Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici 


Capitolo 5
Gli anni 2000


La Chiesa è invitata da Papa a “prendere il largo”. Duc in altum! Questa parola risuona oggi per noi e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!”.

Il movimento dell'Incarnazione

Il 6 gennaio 2001 il Papa indica elementi di riflessione per una proposta di educazione alla fede a partire dal principio di Incarnazione nel documento “Novo Millennio Ineunte”.
È soprattutto nel concreto di ciascuna Chiesa che il mistero dell’unico popolo di Dio assume quella speciale configurazione che lo rende aderente ai singoli contesti e culture. Questo radicarsi della Chiesa nel tempo e nello spazio riflette, in ultima analisi, il movimento stesso dell’Incarnazione. Ogni comunità deve compiere una verifica del suo fervore e recuperare nuovo slancio per il suo impegno spirituale e pastorale, perché la Chiesa risplenda sempre di più nella varietà dei suoi doni e nell’unità del suo cammino (cf n.3).
Il cristianesimo è grazia, è la sorpresa di un Dio che, non pago di creare il mondo e l’uomo, si è messo al passo con la sua creatura, e dopo aver parlato a più riprese e in diversi modi per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (cf n.4).
Il cristianesimo è religione calata nella storia! È sul terreno della storia, infatti che Dio ha voluto stabilire con Israele un’alleanza e preparare così la nascita del Figlio dal grembo di Maria. Cristo è il fondamento e il centro della storia. La sua Incarnazione, culminante nel mistero pasquale e nel dono dello Spirito, costituisce il cuore pulsante del tempo, l’ora misteriosa in cui il regno di Dio si è fatto vicino, anzi ha messo radici, come seme destinato a diventare un grande albero, nella storia (cf n.5).
Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere” (cf n.16).
Per la fede della Chiesa è essenziale e irrinunciabile affermare che davvero il Verbo “si è fatto carne” e ha assunto tutte le dimensioni dell’umano, tranne il peccato. In questa prospettiva, l’Incarnazione è veramente una “kenosi”, uno spogliarsi, da parte del Figlio di Dio, di quella gloria che egli possiede dall’eternità, per farsi uno di noi (cf n.22).
Al tempo stesso, Dio e uomo qual è, egli ci rivela anche il volto autentico dell’uomo, svela pienamente l’uomo all’uomo. Gesù è l’uomo nuovo, che chiama a partecipare alla sua vita divina l’umanità redenta. Nel mistero dell’Incarnazione sono poste le basi per un’antropologia che può andare oltre i propri limiti e le proprie contraddizioni, movendosi verso Dio stesso. Solo perché il Figlio di Dio è diventato veramente uomo, l’uomo può in lui e attraverso di lui, divenire realmente figlio di Dio (cf n.23).
Bisogna scommettere sulla carità, che rende visibile il Cristo in modo concreto. Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Questa pagina non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Certo non va dimenticato che nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ma stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c’è una sua presenza speciale, che impone alla Chiesa un’opzione preferenziale per loro (cf n.49).
È l’ora di una nuova “fantasia della carità”. L’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole (cf n.50).
Il versante etico-sociale si propone come dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana; si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione. “Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall’incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più esigente” (GS 34) (cf n.52).

Per dare un'anima al mondo

Il 29 giugno 2001 è stato pubblicato il documento “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” con gli “orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000”.
Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa. Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita. La dedizione a questo compito ci chiede di essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative, fiduciosi nella parola di Cristo: Duc in altum! (cf n.32).
Vanno tenute presenti due attenzioni tra loro complementari anche se, a prima vista, contrapposte. La prima consiste nello sforzo di mettersi in ascolto della cultura del nostro mondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Non si può affatto escludere, inoltre, che i non credenti abbiano qualcosa da insegnare ai credenti riguardo alla comprensione della vita e che dunque, per vie inattese, il Signore possa in certi momenti farci sentire la sua voce attraverso di loro. Vi è un Dio ignoto che abita nei cuori degli uomini e che è da essi cercato (cf n.34).
Vi è una novità irriducibile del messaggio cristiano: Gesù Cristo, pur additando un cammino di piena umanizzazione, è venuto a renderci partecipi della vita divina, di quella che felicemente è stata chiamata “l’umanità di Dio”. I cristiani sono uomini come tutti gli altri, pienamente partecipi della vita nella città e nella società, dei successi e dei fallimenti sperimentati dagli uomini; ma sono anche ascoltatori della Parola, chiamati a trasmettere la differenza evangelica nella storia, a dare un’anima al mondo, perché l’umanità tutta possa incamminarsi verso quel Regno per il quale è stata creata (cf n.35).
Per dare concretezza alle decisioni indicate si richiede “una conversione pastorale”, e per imprimere un dinamismo missionario bisogna delineare i due livelli specifici, ai quali ci pare si debba rivolgere l’attenzione nelle nostre comunità locali. Si tratta di aver presente la “comunità eucaristica”, cioè coloro che si riuniscono nella eucaristia domenicale, e in particolare quanti collaborano regolarmente alla vita delle parrocchie; si passa quindi ad affrontare la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno sporadico, in occasioni particolari della vita.
Una chiesa che dalla contemplazione del Verbo della vita si apre al desiderio di condividere e comunicare la sua gioia, non leggerà più l’impegno dell’evangelizzazione del mondo come riservato agli “specialisti”, ma lo sentirà come proprio di tutta la comunità (cf n.46).
Per quanto riguarda la famiglia, va ricordato che essa è il luogo privilegiato dell’esperienza dell’amore, nonché dell’esperienza e della trasmissione della fede. La famiglia è l’ambiente educativo e di trasmissione della fede per eccellenza: spetta dunque anzitutto alle famiglie comunicare i primi elementi della fede ai propri figli, sin da bambini. Sono esse le prime “scuole di preghiera”, gli ambienti in cui insegnare quanto sia importante stare con Gesù ascoltando i vangeli che ci parlano di lui. I coniugi cristiani sono i primi responsabili di quella “introduzione” all’esperienza del cristianesimo di cui poi chi è beneficiario porterà in sé il seme per tutta la vita (cf n.52).

In atteggiamento di verifica

È una storia di 40 anni di proposte e orientamenti pastorali, che sotto l’ispirazione dello Spirito del Signore, a partire dal Concilio, hanno dato impulso al dialogo, al rinnovamento, alla evangelizzazione, alla testimonianza della carità, all’impegno di comunicare il vangelo in un mondo che cambia..
È segno di realismo per ogni impegno pastorale realizzare ogni tanto una verifica. Si tratta di impostare la verifica, non come fatto eccezionale, quando le cose vanno male, ma come elemento normale di un cammino che vuole essere educativo. La verifica deve diventare un atteggiamento permanente di chi vuole prendere coscienza di quanto si sta facendo e come possa essere migliorato e rilanciato.
Per quanto riguarda la verifica dei vari piani “pastorali, ci sono state in alcune tappe del cammino di Chiesa indicazioni talvolta interessanti e stimolanti. Per il piano “evangelizzazione e sacramenti” è stata realizzata una ricerca su “cosa si fa in Italia” e c’è stato un invito a fare “un esame di coscienza comunitario”, affermando che “accettando di esaminarsi insieme, già si dà la prova di volere il rinnovamento dei metodi e di impegni la cui esigenza venisse evidenziata”.
A metà percorso degli anni 70 è stato indetto e celebrato il convegno “evangelizzazione e promozione umana”. È stata offerta una “traccia per la revisione e il rinnovamento di mentalità e di vita nella comunità ecclesiale”.
Il cammino pastorale di questi anni con i piani decennali ha avuto momenti di verifica nei convegni ecclesiali, che sono stati celebrati a metà percorso. Ma non sempre la verifica è stata condotta con impegno e serietà. Il testo che si intitola “verifica degli orientamenti pastorali per gli anni 90” è stato offerto alle comunità diocesane e locali nel 1998. La proposta di un discernimento comunitario è indubbiamente un fatto ecclesiale di grande rilievo, sia come metodo di lavoro sia come segno di comunione e di comunità. Merita di essere accolta con la più grande attenzione e di essere estesa in modo capillare al tessuto di base delle comunità locali. In tal caso senz’altro potrà apparire un concreto ed efficace contributo alla “conversione pastorale” delle comunità cristiane, raccomandata da tutti i documenti ecclesiali, stimolando la pastorale ordinaria ad accentuare la sua dimensione educativa e missionaria secondo le istanze del progetto culturale.
Il discernimento comunitario diventa una scuola di vita cristiana, una via per sviluppare l’amore reciproco, la corresponsabilità, l’inserimento nel mondo a cominciare dal proprio territorio.
La risposta è stata scarsa e incompleta, ed è molto significativo per la mentalità di tipo ecclesiale nei riguardi del discernimento come verifica.
Per la prima volta in un documento programmatico per un decennio “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” i vescovi con molto coraggio e chiarezza hanno affermato: “Le proposte pastorali dei vescovi italiani, nel corso degli ultimi trent’anni, hanno rimarcato con vigore la centralità dell’educazione alla fede e della sua comunicazione. A partire dal Concilio, alcune scelte significative sono state compiute ad esempio con il progetto catechistico e l’impegno per il rinnovamento liturgico, quindi con la sottolineature della comunità quale soggetto dell’evangelizzazione e, infine, evidenziando il segno della carità come qualificante la missione cristiana.
Dobbiamo chiederci: la comunicazione delle proposte che abbiamo formulato, anche attraverso convegni e documenti, è stata comprensibile per la gente e ha saputo toccare il suo cuore? Coloro che sono gli strumenti vivi e vitali della traduzione degli orientamenti pastorali – sacerdoti, religiosi, operatori pastorali – si sono coinvolti in maniera corresponsabile e intelligente nel cammino delle loro Chiesa locali? E i singoli credenti stanno affrontando il loro cammino cristiano non individualisticamente, bensì nel contesto della comunità dei discepoli di Cristo, che è la Chiesa? E noi vescovi abbiamo saputo dare gli impulsi necessari perché i nostri stessi documenti pastorali non restassero lettera morta?” (cf n.44).