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    Le sfide della

    vita consacrata

    in Europa

    Sr. Enrica Rosanna FMA



    “L’occhio vede soltanto la sabbia, ma il cuore illuminato

    è in grado di vedere la fine del deserto e la terra fertile”.


    Questo proverbio orientale dice lo spirito con cui affronto il tema: il cuore colmo di speranza.La “speranza” è stato il filo rosso che ha guidato il 2° Sinodo sull’Europa (Gesù Cristo, vivente nella sua Chiesa, Sorgente di speranza per l’Europa) ed è il filo rosso che dovrebbe guidare i tempi difficili della storia, anche della storia della vita consacrata in Europa. Fin che c’è vita c’è speranza… e finché c’è speranza c’è vita…
    Abbiamo bisogno di speranza per approdare alla terra fertile che per ciascuno di noi – per grazia di Dio consacrati – si chiama “forza di osare di più, capacità di inventarsi, fremito di speranze nuove, ebbrezza di camminare insieme, solidarietà generosa, comunione profonda, in una parola “prendere il largo” con “fiducioso ottimismo” (GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte 58) per dare un apporto significativo alla nostra Europa, la terra beata che ci ospita e ci dona le sue ricchezze. Abbiamo bisogno di speranza per acquisire quella sapienza di cui la vita consacrata che vive in Europa forse ha oggi bisogno: la sapienza, che è uno dei doni dello Spirito. La sapienza che dobbiamo attingere al libro della speranza, l’Apocalisse, alla cui luce si dipana l’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (2,7); “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo. Il Vivente” (1,17-18); “Svegliati e rinvigorisci ciò che sta per morire” (3,2); “Prendi il libro … e divoralo” (10,8-9).
    Prendere il largo, come ha scritto Saint-Exupery, con spirito aperto e magnanimo: “Se vuoi costruire una barca, non radunare insieme delle persone per procurare la legna, preparare gli attrezzi, distribuire i compiti e organizzare il lavoro, ma piuttosto risveglia in esse la nostalgia per il mare aperto e infinito”.
    Ma qual è l’identikit di questa Europa che ha tanto bisogno di speranza? Quali sono le sfide con cui la vita consacrata deve oggi confrontarsi?
    Il ventesimo secolo ha visto sostanzialmente tre rivoluzioni: quella russa, che ha portato al potere nella parte orientale dell’Europa l’ideologia marxista trasformatasi poi in comunismo; la rivoluzione fascista, che ha visto l’affermazione in Italia e Germania di una idea forte contrapposta sia al comunismo sia al capitalismo e che ha cercato di dare una identità nuova al vecchio continente. La terza rivoluzione è stata invece una rivoluzione non nazionale e non cruenta ma tecnico-scientifica: la nascita e l’espandersi dell’era informatica e della globalizzazione con tutte le conseguenze che ha portato nel costume, nel modo di pensare e di agire, nella cultura, nella società europea tutta.
    Questa rivoluzione, figlia del liberalismo, è oggi vincente e convive senza traumi con i postumi delle altre due rivoluzioni, e l’Europa - dell’est e dell’ovest - ne porta il peso e il sogno. Peso e sogno che convivono con una minaccia che tiene tutti con il fiato sospeso: il terrorismo. Beslan, Madrid, Mosca, Londra… non sono soltanto un ricordo…
    Il peso e il sogno, il grande sogno tradito, che ha condotto masse enormi di persone a premere ai confini del nostro continente alla ricerca di un eldorado, effimero e virtuale, che in realtà non esiste. Migrazioni interne, innanzitutto, dall’est verso l’ovest, ma anche dal cosiddetto terzo mondo – dall’Asia, dal Sudamerica e dall’Africa equatoriale – che hanno sradicato intere generazioni dalle proprie radici culturali e religiose per inserirle in una realtà socio-culturale con prospettive, abitudini, modi di pensare e di fare totalmente diversi da quelli delle proprie origini. Migrazioni singole e di massa, che nelle mani di gente senza scrupoli, sono diventate una via di introduzione e di comunicazione di mafie, malavita, droga.
    Peso e sogno di una situazione di pluralismo culturale e di mercato religioso senza precedenti, carica di conflitti più che di composizioni,[1] in cui prospera la dittatura del relativismo, in cui si perde il senso del sacro e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio (RATZINGER J., Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, Roma, Biblioteca del Senato, Sala capitolare del Chiostro della Minerva 13 maggio 2004), in cui il rapporto con le società musulmane, reso urgente dal fenomeno migratorio, è tutto da studiare.
    Peso e sogno di uno scenario globale in cui convivono segnali preoccupanti di degrado sia semi di speranza, che reclamano la terra buona in cui far frutto:
    - smarrimento e rifiuto della memoria e dell’eredità cristiana, accompagnato da agnosticismo pratico e da indifferentismo, ma anche riaffermazione che l’Europa non può prescindere dal “fatto” Gesù Cristo, che è stato l’humus nel quale hanno affondato le proprie radici i popoli europei;
    - paura di affrontare il futuro, con la conseguente perdita del significato della vita, ma anche profonda ricerca di senso che caratterizza in particolare le giovani generazioni;
    - aumento della solitudine, anche quando non mancano i beni materiali, crisi di appartenenza, fatica di inserimento sociale per le persone immigrate, ma anche atteggiamenti e iniziative di collaborazione e solidarietà;
    - tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo unito al trionfo dell’apostasia silenziosa dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse, ma anche coraggio di riaffermare la verità di Dio e la verità della persona umana come fondamento dei diritti inalienabili di ciascuno;
    - Esperimenti sempre più arditi di manipolazione dell’uomo, ma anche impegno per la costruzione di una cultura della vita.
    Peso e sogno di uno scenario complesso e ambiguo che diventa un appello per la Chiesa e a fortiori per la vita consacrata, la mia, la vostra, una vita che vogliamo spendere senza riserve per il Regno.
    Peso innanzitutto. Dobbiamo fare i conti con un contesto complesso e ambiguo che non solo non è tendenzialmente cristiano, ma giudica il cristianesimo dall’alto in basso, come si guarda un vecchio cappotto fuori moda.
    Sembra di sentire l’eco di una domanda che ha 2000 anni: “«Cosa potrà mai venire di buono da Nazareth?» (Gv 1, 46). Gesù nella sua predicazione parte «perdente»: viene da un luogo disprezzato, non è conosciuto come rabbino, ma come artigiano (Mc 6, 3), non fa parte del «clero», non fa parte del sinedrio, non è neppure un’autorità in senso politico, economico o culturale. C’è un solo uomo che gli dà credito pubblicamente: il Battista. Ma Erode lo elimina. Così Gesù comincia la sua corsa a ostacoli, per comunicare un messaggio che i suoi non avrebbero accolto (Gv 1, 11), ma che noi abbiamo accolto e sperimentato nella luce della sua Pasqua, da cui attingiamo il coraggio di annunciarlo.
    Peso anche all’interno di una vita consacrata che patisce l’invecchiamento, la crisi vocazionale, le defezioni, ma ricerca anche le strade per vivere quella sapienza del crepuscolo dalla quale viene la speranza per vivere un futuro diverso.
    E poi sogno, il sogno che è sfida: amare un mondo che ci disprezza, e consegnargli un messaggio che verosimilmente non accoglierà. Ce lo aspettiamo questo rifiuto, ma non è motivo per abbatterci. È nel rifiuto che il seme muore, ma Dio è più forte, e può far rinascere ciò che gli uomini uccidono. Del resto Gesù ci ha preparato: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).
    Sogno che nei luoghi di frontiera è già realtà per la vita consacrata: carismi secolari continuano a testimoniare la luce del Vangelo; comunità di vita contemplativa accolgono vocazioni proprio nei Paesi che appaiono più toccati dal secolarismo; comunità di consacrati e di consacrate vivono dove si trova la maggior esclusione sociale; comunità di consacrati/e nascono per far fronte alle nuove povertà: droga, Aids, prostituzione, abuso dei bambini… Comunità religiose sono ricercate come oasi dello spirito, altre – come Taizé – diventano lievito per migliaia di giovani; nuove forme di consacrazione nascono continuamente e comunità di antica fondazione continuano ad essere luoghi di gioia e di comunione.
    Dobbiamo aspettare il rifiuto e prepararci, certi che il tempo che oggi viviamo è tempo di Dio, certi che è concretamente possibile comunicare la fede agli uomini e alle donne di oggi e che la fede ha in sé una forza umanizzante ed è capace di costruire storia, solidarietà, civiltà. Certi che la fede ci conduce a farci carico delle domande ineludibili della persona umana e a trovare in Gesù i criteri per rispondervi sia sul piano etico come su quello più ampiamente antropologico e storico. E altrettanto certi che, forti della forza di Dio, possiamo lasciarci coinvolgere (senza lasciarci schiacciare) dai cambiamenti attuali, possiamo comprenderli, interagire criticamente con essi perché il cristianesimo è in grado di orientare al bene anche gli attuali processi storici.
    Certi di poter trovare una risposta anche di fronte alle inevitabili domande: cosa fare di fronte ai problemi interni come l’età che avanza, la fragilità delle giovani generazioni, la drastica riduzione delle vocazioni? e con i problemi della missione, come attuare l’evangelizzazione nei Paesi economicamente ricchi ma scristianizzati e in quelli più poveri e deboli sia economicamente sia spiritualmente?
    Il sogno, nella prospettiva della fede, è certezza. Questa fede è la nostra sfida. Il nostro è un tempo di grazia? Allora, perché non osare la speranza? Rileggo un brano del Vangelo (11^ domenica del tempo ordinario) nel commento di p. Ermes Ronchi. “Chiamati a sé i dodici, Gesù li inviò, dopo averli così istruiti: Predicate che il Regno dei cieli è vicino… Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi…”.
    Ognuno di noi, oggi in Europa, è il 13° apostolo, ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione dei 12. Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostolo, salvo quella di Gesù, perché non sono le parole che contano, ma la passione e lo stupore che contengono. E come testimoniare che Dio è vicino se in noi non brucia questa passione? Se non crediamo che la messe è molta ed è Lui che l’ha seminata? Se non sappiamo fare gesti di pietà e compassione?
    La duplice missione dell’apostolo, per oggi e per tutti i tempi, è la stessa: esistere per Dio, per guarire la vita e credere che i campi di Dio non sono aridi, ma biondeggiano di messi. E che le messi vanno falciate, raccolte in covoni, trebbiate, macinate, impastate, perché diventino pane…
    L’Europa è la messe… e una messe abbondante. Osiamo allora la speranza e domandiamoci: concretamente, che cosa possiamo fare?
    Innanzitutto fidarci di Dio e del suo Vangelo. Il Vangelo della speranza non delude. Nelle vicissitudini della storia di ieri e di oggi è luce che illumina e orienta il cammino; è forza che sostiene nelle prove; è profezia di un mondo nuovo; è indicazione di inizio nuovo; è invito a tracciare vie sempre nuove che sboccano nell’Europa dello Spirito, per farne una vera “casa comune” dove è gioia vivere.
    Che cosa fare allora? Mi sembra di cogliere recentemente – ha detto S.E. Mons Grab – nella conferenza tenuta in Vaticano per commemorare il 40° anniversario del Perfectae caritatis – la presenza di un fatto nuovo in questa nuova casa europea, che è particolarmente interessante e significativo per la vita consacrata. Ecco la sfida: ci sono segnali che gli Europei stanno mettendosi in ricerca. I recenti drammi che hanno percosso il mondo hanno fatto crollare certezze idolatriche e ripropongono questioni fondamentali per il futuro dell’umanità, di cui la vecchia Europa che sempre, nel bene e nel male, è stata il motore della storia, deve farsi carico.
    Tocca a noi consacrati e consacrate, figli e figlie di questa terra, l’impegno di incrociare queste strade di ricerca e percorrerle con i nostri fratelli e le nostre sorelle per dare ragione della speranza che è in noi e contribuire alla costruzione della casa comune, che è la nostra casa, la casa di tutti. Tocca a noi l’impegno di giocare il ruolo che nel loro tempo ebbero nella costruzione dell’Europa Benedetto, Bernardo, Cirillo e Metodio, Francesco, Domenico, Caterina, Teresa, Francesco di Sales, Brigida, Filippo Neri, Giovanni Bosco, Edith Stein… e tanti altri uomini e donne con le loro Famiglie religiose.
    Ma «ciò suppone - ricorda Vita consecrata - un Documento che a 10 anni dalla sua pubblicazione conserva tutta la sua vitalità - una seria preparazione personale, mature doti di discernimento, fedele adesione agli indispensabili criteri di ortodossia dottrinale, di autenticità e di comunione ecclesiale. […] Tale ricerca si rivela vantaggiosa per le stesse persone consacrate: i valori scoperti […] possono spingerli, infatti, ad accrescere il proprio impegno di contemplazione e di preghiera, a praticare più intensamente la condivisione comunitaria e l'ospitalità, a coltivare con maggiore diligenza l'attenzione alla persona ed il rispetto per la natura (VC 79).
    Sempre in Vita consecrata leggiamo: “Con i loro carismi le persone consacrate diventano un segno dello Spirito in ordine ad un futuro nuovo, illuminato dalla fede e dalla speranza cristiana. La tensione escatologica si converte in missione, affinché il Regno si affermi in modo crescente qui ed ora. Alla supplica: "Vieni, Signore Gesù!", si unisce l'altra invocazione: "Venga il tuo Regno" (Mt 6, 10).Chi attende vigile il compimento delle promesse di Cristo è in grado di infondere speranza anche ai suoi fratelli e sorelle, spesso sfiduciati e pessimisti riguardo al futuro. La sua è una speranza fondata sulla promessa di Dio contenuta nella Parola rivelata: la storia degli uomini cammina verso il nuovo cielo e la nuova terra (cfr Ap 21, 1), in cui il Signore "tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Ap 21, 4).La vita consacrata è al servizio di questa definitiva irradiazione della gloria divina, quando ogni carne vedrà la salvezza di Dio (cfr Lc 3, 6; Is 40, 5)” (VC 27).
    Domandiamoci: accogliendo questa sfida dell’Europa in ricerca, quali potrebbero essere le vie pastorali prioritarie e percorribili per farvi fronte? Provo ad individuarne alcune.[2]

    La questione della verità

    L’Europa, come un po’ tutto l’Occidente, ha enfatizzato la ricerca scientifica e tecnologica con successi, di per sé, apprezzabilissimi. Ma chi non vede che, oggi, ci sta sfuggendo di mano proprio quello che la corsa scientifico-tecnologica ha ottenuto? La pretesa egemonica di un “io”, che ha fatto centro di sé il mondo alienandosi da Dio, sta provocando derive distruttive su tutto il pianeta.
    Quel che anzitutto va recuperato in questa nostra Europa costituita a nuova grande entità politica, è dunque anzitutto il senso della verità.
    “Che cos’è la verità”? Nelle varie sfaccettature delle ideologie che in questi ultimi secoli hanno segnato l’Europa, la domanda (quella stessa di Pilato ! ) resta senza una vera risposta.
    Per noi fare chiarezza è riferirci al Vangelo: “Io sono la verità” ha detto Cristo Signore.
    La verità non è dunque uno sfolgorio fugace funzionale a determinati programmi politico-sociali e culturali. La verità non ha niente a che fare con le ideologie di turno né con l’alternarsi delle filosofie. Anche se le varie filosofie possono dare un loro apporto alla ricerca della verità, esse però non ci fanno approdare a quella certezza che pacifica il cuore perché viene da “più alto” e da “più lontano”, perché viene da Dio.
    Quando S. Benedetto, agli albori del formarsi di un’Europa cristiana, scrisse la sua Regola, pose un “pilastro” su cui si è edificata non solo la nascente vita cenobitica, ma la verità costitutiva dell’Europa.
    “Al centro dell’esperienza monastica di S. Benedetto - ha scritto Giovanni Paolo II - c’è un principio semplice, tipico del cristiano, che il monaco assume nella sua piena radicalità: costruire l’unità della propria vita intorno al primato di Dio” (GIOVANNI PAOLO II, Lettera in occasione del XX centenario della venuta a Subiaco di S. Benedetto, patrono d’Europa).
    È interessante che proprio questo patrono, nel prologo della Regola, abbia scritto una parola autorevole e… “terapeutica” per l’Europa di oggi che si affanna nella ricerca di pseudo verità costruite dall’uomo nella sua corsa egoistica al piacere, al potere, alla ricchezze.
    Quel “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (Regola di S.Benedetto – Prologo) è infatti la parola antica e nuovissima. Com’è nuovo il sole ogni mattina quando ti accorgi che ti rinnova nella gioia della luce, del calore e del tuo rapportarti al reale.
    Quanto Bonhoeffer affermava: “Cristo ormai è nei fatti” (GUZZI M., La nuova umanità”, Roma, Paoline 2005, 80), ci aiuta a riappropriarci di questa priorità dell’Amore di Cristo che è l’incandescente verità della storia.
    Cristo è la verità della nostra storia, la mia, la tua, la nostra, quella di chi con S. Giovanni appoggia ogni attesa a questa certezza di fede: “Et nos credidimus caritati quam Deus in nos habet” (1Gv 4,16). Tutto l’Amore di un Dio che è carità (cf 1Gv 4,8) è la sostanza stessa della verità.
    Così la parola salmica: “I sentieri del Signore sono verità e grazia” (Sl 25,10) ci persuade che c’è una ricerca della verità che va “oltre” le acquisizioni del pensiero umano. C’è un “fare” la verità nella carità che unifica in profondità il cuore e la vita.
    Quando il seguace di Cristo s’impegna a vivere quel che dice S. Giovanni, cioè non ama a parole né con la lingua ma coi fatti e nella verità può rassicurare il cuore e capire che è nato (e sta continuamente nascendo) dalla verità (cf 1Gv 3,18-19).
    “Non ho gioia più grande di questo – scrive l’apostolo dell’amore – sapere che i miei figli camminano nella verità” (3Gv 1,4).
    Non dobbiamo dunque avere paura! Proprio questa diuturna conversione personale alla verità dell’amore ci farà essere uomini e donne profondamente radicati nella storia e pertanto artefici della storia.

    La questione della dignità della persona

    La persona prima di tutto. La persona, ogni persona, debole o forte, bianca o nera, dell’occidente o dell’oriente, è al centro del mondo, ha diritto d’essere rispettata e valorizzata. Il rispetto e la valorizzazione sono un diritto di tutti e non un privilegio di alcuni. Quante volte abbiamo sentito e condiviso queste parole, ma quante volte – proprio in Europa – abbiamo visto le persone calpestate, violentate, messe da parte, insultate... Ripenso a un’affermazione del Card. Stepinac, oggi beato, durante l’omelia della festa di Cristo Re (31 ottobre 1943). Diceva: «La Chiesa cattolica non conosce razze di padroni e razze di schiavi. La Chiesa cattolica conosce solo razze creature di Dio e, se stima qualcuno più degli altri, questi è colui che ha il cuore più nobile e non il pugno più forte. Per essa è un uomo tanto il nero dell’Africa centrale quanto l’europeo. Per essa è uomo tanto il re nel palazzo regale quanto l’ultimo poveraccio e lo zingaro sotto la tenda» (RAVASI G., Il seme della parola. Mattutino, Casale Monferrato, Piemme 2004, 265).
    Non ci sono frontiere di razza né di lingua; non ci sono condizioni né di pensiero né di sviluppo; non ci sono ideologie politiche né percorsi culturali che possano cancellare il volto di Dio nascosto dietro la vita di ogni persona umana.
    Emerge pericolosamente ancora oggi il “razzismo”. È del 25 ottobre u.s. la notizia – riportata dal quotidiano City, che viene distribuito gratuitamente nelle stazioni della Metro – che due adolescenti californiane, Lynx e Lamb, “cantano l’orgoglio bianco”. Si fanno chiamare “Prussian Blue” e cantano l’odio. Al telegiornale della rete televisiva Abc hanno spiegato: “Siamo fiere di essere bianche e vogliamo restarlo. Vogliamo preservare la nostra razza. Non ci piace questa grande confusione etnica che c’è adesso…”. Credo non ci siano commenti…. Ripenso a Beslan, in particolare alle terroriste, che uccisero, paradossalmente proprio durante la celebrazione di una festa della pace, centinaia di persone, la maggior parte bambini. «Beslan impressiona e spaventa per lo sfondamento di quell’argine che è l’amore alla vita da parte di chi la vita la tesse nel suo grembo ed è chiamata a custodirla con tutto il suo essere. La corsa di quei bambini disperati e nudi, violentati nella loro innocenza anche da donne che quel pudore dovrebbero insegnarlo e custodirlo, è il segno – la ferita – che si è passato il limite, si è varcato quel confine interiore che si erge nel cuore dell’uomo come il baluardo più sicuro della vita e della sua dignità». [3]
    Oggi, la persona rischia di non essere più metro della dinamica culturale ed è sotto gli occhi di tutti il pericolo che cresca la disumanizzazione e si aggravi sempre di più la crisi antropologica che è – a mio avviso - il nodo di tutte le crisi che caratterizzano il processo della globalizzazione.[4]
    La vera scommessa della globalizzazione, che ci coinvolge tutti in prima persona, il suo significato profondo non è principalmente sociale o economico o politico, ma antropologico. Pertanto, la sfida da accogliere, in primis da noi consacrati, è quella di assicurare una globalizzazione centrata sulla persona, una globalizzazione della solidarietà. Infatti soltanto la centralità della persona porta a valorizzare la comunione tra singoli e tra popoli al di sopra di ogni sistema, idea o ideologia; a scoprire il vero significato della relazione e ciò che l’altro – non più nemico o concorrente – può offrire; a sviluppare il paradigma di una civiltà planetaria e nel contempo plurale; a salvaguardare le istanze universalistiche di ogni cultura in uno spirito aperto alle differenze e alla molteplicità, senza alcuna volontà omologante. La persona umana non è una cosa che si può usare, strumentalizzare, manipolare, dominare. Non può essere sacrificata alla storia o alla fama dei grandi o ad interessi economici e politici. La persona umana ha bisogno di amore, cresce nell’humus dell’amore. Deve essere rispettata e protetta sempre.
    Noi consacrati dovremmo testimoniare che solo la fede in Dio Padre fonda in maniera sacra il valore della persona, lega a un mondo dove esistono gli altri, i fratelli e le sorelle, con i quali il dialogo, la familiarità, deve essere una realtà quotidiana, che rende possibile vivere assieme, che non lascia indifesi, anzi protegge. Si tratta di un dialogo dove la comunione delle diversità è partecipazione delle ricchezze personali ed è modellato sulla relazione particolarissima che la Rivelazione descrive come vita delle tre Persone Divine nell’Unico Dio. Questo dialogo spinge tutti a vedere il meglio dell’altro e a radicarsi nel meglio di sé; trasforma l’estraneo in amico, libera dal demone della violenza e costruisce la pace. Il dialogo è l’arte dei coraggiosi che cura le ferite della divisione e rigenera nel profondo la nostra vita. Senza questo dialogo di qualità non c’è e non ci sarà casa comune europea.
    Il grande papa Giovanni Paolo II, parlando all’Europa, ha lasciato scritto:
    “Spetta alle autorità civili vigilare affinché le strutture e le istituzioni europee siano sempre al servizio dell’uomo, che non può mai essere considerato come un oggetto che si può comprare o vendere, sfruttare o manipolare. Egli è una persona, creata a immagine di Dio, nel quale si riflette l’amore benevolo del Creatore e Padre di tutti. Ogni uomo, chiunque egli sia, qualunque sia la sua origine e le sue condizioni di vita, merita un rispetto assoluto. Oggi, di fronte ai cantieri aperti della scienza, soprattutto della genetica e della biologia, davanti all’evoluzione prodigiosa dei mezzi di comunicazione e degli scambi su scala planetaria, l’Europa può e deve lavorare per difendere ovunque la dignità dell’uomo, sin dal suo concepimento, per migliorare ancor di più le sue condizioni di esistenza operando in favore di una giusta distribuzione delle ricchezze, e dando a tutti gli uomini un’educazione che li aiuterà a diventare attori della vita sociale, e un lavoro che permetterà loro di vivere e di provvedere alle necessità dei loro cari”.

    La questione dell’amore

    In Europa, nelle famiglie, nelle comunità possiamo ancora parlare di amore? Oppure questa parola è una delle tante che sono mistificate, abusate, corrotte? Eppure c’è molto bisogno di amore. Ciascuno di noi cresce se è amato. Come ricorda la Mulieris dignitatem, «la donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri» e «Dio le affida in modo speciale l’uomo»: questo indica la capacità propria della donna di innalzare l’amore a partire dalla vita, per liberarsi dal demone dell’egocentrismo, accettare il vincolo dell’interdipendenza e ritrovarvi le radici della vera solidarietà. È proprio l’universo femminile a ricordare allora che «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (Redemptor hominis, n. 10). In questa prospettiva, ricordare che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza significa ricordare che Dio, chiamando l’uomo «all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore» (Familiaris consortio, n. 11).
    Il 25 gennaio, Benedetto XVI ci ha regalato una splendida Enciclica sull’amore: “Deus caritas est”. Nel primo paragrafo ha delineato il compito che si prefigge, il desiderio del suo cuore di padre e pastore: “Suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all’amore divino” (n. 1). E’ un appello, per noi consacrati/e: rinnovarci nell’impegno di evangelizzazione perché ogni uomo e ogni donna risponda con amore all’amore ineffabile con cui Dio ci ha amati.
    Non si può vivere senza amore. Ce lo dice con la testimonianza della sua vita e della sua morte anche una donna coraggiosa, Annalena Tonelli, una italiana, missionaria laica uccisa da un gruppo terroristico il 5 ottobre 2003 a Brama, nell’ex Somalia Britannica, dove si dedicava agli ultimi e ai sofferenti..
    «Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile: ciò che conta è solo amare. Se anche Dio non ci fosse, solo l’amore ha un senso, solo l’amore libera l’uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire. Solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce, perché non sa quello che fa, e noi rischiamo la vita per i nostri amici: perché tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo. Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta, […] che diventa bellezza, grazia, benedizione. Ed è allora che la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché noi viviamo nella nostra carne la bellezza del vivere e del morire […]. Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama».
    Annalena non è la sola figlia dell’Europa che ha dato la vita per gli altri, ma fa parte di una lunga schiera di testimoni, che comprende anche numerosissime persone consacrate. Lo ha ricordato anche Giovanni Paolo II nell’Omelia del 2 febbraio 2001 quando ha detto loro: “Cristo è salvezza e speranza per ogni uomo! Annunciatelo con la vostra esistenza dedicata interamente al Regno di Dio e alla salvezza del mondo. Proclamatelo con la fedeltà senza compromessi che, anche di recente, ha condotto al martirio alcuni vostri fratelli e sorelle in varie parti del mondo”.
    Mi piace ricordare anche un’altra testimonianza, quella di Frère Roger Schultz. Nella sua ultima lettera da Taizé, lasciata incompiuta, che è un capolavoro sull’amore, tra l’altro scrive:
    “Che cosa vuol dire amare? Sarà forse condividere le sofferenze dei più maltrattati? Sì, è proprio questo.
    Sarà forse un’infinita bontà di cuore e dimenticare se stessi per gli altri, in modo disinteressato? Sì, certamente.
    E ancora: cosa vuol dire amare? Amare è perdonare, vivere di riconciliazione. E riconciliarsi è sempre una primavera dell’anima.
    Anche questa lettera è un dono all’Europa ed è una testimonianza credibile che la vita consacrata o è luogo d’amore per gli altri, in particolare per i poveri e gli ultimi, o non è nulla.
    Conosco qualcuno – testimonia Jean Vanier – che di ritorno da Calcutta diceva che non sarebbe mai più tornato in quel lontano paese perché aveva visto tanta miseria, aveva visto morire tante persone per la strada. Madre Teresa andò negli stessi luoghi, vide, ebbe compassione – come Gesù – e disse: “Ho visto morire tanta gente per la strada. Ho visto tanto dolore. Io resto”.
    “Io resto” dovrebbe essere la risposta di ogni consacrato e consacrata. Io resto in frontiera, ovunque c’è bisogno del mio amore incondizionato. Io resto per testimoniare l’amore di Dio fino in fondo, in Albania, in Italia, in Bielorussia, nella Svizzera…, è la risposta di tanti consacrati e consacrate, volontari e volontarie, gente comune semplice e coraggiosa, che non gioca al ribasso sul prezzo da pagare, che non chiede sconti o facilitazioni, anche quando la vita è più dura per l’incomprensione di molti e magari per il silenzio di Dio.

    La questione della pace

    Giovanni Paolo II, rivolgendosi all’Europa, ha detto:
    “Sul cammino di servizio all’uomo, tutti gli Europei devono impegnarsi instancabilmente per la causa della pace. Se consideriamo il secolo che si conclude, il vecchio continente ha trascinato per due volte il mondo intero nella tragedia e nella desolazione della guerra. Oggi comincia a imparare le esigenze della riconciliazione e dell’intesa tra i popoli. I nuovi ponti, gettati tra le nazioni europee, sono ancora instabili e poco sicuri. Il conflitto dei Balcani … ha rivelato il pericolo dei nazionalismi esacerbati e la necessità di aprire nuove prospettive di accoglienza e di scambio, ma anche di riconciliazione, tra le persone, i popoli e le nazioni europee”.
    Sì, l’unica via per raggiungere una pace durevole è ricostruire le relazioni tra gli uomini, tornare a far sì che si incontrino e si accolgano, sapendo e scegliendo di incontrarsi e accogliersi.
    In questo nostro tempo, in cui tante discordie lacerano ancora la nostra terra europea, troppe relazioni sono distorte e spezzate, la pace è troppo fragile e insicura, il Papa chiede a tutti i cristiani, ma a noi consacrati/e in particolare, di essere costruttori di pace, sentinelle che annunciano la pace con la testimonianza della vita. “Questo nostro mondo non ha forse bisogno di gioiosi testimoni e profeti della potenza benefica dell'amore di Dio? Non ha bisogno anche di uomini e donne che, con la loro vita e la loro azione, sappiano gettare semi di pace e di fraternità?” (VC 108).
    Siamo chiamati a essere sentinelle vigili, sognatori e profeti, secondo la bella affermazione di padre David Maria Turoldo: “Manda Signore ancora profeti, uomini certi di Dio”.
    Le sentinelle non temono la notte, anzi hanno il coraggio di immergersi consapevolmente nella notte, di dire che la notte è notte, ma la loro anima è tutta tesa verso l’aurora, verso il sole. Hanno il coraggio di stare con amore sul treno della storia, di questa nostra storia difficile e complessa.
    Sappiamo per esperienza che dentro questa notte è forte il rischio di coltivare sentimenti di vendetta, di rinchiudersi nell’intimità della propria privacy, anche per noi cristiani, figli e figlie del Dio della vita, fratelli e sorelle del Risorto, anche per noi consacrati. Non solo, ma immersi nel buio della notte, siamo tentati di fuggire, di scendere dal treno della storia. Ho appena citato un brano di Jean Vanier riguardante Teresa di Calcutta: è un invito a restare sul treno della storia, pur sapendo che la pace è frutto di lotta, di “notti insonni”, di ricerca sincera, quotidiana, di responsabilità. Non è pacifismo. E’ pace che inquieta, che disturba la vita. Il crocifisso ci disturba sempre, e noi lo sappiamo bene, perché l’abbiamo scelto come sposo. La croce non è un optional.
    Non è pertanto credibile chi si vergogna del Cristo crocifisso. Non porta la pace evangelica chi ha rispetto umano, chi si vergogna della propria fede, chi rifiuta di essere segno di una scelta diversa.
    Charles de Foucauld, ha scritto:
    “Il Signore stabilisce un prezzo molto accessibile per la nostra salvezza: non vergognarsi di quelle cose di cui lui non si vergognò: la compagnia di poveri, di emarginati, di peccatori; non vergognarsi del suo insegnamento, delle verità della sua religione; non arrossire della sua sposa, la santa Chiesa; non vergognarsi di adottare il suo stile di vita; non arrossire se si vivono i suoi comandamenti e i suoi consigli che sono in netta contraddizione con le idee del mondo… Solo una cosa dovrebbe farci vergognare: non amarlo abbastanza…”.
    Noi consacrati/e non dobbiamo però dimenticare che la pace è innanzitutto e soprattutto un dono del Signore e va chiesta, cercata e attuata nel suo nome e con la sua forza. Ce lo insegnano tanti martiri, uomini e donne che hanno offerto la vita per la pace, per testimoniare il Vangelo, anche negli anni recenti.
    C’è bisogno innanzitutto un’ecologia della mente, cioè un’onestà intellettuale che ci porta a dare alle situazioni e alle cose il loro “giusto nome” (a chiamare il male male e il bene bene, senza paura o compromessi), che ci rende coraggiosi nel cercare la verità, nel denunciare le ingiustizie, la violazione dei diritti dei più deboli, che ci spinge a essere persone coerenti. Uomini e donne con lo sguardo buono – come ha ben scritto Rino Cozza -, né sguardo miope che dimostra rassegnazione di fronte a ciò che capita, né sguardo presbite, incapace di leggere il giornale della storia. Uno sguardo buono, vigile nel leggere il disegno di Dio negli avvenimenti e nelle persone.
    C’è poi un’ecologia del cuore, che è la capacità di non schierarsi dalla parte dei potenti, di non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie, di coltivare nella nostra vita l’amore, e la pace, la compassione, la bontà, il perdono. Vorrei spendere una parola sul perdono e lo faccio con un esempio.
    “Roberto era un esule uruguayano, venne a vivere nella nostra comunità per alcuni mesi tra il ’75 e il ’76. Aveva 28 anni, era segnato per sempre nel corpo e nella psiche dalle torture spaventose inflittegli durante cinque anni di prigionia politica. Lavorava nella biblioteca dell’università, non aveva mai fatto politica, fu arrestato per caso o per errore e attraversò l’inferno. Roberto raccontava che nelle celle comuni i prigionieri facevano programmi sul futuro assetto della nazione, sognavano rivincite, si interrogavano su quale pena infliggere ai loro torturatori. Si parlava di ergastolo, di lavori forzati, di mutilazioni, di eliminazione o di esilio. Unico, Roberto diceva: ‘Io non farò loro niente, non vorrei mai essere come loro. Voglio essere uomo”.[5]
    Il perdono è la via per essere uomini e donne tutti d’un pezzo, senza aggettivi, secondo l’espressione di Mons Tonino Bello, per colmare la frattura ricorrente nella storia tra Caino e Abele. Caino non si è sentito di essere responsabile di suo fratello, dopo averlo assassinato, Abele è invitato da Dio a rendersi responsabile di Caino attraverso il perdono.
    C’è infine un’ecologia della vita che ci rende capaci di accontentarci del “necessario”, perché troppi non muoiano di fame - soprattutto se sono bambini e anziani, se sono immigrati, rifugiati, persone che hanno perso il lavoro - che ci spinge al coraggio di non sprecare e di condividere i nostri beni materiali, i nostri pensieri, i nostri affetti, la nostra gioia! Siamo tutti fratelli e sorelle, responsabili gli uni degli altri!
    Leggevo proprio in questi giorni alcuni appunti di David Maria Turoldo: “Il digiuno vero è quello che fa incontrare Dio-Amore attraverso i fratelli raggiunti dalla nostra carità, è quello che fa sperimentare la Provvidenza di Dio attraverso i poveri da noi aiutati. Non è concepibile una fede che non s’incarni nello spezzare il pane con l’affamato di affetto e di pane e nel rendere disponibile la casa a chi è senza tetto. Se cerchi pertanto una certezza alla tua pietà, dividi il tuo pane, apri la tua casa. Sarai allora benedetto da Dio”.
    Giovanni Paolo II, in Vita consecrata, ci dice con coraggio: questa è «l’ora di una nuova “fantasia della carità”, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione». Si tratta di una fantasia della carità che ci stimola a dare una “qualità alta” (una qualità doc) al nostro servizio, perché sia un segno che, mentre dona, interroga, inquieta, rimanda “oltre” a qualcosa di ulteriore e di più importante.
    Questo cammino, ovviamente, non è facile, né è possibile percorrerlo da soli. La pace è un edificio da costruire “insieme” (insieme al Signore, innanzitutto, perché la pace è un suo dono), con fatica e dedizione, nel rispetto e nel dialogo, perché la pace è un edificio maestoso ma fragile, continuamente soggetto alle devastazioni dell’ignoranza, dell’ingiustizia, della presunzione e della pigrizia.
    Susanna Tamaro, nel suo volume dal titolo Più fuoco più vento, ha scritto:
    “Il cammino interiore è simile al lavoro che una volta facevano gli uomini per accendere il fuoco: si batte e si ribatte una pietra contro l’altra, senza stancarsi, finché scocca la scintilla. Per nascere il fuoco ha bisogno del legno ma per divampare deve aspettare il vento. Cerca dunque sempre il fuoco nella tua vita, attendi il vento, perché senza fuoco e senza vento i giorni non sono molto diversi da una mediocre prigionia”.
    Per essere annunciatori e annunciatrici credibili della pace di Cristo abbiamo bisogno del vento dello Spirito. Abbiamo bisogno dello Spirito per attizzare il fuoco. Abbiamo bisogno che Egli ci insegni che la fedeltà alle nostre radici e al futuro della storia diventa feconda e creativa nel silenzio dell’adorazione, davanti all’infinita Trascendenza di Dio.

    Conclusione

    Concludendo vorrei far riferimento a una esperienza che ho vissuto nello scorso mese di novembre in Polonia, dove ho partecipato all’incontro dell’UISG. Il tema dell’incontro era: “Ferite e sorgenti d’acqua viva”, che letto in altre parole significa: problemi, difficoltà, situazioni di frontiera e impegno delle consacrate per essere presenti e offrire sollievo, compassione, ristoro.
    Nell’omelia tenuta della celebrazione eucaristica a Czestochowa, davanti alla Madonna Nera, a commento delle letture del giorno - l’Inno della carità di S. Paolo e la Magna Charta delle Beatitudini – il celebrante affermò: è l’amore, solo l’amore, che trasforma le ferite, le lacrime, le fatiche, i tradimenti, in benedizione.
    Solo l’amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ci dà la forza e il gaudio di dire con la vita: beati i poveri in spirito, beati i perseguitati, beati gli afflitti, beati coloro che piangono, beati voi quando vi oltraggeranno…
    Care sorelle e cari fratelli, in questa nostra Europa noi vogliamo spendere tutta la vita con coraggio e gioia per generare beatitudine, pace, riconciliazione nel mondo dell’emarginazione, nel cuore della violenza, dove le donne sono abusate e vendute, i bambini violentati e abbandonati; dove regnano la corruzione, l’ingiustizia, la vendetta, la legge dell’occhio per occhio, dente per dente; dove manca il lavoro, la casa, il cibo, l’affetto. Vogliamo donare quell’amore senza misura che genera beatitudine, che sana le ferite, che asciuga le lacrime.
    Sempre a Czestochowa, contemplando l’icona della Madonna Nera, Regina della Polonia, ho visto coi miei occhi che Maria è una regina ferita nel volto e nell’anima per la malvagità di un soldato, ma anche per la storia dolorosa e triste del popolo polacco. E’ però anche una regina vittoriosa rivestita di pietre preziose, dono dell’amore e della gratitudine dei suoi figli. Le ferite, curate con il balsamo della fede e dell’amore dal popolo polacco e da tanti pellegrini di tutto il mondo, diventano grazie, gaudio, bellezza. Le lacrime diventano sorgente di vita. Questo capita a Czestochowa, questo capita ovunque sappiamo piangere con il fratello o la sorella che soffre, sappiamo com-patire il suo dolore, sappiamo “stare” – come Maria – accanto alle innumerevoli croci dell’umanità.
    Ha scritto splendidamente S. Giovanni della Croce, commentando il brano del Vangelo per la festa di S. Maria Maddalena, “Chi non sa più piangere d’amore / ha già perduto tanta parte della propria bellezza. / Se l’anima è a questo punto, / deve riconquistarla la sua perduta bellezza, / purificarsi nel lavacro del pianto, fino a divenire “bellissima fra tutte le creature».
    Maria piange con noi, ci insegna a piangere sulle tante miserie del mondo e ci dà il dono della com-passione per essere balsamo per tante lacrime. Ci è maestra di fede, di speranza, di amore. Ci è maestra di quella fede che trasforma la croce in resurrezione, le lacrime in gaudio.

    Fatima, 7 febbraio 2006


    NOTE

    1 Gli Europei sono in gran maggioranza cristiani (526 milioni: 285 milioni cattolici; 158 milioni ortodossi; 77 milioni protestanti; 26 milioni anglicani; 11 milioni: altri), ma la presenza di altre religioni è sempre più significativa. In alcuni Paesi c’è una tradizionale maggioranza musulmana (Turchia, Albania, Bosnia), ma il fenomeno nuovo è la crescita della presenza dei musulmani nei Paesi occidentali, legata al fenomeno migratorio o dei rifugiati, Le statistiche parlano di circa 34 milioni di musulmani in Europa. Va citata anche la significativa presenza dell’Ebraismo (2 milioni e mezzo) che appartiene alle radici dell’Europa. Si registrano inoltre un ritorno del sacro con espressioni esoteriche, magiche, gnostiche, mitiche e diffuse forme di neopaganesimo o movimenti filosofici che si organizzano quasi come comunità religiose e rivendicano i loro diritti.
    2 Le indicazioni che presento sono di carattere pastorale. Per affrontare il problema dal punto di vista strettamente sociologico suggerisco di far riferimento al volume curato da Renzo Gubert e Gabriele Pollini, Valori a confronto: Italia ed Europa, Bologna, Il Mulino 2006. Gli autori, tra l’altro, prendono in considerazione il caso della religione.
    3 Vitali D., Se la pace è donna. Una provocazione a partire dalle «sante paciere», Bologna, EDB 2005, 8.
    4 La globalizzazione è una realtà di fatto, un fenomeno pervasivo, un processo di interscambio planetario che mette in relazione Paesi, economie, mercati, religioni, culture, valori. È’ un processo che potrebbe creare migliori possibilità di vita per tutti e stimola invece la concentrazione del potere in mano di pochi (rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri [4] ), favorisce l’omologazione culturale (spegne le particolarità e penalizza le diversità), genera il monopolio nei sistemi di comunicazione (il potere dei popoli è sempre più in mano ai detentori dei mezzi di comunicazione), causa la perdita delle identità personali e culturali. Per i Paesi più poveri l’influsso negativo è particolarmente grave: sfruttamento delle popolazioni, dominio delle multinazionali, speculazioni finanziarie, protezionismi economici, crisi e fragilità delle democrazie, abuso della natura, corruzione, spreco delle risorse, abbandono delle minoranze… E potrei continuare per arrivare alla denuncia dei mezzi con cui si umiliano milioni di uomini e di donne calpestati nella loro dignità e nei loro diritti.
    5 Ivi 95-96.


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    p a g i n A


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