Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici

 

 

 

PARTE TERZA

PER RILANCIARE LA SCELTA EDUCATIVA-PASTORALE OGGI


Il problema più delicato di questi anni “postconciliari” è quello di riscoprire i criteri essenziali, che hanno guidato alcune scelte fondamentali della Chiesa, e trovare il modo pratico di tradurre nella vita i grandi contenuti dei documenti. Un obiettivo da riproporre continuamente alle comunità è la “conversione” del modo pratico di essere e di agire. È urgente ripensare l’impostazione della pastorale, in fedeltà al Concilio, e nel farlo ci si deve proporre un obiettivo ben definito di conversione nella vita quotidiana. La vocazione di evangelizzatori si fa reale quando è vissuta nel progetto educativo e pastorale della comunità.
In questo momento storico è attuale l’invito di Giovanni Paolo II: “Duc in altum!: Questa parola risuona oggi per noi, e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!” (NMI 1).


Capitolo 7
Il criterio dell'Incarnazione


Nella lettera apostolica “Novo millennio ineunte” il Papa offre la base di questo impegno-missione di educare ed evangelizzare. Questo radicarsi della Chiesa nel tempo e nello spazio riflette, in ultima analisi, il movimento stesso dell’Incarnazione. Il cristianesimo è grazia, è la sorpresa di un Dio che si è messo al passo con la sua creatura. Il cristianesimo è religione calata nella storia! È sul terreno della storia, infatti che Dio ha voluto stabilire con Israele un’alleanza e preparare con la nascita del Figlio dal grembo di Maria nella pienezza del tempo. La sua Incarnazione, culminante nel mistero pasquale e nel dono dello Spirito, costituisce il cuore pulsante del tempo.
Per la fede della Chiesa è essenziale e irrinunciabile affermare che davvero il Verbo “si è fatto carne” e ha assunto tutte le dimensioni dell’uomo, tranne il peccato. In Gesù Dio ha fatto splendere il suo volto sopra di noi. Al tempo stesso, Dio e uomo qual è, egli ci rivela anche il volto autentico dell’uomo, “svela pienamente l’uomo all’uomo”. Gesù è l’uomo nuovo, che chiama a partecipare alla sua vita divina l’umanità redenta. Nel mistero dell’Incarnazione sono poste le basi per un’antropologia che può andare oltre i propri limiti e le proprie contraddizioni, movendosi verso Dio stesso. Solo perché il Figlio di Dio è diventato veramente uomo, l’uomo può, in lui e attraverso di lui, divenire realmente figlio di Dio.
Se siamo partiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…”. Questa pagina non è un semplice invito alla carità, è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Non va dimenticato che nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che “con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”.

Un volto da “contemplare” per farlo “vedere”

Il Papa ricorda una pagina di vangelo (Gv 12,21), che può diventare una icona per chi vuole annunciare Gesù il Signore. “Vogliamo vedere Gesù” hanno chiesto alcuni pellegrini all’apostolo Filippo. Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”. E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio?
La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto.

Uno stile di carità pastorale

L’impegno di educare per un credente si presenta come una attività chiaramente “pastorale”. Questo significa che l’educatore cristiano pone al vertice delle sue preoccupazioni, e quindi del suo stesso interesse, anche per i più piccoli, la loro educazione alla fede. La spinta “pastorale” dell’impegno di educazione alla fede porta a unire tra loro l’educazione e l’evangelizzazione. L’educatore cristiano esclude, di fatto, nella sua attività educativa e pastorale una qualsiasi dissociazione tra educazione ed evangelizzazione
Si è convinti che educazione ed evangelizzazione sono attività distinte nel loro ordine. Sono però strettamente connesse sul piano pratico dell’esistenza. È la persona che vive, cresce e matura in senso umano e cristiano. La comunità educa ed evangelizza secondo un progetto di promozione integrale dell’uomo, orientato positivamente a Cristo, uomo perfetto.
Si può indicare e descrivere la sua azione apostolica dicendo che è impegnata a “educare evangelizzando ed evangelizzare educando”.

Educare “evangelizzando”

Educare evangelizzando vuol dire far crescere l’uomo completo, integrale, con un modello: Gesù di Nazaret. Vuol dire che il processo educativo con i suoi contenuti e con la sua metodologia ha un orientamento chiaro e positivo.
L’arte educativa è “pastorale”, non solo nel senso che da parte dell’educatore nasce ed è alimentata esplicitamente e quotidianamente dalla carità apostolica, ma anche nel senso che tutto il processo educativo, con i suoi contenuti e con le sue metodologie, è orientato al fine di incontrare il Signore Gesù e vivere in pienezza la propria vita. Comporta l’impegno assai più convinto e profondo di aprirsi ai valori del Vangelo, educarsi al pensiero di Cristo, a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come insegna lui, a vivere in lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo.
La pedagogia cristiana intende proporre una educazione situata realisticamente al di dentro della vita concreta e integrale dell’uomo, soprattutto il giovane, come un’arte pratica per imparare a crescere in pienezza.
“Educare evangelizzando” significa “raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza” (EN 19).

Evangelizzare educando

Evangelizzare educando significa annunciare Gesù come Salvatore, far crescere l’uomo credente in Cristo, tenendo presente la sua situazione di vita e l’ambiente in cui sta crescendo. Vuol dire che il cammino di educazione alla fede con i suoi contenuti fondamentali sceglie una modalità che esprime attenzione e rispetto dei valori umani, che lega profondamente il Vangelo con la cultura dell’ambiente, che ha soprattutto il senso realista della gradualità e della progressività.
Così la pastorale non si riduce mai a sola catechesi o a sola liturgia, ma spazia in tutti i concreti impegni di carattere educativo e culturale della vita, soprattutto dei ragazzi e dei giovani. L’azione pastorale si situa all’interno del processo di promozione umana, con un senso critico delle sue deficienze, ma anche con una visione globalmente ottimista della maturazione umana, nella convinzione che il vangelo deve essere seminato nelle situazioni di vita concreta per portare i credenti, giovani e adulti, ad impegnarsi generosamente nella comunità credente, nella società e nella storia.
Si opera con il senso realista della gradualità. Imitando la pazienza di Dio, si incontrano le persone al punto in cui si trova la loro libertà e la loro fede. Occorre quindi moltiplicare gli sforzi per illuminarle e stimolarle rispettando il delicato processo della fede. L’arte educativa tende a far sì che ogni persona sia progressivamente responsabile della propria formazione e della propria vita.
È un processo pedagogico che tiene conto di tutti i dinamismi umani e crea nelle persone, giovani e adulti, le condizioni di accettazione per una risposta cosciente e libera. L’impegno di evangelizzare educando richiede particolari esigenze per una sua realizzazione autentica e completa: l’essere dei veri educatori ed evangelizzatori come persone e come comunità; considerare il mondo della cultura con i suoi valori, le sue istituzioni e le sue scienze come l’ambiente in cui realizzare la missione pastorale.

Una vita “nuova” alla luce della “grazia di unità”

Ci vuole una “nuova evangelizzazione: “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione” (Giovanni Paolo II). Il Vangelo non cambia, però bisogna saperne parlare come un messaggio per le esigenze di oggi. Una evangelizzazione nuova nel suo ardore suppone una fede solida, una carità pastorale intensa e una forte fedeltà che, sotto l’azione dello Spirito, generi una spiritualità, un entusiasmo incontenibile nel compito di annunciare il vangelo, in grado di risvegliare la capacità di credere per accogliere la buona novella della salvezza.
Essere nuovi nell’ardore significa possedere dentro un dinamismo che ci fa pensare, parlare, studiare, agire e amare; che ci muove dal di dentro come persone; che ci mette di fronte alla realtà per interrogarla e analizzarla. I dinamismi, le grandi forze interiori del cristiano sono la fede, la speranza e la carità. La vita interiore è la coscienza e l’esercizio di questi dinamismi dono del Signore che permeano la persona.
Ci vuole “fede”, che un “vedere al di là”, avere una visione globale che interpreta la realtà in cui si è immersi. Essa comporta un esercizio continuo dell’intelligenza, che scruta la realtà cercando di collocarsi nell’ottica di Dio: è una visione del reale in profondità, non in superficie. Con la fede si cercano i disegni di Dio negli avvenimenti, nelle cose, nelle persone, nelle difficoltà, nelle gioie e nei successi. Con la vita di fede la intelligenza oltrepassa i simboli e la parola di Dio per portare la mente a pensare, giudicare, riflettere, stimare, ascoltare, contemplare, impegnarsi di fronte alla realtà di ogni giorno con un tipo di attenzione ispirata a come farebbe, penserebbe, giudicherebbe Gesù Cristo stesso. La vita interiore si appoggia sul dinamismo di una fede che impegna continuamente ad avere uno sguardo critico, per valutare tutte le cose in profondità.
È un esercizio di fede che comporta ottimismo: il guardare globalmente la realtà senza scoraggiarsi per il male, ma privilegiando la considerazione di quanto c’è di bene. L’esercizio della fede deve portare ad atteggiamenti di gratitudine per il bene e a progettazioni pastorali e pedagogiche per la cura di ogni germe di bontà, che è presente in ciascuno.
Ci vuole “speranza”, che è un “progettare al di là”, avere una progettazione delle nostre attività nell’impegno di salvezza. La speranza deve tradursi in progetti concreti di attività di salvezza, così come lo farebbe Gesù Cristo. L’intelligenza di fede che osserva la realtà non vi trova solo del bene, ma scopre anche il male: anzi, purtroppo a volte si vede più il male che il bene. D’altra parte il bene stesso appare nel mondo come un seme da coltivare, da far crescere, da difendere e da portare alla raccolta. Il dinamismo della speranza ci muove a progettare attività di bene per la salvezza delle persone.
La vita interiore si appoggia anche sul dinamismo di una speranza che muove a intervenire coraggiosamente nel divenire della realtà. È un esercizio di speranza attiva che conta sulle energie, che ci vengono dalla resurrezione del Cristo e dalla potenza dello Spirito Santo per aprire il cuore alla bontà del Signore, che salva. Spinge a mettersi in fretta al lavoro per risolvere i problemi che si presentano nell’attività di educazione ed evangelizzazione.
Ci vuole “carità”, che è un “amare al di là”, avere un atteggiamento di amore verso le persone, in quanto ogni persona è “immagine” e “volto” del Signore. Se i dinamismi della fede e della speranza ci fanno guardare e affrontare la realtà in profondità e con tutta la sua complessità di bene e di male, la carità mette in primo piano le persone per avere verso di loro, chiunque esse siano, un atteggiamento di fraternità, di amore, di bontà di servizio, di dedizione, di perdono: la carità tutto scusa, di tutti ha fiducia, tutto sopporta, non perde mai la speranza.
È l’esercizio di una carità pastorale che viene caratterizzata dalla “grazia di unità”: unità tra lo sguardo su Dio – adorazione, ascolto, preghiera – e l’impegno di salvezza che lancia tra le persone concrete, “in modo però che questo impegno non sia una distrazione da quello sguardo, e che lo sguardo non sia una evasione dall’impegno, ma l’uno alimenti l’altro; l’uno sia il supporto, il momento di riferimento e di ricarica per l’altro” (E. Vigano).
Lo Spirito Santo chiama il credente ad una opzione di esistenza cristiana che è simultaneamente educativa ed evangelizzatrice. Gli dona perciò la grazia di unità per vivere il dinamismo dell’azione apostolica e la pienezza della vita interiore in un unico movimento di carità verso Dio e verso il prossimo. È con l’esercizio di una simile carità pastorale che si riesce ad essere impegnati nella evangelizzazione e nella promozione umana (evangelizzare educando ed educare evangelizzando). Così i progetti di educazione e di pastorale sono espressione di amore verso i fratelli e verso il Signore.
È necessario e urgente che la comunità credente si impegni a:
- scegliere di seguire un itinerario di educazione alla fede;
- passare con fiducia dalla collaborazione con i laici alla corresponsabilità dei laici;
- considerare la famiglia, chiesa domestica, soggetto responsabile di vita cristiana;
- vivere la domenica come giorno della comunità.