «questi si rivolgevano a medici, tossicologi, psicologi, psichiatri, per chiedere aiuto; poi, come è accaduto purtroppo spesse volte, l'esperto non riusciva a promuovere l'auspicato recupero» e il tossicomane riprendeva la sequenza degli atti autodistruttivi ancora più svuotato di senso di responsabilità e di prospettive di cambiamento.
Tutto ciò in virtù del fatto che il tossicomane, come qualsiasi altro diverso, facendo in seguito proprie le attribuzioni degli altri che di lui si prendevano cura, ridefiniva ancora più stabilmente la propria identità negativa, giungendo ad un'autopercezione immodificabile del proprio ruolo di diverso.
E teniamo ben presente che per molti preadolescenti e adolescenti è molto più rassicurante aderire ad un'identità negativa che sentirsi anomici, spogliati di qualsiasi identità.

Aspetti psicodinamici della devianza giovanile

La stabilità del proprio senso di identità, che è il sentirsi se stessi nonostante i mutamenti che avvengono, è un fattore indispensabile per la salute mentale di ciascun individuo ed in particòlare per il preadolescente e l'adolescente, i quali si trovano frequentemente a dover fare i conti con rapidi cambiamenti sia interni (psicologici) che esterni (somatici). Ma questo aspetto lo riprenderemo più innanzi
Abbiamo fin qui posto in evidenza come si sviluppa il processo di costruzione dell'identità deviante, tenuto conto delle complesse relazioni familiari-istituzionali-ambientali entro le quali la devianza viene vissuta e, contemporaneamente, prodotta; ma non ci siamo addentrati nell'analisi dei meccanismi psicodinamici che sono causa dell'asocialità. E non perché questi si possano ritenere secondari.
Non è possibile concepire l'atto deviante solo in rapporto alla trasgressione di una norma sociale, in quanto esistono infrazioni che dipendono da dinamiche psicologiche interne, da vicende rintracciabili nel mondo intra-psichico, oltre che dalla rete dei rapporti di significazione cui si accennava. È sempre fuorviante rendere ragione di un fenomeno solo in rapporto ad un'unica causa, mentre è utile valutarlo rispetto a molte determinanti e fattori-rischio.
Non è comunque questa la sede per descrivere le diverse teorie psicologiche e psicodinamiche sul comportamento asociale, dal momento che esistono numerosi saggi sull'argomento. Può essere sufficiente, per supportare quanto affermeremo, rilevare due fondamentali considerazioni di carattere dinamico sulla fenomenologia del comportamento deviante a sfondo dissociale.
Una prima riguarda la difficoltà dell'asociale ad avere il controllo delle proprie pulsioni e quindi anche della propria aggressività: difficoltà dovuta, secondo la prima psicoanalisi, ad una mancanza o carenza di strutture egoiche e superegoiche atte a permettere il soddisfacimento del mondo pulsionale secondo modalità d'attesa costruttiva, consoni alle istanze del principio di realtà. La psicoanalisi, ai suoi albori, interpretò la tendenza dissociale come uno stato psicopatologico dovuta ad una scarsa presenza del senso di colpa; ma, ora sappiamo, in particolare attraverso gli studi kleiniani, che raramente si tratta di una mancanza o debolezza del Super-io a determinare la insorgenza di comportamenti violenti ma, caso mai, di un'eccessiva severità e crudeltà del Super-io stesso, il quale, avendo caratteri persecutori, si trova facilmente a «cortocircuitare» con le pulsioni liquidandosi in esse. Quest'ultima interpretazione viene anche ampiamente convalidato dall'osservazione del comportamento di molti adolescenti dissociali, violentemente trasgressivi rispetto alle norme sociali, ma ubbidienti e conformisti rispetto alle norme del gruppo deviante.
Il secondo rilievo, connesso alla condotta dissociale che ci preme sottolineare, riguarda l'apparente assenza di conflitti interni; apparente giacché, come si è potuto appurare tramite l'indagine psicoanalitica, l'asociale, pur vivendo i propri conflitti interni, tende a subirli con una tale angoscia da non poterseli simbolicamente rappresentare.
Entrambe le considerazioni di carattere «dinamico» qui riportate (da un lato la difficoltà del controllo delle pulsioni e dall'altro l'impossibilità della mentalizzazione del conflitto) rendono ragione del fatto che il deviante, per alleviare ogni tensione, debba ricorrere ad una azione non controllata a sfondo dissociale ed abbia, di conseguenza, enormi resistenze a rendersi committente attivo di un «lavoro-simbolico», ove sia impegnato a «pensar pensieri» in vista di un proprio cambiamento.

LA PREVENZIONE PRIMARIA

Se si tiene conto, a questo punto, di quanto si diceva inizialmente a proposito del ruolo della famiglia, delle diverse agenzie di socializzazione e delle istituzioni incaricate alla correzione e alla riabilitazione, nel concorrere a consolidare il processo di formazione della devianza, si deduce quanto il problema della recuperabilità del deviante sia gravato di molti dubbi e perplessità.
Ed è per questi motivi che, ancora una volta, riteniamo che il terreno privilegiato per affrontare il diffondersi dei fenomeni di disadattamento e di devianza giovanile sia da ricercare in una pratica sociale destinata alla programmazione di interventi preventivi.
Se il giovane infatti che ha imboccato la strada dell'antisocialità incontrerà spesso nel suo percorso molti e talora insuperabili ostacoli per riprendersi, si dovrà intervenire prima che la spirale della devianza abbia avuto inizio, rivolgendosi con ogni favore alla prevenzione primaria. A questo punto, va precisato cosa s'intende per prevenzione primaria, sottolineando che questa non è protesa all'eliminazione dei sintomi di devianza in quanto, a differenza della prevenzione secondaria, è indirizzata a tutti ed è diretta all'attenuazione dei fattori-rischio determinanti l'eziologia del fenomeno.

Agenzie di socializzazione e prevenzione primaria

Come ribadisce l'Organizzazione Mondiale della Sanità, la prevenzione primaria si concretizza in modo prioritario nell'impegno di tutte le agenzie di socializzazione affinché vengano migliorate le condizioni di salute psicofisiche e sociali di ogni individuo. Si tratta, in definitiva, secondo tali indicazioni, di aiutare il giovane verso una dinamica e corretta integrazione nel suo ambiente sociale, potenziando in lui tutte le risorse di crescita personale, contro ogni rischio di tendenze regressive e devianti.
Riteniamo pertanto, in questa direzione, che una pratica sociale centrata sulla prevenzione debba, soprattutto con l'adolescente, indirizzarsi alla diffusione di una cultura giovanile espressa e realizzata con la creazione di spazi per il tempo libero a livello associativo, ricreativo, culturale, artistico, sportivo e di impegno sociale, in alternativa ad una cultura massificata fatta di evasione, passività, delega e consumo.
L'attuazione di momenti di aggregazione, ove venga valorizzata la domanda di partecipazione, il coinvolgimento attivo, l'espressione autonoma della soggettività con l'assunzione di comportamenti di vita improntati dall'integrazione alla collaborazione e al rispetto della propria ed altrui vita, risulta rispondere in modo realistico e significativo al proposito di alimentare un qualsiasi discorso sulla prevenzione.
E in questo quadro di valori ci sembra che l'impegno dell'adulto debba concretizzarsi nell'aiutare il giovane ad acquisire strumenti di maturazione e di ricerca di equilibrio sia fisico che mentale anche attraverso un maggiore coinvolgimento nella pratica di attività motorie e sportive ove venga dato ampio spazio alla ludicità ed alla socializzazione. E ciò per molteplici aspetti e ragioni.

Il ruolo delle attività ludico-motorie e di socializzazione nella prevenzione primaria

Il gioco, che fa parte di molte esperienze psicomotorie alle quali il bambino è partecipe fin dalla prima infanzia, costituisce un fattore indispensabile al suo sviluppo psichico.
Con il gioco il bambino giunge all'accettazione del reale, trascende gli opposti, passa dalla dipendenza all'autonomia, esprime il suo mondo interno. Attraverso le attività ludico- motorie infatti ogni bambino può scoprire uno spazio privato, in altri casi di socializzazione, fantastico e pluridimensionale, dove si attua l'espressione simbolica di pulsioni e fantasmi inconsci. E ciò con molteplici aspetti positivi.
Alcuni bambini, di fatto, attraverso il gioco riescono ad esprimere un'aggressività che di norma non compare in altre situazioni di vita.
Ricordo, nel mio trascorso di educatore, di un bambino timido, inibito, autolesionista, che durante un gioco di drammatizzazione cercava frequentemente di colpire gli altri, estroflettendo un'aggressività che, durante le manifestazioni del suo quotidiano, non compariva se non diretta contro se stesso.
Ma anche lo sport, a questo proposito, può risultare un canale attraverso il quale l'aggressività viene espressa e depurata dei suoi contenuti distruttivi.
È opportuno, a tal riguardo, precisare che l'aggressività, a livello psicologico, non è qualcosa di negativo in sé.
Si deve distinguere infatti tra un'aggressività di tipo assertivo, quale fattore indispensabile per la costruzione e il mantenimento del senso d'identità, e un'aggressività distruttiva, che potremmo definire semplicemente violenza, la quale, di norma, è espressione di molti comportamenti devianti (ma non sempre) e che, per molti aspetti, sembra essere la conseguenza del fallimento della prima.
Chi è violento, distruttivo, denega la soggettività altrui e pone l'agire al di fuori di ogni rapporto, con l'unico, forse aleatorio intento, di ristabilire un senso di potenza avvertito mancante; mentre chi agisce non per sopraffare l'altro, ma per affermare se stesso nell'accettazione di regole e limiti prestabiliti e nel rispetto del rapporto e della presenza co-partecipata, come avviene nel gioco e nella pratica sportiva correttamente svolta, esprime un'aggressività costruttiva e funzionale al processo di differenziazione individuale nell'integrazione.
Anche attraverso lo sport, quindi, perché la competizione non diventi reificante concorrenza, può avvenire una canalizzazione di quella aggressività che abbiamo definito di tipo assertivo, avente funzione di prevenzione rispetto a quella etero- ed autodistruttiva agita nell'assoluta negazione del rapporto con l'altro.
«L'impossibilità di rapporto e di comunicare, se non trova nel gioco (...) il suo dilatarsi e compensarsi, sfocia direttamente nella violenza.
Anzi si può affermare che, se l'individuo permane in una situazione di alienità, questa provoca violenza perché è essa stessa violenza» (Spaltro, 1984).
L'essere in rapporto di cooperazione, di confronto, di sfida leale, di condivisione di esperienze ritualizzate in presenza di coetanei è indispensabile per l'adolescente.
Ciò di fatto spiega la frequenza con la quale i giovani si radunano in gruppi formali, e talora informali, nell'aspettativa che questi hanno di trovarsi fra loro in un clima di solidarietà e di apprendere in forma compartecipata stili comportamentali più consoni al sentirsi grandi, di compiere scelte e di riconoscersi.
In tal senso anche il gruppo sportivo, purché non nasca con l'intento di alimentare sfrenate tensioni ed antagonismi extra- ed intragruppo, ma sia proteso verso il rispetto e l'attenzione alla comprensione reciproca, risulta un'esperienza educativa di enorme rilievo, sia nella ricerca della «dimensione plurale», dell'essere in comunicazione con gli altri, sia in funzione del divenire adulto secondo modalità che il gruppo, tra rischi e certezze, promuove.

L'immagine corporea nella conquista dell'identità

Affinché il preadolescente e l'adolescente possano affrontare con adeguati margini di sicurezza i numerosi conflitti della loro età ed accedere verso mete di maturità, occorre che riescano ad acquisire e consolidare uno stabile senso dell'identità, la quale si trova sempre collegata allo strutturarsi dell'immagine del corpo.
Il problema dell'immagine del corpo si riallaccia sempre alla formazione dell'identità personale, giacché la prima è una funzione integrativa dell'Io attraverso la quale il soggetto umano riesce ad esprimersi come entità individuale, differenziata e permanente.
L'immagine corporea comincia a formarsi fin dai primi mesi di vita ed evolve attraverso profonde modificazioni fino all'adolescenza.
In particolare poi in questo periodo, tale immagine può essere vissuta attraverso molte ansie e angosce. L'adolescente, per il fatto di trovarsi di fronte a repentini cambiamenti sia somatici che psicologici, può sentirsi a disagio nell'«abitare» il proprio corpo: può avvertirsi sgraziato, goffo, troppo alto o troppo piccolo, troppo magro o troppo grasso (l'anoressia mentale è tipica del periodo adolescenziale), può temere di muoversi o di farsi guardare (da ciò i frequenti fantasmi dismorfofobici); con un'acuita angoscia, in alcune circostanze, per una perdita di dominio del corpo e, con questa, di sicurezza e fiducia nel mondo e in se stesso (Palmonari, 1985).
Per queste ragioni riteniamo che la pratica psicomotoria e sportiva siano efficaci nell'aiutare il bambino e il giovane ad acquisire una coscienza più stabile della propria immagine corporea e, di conseguenza, del senso profondo dell'identità personale, condizione questa indispensabile all'equilibrio psichico e a difesa da qualsiasi rischio di regressione e di disadattamento.
Ribadiamo che, perché ciò avvenga, occorre promuovere una pratica sportiva fondata su esperienze di compartecipazione alla responsabilità, alla organizzazione solidale di intenti e di sforzi, nella consapevolezza di risorse ed accettazioni di limiti, e soprattutto su reali opportunità di avvicinamento ad una corporeità vissuta e non alienata e assoggettata a esasperati e mitizzati stereotipi di potenza e prestanza fisica.
Se la pratica sportiva verrà proposta nella costante costruzione di campioni idealizzati e nella ricerca di performances di specializzazioni, anche il corpo verrà stralciato dal suo essere parte fondante dell'esperienza soggettiva, fino a divenire, tra un dilagare di condizionamenti ideologici, oggetto tra gli oggetti. Da questa reificazione del corpo seguirà una perdita di confini, di punti di riferimento realistici e quindi una caduta di certezze, con inevitabili conseguenze nel processo evolutivo di formazione della personalità.

(Questo articolo, pubblicato con lo stesso titolo dall'Autore in Scuola viva, 1988 (XXIX) n. 6/7, pp. 2-5, viene pubblicato con l'autorizzazione dell'Editrice SEI.)