Il paradosso del Bello

Il biblista Gianfranco Ravasi ha capovolto Dostoevskij
al confronto con lo storico dell’arte Antonio Paolucci

«La bruttezza (non la bruttura) può salvare il mondo»


Dio è brutto o è bello? Se la domanda non fosse posta da un famoso biblista, oltre che da un fine esteta, come monsignor Gianfranco Ravasi, probabilmente potrebbe essere considerata persino blasfema.
Invece è proprio il presidente del Pontificio Consiglio della cultura a porgerla ai 1300 partecipanti al convegno su Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto.
L’arcivescovo dialoga con il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci – moderati dal rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi – su un argomento affascinante e impegnativo come «la presenza di Dio nell’arte figurativa di ieri e di oggi». E il discorso inevitabilmente spazia dal divieto di raffigurazione della divinità in ambito ebraico alla 'liberalizzazione' operata in questo campo dal cristianesimo (pur con i rigurgiti, per fortuna superati, dell’iconoclastia), fino a giungere al nostro tempo, caratterizzato (come fa notare Paolucci) da «una deriva ipericonica e ipercolorata» («quasi tutto è immagine, mentre l’arte si è ritirata su posizioni irrazionali o trasgressive»), ma al tempo stesso incapace di esprimere e trasmettere significati.

Dio, quindi, ha ancora diritto di cittadinanza nella rappresentazione artistica? E quale Dio? Quello bello e trionfante della risurrezione o quello «sgraziato» e sofferente della morte in croce? I due esperti incrociano le proprie riflessioni, alternando parole e immagini, concetti ed esemplificazioni. Ravasi, ad esempio, propone tre percorsi analogici di rappresentabilità di Dio. Primo, «la via figurativa», secondo cui «le creature sono assunte come modello estetico» , «il creato è la pergamena su cui Dio ha scritto» e «l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio è, la sua «icona privilegiata», anche se «non perfetta e assoluta». Secondo, la «via antropomorfica», poiché nella Bibbia si parla del volto e della bocca di Dio, del suo braccio, del suo cuore e «persino del suo naso che sbuffa nell’ira». Terzo, la «rivelazione di Dio nel Volto di Cristo, icona perfetta». Ed è proprio in questo campo che l’arte cristiana ha dato i suoi frutti più belli.

Paolucci, infatti, traduce in immagini quello che Ravasi aveva espresso a parole.
Ecco Caravaggio e la sua Deposizione dalla croce. E se – come il biblista aveva sottolineato poco prima – «la fisionomia di Dio ha una figurazione diretta ed esplicita nel volto di Cristo», il genio pittorico di Michelangelo Merisi lo imprime in tanti particolari.
Ad esempio l’angolo della pietra su cui sta per essere deposto Gesù. «La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo. Ed è su quella pietra – spiega lo storico dell’arte – che si poggia la salvezza dei personaggi della tela e di tutti noi. Pensate dunque – aggiunge Paolucci – quale effetto aveva questo dipinto quando si trovava nella Chiesa Nuova a Roma (ora è nella Pinacoteca Vaticana) e i fedeli lo guardavano cogliendone i vari significati». Oggi, invece, l’arte ha smarrito quasi completamente questa funzione. Ma per i due relatori è importante ritrovarla.
Monsignor Ravasi: «Arte, come sosteneva il filosofo Hesse, significa 'in ogni cosa vedere Dio'» .

E Paolucci risponde con una descrizione dettagliata delle Stanze di Raffaello. «Questi affreschi commissionati da Giulio II al venticinquenne pittore urbinate non sono solo capolavori immortali, ma intendono trasmettere una vera e propria antropologia». Così «La scuola di Atene ci ricorda che l’uomo è nato per conoscere e che la conoscenza, più che un privilegio, è per noi un dovere». La disputa del Sacramento affianca alla conoscenza la Rivelazione divina e l’intero affresco appare, secondo Paolucci, quasi «un mirabile insieme di teologia ratzingeriana». Infine gli affreschi che si riferiscono alla legge e all’arte introducono altri «due essenziali elementi del mondo umano». L’arte, in particolare, viene denominata come numine afflato, cioè «come il soffio di Dio – conclude Paolucci – come la sua ombra sulla terra».

Ed ecco perché, nel rispondere alla domanda iniziale, Ravasi, capovolgendo il celebre e citatissimo asserto di Dostoevskij, ricorda che «l’immagine di Dio può comprendere la bruttezza che può salvare il mondo». La logica dell’Incarnazione «comprende, infatti, la sofferenza di Dio, il corpo martoriato del Crocifisso». E anche quando il Cristo è raffigurato come il Pantokrator, cioè come il Cristo trionfante e glorioso nelle absidi delle grandi basiliche antiche, anche in questo caso «reca ben visibili in sé ancora tutte le stimmate sanguinanti della sua passione. Dio invisibile e visibile, trascendente e vicino, glorioso e sofferente».

Dunque l’arte, «quando si fa religiosa, deve sempre unire in modo armonico l’Infinito e la carne, l’Eterno e la storia, il Figlio di Dio che è Gesù di Nazaret» . È lui, infatti, il vero volto del Padre ed è anche la radice di quella « cultura dei cattolici – che come dice Ornaghi, chiudendo il dialogo – è ancora viva e vitale e chiede di essere trasmessa agli uomini di oggi». 

Mimmo Muolo in Avvenire, 12 dicembre 2009)