Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici

 

 

 

Capitolo 11
Essere e vivere in comunità che celebra la sua vita nell'Eucaristia domenicale


Dal giorno del Signore al giorno della comunità

San Giustino afferma: “Nel giorno detto del sole (la domenica), si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna, convengono nello stesso luogo e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette. Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle. Quindi, tutti insieme, ci alziamo ed eleviamo preghiere ad alta voce e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine, a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi” (Prima Apologia 67).
“Nel giorno del Signore, riunitevi per spezzare il pane e rendere grazie, dopo aver confessato i vostri peccati, perché la vostra offerta sia pura. Se uno ha un rancore verso un altro, non venga con voi finché non si sia riconciliato, in modo che la vostra offerta non sia profanata. Non mettete i vostri affari temporali al di sopra della parola di Dio, ma nel giorno del Signore abbandonate tutto e accorrete con diligenza alle vostre chiese, perché è qui la vostra lode a Dio. Diversamente, che scusa potranno avere davanti a Dio coloro che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi del cibo divino che resta per la vita eterna?” (Didaché 14).

Verso Emmaus: un itinerario eucaristico

L’episodio di Emmaus, descritto in maniera meravigliosa da Luca, indica tutte le tappe dell’eucaristia. È la sera di Pasqua, infatti, che i due discepoli lasciano Gerusalemme, il luogo della speranza, e camminano nella tristezza. Qualcuno si accompagna a loro, misterioso compagno di viaggio, che si mostra inquieto per le loro preoccupazioni. Partendo dalla Scrittura per arrivare al loro vissuto, rivolge loro la parola, che riscalda il loro cuore, al punto che lo invitano a restare. “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista” (Lc 24, 30-31). Gesù, dopo l’apertura delle loro intelligenze alle Scritture, apre i loro occhi alla fede. Gesù scompare, poiché d’ora in poi egli può essere riconosciuto attraverso i segni eucaristici. “E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. Capovolgimento della direzione di tutta una vita: partiti da Gerusalemme nella tristezza della morte, vi ritornano con il cuore bruciante per aver incontrato il Risorto. Non è fuori luogo leggere qui i prodromi della struttura che presto prenderà l’Eucaristia.

Siamo in cammino!
Dal vivere in casa propria… ad uscire e andare nella casa della comunità
Nella prospettiva del cammino della Chiesa nel tempo, il riferimento alla risurrezione di Cristo e la scadenza settimanale di tale solenne memoria aiutano a ricordare il carattere “pellegrinante” del popolo di Dio. Di domenica in domenica, infatti, la Chiesa procede verso l’ultimo “giorno del Signore”, la domenica senza fine.
Siamo chiamati dallo Spirito del Signore, che ci spinge a uscire dal proprio piccolo mondo personale e di famiglia, per entrare in contatto con un mondo più vasto di persone, di idee, di modi di fare e problemi. Ogni persona arriva da posti diversi, dalla propria casa con esperienze varie di vita, di famiglia, di lavoro, di amicizia, di studio… ed entra in una “casa”, che è la “casa della comunità”, si inserisce in una “famiglia”, “la famiglia di Dio”, che si presenta come il luogo delle esperienze che coinvolgono più persone e che aprono al mondo intero, in cui si buttano giù le barriere che ci dividono dagli altri, dai loro problemi e modi di pensare, dai grandi problemi della vita.
Ci si apre più spontaneamente a tutta la realtà e si accetta di comunicare gratuitamente con gli altri credenti, di stare con loro senza troppi tornaconti. Si decide di ascoltare e lasciarsi misurare dalla esperienza degli altri. Si entra in “chiesa”, quale luogo – anche fisico – a cui la comunità fa un costante riferimento.

Ci incontriamo!
Dall’incontrarsi in pochi in famiglia… al riconoscersi in tanti in comunità, la famiglia di Dio
Ci incontriamo con gli altri credenti, con la loro storia, con la storia della loro famiglia; ci scambiamo i saluti, chiedendo scusa per non essere stati presenti alla vita loro, per averli dimenticati o trattati male. Ci salutiamo raccontandoci i fatti della settimana trascorsa; ci interessiamo alla salute di quanti sono ammalati e non sono presenti; ci intratteniamo con quelli che da tempo non vedevamo.
Secondo l’insegnamento del Signore prima di presentare l’offerta all’altare occorre la piena riconciliazione fraterna. Non si può celebrare il sacramento dell’unità rimanendo indifferenti gli uni agli altri. Nella messa ognuno apprende che vale non per quello che fa o dice, ma perché partecipa. Apprende che vale perché Dio gli si fa incontro e “ti ama per primo” e lo puoi incontrare, prima di tutto incontrando e accogliendo gli altri, volti visibili del Dio invisibile.

Ci si mette in ascolto del Signore!
Dall’ascoltarsi in famiglia e raccontarsi la propria storia familiare… ad ascoltare la “voce” e la “storia” del Signore, la storia della comunità, la storia dell’umanità
Nell’assemblea domenicale l’incontro col Risorto avviene mediante la partecipazione alla duplice mensa della parola e del pane di vita. La prima continua a dare quell’intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com’è nella sua parola “quando nella Chiesa si legge la sacra scrittura”. Nella seconda si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto attraverso il memoriale della sua passione e della sua risurrezione, e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura.
Mentre riflettiamo sull’eucaristia domenicale, è necessario verificare come la parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della sacra scrittura. L’uno e l’altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione.
Occorre non dimenticare che la proclamazione liturgica della parola di Dio, soprattutto nel contesto dell’assemblea eucaristica, non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma è il dialogo di Dio col suo popolo, dialogo in cui vengono proclamate le meraviglie della salvezza e continuamente riproposte le esigenze dell’alleanza. Da parte sua, il popolo di Dio si sente chiamato a rispondere a questo dialogo di amore ringraziando e lodando, ma al tempo stesso verificando la propria fedeltà nello sforzo di una continua conversione.
Il momento dell’ascolto della parola costituisce il primo momento della celebrazione. Infatti la parola è proclamate e ascoltata, nella fede, come manifestazione della presenza di Cristo che rinnova l’invito a vivere e a celebrare l’alleanza stabilita nella sua Pasqua.
Il problema è che questa parola sia parola di Dio per me oggi. Una lingua straniera non è parola per me, se non quando è tradotta. Ora è necessario che la parola di Dio sia tradotta e attualizzata affinché sia efficace. La vita, la cronaca, i fatti del giorno, la storia, le parole degli uomini, possono essere punti di partenza per arrivare alla parola di Dio, al messaggio di vita.
“Il messaggio cristiano è appreso e assimilato come “buona novella”, nel significato salvifico che ha per la vita quotidiana dell’uomo. La parola di Dio deve apparire ad ognuno “come una apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori e insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni”.
Ma la parola di Dio ci interroga, ci interpella e ci invita a superarci e a convertirci. Così la parola è rivelazione di Dio e dell’uomo. Dio manifesta se stesso all’uomo, gli si comunica, e l’uomo alla luce della parola di Dio, si riconosce per quello che è realmente. Per alcuni è parola di speranza, per altri di duro richiamo alla conversione e alla giustizia, per altri di incoraggiamento a non disperdere le proprie energie.
Ognuno esce con un piccolo progetto. Il “come impiegare la vita” è una domanda a cui la parola riporta ogni volta che la si celebra. E ogni volta il Signore invita a muoversi con fantasia, liberi rispetto ai pesi e condizionamenti del passato.

Doniamo e riceviamo in dono!
Dal raccogliere e offrire ciò che abbiamo: il pane e il vino… a ricevere in dono, in contraccambio, il Signore Gesù nel segno del pane e del vino
L’eucaristia è una esperienza per apprendere a farsi dono. C’è il dono di Dio all’uomo, celebrato nel dono della salvezza realizzata nella morte e risurrezione di Gesù, e c’è il dono dell’uomo a Dio celebrato nel donare ciò che si è e ciò che si ha, con fiducia nel Signore della vita. Questo donarsi di Dio e dell’uomo costituisce la struttura fondamentale dell’eucaristia e coinvolge persone, oggetti, situazioni.
I doni, che possono essere di natura varia, sono sintetizzati nel pane e nel vino, che sono alimenti lavorati dall’arte degli uomini, che raccolgono quanto è sparso sui monti e ne fanno un pane e un vino: l’uomo li offre a Dio come espressione del dono di sé. Dio li offre all’uomo trasformati in corpo e sangue di Gesù.
Il dono e la gratuità dell’eucaristia rivelano qualcosa che l’uomo già intuisce ogni giorno: c’è vita dove c’è dono e scambio gratuito; il fondamento della vita è il dono reciproco tra Dio e l’uomo. Questa intuizione nell’eucaristia viene svelata e compresa nelle sue radici e trasforma l’uomo rendendolo capace di dono. Chi vive l’eucaristia non può sottrarsi alla logica del libero donarsi tra creature, coinvolgendo gli oggetti della natura e i fatti che si succedono.
Si apprende a far esistere gli altri attraverso il dono e si apprende che è ciò che costituisce l’esistenza: siamo se facciamo esperienza di dono.
Così l’eucaristia contesta una vita impostata sulle logiche del possesso, sfruttamento, manipolazione della libertà degli altri. Contesta la riduzione dell’uomo a maschera, a ruolo impersonale, a pedina di un sistema. E contesta la distruzione della natura a terreno di lotta e strumento della reciproca distruzione. Viene contestata anche la logica che misura gli uomini per quel che rendono, per l’utilità sociale, per il tornaconto economico. Per chi celebra l’eucaristia l’aver sperimentato rapporti gratuiti con persone che più non possono lavorare o mai hanno potuto farlo perché handicappate, il riconoscimento tra persone al di là della loro utilità cosiddetta sociale, diventa un impegno assoluto.

Ci sentiamo in famiglia attorno alla mensa!
Dal riconoscerci figli del Padre “buono”… ad accogliere gli altri “figli” come “fratelli e sorelle”, sedersi all’unica mensa e fare comunione
La mensa della parola sfocia naturalmente nella mensa del pane eucaristico e prepara la comunità a viverne le molteplici dimensioni, che assumono nell’eucaristia domenicale un carattere particolarmente solenne. Nel tono festoso del convenire di tutta la comunità nel “giorno del Signore”, l’eucaristia si propone in modo più visibile che negli altri giorni come la grande “azione di grazie”, con cui la Chiesa, colma dello Spirito, si rivolge al Padre, unendosi a Cristo e facendosi voce dell’intera umanità.
La scansione settimanale suggerisce di raccogliere in grata memoria gli eventi dei giorni appena trascorsi, per rileggerli alla luce di Dio, e rendergli grazie per i suoi innumerevoli doni, glorificando “per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo”.
La partecipazione dell’intera comunità assume una particolare evidenza nel convenire domenicale, che consente di portare all’altare la settimana trascorsa con l’intero carico umano che l’ha segnata.
È un convito pasquale e incontro fraterno. È importante inoltre che si prenda coscienza viva di quanto la comunione con Cristo sia profondamente legata alla comunione con i fratelli. L’assemblea eucaristica domenicale è un evento di fraternità, che la celebrazione deve mettere bene in evidenza, pur nel rispetto dello stile proprio dell’azione liturgica. A ciò contribuiscono il servizio dell’accoglienza e il tono della preghiera, attenta ai bisogni dell’intera comunità. Lo scambio del segno della pace, significamene posto prima della comunione eucaristica, è un gesto particolarmente espressivo, che i fedeli sono invitati a fare come manifestazione del consenso dato dal popolo di Dio a tutto ciò che si è compiuto nella celebrazione e dell’impegno di vicendevole amore che si assume partecipando all’unico pane, nel ricordo dell’esigente parola di Cristo: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).
L’eucaristia è un insieme di gesti comunitari; non è la somma di singole preghiere o azioni, ma un unico gesto che nasce dal sentirsi un cuore solo e una sola famiglia. Insieme si canta e si prega, insieme si proclama “Padre nostro”, insieme si va a ricevere la comunione.
L’eucaristia è la celebrazione di quanti prendono coscienza di essere figli di un Dio che è Padre, come Gesù ci ha insegnato, e accolgono gli altri “figli” come “fratelli e sorelle”, ai quali augurano pace e serenità. Solo così ci si può sedere a mensa e “mangiare” insieme il corpo del Signore. Stare attorno allo stesso tavolo significa essere una famiglia; infatti attorno alla mensa si celebrano gli avvenimenti più significativi della vita.
L’eucaristia non è un pasto ordinario ma è una celebrazione secondo il comando del Signore. Si tratta di ripetere ciò che il Signore ha fatto con i dodici apostoli, una celebrazione dell’alleanza “in fraternità”.

Ci impegniamo per cambiare noi stessi e il mondo!
Dal ringraziare per nuove energie e risorse ricevute in dono dal Signore e dalla comunità… al condividere e mettersi a servizio degli “altri”, “fratelli” anch’essi nel Signore Gesù
Si passa dalla mensa alla “missione”. Ricevendo il pane di vita, i discepoli di Cristo si dispongono ad affrontare, con la forza del Risorto e del suo Spirito, i compiti che li attendono nella loro vita ordinaria. In effetti, per il fedele che ha compreso il senso di ciò che ha compiuto, la celebrazione eucaristica non può esaurirsi all’interno del tempio. Come i primi testimoni della risurrezione, i cristiani convocati ogni domenica per vivere e confessare la presenza del Risorto sono chiamati a farsi nella loro vita quotidiana evangelizzatori e testimoni.
Dopo lo scioglimento dell’assemblea, il discepolo di Cristo torna nel suo ambiente abituale con l’impegno di fare di tutta la sua vita un dono, un sacrificio spirituale gradito a Dio. Egli si sente debitore verso i fratelli di ciò che nella celebrazione ha ricevuto, non diversamente dai discepoli di Emmaus i quali, dopo aver riconosciuto “alla frazione del pane” il Cristo risuscitato, avvertirono l’esigenza di andare subito a condividere con i loro fratelli la gioia dell’incontro con il Signore.
La Messa finisce; la settimana comincia. È tutta la vita della comunità cristiana locale che è impegnata nell’assemblea della domenica, anche se alcuni sono assenti per diversi motivi. La Messa non è una entità a se stante e coloro che vi prendono parte sono coinvolti nelle attività di educazione, di evangelizzazione, di catechesi, di aiuto reciproco. Anche se tutte queste cose sono attività di persone e gruppi differenti e complementari, hanno però le loro radici nell’assemblea domenicale.
Prima dello scioglimento dell’assemblea, c’è quindi uno spazio per le informazioni, gli avvisi e annunci alla comunità. È bene che siano fatte dalle stesse persone che poi vi sono coinvolte con ruoli di responsabilità e di collaborazione fattiva..
Per rendere più concreti gli impegni proclamati e per i quali si è pregato in chiesa attorno all’altare, è auspicabile fare l’esperienza di un “dopo-celebrazione”, di un tempo più prolungato, in cui ci si incontra fraternamente per dialogare, confrontarsi su quanto emerso nella celebrazione, condividere delle strategie di realizzazione, prendersi degli impegni personalmente e in gruppo. Occorre organizzare in modo che i vari membri delle famiglie (bambini con i bambini, ragazzi con ragazzi, giovani con giovani, adulti con adulti…) possano vivere questo tempo “insieme” in maniera gioiosa, interessante, costruttiva. Per dare più respiro si può mangiare insieme, condividendo quanto preparato a casa propria, facilitando la partecipazione di tutti con le cose più semplici.

Nello stile della solidarietà
Di fatto, fin dai tempi apostolici, la riunione domenicale è stata per i cristiani un momento di condivisione fraterna nei confronti dei più poveri. “Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare” (1 Cor 16,2). Qui si tratta della colletta organizzata da Paolo per le Chiese povere della Giudea: nell’eucaristia domenicale il cuore credente si allarga alle dimensione della Chiesa. Ma occorre cogliere in profondità l’invito dell’Apostolo, che lungi dal promuovere un’angusta mentalità dell’ “obolo”, fa piuttosto appello a una esigente cultura della condivisione, attuata sia tra i membri stessi della comunità che in rapporto all’intera società.
L’eucaristia è evento e progetto di fraternità. Dalla messa domenicale parte un’onda di carità, destinata ad espandersi in tutta la vita dei fedeli, iniziando ad animare il modo stesso di vivere il resto della domenica. Se essa è giorno di gioia, occorre che il cristiano dica con i suoi concreti atteggiamenti che non si può essere felici “da soli”. Egli si guarda attorno, per individuare le persone che possono aver bisogno della sua solidarietà. Può accadere che nel suo vicinato o nel suo raggio di conoscenze vi siano ammalati, anziani, bambini, immigrati che proprio di domenica avvertono in modo ancora più cocente la loro solitudine, le loro necessità, la loro condizione di sofferenza. Certamente l’impegno per loro non può limitarsi ad una sporadica iniziativa domenicale. Ma posto un atteggiamento di impegno più globale, perché non dare al giorno del Signore un maggior tono di condivisione, attivando tutta l’inventiva di cui è capace la carità cristiana? Invitare a tavola con sé qualche persona sola, fare visita a degli ammalati, procurare da mangiare a qualche famiglia bisognosa, dedicare qualche ora a specifiche iniziative di volontariato e di solidarietà, sarebbe certamente un modo per portare nella vita la carità di Cristo attinta alla mensa eucaristica.
Educare ed educarsi alla domenica è recuperare il senso del gratuito dove la persona, libera dall’ossessione della competizione e del confronto come pure dall’affanno dell’occupazione della preoccupazione, vive nel contemplare quanto riceve gratuitamente.
Vissuta così, non solo l’eucaristia domenicale, ma l’intera domenica diventa una grande scuola di carità, di giustizia e di pace. La presenza del Risorto in mezzo ai suoi si fa progetto di solidarietà, urgenza di rinnovamento interiore, spinta a cambiare le strutture di peccato in cui i singoli, le comunità, talvolta i popoli interi sono irretiti.

Il giorno della famiglia

Si riparte dalla casa della comunità e si ritorna alla casa propria, al proprio lavoro con un nuovo stile di vita, con più energia: quella del Signore, con più coraggio: quello dello Spirito.
Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico – vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago – uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all’ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento di gioia e di distensione “insieme”.
Il carattere festoso dell’eucaristia domenicale esprime la gioia che Cristo trasmette alla sua Chiesa attraverso il dono dello Spirito. La gioia è appunto uno dei frutti dello Spirito Santo.
Per cogliere dunque in pienezza il senso della domenica, occorre riscoprire questa dimensione dell’esistenza credente. Certamente, essa deve caratterizzare tutta la vita, e non solo un giorno della settimana. Ma la domenica, in forza del suo significato di giorno del Signore risorto, nel quale si celebra l’opera divina della creazione e della “nuova creazione”, è giorno di gioia a titolo speciale, anzi giorno propizio per educarsi alla gioia, riscoprendone i tratti autentici e le radici profonde. In questa prospettiva di fede, la domenica cristiana è un autentico “far festa”, un giorno da Dio donato all’uomo per la sua piena crescita umana e spirituale.
Per i cristiani non è normale che la domenica, giorno di festa e di gioia, non sia anche giorno di riposo e resta comunque per essi difficile “santificare” la domenica, non disponendo di un tempo libero sufficiente.
Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali, per le quali ci agitiamo, durante la settimana, lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell’incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto. Partecipare agli interessi dei più piccoli diventa occasione per capire meglio i propri figli. Andare con i più grandicelli a fare una passeggiata o a vedere una partita di calcio permette di partecipare con passione a un evento, che può diventare argomento di dialogo e confronto, e conoscere come ci si comporta nei momenti di entusiasmo.
Le stesse bellezze della natura – troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l’uomo – possono essere riscoperte e profondamente gustate. Una escursione in montagna “in famiglia” può essere una occasione in cui ci si mette al passo dei più piccoli e dei più deboli, per avere la soddisfazione di arrivare alla meta “insieme”, come famiglia.
Giorno di pace dell’uomo con Dio, con se stesso e con i propri familiari, la domenica diviene così anche momento in cui l’uomo è invitato a gettare uno sguardo rigenerato sulle meraviglie della natura. L’uomo si fa allora più consapevole, secondo le parole dell’Apostolo, che “tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera” (1 Tm 4,4-5). Se dunque, dopo sei giorni di lavoro – ridotti in verità già per molti a cinque – l’uomo cerca un tempo di distensione e di migliore cura di altri aspetti della propria vita, ciò risponde ad un bisogno autentico, in piena armonia con la prospettiva del messaggio evangelico.
Percepita e vissuta così, la domenica, il primo giorno della settimana, diventa in qualche modo l’anima degli altri giorni, sorgente di energie nuove e di entusiasmo per ritornare allo studio, al lavoro, all’incontro con l’altro. La domenica è un’autentica scuola, un itinerario permanente di pedagogia ecclesiale. Giorno di incontro, di ringraziamento, di comunione, di gioia e di festa, essa si riverbera sulla famiglia e sulla società, irradiando energie di vita e motivi di speranza. La domenica è un invito a guardare in avanti, è il giorno in cui la comunità cristiana grida a Cristo il suo “Maràna tha: vieni, o Signore!”. In questo grido di speranza e di attesa attiva, essa si fa compagnia e sostegno della speranza degli uomini.