Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici

 

 

Capitolo 4
Gli anni 90


La Chiesa si presenta all’insegna della testimonianza con una chiesa, che esprime vita all’interno ed è invitata a uscire “fuori” ed essere segno e portatrice dell’amore di Dio a tutti gli uomini di buona volontà.

L'uomo e l'incontro con Dio

Nel 1990 viene lanciato il piano pastorale “Evangelizzazione e testimonianza della carità”.
Il cammino promosso dal Concilio conduce le comunità cristiane ad ascoltare e ricomprendere in maniera rinnovata il Vangelo del Signore come la “verità dell’amore”. Il Vangelo infatti racconta non verità astratte, ma l’amore di Dio diventato storia, evento, nell’esistenza umana del Signore Gesù. La carità è dunque via privilegiata per la “nuova evangelizzazione” perché, mentre conduce ad amare l’uomo, apre all’incontro con Dio principio e ragione ultima di ogni amore (presentazione).
Un’autentica educazione alla fede, specialmente in un contesto sociale culturale caratterizzato da un forte pluralismo e portato a relativizzare ogni idea e proposta, non può prescindere dal porre la questione della verità e dal far maturare la consapevolezza che in Cristo ci è donata la verità che salva (cf n.8).
Ma la verità cristiana non è una teoria astratta. È anzitutto la persona vivente del Signore Gesù, che vive risorto in mezzo a suoi. Può quindi essere accolta, compresa e comunicata solo all’interno di un’esperienza umana integrale, personale e comunitaria, concreta e pratica, nella quale la consapevolezza della verità trovi riscontro nell’autenticità della vita (cf n.9). La “nuova evangelizzazione”, a cui Giovanni Paolo II chiama con insistenza la Chiesa, consiste anzitutto nell’accompagnare chi viene toccato dalla testimonianza dell’amore a percorrere l’itinerario che conduce alla confessione esplicita della fede e all’appartenenza piena alla chiesa. L’evangelizzazione deve passare in modo privilegiato attraverso la via della carità reciproca, del dono e del servizio (cf n.10).
Nell’edificazione di una comunità ecclesiale unita nella carità e nella verità di Cristo, è fondamentale la testimonianza e la missione della famiglia cristiana. Costituita dal sacramento del matrimonio “chiesa domestica”, la famiglia “riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la sua chiesa” (FC 17). Essa è il primo luogo in cui l’annuncio del vangelo della carità può essere da tutti vissuto e verificato in maniera semplice e spontanea: marito e moglie, genitori e figli, giovani e anziani (cf n.30).
Sono indicate tre vie per annunciare e testimoniare il vangelo della carità. Non si tratta di orientamenti esclusivi, ma di vie privilegiate attraverso le quali il vangelo della carità può farsi storia in mezzo alla nostra gente: l’educazione dei giovani al vangelo della carità è indicata come la prima via da seguire o tracciare.
Il metodo da seguire è quello dell’evangelizzazione di tutta l’esperienza giovanile. A tal fine la proposta evangelica, oltre che coraggiosa e integrale, deve essere attenta alle molte esigenze positive oggi diffuse come quelle della fraternità, solidarietà e autenticità, offrendo concreti sbocchi di impegno mediante esperienze di comunione e di servizio. Anche la fondamentale esigenza dell’amore umano ha bisogno di essere purificata dalle sue chiusure e deviazioni egoistiche, spesso legate a una comprensione superficiale e distorta della sessualità. In tal modo i giovani potranno sperimentare nella propria vita che il vangelo della carità accoglie, purifica e porta a insospettata pienezza ogni spinta verso il vero, il buono e il bello, e rende capaci di amare veramente (cf n.45)

La formazione dei catechisti alla comunicazione della fede

Negli “Orientamenti e itinerari di formazione dei catechisti” (1991) si afferma che la “stagione dei catechisti” chiama le Chiese particolari a un serio impegno pedagogico.
La formazione dei catechisti costituisce una priorità alla quale vanno oggi consacrate le migliori energie e che deve mirare a promuovere identità cristiane adulte e competenze specifiche per educare alla fede. Vengono offerti precise indicazioni per curare “la formazione alla comunicazione della fede” (cf n.2).
Principio ispiratore di tutta l’opera catechistica e di tutti coloro che la compiono è lo Spirito Santo. Soltanto lo Spirito è veramente competente per condurre ogni uomo alla fede in Gesù Signore e per guidarlo alla sua piena maturità. La competenza propria dei catechisti nella chiesa e della chiesa si misura dunque su questo obiettivo: assecondare l’azione dello Spirito che si prende cura di ogni uomo, dall’interno della sua coscienza e della sua libertà, per promuovere in lui la capacità della decisione di fede in Cristo Signore e la sua maturità, nelle e secondo le diverse età e condizioni della vita.
E ancora occorre ricordare che per plasmare personalità adulte, la fede richiede anche processi organici e sistematici, capaci di raccogliere in una visione unitaria tutte le esperienze della vita personale, sociale e spirituale. L’insieme delle competenze e l’arte dell’atto catechistico non sono riconducibili a sola abilità e preparazione professionale. Essi suppongono sempre anche una serie di atteggiamenti che si esprimono in sequenze di operazioni interiori, spirituali (cf n.3).
Circa il metodo dell’itinerario è chiaro che non si tratta di uno schema fisso da applicare a diverse situazioni, età o contenuti, né di semplici prestiti mutuati dalle scienze umane e della comunicazione. Come si può ben capire dall’insieme delle proposte si tratta dello sviluppo di una intuizione fondamentale, più volte ribadita e alla base del “metodo” dei catechismi: Dio, il Dio dei padri e Padre di Gesù Cristo, viene incontro agli uomini rispettando, liberando e promovendo le loro capacità e i loro ritmi di crescita, accogliendo la varietà delle età, delle culture, delle condizioni, coinvolgendo in tappe successive, secondo la sua sapiente pedagogia, che non nasconde le esigenze, ma le fa brillare come vangelo, come buona notizia.
La proposta dei contenuti della fede nel modo di un cammino che avvicina una meta per tappe progressive, con l’uso di strumenti adeguati, con attenzione alle situazioni, in modo da suscitare la libera adesione di tutta la persona è esigenza intrinseca alla fede stessa ed è segno di buona salute del servizio catechistico.

Il sacerdote uomo della missione e del dialogo

Nel 1992 nella “Pastores dabo vobis” il Papa ricorda che oggi la Chiesa si sente chiamata a rivivere quanto il Maestro ha fatto con i suoi apostoli con un impegno nuovo, sollecitata dall’assoluta necessità che la “nuova evangelizzazione” abbia nei sacerdoti i suoi primi “nuovi evangelizzatori” (cf n.2).
La vita e il ministero del sacerdote devono adattarsi a ogni epoca e ad ogni ambiente di vita. Egli deve perciò cercare di aprirsi, per quanto è possibile, alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti della società contemporanea, riconoscere i bisogni spirituali più profondi, determinare i compiti concreti più importanti, i metodi pastorali da adottare, e così rispondere in modo adeguato alle attese umane (cf n.5).
Proprio perché all’interno della Chiesa è l’uomo della comunione, il presbitero dev’essere, nel rapporto con tutti gli uomini, l’uomo della missione e del dialogo. Profondamente radicato nella verità e nella carità di Cristo, e animato dal desiderio e dall’imperativo di annunciare a tutti la sua salvezza, egli è chiamato a intessere rapporti di fraternità, di servizio, di comune ricerca della verità, di promozione della giustizia e della pace, con tutti gli uomini.
Oggi, in particolare, il prioritario compito pastorale della nuova evangelizzazione, che investe tutto il popolo di Dio e postula un nuovo ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per l’annuncio e la testimonianza del vangelo, esige dei sacerdoti radicalmente e integralmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla profonda comunione con il Papa, i vescovi e tra di loro, e da una feconda collaborazione con i fedeli laici, nel rispetto e nella promozione dei diversi ruoli, carismi e ministeri all’interno della comunità ecclesiale (cf n.18).
Il sacerdote è, anzitutto ministro della Parola di Dio, è consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, in modo che le sue parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti siano sempre più una trasparenza, un annuncio e una testimonianza del Vangelo (cf n.26).
Per una più profonda comprensione dell’uomo e dei fenomeni e delle linee evolutive della società, in ordine all’esercizio il più possibile “incarnato” del ministero pastorale, di non poca utilità possono essere le cosiddette “scienze dell’uomo”, come la sociologia, la psicologia, la pedagogia, la scienza dell’economia e della politica, la scienza della comunicazione sociale. Sia pure nell’ambito ben preciso delle scienze positive o descrittive, queste aiutano il futuro sacerdote a prolungare la “contemporaneità” vissuta da Cristo. “Cristo, diceva Paolo VI, si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa contemporaneità continui” (cf n.52).
La coscienza della Chiesa quale “comunione” preparerà il candidato al sacerdozio a realizzare una pastorale comunitaria, in cordiale collaborazione con i diversi soggetti ecclesiali: sacerdoti e Vescovo, sacerdoti diocesani e religiosi, sacerdoti e laici. Ma una simile collaborazione presuppone la conoscenza e la stima dei diversi doni e carismi, delle varie vocazioni e responsabilità che lo Spirito offre e affida ai membri del Corpo di Cristo; esige un senso vivo e preciso della propria e altrui identità nella Chiesa; chiede mutua fiducia, pazienza, dolcezza, capacità di comprensione e di attesa; si radica soprattutto su di un amore alla Chiesa più grande dell’amore a se stessi e alle aggregazioni alle quali si appartiene. Di particolare. Importanza è preparare i futuri sacerdoti alla collaborazione con i laici. “Siano pronti – dice il Concilio – ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme a loro riconoscere i segni dei tempi” (PO 9). Soprattutto è necessario insegnare e sostenere i laici a la loro vocazione a permeare e a trasformare il mondo con la luce del Vangelo, riconoscendo il loro compito e rispettandolo (cf n.59).

I consacrati per ricordare e servire il disegno di Dio sugli uomini

Nel 1996 nella “Vita consecrata” il Papa richiama i consacrati a testimoniare il Vangelo delle beatitudini, poiché compito peculiare della vita consacrata è di tener viva nei battezzati la consapevolezza dei valori fondamentali del Vangelo, testimoniando in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini (cf n.33). È necessario mantenere una fedeltà creativa. I religiosi sono invitati a riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità dei fondatori e delle fondatrici come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi (cf n.37).
Ci si deve impegnare a mettersi a servizio di Dio e dell’uomo. La vita consacrata ha il compito profetico di ricordare e servire il disegno di Dio sugli uomini. È progetto di un’umanità salvata e riconciliata. Per compiere opportunamente questo servizio, le persone consacrate devono avere una profonda esperienza di Dio e prendere coscienza delle sfide del proprio tempo, cogliendone il senso teologico profondo mediante il discernimento operato con l’aiuto dello Spirito. In realtà, negli avvenimenti storici si cela spesso l’appello di Dio a operare secondo i suoi piani con un inserimento attivo e fecondo nelle vicende del nostro tempo.
In questo modo la vita consacrata non si limiterà a leggere i segni dei tempi, ma contribuirà anche a elaborare e attuare nuovi progetti di evangelizzazione per le odierne situazioni. Tutto questo nella certezza di fede che lo Spirito sa dare anche alle domande più difficili le risposte appropriate. Sarà bene, a tal proposito, riscoprire quanto hanno sempre insegnato i grandi protagonisti dell’azione apostolica: occorre confidare in Dio come se tutto dipendesse da Lui e, al tempo stesso, impegnarsi generosamente come se tutto dipendesse da noi (cf n.73).
È urgente una presenza qualificata nel mondo dell’educazione. La comunità educativa diventa esperienza di comunione e luogo di grazia, dove il progetto pedagogico contribuisce ad unire in sintesi armonica il divino e l’umano, il Vangelo e la cultura, la fede e la vita.
La storia della Chiesa, dall’antichità ai nostri giorni, è ricca di ammirevoli esempi di persone consacrate che hanno vissuto e vivono la tensione alla santità mediante l’impegno pedagogico, proponendo allo stesso tempo la santità quale meta educativa. Di fatto, molte di esse hanno realizzato la perfezione della carità educando. Questo è uno dei doni più preziosi che le persone consacrate possono offrire anche oggi alla gioventù, facendola oggetto di un servizio pedagogico ricco di amore, secondo il sapiente avvertimento di san Giovanni Bosco: ”I giovani non siano solo amati, ma conoscano anche di essere amati” (cf n.96).
Per evangelizzare la cultura, i consacrati sono chiamati a individuare, nell’annuncio della parola di Dio, metodi più appropriati alle esigenze dei diversi gruppi umani e dei molteplici ambiti professionali, perché la luce di Cristo penetri ogni settore umano e il fermento della salvezza trasformi dall’interno il vivere sociale, favorendo l’affermarsi di una cultura permeata di valori evangelici (cf n.98). La prima forma di evangelizzazione sarà la stessa testimonianza della vita. Nel medesimo tempo la libertà di spirito favorirà quel “dialogo di vita”, per passare poi al “dialogo delle opere”, che prepara la via a una condivisione più profonda (cf n.102).

La domenica giorno della comunità

Il Papa nella lettera “Dies Domini” (1998) sulla santificazione della domenica, offre delle indicazioni utili per educare i credenti a far sì che da giorno del Signore diventi il giorno della comunità.
La risurrezione di Gesù è il dato originario su cui poggia la fede cristiana. “La domenica è il giorno della risurrezione, è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno (San Girolamo). Essa è in effetti per i cristiani la “festa primordiale”, posta non solo a scandire il succedersi del tempo, ma a rivelarne il senso profondo (cf n.2).
Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica. Occorre riscoprire con nuovo vigore il senso della domenica: il suo “mistero”, il valore della sua celebrazione, il suo significato per l’esistenza cristiana e umana (cf n.3).
È urgente oggi invitare tutti con forza a riscoprire la domenica: Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, pariamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli è Colui che conosce il segreto del tempo e il segreto dell’eterno, e ci consegna il “suo giorno” come un dono sempre nuovo del suo amore. La riscoperta di questo giorno è grazia da implorare, non solo per vivere in pienezza le esigenze proprie della fede, ma anche per dare concreta risposta ad aneliti intimi e veri che sono in ogni essere umano. Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto tempo guadagnato per l’umanizzazione profonda dei nostri rapporti e della nostra vita (cf n.7).
La realtà della vita ecclesiale ha nell’eucaristia non solo una particolare intensità espressiva, ma in certo senso il suo luogo “sorgivo”. L’eucaristia nutre e plasma la Chiesa. La celebrazione domenicale del Giorno dell’eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa (cf n.32). È proprio nella messa domenicale, infatti, che i cristiani rivivono in modo particolarmente intenso l’esperienza fatta dagli Apostoli la sera di Pasqua, quando il Risorto si manifestò ad essi insieme (cf n.33).
La vita liturgica e sacramentale è per sua natura una epifania della Chiesa, che trova il suo momento più significativo quando la comunità si raduna in preghiera col proprio pastore: “La principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare” (SC 41). L’eucaristia domenicale manifesta con un’ulteriore enfasi la propria dimensione ecclesiale, ponendosi come paradigmatica rispetto alle altre celebrazioni eucaristiche (cf n.34).
Il giorno del Signore si rivela così giorno della comunità-chiesa. Si comprende allora perché la dimensione comunitaria della celebrazione domenicale debba essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Tra le numerose attività che una parrocchia svolge, nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua eucaristia. In questo senso il Concilio ha richiamato la necessità di adoperarsi perché il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale (cf n.35).
L’assemblea domenicale è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il “sacramento” dell’unità che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato “dalla” e “nella” unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro “ministero” di “chiese domestiche”, quando i genitori partecipano con i loro figli all’unica mensa della parola e del pane di vita..
È l’occasione di incontri fraterni.
È importante che si prenda coscienza viva di quanto la comunione con Cristo sia profondamente legata alla comunione con i fratelli. L’assemblea eucaristica domenicale è un evento di fraternità, che la celebrazione deve mettere bene in evidenza, pur nel rispetto dello stile proprio dell’azione liturgica. A ciò contribuiscono il servizio dell’accoglienza e il tono della preghiera, attenta ai bisogni dell’intera comunità. Lo scambio del segno della pace, significamene posto prima della comunione eucaristica, è un gesto particolarmente espressivo, che i fedeli sono invitati a fare come manifestazione del consenso dato dal popolo di Dio a tutto ciò che si è compiuto nella celebrazione e dell’impegno di vicendevole amore che si assume partecipando all’unico pane, nel ricordo dell’esigente parola di Cristo: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24) (cf n.44).
Se la partecipazione all’eucaristia è il cuore della domenica, sarebbe tuttavia limitativo ridurre solo ad essa il dovere di “santificarla”. Il giorno del Signore è infatti vissuto bene, se è tutto segnato dalla memoria grata e operosa dei gesti salvifici di Dio. Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico – vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago – uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all’ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento formativo e di maggiore raccoglimento (cf n.52).

Un atteggiamento accogliente per educare i giovani alla fede

Nel 1999 con il documento “Educare i giovani alla fede” alla Chiesa italiana, come pastori e come comunità di credenti, è chiesto di assumere un nuovo, accogliente atteggiamento dei confronti dei giovani. L’impegno di fondo che caratterizza la Chiesa italiana tutta è quello della trasmissione della fede. Le comunità credenti hanno bisogno di un soprassalto di entusiasmo e di un impegno progettuale per la trasmissione di una fede viva, di una vita comunitaria radicata nel Vangelo, di un cuore aperto e di conseguenti tessuti di relazione e strutture che la rendano sperimentabile a tutti i giovani.
È necessario “camminare con i giovani”. Gli educatori dei giovani devono saper comporre armonicamente proposta d’incontro e attenzione educativa, iniziative di animazione e percorsi personalizzati. In particolare occorre che in ogni luogo di vita dei giovani vengano individuate o riscoperte credibili figure educative: in famiglia, nella scuola, nei vari luoghi del tempo libero e dello sport, nella strada. A tutti questi educatori è chiesto di lavorare “in rete”, valorizzando la ricchezza che viene da una pluralità di approcci educativi coordinati (cf n.1).
Al centro della riflessione, della proposta e dell’azione va posta la persona di Cristo, vivo nella sua Chiesa Infatti affermare che Gesù Cristo è il centro e il cuore di ogni cammino di fede, è riportare ogni attenzione educativa della comunità cristiana al suo nucleo fondamentale. Bisogna proporre ai giovani una visione integrale della persona di Gesù Cristo, mediante un annuncio e una catechesi che non abbino timore di farsi anche cultura, facendo incontrare la verità sulla storia del Figlio di Dio fatto uomo con la realtà della vita dei giovani, evidenziando l’importanza decisiva della quotidianità e la forza del perdono e del servizio e la cultura del dono (cf n.2).
È urgente la mediazione educativa di tutta la comunità cristiana. La conversione pastorale, da più parti invocata, comporta anche un progettare insieme, che faccia unità delle diverse dimensioni della vita cristiana a partire dagli stessi soggetti, in questo caso, i giovani. C’è bisogno di comunità che non escludano nessuno, senza scendere a compromessi in nulla sul piano dell’autenticità.
Gli spazi che la comunità ecclesiale apre ai giovani, offrendoli come luoghi di crescita nella fede sono molteplici: vanno dalle celebrazioni sacramentali, con al centro l’eucaristia, fino ai momenti della catechesi, alle espressioni di comunione negli organismi di partecipazione, ai luoghi del servizio e a quelli del tempo libero e dell’amicizia. In tutti questi ambiti, con le proprie caratteristiche, si pone il problema del rinnovamento dei linguaggi, in cui unire educazione ai segni della fede (c’è una tradizione da affidare alle nuove generazioni!) e creatività e discernimento del nuovo. Con la consapevolezza, però, che ciò che conta alla fine non sono le forme più o meno innovative, ma la capacità di esprimere coerenza tra fede e vita, e questo vale per una liturgia come per un gioco nell’oratorio.
Ci vuole più unità di percorsi tra pastorale della fanciullezza e della preadolescenza, pastorale giovanile, pastorale familiare. La comunità cristiana è sfidata a offrire itinerari di fede ben definiti e praticabili, fatti di esperienze e riflessioni, di preghiera e vita comunitaria, di servizio e impegno culturale.
Uno strumento privilegiato di cammino unitario della comunità ecclesiale nei confronti del mondo giovanile è l’elaborazione di un “progetto educativo pastorale”, in cui trovino spazio indicazioni precise circa le scelte richieste ai diversi ambiti ecclesiali per farsi accoglienti nei confronti dei giovani, le iniziative di dialogo e di annuncio di fede da proporre al mondo giovanile, le proposte di formazione per le varie figure educative dei giovani. Il progetto esprime la centralità della chiesa locale e ne rafforza la comunione, chiamando tutti i soggetti pastorali alla partecipazione (cf n.3).
Per una nuova evangelizzazione si chiede uno “slancio missionario”. La comunità cristiana deve incontrare i giovani là dove sono. Diventa pertanto sempre più importante uscire fuori dagli spazi strettamente ecclesiali e muoversi là dove i giovani si trovano (cf n.4).