Quando Gesù diventa «fortissimo»


Tonino Lasconi

(NPG 1991-10-49)

Come parlare di Gesù ai ragazzi? Se lo sapessi, avrei fatto una carriera strepitosa. Non tenterò
quindi di piazzare certezze, ma confesserò ai lettori le piste di una ricerca e di una fatica che mi inquietano e affascinano da sempre.
Ricerca assolutamente non conclusa e fatica che spero di continuare a lun go. Appena terminato un tentativo, me ne viene subito in mente un altro. Non per nulla, appena terminato «Fortissimo Gesù!» (Ave, Roma 1989), ho subito pensato bene di riprovare con il musical «Dove sei, Gesù?» (Paoline, Roma 1990). E adesso sto tentando un altro esperimento diverso dai precedenti.

ANTEFATTO: VIA DALLA LEZIONE!

Dal momento che queste righe potrebbero aiutarmi a trovare dei «complici», è necessario che io accenni brevemente ad un impegno collaterale, senza il quale lo sforzo di trovare un modo adeguato per parlare di Gesù ai ragazzi continuerebbe a trovare un terreno pieno di sassi e spine: il rinnovamento della catechesi dei fanciulli.
Se vogliamo migliorare le nostre possibilità di riuscire a parlare di Gesù ai ragazzi, dobbiamo preoccuparci che essi arrivino ad accogliere il nostro annuncio in condizioni da «buon terreno». Questo comporta che non ci si può disinteressare di quello che ai ragazzi succede «prima». Se la catechesi delle elementari continuerà ad essere modellata sulla «lezione» da fare imparare, su: «Lo devi sapere, altrimenti non farai la prima comunione!», continueremo a trovare i ragazzi di dodici, tredici, quattordici anni prevenuti, sospettosi, annoiati, addirittura allergici.
Fatta la cresima, con questa esperienza alle spalle, i ragazzi credono di aver regolato i conti con Gesù, e lo gettano nel bagaglio delle cose da abbandonare per poter dire a se stessi che or mai sono grandi: «La cresima l'ho fatta e con queste robe ormai ho chiuso». Essi ormai si sentono «iniziati» al mondo dei grandi che possono dedicarsi alle «cose serie».
Strano destino della tanto decantata «iniziazione cristiana»! Essa ottiene l'esatto contrario di quello che vorrebbe raggiungere: «inizia» ad entrare non nella fede libera e consapevole e nella comunità di persone libere e responsabili, ma nel mondo di coloro che ritengono la fede in Gesù ininfluente per la vita vera.
Un terreno buono per parlare di Gesù richiede che la catechesi dell'infanzia cambi non solo i libri ma la «testa».
Il primo impatto dei fanciulli non deve essere con un Gesù che «nemmeno lo conosci e subito ti viene a comandare quello che devi o non deve fare», ma con una persona vera, affascinante, buona, che ti lascia libero e che è capace di rendere vere, affascinanti, buone, libere e liberanti le persone che credono in lui e che ti vivono intorno.
Questo cambiamento di «testa» della catechesi dell'infanzia comporta che, invece di «attaccare» subito con le belle frasi che dicono tutto e non dicono niente (Gesù è buono e ci ama...), con il Gesù che «vuole che ti comporti in un certo modo e che compie miracoli strabilianti, è necessario iniziare i fanciulli alla conoscenza di una persona vera, realmente esistita. Invece di cominciare con la frase tipica delle favole: «C'era una volta un cieco...», bisognerà prendere l'abitudine di partire con il dito sulla cartina geografica: «Gesù è nato qui, è passato qui, è vissuto qui...». Non un personaggio vago e dai contorni incerti, ma un personaggio in carne ed ossa che ha segnato la storia.
Grande nella storia, grande oggi: questo il secondo input da dare ai fanciulli. Alessandro Magno era grande, ma a nessuno interessa più niente di lui. Carlo Magno era forte, ma... oggi? Gesù era fortissimo ed è fortissimo perché tantissimi uomini e donne regolano la loro vita su quello che lui ha fatto e detto. A differenza di tutti i grandi personaggi del passato, Gesù è nostro contemporaneo.
Ottimo! Questo allora è il momento di spiegare la teologia sacramentale, perché è questa che spiega la contemporaneità del Risorto in mezzo a noi. I fanciulli non hanno bisogno di teologia da capire ma di testimonianze da toccare: essi respireranno la contemporaneità di Gesù non dalle lezioni ma da una comunità cristiana vivace e forte.
Con una comunità cristiana «riconoscibile», la catechesi diventerà un gesto d'amore nei confronti dei fanciulli. Essa finirà di apparire (e di essere nei fatti) un dovere, una tassa che i fanciulli devono pagare, e diventerà un dono di amore gratuito che la comunità cristiana, come una qualsiasi brava famiglia, compie nei confronti dei suoi piccoli. E allora la catechesi «dono» diventerà bella, attraente, misurata sugli interessi e i ritmi dei fanciulli.
Così essi saranno un terreno disponibile e sgombro da pregiudizi.

IL MESTIERE DEL MISSIONARIO

Mentre ci impegniamo a trasformare la catechesi, non possiamo comunque dispensarci dal parlare di Gesù ai ragazzi. Non possiamo rinunciare a portare loro una parola di salvezza di cui essi hanno bisogno adesso. Non possiamo illuderci di «ricominciare» con la nuova infornata di quelli di sei anni nella speanza che essi cuociano meglio.
Dobbiamo «andare» da loro ora e cercare la strada per fare breccia nella loro corazza.
Quello di trovare una breccia all'annuncio del Vangelo, anche in condizioni sfavorevoli è proprio il mestiere del missionario. San Paolo non ha fatto così, anche con il rischio di incappare in insuccessi come quello di Atene?
È questo il primo passo: abbandonare la figura dell'insegnante che arriva in classe con il libro e il registro e di- ventare missionari.
Ma come arrivare a questa trasformazione? Le strade possono essere tante. Io cerco di percorrerne alcune che provo a illustrare brevemente.

Via la bisaccia e il bastone

Ogni volta che mi propongo di parlare di Gesù ai ragazzi, o a voce o per scritto, richiamo alla mente un brano del vangelo: «Egli allora chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: - Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. Quanto a coloro che non vi accolgono, nell'uscire dalla loro città, scuotete la polvere dei vostri piedi, a testimonianza contro di essi -. Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando la buona novella e operando guarigioni» (Lc 9, 1-5).
È un vero e proprio sogno riuscire a mettere in pratica, prima o poi, questa parola nell'annunciare Gesù ai ragazzi.
Pretendiamo di annunciare Gesù ai ragazzi senza rinunciare ai bastoni, alle bisacce, al pane, al denaro, alle tuniche di cui siamo stracarichi. Non ci presentiamo poveri davanti a loro, ma pieni di potere e di lusinghe.
Davanti a dei ragazzi e a delle ragazze abbiamo bisogno di imparare a deporre bisaccia, bastone, sandali.
A presentarci «poveri» e imparare a chiederci: «Cosa c'è in questi ragazzi che ha bisogno di Gesù? Con quale bella notizia Gesù li può rallegrare? Quali guarigioni Gesù può operare in essi?

Compagni di strada

Senza «la bisaccia e il bastone», si viene presi dalla paura. Quante volte l'ho provata e la provo!
In questi momenti di difficoltà, trovo coraggio e luce in un altro brano del vangelo: il famoso incontro con i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35)... Non so perché, ma i ragazzi che lasciano la parrocchia dopo aver fatto la cresima mi fanno pensare sempre ai due di Emmaus. Dal comportamento di Gesù ho ricavato alcune linee operative che mi sembrano capaci di fare breccia nel cuore dei ragazzi e che io cerco di seguire. Le espongo brevemente.

La breccia del «compagno di strada»

I due discepoli tornano verso Emmaus: un periodo della vita, la catechesi!, si è chiuso. Ne avevano sentite di cose belle in quegli anni... di cose belle che quasi quasi sembravano poter diventare vere. Ma adesso era il momento di tornare alle cose serie, quelle concrete, quelle offerte non dal «sogno Gerusalemme» ma da un paese concreto come Emmaus, dalla vita di ogni giorno.
Nel bel mezzo del cammino, «Gesù si accostò e camminava con loro». Eccezionale!
Immaginiamo un prete al posto di Gesù. Sarebbe piombato come un macigno in mezzo alla strada e avrebbe apostrofato i due: «Vergogna! Dopo tre anni di catechismo non avete capito niente? Non vi ho spiegato cento volte la risurrezione dei morti? Presto, tornate a Gerusalemme!».
Gesù non fa niente di tutto questo: si accosta e si mette a camminare con loro.
Ecco la prima breccia: è necessario imparare a mettersi vicino ai ragazzi e camminare con loro, con il loro passo. Non è il «programma» che ci deve interessare ma il ritmo dei problemi della loro vita.
Accostarsi e camminare con loro.
Noi rovesciamo sui ragazzi i nostri interessi, i nostri piani, i nostri programmi, i nostri archeologismi (vedi certi tentativi di trasportare di peso il cammino della iniziazione cristiana degli adulti dei primi secoli ai tempi nostri e di gettarlo sulle spalle dei fanciulli e dei ragazzi).
Noi non camminiamo con loro, ma li costringiamo a misurarsi con il nostro passo: «In quest'anno si fa la Comunione, in quest'altro anno la Cresima. Tu vai con quella classe, tu con quell'altra.
Voi tre dovete abbandonare il vostro gruppo per venire a fare la catechesi parrocchiale...».
Cosa significa accostarsi ai ragazzi e camminare con loro?
Ognuno richiami alla mente i ragazzi che concretamente incontra, pensi al loro corpo, ai loro occhi, alla loro vita e cerchi di darsi una risposta.
Qualche stimolo per la riflessione:
- Prendiamo sul serio i loro problemi?
- Sappiamo dove e come vivono, cosa leggono, cosa vedono in TV, cosa ascoltano a scuola?
- Conosciamo il loro linguaggio?
- Conosciamo le loro gioie e le loro paure?
- Prendiamo sul serio i loro interessi?
Risposta: conosciamo poco, molto poco. Andiamo avanti con idee vecchie, prefabbricate, immobili.

La breccia del «che sono questi discorsi?»

Torniamo ai due di Emmaus e a Gesù che, con discrezione - non si è fatto riconoscere nemmeno - ha fatto un bel pezzo di strada con loro. Ormai Gesù ha capito le loro ansie, le loro delusioni, le loro paure.
Adesso, dopo essere stato loro vicino e aver camminato con loro, intuisce ma non si permette di mettersi a fare la lezione o la predica.
Immaginiamo il nostro prete al posto di Gesù: «Adesso mettetevi seduti sul bordo della strada e statemi a sentire bene: in quattro e quattro otto, vi spiego tutto un'altra volta. E cercate di non distrarvi, perché mica posso stare a perdere tempo con voi!». E giù una bella lezione.
Invece Gesù chiede: «Che sono questi discorsi?» Egli si preoccupa di non rovesciare su di loro le sue spiegazioni, ma di accendere le loro domande. Devono essere i due a chiedere, anche a rischio di fare la parte dell'ignorante: «Ma come non sai quello che è successo? Ma dove vivi? A Gerusalemme lo sanno tutti!».
Fermiamoci un attimo e pensiamo ai nostri libri di catechesi dedicati ai ragazzi, ai nostri incontri, alle nostre prediche. Riusciamo a scovare in essi qualche traccia delle domande che nascono dai ragazzi? Non le domande che «secondo noi» i ragazzi si devono e ci devono porre, ma le domande che nascono davvero dentro di loro: perché sono basso? Perché sono grassa? Cosa è questo sentimento che mi è nato nei confronti di quella ragazza? Perché è male fare le cose che piacciono e bene fare quelle che non piacciono? Perché non ho amici? Perché i prepotenti sono più stimati degli altri? Perché devo andare a messa? Perché un mio compagno di scuola è morto in un incidente stradale? Perché mio padre e mia madre non si vogliono più bene?
Gesù aspetta le domande dei due e non comincia dal primo capitolo, ma da quelle. Non fa lezioni ma «risponde».
Furbo lui o furbi noi? Se uno ti ferma per strada e ti vuole spiegare per forza come si raggiunge la stazione ferroviaria, mentre tu sei diretto allo stadio, tu gli dici (o pensi): «Ma questo quando se ne va?».
Se tu vuoi andare allo stadio, ma non sai come arrivarci e trovi uno che sa rispondere alle tue richieste, tu gli dici: «Rimani con me!».
Furbo Gesù o furbi noi? Alla fine della strada, i due dicono a Gesù: «Rimani con noi!». A noi i ragazzi non vedono l'ora di dire: «Ma quando te ne vai!».
Allora: chi è il più furbo?

La breccia del «cuore che arde»

Le risposte di Gesù producono un effetto eccezionale: «Fanno ardere il cuore nel petto». È questa sensazione di caldo che fa girare i tacchi ai due e dà loro la voglia e la forza di tornare verso Gerusalemme.
Nessuno accetta una proposta se non è bella, seducente, importante, entusiasmante. Nessuno, tanto meno i ragazzi che non sono ancora in grado di fare calcoli opportunistici o di convenienza.
Nessuno accetta una gioia se essa non è più grande di quella che ha già o che può trovare altrove a minor prezzo.
Il Gesù che annunciamo ai ragazzi deve riscaldare il cuore. Le sue proposte devono sempre essere «più», rispetto alle altre. Devono apparire subito proposte che aggiungono, non proposte che tolgono. Devono proporre dei sì, non imporre dei no.
Guai ad imprigionare Gesù dentro uno steccato di no. I ragazzi sanno benissimo che dietro ad ogni sì, ci sono inevitabilmente dei no.
Se vuoi diventare un bravo calciatore, devi dire no a tante passeggiate per il corso.
Se vuoi prendere un bel diploma, devi dire no a qualche divertimento.
Se vuoi avere amici, devi dire no alla falsità...
Ma si impara a dire no, attraverso i sì, non viceversa.
Altro momento di riflessione da fare ogni volta che noi ci proponiamo di parlare o di scrivere ai ragazzi di Gesù: sto facendo una proposta capace di riscaldare il loro cuore? Se pensiamo a tanta nostra catechesi.... brrr: vengono i brividi.

La breccia dello «spezzare il pane»

L'incontro con Gesù produce i suoi frutti nel momento in cui egli spezza il pane con loro. A quel punto i loro occhi si aprono, lo riconoscono, decidono che vale la pena dargli credito e prendono la decisione di tornare a Gerusalemme.
I ragazzi sono come «san Tommaso miscredente che, se non tocca e non vede, non crede a niente».
Accostarsi ai ragazzi e camminare con loro, rispondere alle loro domande, riscaldare il loro cuore con proposte grandi, non è sufficiente se non possiamo offrire loro la testimonianza di una comunità che vive il «sogno Gerusalemme».
Ad ogni annuncio che portiamo ai ragazzi, noi dobbiamo poter allungare il dito e indicare: «Ecco, quello che vi sto dicendo si realizza lì». Senza questa comunità concreta e verificabile, il parlare e lo scrivere bene serve a poco.
Ma come facciamo? Se aspettiamo che le nostre comunità siano capaci di offrire questa testimonianza di gente «dal cuore caldo», quando lo facciamo l'annuncio di Gesù ai ragazzi?
Ai ragazzi non serve una comunità oceanica, con ori e incensi. Ad essi basta un piccolo gruppo di giovani e di coetanei che danno testimonianza di una vita cristiana bella e gioiosa. Tutti ormai sanno che questi gruppi di ragazzi, spesso bistrattati e avversati dai parroci perché «giocano sempre, fanno iniziative, imbrattano continuamente cartelloni, e... non danno importanza ai contenuti» sono proprio quelli che riescono a rendere interessante Gesù, anche dopo aver ricevuto la cresima.
Senza questi «gruppacci» non c'è libro che tanga: nemmeno Fortissimo Gesù!