Luis A. Gallo, LA CHIESA DI GESÙ. Uomini e donne per la vita del mondo, Elledici 1995 

 

Capitolo ottavo

LA CHIESA, UNA COMUNITÀ NELLA QUALE TUTTI SONO SERVITORI


Seguace di Gesù di Nazaret, il Cristo, la comunità ecclesiale partecipa anche alla sua “signoria”. Per lui, essere Signore - un titolo che subito dopo la Pasqua cominciarono a dargli i credenti - significa, paradossalmente, servire. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire”, dichiara solennemente ai suoi discepoli che litigano per i primi posti nel regno di Dio (Mc 10,45). E il suo servizio consistette nel “dare la propria vita per la liberazione delle moltitudini”, come viene specificato nello stesso testo.
Questo atteggiamento basilare che, come si è visto nei temi iniziali, caratterizza il rapporto della Chiesa con l’umanità secondo il ripensamento del Vaticano II, viene vissuto anche all’interno della comunità ecclesiale e caratterizza decisamente i rapporti tra tutti i suoi membri (cf GS 32d). Anche per questo la Chiesa costituisce una comunità-serva: perché in essa tutti sono servitori, gli uni degli altri, e tutti insieme della vita più piena del mondo.
Questo aspetto della realtà ecclesiale è un po’ più complesso dei precedenti. Lo tratteremo perciò più articolatamente. Affronteremo subito, in questo capitolo, alcuni suoi aspetti più generali, per passare poi a considerare, nei capitoli seguenti, i diversi servizi specifici che vengono esercitati nella comunità.

1. LA STRUTTURA FONDAMENTALE DELLA CHIESA

Per poter realizzare la sua missione alla Vita in mezzo al mondo, la comunità credente in Gesù ha bisogno di organizzarsi. È questo, d’altronde, un bisogno naturale di ogni comunità umana. La Chiesa, pur muovendosi nell’ambito della fede, non può sottrarvisi. Di qui l’origine delle strutture, in tutti i suoi aspetti.

1.1. Istituzione o carisma?

Negli scritti neotestamentari ci sono abbondanti dati riguardanti il modo in cui si organizzarono le prime comunità cristiane, soprattutto nel libro degli Atti (per es. At 6,16) e nelle lettere paoline (per es. Rm 12,48; 1 Cor 12,28-30; Fil 1,1, ecc.).
Da parte sua, la costituzione Lumen Gentium se ne fa eco sinteticamente affermando che: “Cristo, Mediatore unico, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunit4 di fede, di speranza e di carità, quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde su tutti la verità e la grazia” (n. 8a).
Malgrado ciò, non si può negare che ci sia sempre stata nella Chiesa una tensione tra la libertà e la spontaneità che scaturiscono dal Vangelo, e la rigidità e la fissità proprie di ogni istituzione. Queste, infatti, implicano sempre un certo grado di cristallizzazione dei dinamismi spontanei, in ordine a una vita in comune. Cristallizzazione che, se da una parte risparmia tempo ed energie, dall’altra rischia sempre di soffocare la spontaneità e la creatività.
Tale tensione è stata spesso formulata da alcuni, in questi ultimi anni, come contrapposizione tra carisma e istituzione. Essa è presente anche oggi nella comunità ecclesiale. Mentre infatti alcuni vogliono una comunità che accentui i rapporti semplici e diretti tra le persone, lasciati più ampiamente alla libertà e alla spontaneità, altri insistono di più sull’importanza delle norme e delle leggi, dell’autorità e di tutto ciò che un ordine istituzionale comporta.
La tensione nasce, tra l’altro, dal fatto che più di una volta non vengono sufficientemente approfonditi i dati forniti dalle fonti del cristianesimo. Molti, in effetti, non appena si parla dell’organizzazione della Chiesa pensano automaticamente alla sua “costituzione gerarchica”, in forza della quale in essa ci sono, da una parte, la “sacra gerarchia”, costituita da vescovi, presbiteri e diaconi e, dall’altra, i “semplici fedeli”. Risulta così una Chiesa spaccata in due, nella quale i primi svolgono la parte attiva e gli altri quella passiva.
Ciò significa ignorare che, secondo gli scritti del Nuovo Testamento che a loro volta riflettono la vita delle prime comunità, c’è qualcosa di anteriore e di più fondamentale di tale struttura; qualcosa che, senza eliminare la distinzione suaccennata, la congloba e le dà il suo vero senso.

1.2. Il concetto paolino di “carisma”

È soprattutto Paolo colui che contribuisce a darci una visione più adeguata del tema perché, in ragione delle circostanze in cui si trovò a svolgere la sua missione, egli dovette affrontare più da vicino questa problematica. Nelle sue lettere, il termine “carisma”, spesso presente, ha un senso diverso da quello che gli viene attribuito oggi correntemente da molti cristiani, nonostante il cammino fatto nel suo chiarimento in questi ultimi anni.
Per cominciare, “carisma” non significa, come spesso si crede, un fenomeno straordinario o miracoloso. Per Paolo anche le circostanze più comuni e ordinarie della vita, come per esempio l’esortare e il consolare (Rm 12,8), l’insegnare (Rm 12,7; 1 Cor 12,28), l’aiutare gli altri e il presiedere una comunità (1 Cor 12,27), possono costituire altrettanti carismi.
Neanche intende l’Apostolo per “carisma” un dono o dei doni riservati esclusivamente a una classe particolare di persone nella comunità, ai quali gli altri non avrebbero accesso. Non c’è, secondo lui, nella comunità un gruppo di carismatici di fronte ad altri che non lo sono. Al contrario, ogni cristiano è veramente tale e, a sua volta, nessuno possiede personalmente tutti i carismi (1 Cor 12,29).
Sintetizzando il suo pensiero si può dire che, per lui, carisma è ogni chiamata dello Spirito a servire gli altri, e che allo stesso tempo dà la capacità per realizzare tale servizio.
Questa specie di definizione richiede alcuni chiarimenti.
Previamente bisogna rilevare che la stessa parola “carisma” indica già, nella sua etimologia, la sua natura, poiché “charis”, in greco, significa “dono”, “grazia”. Si tratta, in questo caso, del dono fondamentale fatto da Dio agli uomini: quello di essere capaci di apportare qualcosa per la Vita in pienezza degli altri, di partecipare al grande servizio di Gesù, il Signore e Salvatore.
Si dice anzitutto, nella formulazione enunciata, che “carisma” è una chiamata dello Spirito, perché lo Spirito di Dio, di cui era ripieno Gesù stesso è, nella rivelazione cristiana, la fonte unica dell’amore e della vita. D’altronde, è evidente che lo Spirito non chiama ordinariamente se non attraverso le circostanze concrete, che sono i bisogni degli altri.
Si aggiunge ancora che il carisma conferisce la capacità di realizzare il servizio per il quale si è chiamati, e ciò deve essere capito bene. Infatti, non si tratta ordinariamente di un rendere capaci nell’ordine naturale, poiché ciò dipende dal gioco delle cause naturali (si è intelligenti, o capaci di dipingere, o dotati per la musica, grazie alle predisposizioni della natura). Si tratta invece della capacità di decidersi a servire gli altri mediante tutto ciò che si è e si ha. Ciò significa che non bisogna confondere qualità o dote naturale con carisma. Per lo più, ciascuno realizzerà il suo servizio agli altri con le capacità e le doti che ha avuto dalla nascita o che ha acquistato con lo sforzo. È il fatto di mettere tutto ciò al servizio degli altri, e perciò di non voler ritenerlo “avidamente per se stessi” (Fil 2,6) ciò che lo converte in carisma.
In poche parole: la chiamata dello Spirito a servire gli altri (carisma) presuppone abitualmente l’esistenza delle qualità a ciò necessarie. Il che non esclude l’eventualità di casi straordinari, in cui la chiamata comporti anche delle capacità fino allora assenti in chi la riceve.
Per finire, dobbiamo dire che si possono distinguere diversi tipi di carismi nella comunità ecclesiale: ci sono quelli permanenti e quelli transitori, quelli ordinari e quelli straordinari, quelli miracolosi e quelli comuni, quelli istituzionalizzati e quelli spontanei. Ma, al di là di queste distinzioni che possono chiarire le cose, quel che importa è ciò che li configura come tali, e cioè il fatto di essere chiamate a servire gli altri.

1.3. La struttura carismatica della Chiesa

Quale è, allora, la struttura fondamentale della Chiesa? Avendo chiarito il concetto paolino di carisma, che è pure presente in diversi modi negli altri scrittori neotestamentari, possiamo ora rispondere. Partiamo da quest’affermazione di Paolo in 1 Cor 12,7: “Ad ognuno viene data la manifestazione dello Spirito (= carisma) per la comune utilità”.
Questo principio mette in evidenza un’esigenza basilare ripresa dal Vaticano nel documento sull’attività dei cristiani-laici: nella comunità ecclesiale tutti sono membri attivi; ognuno in essa ha qualcosa da apportare alla sua vita e al suo funzionamento, perché tutti senza eccezione ricevono dallo Spirito qualche manifestazione per l’utilità comune (AA 3d):
I doni personali, tuttavia, devono convergere e non contrapporsi; altrimenti non possono contribuire a quella comune utilità di cui parla Paolo. Dal loro armonico coordinamento trae origine un tutto organico che si può chiamare giustamente “struttura carismatica”: struttura, per ciò che ha di organizzazione e ordinamento in ragione del tutto; carismatica, perché ciò che viene ordinato e organizzato è l’insieme dei servizi suscitati dallo Spirito. Paolo, continuando il suo ragionamento, la descrive in questo modo: “Come il nostro corpo, nella sua unità, possiede molte membra, e non tutte svolgono la stessa funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi l’insegnamento, l’insegnamento; chi l’esortazione, l’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia” (Rm 12,48).
Questo testo fa capire che tutti i servizi, senza distinzione, sono da ritenere importanti e necessari per la comunità, e che quello di “chi presiede”, a sua volta, va considerato allo stesso livello di tutti gli altri, in quanto è della stessa loro natura carismatica.
Resta così superata la dicotomia tra ciò che si suole chiamare la “gerarchia” e i semplici fedeli. Il servizio della presidenza è “uno” dei servizi alla comunità, tra tanti altri. Ciò non diminuisce affatto la sua importanza, sulla quale torneremo a parlare più avanti, ma la ridimensiona evangelicamente.
C’è chi pretende di svuotare di densità carismatica tale servizio, riducendolo a una pura funzione amministrativa. Soltanto un gruppo di “carismatici” manifesterebbero allora nella Chiesa la presenza viva e attiva dello Spirito. Il Vaticano II ha respinto tale concezione coll’affermare, per esempio, che l’ordinazione episcopale non è la mera consegna di un potere più ampio di santificazione, mentre il potere di governo e di magistero sarebbe affidato al vescovo per altre vie non sacramentali. Secondo la Lumen Gentium, l’ordinazione conferisce al vescovo simultaneamente il carisma di insegnare, di santificare e di governare la sua Chiesa particolare (cf n. 2lc). Qualcosa di analogo si può dire al riguardo degli altri membri della cosiddetta gerarchia, i presbiteri e i diaconi.
È possibile riscontrare anche la concezione opposta a quella appena accennata, quella cioè di coloro che pensano che la presenza dello Spirito si esaurisca nella gerarchia. Ciò significa ignorare le chiare affermazioni neotestamentarie sopra riportate e, soprattutto, la realtà concreta della vita della Chiesa, nella quale ci sono manifestazioni evidenti della presenza e dell’azione dello Spirito in cristiani che non appartengono al gruppo di coloro che presiedono le comunità, siano essi religiosi o laici.
Resta chiaro, quindi, questo: la struttura prima e fondamentale della comunità ecclesiale trae la sua origine dal coordinamento di tutti i servizi suscitati in essa dallo Spirito. Tali servizi, armonicamente articolati tra di loro, contribuiscono “alla crescita di tutto il Corpo” (Ef 4,16). Nessuno di essi può essere tenuto in minor conto, ma neanche sopravvalutato. In quanto carismi, sono tutti allo stesso livello anche se, come si avrà occasione di vedere, l’ampiezza della loro portata possa essere diversa.

2. QUALE ATTEGGIAMENTO DAVANTI ALLE STRUTTURE?

Oltre alla struttura fondamentale che abbiamo considerato, esistono nella comunità ecclesiale altri elementi strutturali, che scaturiscono dal fatto che essa è una realtà umana: leggi, norme, prescrizioni rituali, ecc. È importante chiarire il loro senso alla luce del messaggio evangelico, per situarli debitamente all’interno di una Chiesa che vuole essere a servizio della Vita più piena degli uomini con la sua azione e il suo annuncio.
A causa anche del crescente senso di libertà che costituisce uno dei tratti più notevoli della cultura antropocentrica contemporanea, attualmente si vive tra i cristiani una situazione ambigua e a volte conflittuale da questo punto di vista. Mentre da una parte alcuni pretendono di eliminare ogni tipo di legge, dall’altra, per reazione o per situazioni ereditate dal passato, altri esagerano l’importanza di questi aspetti legali e normativi.
La Bibbia e il Vaticano II forniscono elementi molto illuminanti su questo tema.

2.1. Alcuni dati importanti del Nuovo Testamento

Un primo dato decisivo ce lo fornisce il modo di agire dello stesso Gesù. Egli appare nei Vangeli come un uomo sovranamente libero davanti alle strutture del suo tempo. Soprattutto davanti alla legge che regolava la vita del suo popolo. La sua libertà non consiste nel ribellarsi capricciosamente contro di essa o nel violarla a suo piacimento, ma nel considerala come semplice mezzo per ottenere l’unico fine: la vita abbondante degli uomini.
È caratteristico, per esempio, il suo atteggiamento, già precedentemente ricordato, davanti alla legge del riposo sabatico, che sempre subordina al bene concreto delle persone, non temendo di trasgredirla materialmente per restituire la salute a uomini e donne ammalati. In realtà, egli non intende trasgredirla, ma darle il suo vero e pieno senso di servizio all’uomo. Agendo in questo modo, contrasta nettamente con l’atteggiamento dei farisei, che convertivano spesso la legge in un fine, sottomettendo alla sua osservanza letterale il bene delle persone. Come si sa, in gran parte la morte di Gesù fu causata da questo modo di agire davanti alle strutture del suo popolo.
Un altro dato lo ricaviamo dalle lettere di Paolo. In esse l’atteggiamento libero e liberante di Gesù appare chiaramente assimilato. Ci soffermiamo particolarmente su tre di esse.
Nella Lettera ai Galati, la polemica contro i cristiani giudaizzanti, quelli cioè che pretendevano di sottomettere nuovamente i membri di quella comunità cristiana alla servitù della legge mosaica, porta Paolo a questo netto enunciato di principio: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: state quindi saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
E poco più avanti, per completare e chiarire l’enunciato, aggiunge: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”(Gal 5,5).
Restano così chiare due cose: prima, che la vocazione del cristiano non è di vivere nella schiavitù, ma nella libertà; seconda, che questa libertà deve venir capita nel contesto dell’amore fraterno. Tutta la legge deve venir posta al suo servizio (Gal 5,14).
Nella prima Lettera ai Corinzi, due circostanze conflittuali della comunità offrono a Paolo l’opportunità di esprimere la sua concezione della libertà cristiana. Dice infatti, in un tentativo di chiarire il comportamento da tenere nell’ambito dei rapporti sessuali, come risposta a una domanda dei membri di tale comunità: “Tutto mi è lecito; ma non tutto giova. Tutto mi è lecito; ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Cor 6,12).
E rispondendo alla domanda sul mangiare o non mangiare le carni che i pagani immolavano nei templi ai loro dèi, sostiene: “Tutto è lecito; ma non tutto è utile. Tutto è lecito; ma non tutto edifica. Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui” (1 Cor 10,23-24).
Da queste affermazioni emerge nitidamente quanto segue: innanzitutto, che le azioni del cristiano non si devono svolgere all’insegna del binomio “lecito-illecito”, che è il piano della conformità o meno alla legge scritta, ma di quello del “conveniente-non conveniente”, che è il piano di ciò che “edifica”, come ripete spesso Paolo, ossia di ciò che collabora a far crescere le persone, anche se non è contemplato da nessuna legge; inoltre, che questa maniera di agire costituisce la vera fonte della libertà, perché l’operare in vista della crescita degli altri produce una liberazione da se stessi, dal proprio egoismo manifestato in qualunque delle sue forme, da ogni tipo di dominio esteriore e, soprattutto, dalle strutture. Il cristiano è libero nei loro confronti, perché non è dominato da esse ma le usa nel suo sforzo di salvezza dei fratelli. Lo scopo del suo agire è sempre la persona del fratello, e tutto il resto viene subordinato a questo.
Nella Lettera ai Romani, in un contesto molto simile a quello dei Coninzi, Paolo torna sulla stessa prospettiva: “Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo [...J. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 14,20b; 15,2).
Di nuovo l’idea che il fine e la norma ultima dell’agire sono “il bene”, la “edificazione” del fratello, ossia la sua crescita, e non la pura legge scritta.
In sintesi, il cristiano, secondo questi e altri dati del Nuovo Testamento, è un uomo liberato da tutto ciò che lo potrebbe rendere schiavo sia interiormente che esteriormente, per un servizio disinteressato degli altri.

2.2. Orientamenti del Concilio Vaticano II

La costituzione Lumen Gentium, nell’enumerare le caratteristiche proprie del nuovo Popolo di Dio che è la chiesa, afferma: “Questo popolo messianico [...] ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali abita lo Spirito Santo come in un tempio” (n. 9c).
Il riferimento allo Spirito mette in evidenza un aspetto tipico della libertà in san Paolo. Afferma, infatti, l’Apostolo: “Dove c’è lo Spirito del Signore, ivi c’è libertà” (2 Cor 3,17). In realtà, se il cristiano è libero è perché la sua unica legge è quella dell’amore (Rm 13,10b; Gal 5,14).
Come sappiamo, Gesù, concordando in ciò con altri maestri dell’epoca, ridusse tutta la Legge vissuta dal suo popolo alla “regola d’oro”: “Tutto ciò che volete che vi facciano gli uomini, fatelo anche voi” (Mt 7,12). Ma il suo intervento più specifico consistette nel mettere nel realizzare ciò che avevano già preannunciato i profeti nell’Antico Testamento: nel porre la Legge nell’intimo dell’essere umano, nel comunicargli cioè il suo Spirito (Gr 31,33; Ez 36,36-28).
Se il cristiano si lasciasse condurre sempre dallo Spirito di amore che abita in lui, non avrebbe affatto bisogno di una legge esterna. È ciò che dice sant’Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Ma siccome l’uomo è peccatore e nel suo cuore convivono insie me amore ed egoismo, non poche volte non arriva a percepire la voce dello Spirito, oppure la confonde con altri “spiriti”. In questo contesto acquista senso la legge esterna. Essa ha la funzione di indicare il cammino per il quale passa ordinariamente l’amore fraterno.
Di qui la sua importanza. Ma anche il suo limite: essa è, come abbiamo detto, sempre e soltanto un mezzo.
I dati ricavati, dal Nuovo Testamento e dal Vaticano II sembrano sufficienti per la tematica in questione. Ciò che Paolo enuncia sulla legge è valido analogamente per ogni elemento strutturale nella Chiesa. Le strutture esistono e sono indispensabili. Ma sono sempre mezzi al servizio di un fine: la Vita più piena degli uomini. La loro validità concreta è misurata dall’efficacia che hanno nella promozione della Vita. Perciò, la comunità e ognuno dei suoi membri cercano di avere un atteggiamento di sovrana libertà nei loro confronti. È vero che, nella misura in cui esse sono più direttamente vincolate con il fine, devono essere più accuratamente rispettate; ma i cristiani si sanno sempre “signori” di esse, e mai schiavi. E saranno veramente signori, se continueranno a ritenere la salvezza concreta dei loro fratelli come l’unico fine di tutto il loro agire. Se saranno tali, sapranno anche rispettarle e, pur relativizzandole, sapranno dare loro l’importanza dovuta.

Capitolo ottavo
 
LA CHIESA, UNA COMUNITÀ NELLA QUALE TUTTI SONO SERVITORI
 
 
Seguace di Gesù di Nazaret, il Cristo, la comunità ecclesiale partecipa anche alla sua “signoria”. Per lui, essere Signore - un titolo che subito dopo la Pasqua cominciarono a dargli i credenti - significa, paradossalmente, servire. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire”, dichiara solennemente ai suoi discepoli che litigano per i primi posti nel regno di Dio (Mc 10,45). E il suo servizio consistette nel “dare la propria vita per la liberazione delle moltitudini”, come viene specificato nello stesso testo.
Questo atteggiamento basilare che, come si è visto nei temi iniziali, caratterizza il rapporto della Chiesa con l’umanità secondo il ripensamento del Vaticano II, viene vissuto anche all’interno della comunità ecclesiale e caratterizza decisamente i rapporti tra tutti i suoi membri (cf GS 32d). Anche per questo la Chiesa costituisce una comunità-serva: perché in essa tutti sono servitori, gli uni degli altri, e tutti insieme della vita più piena del mondo.
Questo aspetto della realtà ecclesiale è un po’ più complesso dei precedenti. Lo tratteremo perciò più articolatamente. Affronteremo subito, in questo capitolo, alcuni suoi aspetti più generali, per passare poi a considerare, nei capitoli seguenti, i diversi servizi specifici che vengono esercitati nella comunità.
 
1. LA STRUTTURA FONDAMENTALE DELLA CHIESA
 
Per poter realizzare la sua missione alla Vita in mezzo al mondo, la comunità credente in Gesù ha bisogno di organizzarsi. È questo, d’altronde, un bisogno naturale di ogni comunità umana. La Chiesa, pur muovendosi nell’ambito della fede, non può sottrarvisi. Di qui l’origine delle strutture, in tutti i suoi aspetti.
 
1.1. Istituzione o carisma?
 
Negli scritti neotestamentari ci sono abbondanti dati riguardanti il modo in cui si organizzarono le prime comunità cristiane, soprattutto nel libro degli Atti (per es. At 6,16) e nelle lettere paoline (per es. Rm 12,48; 1 Cor 12,28-30; Fil 1,1, ecc.).
Da parte sua, la costituzione Lumen Gentium se ne fa eco sinteticamente affermando che: “Cristo, Mediatore unico, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunit4 di fede, di speranza e di carità, quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde su tutti la verità e la grazia” (n. 8a).
Malgrado ciò, non si può negare che ci sia sempre stata nella Chiesa una tensione tra la libertà e la spontaneità che scaturiscono dal Vangelo, e la rigidità e la fissità proprie di ogni istituzione. Queste, infatti, implicano sempre un certo grado di cristallizzazione dei dinamismi spontanei, in ordine a una vita in comune. Cristallizzazione che, se da una parte risparmia tempo ed energie, dall’altra rischia sempre di soffocare la spontaneità e la creatività.
Tale tensione è stata spesso formulata da alcuni, in questi ultimi anni, come contrapposizione tra carisma e istituzione. Essa è presente anche oggi nella comunità ecclesiale. Mentre infatti alcuni vogliono una comunità che accentui i rapporti semplici e diretti tra le persone, lasciati più ampiamente alla libertà e alla spontaneità, altri insistono di più sull’importanza delle norme e delle leggi, dell’autorità e di tutto ciò che un ordine istituzionale comporta.
La tensione nasce, tra l’altro, dal fatto che più di una volta non vengono sufficientemente approfonditi i dati forniti dalle fonti del cristianesimo. Molti, in effetti, non appena si parla dell’organizzazione della Chiesa pensano automaticamente alla sua “costituzione gerarchica”, in forza della quale in essa ci sono, da una parte, la “sacra gerarchia”, costituita da vescovi, presbiteri e diaconi e, dall’altra, i “semplici fedeli”. Risulta così una Chiesa spaccata in due, nella quale i primi svolgono la parte attiva e gli altri quella passiva.
Ciò significa ignorare che, secondo gli scritti del Nuovo Testamento che a loro volta riflettono la vita delle prime comunità, c’è qualcosa di anteriore e di più fondamentale di tale struttura; qualcosa che, senza eliminare la distinzione suaccennata, la congloba e le dà il suo vero senso.
 
1.2. Il concetto paolino di “carisma”
 
È soprattutto Paolo colui che contribuisce a darci una visione più adeguata del tema perché, in ragione delle circostanze in cui si trovò a svolgere la sua missione, egli dovette affrontare più da vicino questa problematica. Nelle sue lettere, il termine “carisma”, spesso presente, ha un senso diverso da quello che gli viene attribuito oggi correntemente da molti cristiani, nonostante il cammino fatto nel suo chiarimento in questi ultimi anni.
Per cominciare, “carisma” non significa, come spesso si crede, un fenomeno straordinario o miracoloso. Per Paolo anche le circostanze più comuni e ordinarie della vita, come per esempio l’esortare e il consolare (Rm 12,8), l’insegnare (Rm 12,7; 1 Cor 12,28), l’aiutare gli altri e il presiedere una comunità (1 Cor 12,27), possono costituire altrettanti carismi.
Neanche intende l’Apostolo per “carisma” un dono o dei doni riservati esclusivamente a una classe particolare di persone nella comunità, ai quali gli altri non avrebbero accesso. Non c’è, secondo lui, nella comunità un gruppo di carismatici di fronte ad altri che non lo sono. Al contrario, ogni cristiano è veramente tale e, a sua volta, nessuno possiede personalmente tutti i carismi (1 Cor 12,29).
Sintetizzando il suo pensiero si può dire che, per lui, carisma è ogni chiamata dello Spirito a servire gli altri, e che allo stesso tempo dà la capacità per realizzare tale servizio.
Questa specie di definizione richiede alcuni chiarimenti.
Previamente bisogna rilevare che la stessa parola “carisma” indica già, nella sua etimologia, la sua natura, poiché “charis”, in greco, significa “dono”, “grazia”. Si tratta, in questo caso, del dono fondamentale fatto da Dio agli uomini: quello di essere capaci di apportare qualcosa per la Vita in pienezza degli altri, di partecipare al grande servizio di Gesù, il Signore e Salvatore.
Si dice anzitutto, nella formulazione enunciata, che “carisma” è una chiamata dello Spirito, perché lo Spirito di Dio, di cui era ripieno Gesù stesso è, nella rivelazione cristiana, la fonte unica dell’amore e della vita. D’altronde, è evidente che lo Spirito non chiama ordinariamente se non attraverso le circostanze concrete, che sono i bisogni degli altri.
Si aggiunge ancora che il carisma conferisce la capacità di realizzare il servizio per il quale si è chiamati, e ciò deve essere capito bene. Infatti, non si tratta ordinariamente di un rendere capaci nell’ordine naturale, poiché ciò dipende dal gioco delle cause naturali (si è intelligenti, o capaci di dipingere, o dotati per la musica, grazie alle predisposizioni della natura). Si tratta invece della capacità di decidersi a servire gli altri mediante tutto ciò che si è e si ha. Ciò significa che non bisogna confondere qualità o dote naturale con carisma. Per lo più, ciascuno realizzerà il suo servizio agli altri con le capacità e le doti che ha avuto dalla nascita o che ha acquistato con lo sforzo. È il fatto di mettere tutto ciò al servizio degli altri, e perciò di non voler ritenerlo “avidamente per se stessi” (Fil 2,6) ciò che lo converte in carisma.
In poche parole: la chiamata dello Spirito a servire gli altri (carisma) presuppone abitualmente l’esistenza delle qualità a ciò necessarie. Il che non esclude l’eventualità di casi straordinari, in cui la chiamata comporti anche delle capacità fino allora assenti in chi la riceve.
Per finire, dobbiamo dire che si possono distinguere diversi tipi di carismi nella comunità ecclesiale: ci sono quelli permanenti e quelli transitori, quelli ordinari e quelli straordinari, quelli miracolosi e quelli comuni, quelli istituzionalizzati e quelli spontanei. Ma, al di là di queste distinzioni che possono chiarire le cose, quel che importa è ciò che li configura come tali, e cioè il fatto di essere chiamate a servire gli altri.
 
1.3.   La struttura carismatica della Chiesa
 
Quale è, allora, la struttura fondamentale della Chiesa? Avendo chiarito il concetto paolino di carisma, che è pure presente in diversi modi negli altri scrittori neotestamentari, possiamo ora rispondere. Partiamo da quest’affermazione di Paolo in 1 Cor 12,7: “Ad ognuno viene data la manifestazione dello Spirito (= carisma) per la comune utilità”.
Questo principio mette in evidenza un’esigenza basilare ripresa dal Vaticano nel documento sull’attività dei cristiani-laici: nella comunità ecclesiale tutti sono membri attivi; ognuno in essa ha qualcosa da apportare alla sua vita e al suo funzionamento, perché tutti senza eccezione ricevono dallo Spirito qualche manifestazione per l’utilità comune (AA 3d):
I doni personali, tuttavia, devono convergere e non contrapporsi; altrimenti non possono contribuire a quella comune utilità di cui parla Paolo. Dal loro armonico coordinamento trae origine un tutto organico che si può chiamare giustamente “struttura carismatica”: struttura, per ciò che ha di organizzazione e ordinamento in ragione del tutto; carismatica, perché ciò che viene ordinato e organizzato è l’insieme dei servizi suscitati dallo Spirito. Paolo, continuando il suo ragionamento, la descrive in questo modo: “Come il nostro corpo, nella sua unità, possiede molte membra, e non tutte svolgono la stessa funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi l’insegnamento, l’insegnamento; chi l’esortazione, l’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia” (Rm 12,48).
Questo testo fa capire che tutti i servizi, senza distinzione, sono da ritenere importanti e necessari per la comunità, e che quello di “chi presiede”, a sua volta, va considerato allo stesso livello di tutti gli altri, in quanto è della stessa loro natura carismatica.
Resta così superata la dicotomia tra ciò che si suole chiamare la “gerarchia” e i semplici fedeli. Il servizio della presidenza è “uno” dei servizi alla comunità, tra tanti altri. Ciò non diminuisce affatto la sua importanza, sulla quale torneremo a parlare più avanti, ma la ridimensiona evangelicamente.
C’è chi pretende di svuotare di densità carismatica tale servizio, riducendolo a una pura funzione amministrativa. Soltanto un gruppo di “carismatici” manifesterebbero allora nella Chiesa la presenza viva e attiva dello Spirito. Il Vaticano II ha respinto tale concezione coll’affermare, per esempio, che l’ordinazione episcopale non è la mera consegna di un potere più ampio di santificazione, mentre il potere di governo e di magistero sarebbe affidato al vescovo per altre vie non sacramentali. Secondo la Lumen Gentium, l’ordinazione conferisce al vescovo simultaneamente il carisma di insegnare, di santificare e di governare la sua Chiesa particolare (cf n. 2lc). Qualcosa di analogo si può dire al riguardo degli altri membri della cosiddetta gerarchia, i presbiteri e i diaconi.
È possibile riscontrare anche la concezione opposta a quella appena accennata, quella cioè di coloro che pensano che la presenza dello Spirito si esaurisca nella gerarchia. Ciò significa ignorare le chiare affermazioni neotestamentarie sopra riportate e, soprattutto, la realtà concreta della vita della Chiesa, nella quale ci sono manifestazioni evidenti della presenza e dell’azione dello Spirito in cristiani che non appartengono al gruppo di coloro che presiedono le comunità, siano essi religiosi o laici.
Resta chiaro, quindi, questo: la struttura prima e fondamentale della comunità ecclesiale trae la sua origine dal coordinamento di tutti i servizi suscitati in essa dallo Spirito. Tali servizi, armonicamente articolati tra di loro, contribuiscono “alla crescita di tutto il Corpo” (Ef 4,16). Nessuno di essi può essere tenuto in minor conto, ma neanche sopravvalutato. In quanto carismi, sono tutti allo stesso livello anche se, come si avrà occasione di vedere, l’ampiezza della loro portata possa essere diversa.
 
2. QUALE ATTEGGIAMENTO DAVANTI ALLE STRUTTURE?
 
Oltre alla struttura fondamentale che abbiamo considerato, esistono nella comunità ecclesiale altri elementi strutturali, che scaturiscono dal fatto che essa è una realtà umana: leggi, norme, prescrizioni rituali, ecc. È importante chiarire il loro senso alla luce del messaggio evangelico, per situarli debitamente all’interno di una Chiesa che vuole essere a servizio della Vita più piena degli uomini con la sua azione e il suo annuncio.
A causa anche del crescente senso di libertà che costituisce uno dei tratti più notevoli della cultura antropocentrica contemporanea, attualmente si vive tra i cristiani una situazione ambigua e a volte conflittuale da questo punto di vista. Mentre da una parte alcuni pretendono di eliminare ogni tipo di legge, dall’altra, per reazione o per situazioni ereditate dal passato, altri esagerano l’importanza di questi aspetti legali e normativi.
La Bibbia e il Vaticano II forniscono elementi molto illuminanti su questo tema.
 
2.1. Alcuni dati importanti del Nuovo Testamento
 
Un primo dato decisivo ce lo fornisce il modo di agire dello stesso Gesù. Egli appare nei Vangeli come un uomo sovranamente libero davanti alle strutture del suo tempo. Soprattutto davanti alla legge che regolava la vita del suo popolo. La sua libertà non consiste nel ribellarsi capricciosamente contro di essa o nel violarla a suo piacimento, ma nel considerala come semplice mezzo per ottenere l’unico fine: la vita abbondante degli uomini.
È caratteristico, per esempio, il suo atteggiamento, già precedentemente ricordato, davanti alla legge del riposo sabatico, che sempre subordina al bene concreto delle persone, non temendo di trasgredirla materialmente per restituire la salute a uomini e donne ammalati. In realtà, egli non intende trasgredirla, ma darle il suo vero e pieno senso di servizio all’uomo. Agendo in questo modo, contrasta nettamente con l’atteggiamento dei farisei, che convertivano spesso la legge in un fine, sottomettendo alla sua osservanza letterale il bene delle persone. Come si sa, in gran parte la morte di Gesù fu causata da questo modo di agire davanti alle strutture del suo popolo.
Un altro dato lo ricaviamo dalle lettere di Paolo. In esse l’atteggiamento libero e liberante di Gesù appare chiaramente assimilato. Ci soffermiamo particolarmente su tre di esse.
Nella Lettera ai Galati, la polemica contro i cristiani giudaizzanti, quelli cioè che pretendevano di sottomettere nuovamente i membri di quella comunità cristiana alla servitù della legge mosaica, porta Paolo a questo netto enunciato di principio: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: state quindi saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
E poco più avanti, per completare e chiarire l’enunciato, aggiunge: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri”(Gal 5,5).
Restano così chiare due cose: prima, che la vocazione del cristiano non è di vivere nella schiavitù, ma nella libertà; seconda, che questa libertà deve venir capita nel contesto dell’amore fraterno. Tutta la legge deve venir posta al suo servizio (Gal 5,14).
Nella prima Lettera ai Corinzi, due circostanze conflittuali della comunità offrono a Paolo l’opportunità di esprimere la sua concezione della libertà cristiana. Dice infatti, in un tentativo di chiarire il comportamento da tenere nell’ambito dei rapporti sessuali, come risposta a una domanda dei membri di tale comunità: “Tutto mi è lecito; ma non tutto giova. Tutto mi è lecito; ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Cor 6,12).
E rispondendo alla domanda sul mangiare o non mangiare le carni che i pagani immolavano nei templi ai loro dèi, sostiene: “Tutto è lecito; ma non tutto è utile. Tutto è lecito; ma non tutto edifica. Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui” (1 Cor 10,23-24).
Da queste affermazioni emerge nitidamente quanto segue: innanzitutto, che le azioni del cristiano non si devono svolgere all’insegna del binomio “lecito-illecito”, che è il piano della conformità o meno alla legge scritta, ma di quello del “conveniente-non conveniente”, che è il piano di ciò che “edifica”, come ripete spesso Paolo, ossia di ciò che collabora a far crescere le persone, anche se non è contemplato da nessuna legge; inoltre, che questa maniera di agire costituisce la vera fonte della libertà, perché l’operare in vista della crescita degli altri produce una liberazione da se stessi, dal proprio egoismo manifestato in qualunque delle sue forme, da ogni tipo di dominio esteriore e, soprattutto, dalle strutture. Il cristiano è libero nei loro confronti, perché non è dominato da esse ma le usa nel suo sforzo di salvezza dei fratelli. Lo scopo del suo agire è sempre la persona del fratello, e tutto il resto viene subordinato a questo.
Nella Lettera ai Romani, in un contesto molto simile a quello dei Coninzi, Paolo torna sulla stessa prospettiva: “Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo [...J. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 14,20b; 15,2).
Di nuovo l’idea che il fine e la norma ultima dell’agire sono “il bene”, la “edificazione” del fratello, ossia la sua crescita, e non la pura legge scritta.
In sintesi, il cristiano, secondo questi e altri dati del Nuovo Testamento, è un uomo liberato da tutto ciò che lo potrebbe rendere schiavo sia interiormente che esteriormente, per un servizio disinteressato degli altri.
 
2.2. Orientamenti del Concilio Vaticano II
 
La costituzione Lumen Gentium, nell’enumerare le caratteristiche proprie del nuovo Popolo di Dio che è la chiesa, afferma: “Questo popolo messianico [...] ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali abita lo Spirito Santo come in un tempio” (n. 9c).
Il riferimento allo Spirito mette in evidenza un aspetto tipico della libertà in san Paolo. Afferma, infatti, l’Apostolo: “Dove c’è lo Spirito del Signore, ivi c’è libertà” (2 Cor 3,17). In realtà, se il cristiano è libero è perché la sua unica legge è quella dell’amore (Rm 13,10b; Gal 5,14).
Come sappiamo, Gesù, concordando in ciò con altri maestri dell’epoca, ridusse tutta la Legge vissuta dal suo popolo alla “regola d’oro”: “Tutto ciò che volete che vi facciano gli uomini, fatelo anche voi” (Mt 7,12). Ma il suo intervento più specifico consistette nel mettere nel realizzare ciò che avevano già preannunciato i profeti nell’Antico Testamento: nel porre la Legge nell’intimo dell’essere umano, nel comunicargli cioè il suo Spirito (Gr 31,33; Ez 36,36-28).
Se il cristiano si lasciasse condurre sempre dallo Spirito di amore che abita in lui, non avrebbe affatto bisogno di una legge esterna. È ciò che dice sant’Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Ma siccome l’uomo è peccatore e nel suo cuore convivono insie me amore ed egoismo, non poche volte non arriva a percepire la voce dello Spirito, oppure la confonde con altri “spiriti”. In questo contesto acquista senso la legge esterna. Essa ha la funzione di indicare il cammino per il quale passa ordinariamente l’amore fraterno.
Di qui la sua importanza. Ma anche il suo limite: essa è, come abbiamo detto, sempre e soltanto un mezzo.
I dati ricavati, dal Nuovo Testamento e dal Vaticano II sembrano sufficienti per la tematica in questione. Ciò che Paolo enuncia sulla legge è valido analogamente per ogni elemento strutturale nella Chiesa. Le strutture esistono e sono indispensabili. Ma sono sempre mezzi al servizio di un fine: la Vita più piena degli uomini. La loro validità concreta è misurata dall’efficacia che hanno nella promozione della Vita. Perciò, la comunità e ognuno dei suoi membri cercano di avere un atteggiamento di sovrana libertà nei loro confronti. È vero che, nella misura in cui esse sono più direttamente vincolate con il fine, devono essere più accuratamente rispettate; ma i cristiani si sanno sempre “signori” di esse, e mai schiavi. E saranno veramente signori, se continueranno a ritenere la salvezza concreta dei loro fratelli come l’unico fine di tutto il loro agire. Se saranno tali, sapranno anche rispettarle e, pur relativizzandole, sapranno dare loro l’importanza dovuta.