Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici 


Capitolo 3
Gli anni 80


La Chiesa si presenta all’insegna della comunione ed è invitata a creare comunità, che esige un atteggiamento di riconciliazione quotidiana per crescere all’interno nella comunione e confrontarsi con la comunità degli uomini.

La famiglia casa e scuola di umanità

Il Papa invita e riflettere sulla famiglia “piccola Chiesa”, nella sua esortazione “La famiglia nei tempi odierni” (1981).
La famiglia cristiana è la prima comunità chiamata ad annunciare il vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana. In quanto comunità educativa, la famiglia deve aiutare l’uomo a discernere la propria vocazione e ad assumersi il necessario impegno per una più grande giustizia, formandolo fin dall’inizio a relazioni interpersonali, ricche di giustizia e di amore (cf n.2).
La comunione coniugale costituisce il fondamento sul quale si viene edificando la più ampia comunione della famiglia, dei genitori e dei figli, dei fratelli e delle sorelle tra loro, dei parenti e di altri familiari. La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione.
Tutti i membri della famiglia, ognuno secondo il proprio dono, hanno la grazia e la responsabilità di costruire, giorno per giorno, la comunione delle persone, facendo della famiglia una “scuola di umanità più completa e più ricca”: è quanto avviene con la cura e l’amore verso i piccoli, gli ammalati e gli anziani; col servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni, delle gioie e delle sofferenze.
Un momento fondamentale per costruire una simile comunione è costituito dallo scambio educativo tra genitori e figli, nel quale ciascuno dà e riceve. Mediante l’amore, il rispetto, l’obbedienza verso i genitori, i figli portano il loro specifico e insostituibile contributo all’edificazione di una famiglia autenticamente umana e cristiana. In questo saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio “ministero”, ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del “dono”, che continuamente ricevono dai figli.
La comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione (cf n.21).
Il compito dell’educazione affonda le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all’opera creatrice di Dio: generando nell’amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita e allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana.
Pur in mezzo alle difficoltà dell’opera educativa, oggi spesso aggravate, i genitori devono con fiducia e coraggio formare i figli ai valori essenziali della vita umana. I figli devono crescere in una giusta libertà di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita semplice e austero, ben convinti che “l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha” (GS 33).
La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere. Il dono di sé, che ispira l’amore dei coniugi tra di loro, si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace pedagogia per l’inserimento attivo, responsabile e fecondo dei figli nel più ampio orizzonte della società (cf n.37).
Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di esser un vero e proprio “ministero” della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri (cf n.38).
La missione dell’educazione esige che i genitori cristiani propongano ai figli tutti quei contenuti che sono necessari per la graduale maturazione della loro personalità da un punto di vista cristiano ed ecclesiale.
La stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo. Nella famiglia cosciente di tale dono, “tutti i membri evangelizzano e sono evangelizzati” (EN 71) (cf n.39)
Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa. Per meglio comprendere i fondamenti, i contenuti e le caratteristiche di tale partecipazione, occorre approfondire i molteplici e profondi vincoli che legano tra loro la Chiesa e la famiglia cristiana, e costituiscono quest’ultima come “una Chiesa in miniatura” (ecclesia domestica), facendo sì che questa, a suo modo, sia viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa (cf n.49).
La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere e agire, in quanto intima comunità di vita e di amore.
Se la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono rinnovati da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione alla missione della Chiesa deve avvenire secondo una modalità comunitaria: insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo. Devono essere nella fede “un cuore dolo e un’anima sola”, mediante il comune spirito apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle opere di servizio alla comunità ecclesiale e civile (cf n.50).

Perché il mondo creda

Il rinnovamento dell’evangelizzazione domanda quello del soggetto evangelizzante. “Comunione e comunità” è il tema a cui, in continuità e sviluppo con “Evangelizzazione e sacramenti”, la Chiesa vuole ispirarsi nella sua azione pastorale per gli anni 80.
Nel 1981 viene pubblicato “Comunione e comunità: introduzione al piano” e sono presentate le motivazioni di una scelta pastorale
Il piano “comunione e comunità” si pone in continuità con quello “evangelizzazione e sacramenti” e ne è coerente sviluppo. La missione presuppone una comunità unita, che si apra agli altri uomini nell’annuncio del Vangelo e chiami tutti a far comunione con coloro che hanno accolto la parola di Dio nella fede e vivono un’esperienza di fraterna carità. Missione e comunione si richiamano a vicenda (cf n.2). Infatti a tutto il popolo di Dio, pastori e fedeli, incombe il dovere dell’evangelizzazione. Ma solo una Chiesa che vive e celebra in se stessa il mistero della comunione, traducendolo in una realtà vitale sempre più organica e articolata, può essere soggetto di una efficace evangelizzazione. L’unità dei cristiani, testimoniata nella partecipazione dei beni della salvezza e nella fraterna vita comunitaria, è segno che rende credibile il messaggio evangelico, come appare dalle parole stesse del Signore: “Siano anch’essi in noi una sola cosa, … perché il mondo creda” (cf n.3).
Da una situazione di “cristianità” che aveva caratterizzato per secoli la presenza e l’azione pastorale della Chiesa, occorre passare, senza complessi ma anche senza illusioni, a una pastorale rinnovata nella prospettiva della comunione, che rigeneri le comunità ecclesiali e le renda capaci di rispondere alla nuova situazione culturale e sociale del paese. Perché la Chiesa non può cessare di essere e di sentirsi “realmente e intimamente solidale” (GS 1) con la società e deve impegnarsi a realizzare le sue speranze insieme con ogni uomo retto e giusto. In atteggiamento di servizio, perciò, essa si propone di promuovere fiducia, di mantenere aperto il dialogo con tutti, con la sola predilezione a cui la obbliga il Vangelo, quella per i più poveri e i più deboli (cf n.12).
Nella costruzione della Chiesa i diversi carismi evidenziano una doppia caratteristica: sono dati per un impulso alla solidale fraternità e rivelano l’esigenza di una chiara distinzione di compiti nel servizio alla comunità.
La Chiesa vive e cresce con i carismi laicali, che evidenziano il servizio all’uomo nella famiglia, nel lavoro e nella società; i carismi dei consacrati, che impegnano nella testimonianza dei valori della consacrazione per una missione; i carismi dei ministri sacri, che si consacrano alla cura pastorale della comunità col “peculiare servizio sacerdotale del culto”. In essa i fratelli si aprono al dono di sé e alla trasparenza della loro testimonianza. Con la convergenza armonica di tutti i carismi, con la loro diversità e continua novità, la Chiesa può rispondere alle esigenze della sua missione di salvezza dell’uomo (cf n.48).

Nuovi operatori pastorali

Nel 1982 viene pubblicato il testo “La formazione dei catechisti nella comunità cristiana”.
I nuovi catechisti sono dono dello Spirito. Ciò che sta accadendo è qualcosa di nuovo. È sorta una nuova generazione di catechisti, animati dal desiderio di essere educatori e testimoni del Vangelo nella comunità ecclesiale: mamme, papà e intere famiglie catechiste, catechisti dei fanciulli, dei preadolescenti, dei giovani, degli adulti, dei fidanzati, delle associazioni o movimenti, ecc. E' un grande dono che lo Spirito Santo sta facendo alla sua Chiesa. Lo sguardo della fede sa scorgere in tutto ciò ben più che un fatto “funzionale”, legato magari solo alla pubblicazione di nuovi catechismi. Il “movimento dei catechisti” è il frutto dell’azione dello Spirito che anima le Chiese locali (cf n.2).
Si presentano “fedeli a Dio e fedeli all’uomo”, inseriti in comunità locali che sono chiamate a realizzarsi nella duplice dimensione, di comunione e di servizio, quasi due poli di riferimento.
Il primo è costituito dalla dinamica “parola, sacramento, testimonianza”, che non sono tre ambiti separati, ma tre momenti che reciprocamente si richiamano e si integrano. Il secondo polo di riferimento è l’attenzione all’uomo, ai suoi problemi e alle sue attese. La Chiesa, come sacramento di salvezza, è inserita nella storia, in continuità con quell’agire salvifico di Dio che trova la sua massima espressione nell’incarnazione del Figlio. Più che un metodo, l’incarnazione è la struttura stessa dell’intervento salvifico di Dio nella storia. La Chiesa si trova a dover anch’essa assumere la via dell’incarnazione nel suo compito salvifico. Questo significa farsi contemporanea ad ogni uomo, ricercando linguaggio e segni adeguati, rinnovando instancabilmente i nodi della sua testimonianza (cf n.6).
L’azione del catechista deve ispirarsi ad una rinnovata pedagogia di chi è sulla strada di Cristo, per educare all’ascolto permanente della parola di Dio, anzitutto, alla celebrazione della sua presenza nei sacramenti e nell’anno liturgico e al servizio e alla promozione nei confronti di ogni uomo, nella concreta situazione di vita in cui si trova. È una pedagogia che, partendo dalla parola di Dio, sa stare in docile ascolto dell’uomo e delle sue difficoltà e sa muoversi in una più fiduciosa ricerca di risposte adeguate (cf n.9). Chiamato ad annunciare il Vangelo, nella Chiesa al servizio dell’uomo, il catechista assume concretamente la storia dell’uomo e ne diventa un attento lettore. Servitore del Vangelo che è per l’uomo, egli si qualifica in particolare come “animatore” delle comunità, favorendo la partecipazione di tutti e la presa di coscienza della storia che si vive.
Il servizio all’uomo è vocazione che non può restare circoscritta negli ambiti strettamente ecclesiali della catechesi e delle attività parrocchiali. Essendoci il pericolo di ripiegarsi sui problemi interni della comunità e di estraniarsi dalle occupazioni e dalle sensibilità comuni dell’uomo, il respiro di un’autentica catechesi nasce anche da un’attenzione viva e generosa del catechista ai problemi della società (cf n.14). I catechisti possono dunque essere definiti “educatori – dell’uomo e della vita dell’uomo – nella fede” (CT 22).
Il catechista è educatore di tutto l’uomo. Ciò deve stimolare i catechisti sia ad una formazione personale che renda credibile la loro attività di educatori, sia ad una competenza umana e cristiana, che renda efficace il rapporto educativo, sia a sentirsi strumenti di un’opera educatrice che ha la sua prima fonte nell’azione dello Spirito. Infine, e fondamentalmente, il catechista è un testimone. Lo scopo della sua attività educatrice è di aiutare a vivere nella vita quotidiana la propria scelta di fede (cf n.15).

Un itinerario per la vita cristiana

Nel 1984 vengono indicate le “Linee e contenuti del progetto catechistico italiano”.
È necessario che maturi e cresca una catechesi di più ampio e vivo respiro, un tipo di catechesi che, oltre all’idea di insegnamento, riflette, con più vivo e ampio respiro quelle di “iniziazione” e di “educazione”. La catechesi viene così a delinearsi come un cammino educativo che propone di iniziare e, progressivamente, di sviluppare la conoscenza e l’accoglienza della fede, la quale si nutre della parola di Dio, si apre alla celebrazione sacramentale, si qualifica nel servizio della comunità.
Al servizio di questa nuova catechesi, la Chiesa italiana ha elaborato un libro, il “catechismo per la vita cristiana”. Esso è impostato a modo di itinerario e presenta alcune caratteristiche fondamentali che lo qualificano come strumento di catechesi viva. Si tratta di un itinerario permanente. Tende a sviluppare la fede, a promuovere e a nutrire la vita cristiana dei credenti nelle diverse età e condizioni dell’esistenza.
È un itinerario sistematico. Offre in forme sempre più appropriate, la presentazione del mistero cristiano nella sua globalità e nella sua organicità allo scopo di favorirne l’assimilazione ordinata e di educare alla maturità della fede e della testimonianza cristiana. L’itinerario ha il carattere della gradualità. Nei suoi vari momenti esso proporne l’integrità del messaggio cristiano in modo e nelle forme adeguate alle varie età e alle condizioni culturali e spirituali dei destinatari. L’itinerario si attiene alla legge della essenzialità. Presenta cioè le verità fondamentali ed essenziali della fede cristiana senza affrontare questioni discusse o problematiche proprie della ricerca teologica.
In ogni suo momento, infine l’itinerario vuole essere cammino di iniziazione e di maturazione integrale nella fede. Esso infatti educa ad essere discepoli di Cristo nella Chiesa e per questo si mantiene aperto a tutte le componenti della vita cristiana (parola – sacramento – testimonianza – partecipazione ecclesiale – missionarietà …) (cf n.1).
Le conoscenze e gli atteggiamenti interiori che il catechismo alimenta, hanno come loro sbocco ultimo la promozione di nuovi e concreti comportamenti da manifestare nelle opere. Questo obiettivo conduce ad assumere con responsabilità e impegno di testimonianza e di missione l’esercizio della fede, della speranza e della carità. Gli obiettivi del catechismo, compresi così nella loro unità profonda, tendono a fare della vita del destinatario un “culto spirituale” gradito a Dio (cf n.2).
La catechesi in quanto azione educativa di tutto l’uomo nella fede, deve senza dubbio valersi dei contributi che le moderne scienze dell’educazione offrono, utilizzandoli però alla luce dei criteri della pedagogia divina, che è finalizzata a creare un rapporto interpersonale di comunione tra Dio e l’uomo. La struttura del dialogo e dell’incontro è perciò essenziale a tale pedagogia: Dio comunica se stesso e interpella l’uomo perché liberamente si apra nella fede ed entri in amicizia con lui.
Nel comunicarsi all’uomo, Dio si fa condiscendente verso di lui e si adegua alla sua realtà umana fino ad assumere egli stesso in pienezza l’umanità. Nel rispetto della struttura sociale dell’uomo, Dio lo incontra e gli offre la sua salvezza in un popolo, così che la comunione con Dio si attua sempre nella mediazione di una comunità. Poiché l’uomo si manifesta e comunica attraverso i segni, Dio ha scelto la stessa via per rivelare e comunicare se stesso. Il segno pieno della sua autocomunicazione personale è l’umanità del Figlio Gesù Cristo. Ma a partire da essa si possono leggere i segni della sua rivelazione nella creazione, nella storia, nella Chiesa e nella azione sacramentale.
Nel rispetto della storicità dell’uomo, Dio fa sua la legge della gradualità educando passo passo l’uomo verso un incontro sempre più profondo con Lui. Nel contempo, per l’attenzione alle condizioni storiche e culturali degli uomini a cui si rivolge, Dio vuole che la sua eterna Parola di salvezza si incarni nella storia e nei linguaggi degli uomini.
Questi tratti della pedagogia divina hanno fin dai primi secoli ispirato la pedagogia della Chiesa nell’atto della trasmissione della fede (cf n.6).

Un identikit dell'educatore alla fede

Nel Centenario della morte di don Bosco (1988) Giovanni Paolo II scrive la lettera “Juvenum Patris” e traccia un identikit dell’educatore alla fede dei giovani.
La Chiesa ama intensamente i giovani, sempre, ma soprattutto in questo periodo, si sente invitata dal suo Signore a guardare ad essi con speciale amore e speranza, considerando la loro educazione come una delle sue primarie responsabilità pastorali.
Il fatto culturale primo e fondamentale è l’uomo spiritualmente maturo, cioè l’uomo pienamente educato, l’uomo capace di educare se stesso e di educare gli altri. Il compito primario ed essenziale della cultura in generale e anche di ogni cultura, è l’educazione. Questa consiste nel fatto che l’uomo diventi sempre più uomo, che possa “essere” di più e non solamente che possa “avere” di più, di conseguenza, attraverso tutto ciò che egli “ha”, tutto ciò che egli “possiede”, sappia sempre più pienamente “essere” uomo (cf n.1).
L’educatore attento saprà rendersi conto della concreta condizione giovanile e intervenire con sicura competenza e lungimirante saggezza (cf n.6). In ciò egli sa di essere sollecitato, illuminato e sostenuto dalla tradizione educativa della Chiesa. Consapevole di essere il popolo di cui Dio è Padre ed educatore, secondo l’esplicito insegnamento della Sacra Scrittura, la Chiesa, “esperta in umanità”, a buon diritto può anche dirsi “esperta in educazione”. Per la Chiesa interessarsi dell’educazione è obbedienza al mandato ricevuto dal suo Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo (cf n.7).
Per don Bosco si può dire che il tratto peculiare della sua “genialità” è legato a quella prassi educativa che egli stesso chiamò “sistema preventivo”. Questo rappresenta un condensato della saggezza pedagogica e costituisce un messaggio profetico.
Il termine “preventivo” va preso nella ricchezza delle caratteristiche tipiche dell’arte educativa. Va ricordata la volontà di prevenire il sorgere di esperienze negative, che potrebbero compromettere le energie del giovane oppure obbligarlo a lunghi e penosi sforzi di ricupero. Ma nel termine ci sono anche, vissute con peculiare intensità, profonde intuizioni, precise opzioni e criteri metodologici, quali: l’arte di educare in positivo, proponendo il bene in esperienze adeguate e coinvolgenti, capaci di attrarre per la loro nobiltà e bellezza; l’arte di far crescere i giovani “dall’interno”, facendo leva sulla libertà interiore, contrastando i condizionamenti e i formalismi esteriori; l’arte di conquistare il cuore dei giovani per invogliarli con gioia e con soddisfazione verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani attraverso una solida formazione del carattere.
Questo messaggio pedagogico suppone nell’educatore la convinzione che in ogni giovane, per quanto emarginato o deviato, ci sono energie di bene che, opportunamente stimolate, possono determinare la scelta della fede e dell’onestà (cf n.8).
Educare comporta uno speciale atteggiamento dell’educatore e un complesso di procedimenti, fondati su convinzioni di ragione e di fede, che guidano l’azione pedagogica, Al centro della visione sta la “carità pastorale”, che egli così descrive: “La pratica del sistema preventivo è tutta poggiata sopra le parole di Paolo, che dice: La carità è benigna e paziente; soffre tutto e sostiene qualunque disturbo”. Essa inclina ad amare il giovane, qualunque sia lo stato in cui si trova, per portarlo alla pienezza di umanità che si è rivelata in Cristo, per dargli la coscienza e la possibilità di vivere da onesto cittadino come figlio di Dio. Essa fa intuire e alimenta le energie: ragione, religione, amorevolezza (cf n.9).
Il termine “ragione” sottolinea, secondo l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell’uomo nella sua vita familiare, civile e politica.
Bisogna ricordare che “Gesù Cristo è la via principale della Chiesa; questa via conduce da Cristo all’uomo”. Si dà molta importanza agli aspetti umani e alla condizione storica del soggetto: alla sua libertà, alla sua preparazione alla vita e ad una professione, all’assunzione delle responsabilità civili, in un clima di gioia e di generoso impegno verso il prossimo. L’ideale educativo è caratterizzato da moderazione e realismo.
L’educatore moderno deve saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuare i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche (cf n.10).
Il secondo termine “religione”, indica che la pedagogia è costitutivamente trascendente, in quanto l’obiettivo educativo ultimo che si propone è la formazione del credente. L’uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni. Religiose.
Si tratta di una fede viva, radicata nella realtà, fatta di presenza e di comunione, di ascolto e di docilità alla grazia del Signore. La sua educazione è un “itinerario” di preghiera, di liturgia, di vita sacramentale, di direzione spirituale (cf n.11).
Infine, dal punto di vista metodologico, l’amorevolezza. Si tratta di un atteggiamento quotidiano, che non è semplice amore umano né sola carità soprannaturale. Essa esprime una realtà complessa e implica disponibilità, sani criteri e comportamenti adeguati.
Il vero educatore partecipa alla vita dei giovani, si interessa ai loro problemi, cerca di rendersi conto di come essi vedono le cose, prende parte alle loro attività sportive e culturali, alle loro conversazioni; come amico maturo e responsabile, prospetta itinerari e mete di bene, è pronto a intervenire per chiarire problemi, per indicare criteri, per correggere con prudenza e amorevole fermezza valutazioni e comportamenti poco corretti. L’incontro, per essere educativo, richiede un continuo e approfondito interesse che porti a conoscere i singoli personalmente e insieme le componenti di quella condizione culturale che è loro comune (cf n.12).
Grazie ad una singolare e intensa carità, ossia in forza di un’energia interiore, che unisce inseparabilmente l’amore di Dio e l’amore del prossimo, si riesce a stabilire una sintesi tra attività evangelizzatrice e attività educativa.
La preoccupazione di evangelizzare i giovani non si riduce alla sola catechesi, o alla sola liturgia, o a quegli atti religiosi che domandano un esplicito esercizio della fede e ad essa conducono, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Si situa, dunque, all’interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione, nella convinzione che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella vita. Poiché essi vivono un’età peculiare per la loro educazione, il messaggio salvifico del Vangelo li dovrà sostenere lungo il processo educativo, e la fede divenire elemento unificante e illuminante della loro personalità.
L’educatore deve, dunque, avere la chiara percezione del fine ultimo, poiché nell’arte educativa i fini esercitano una funzione determinante. Una loro visione incompleta o erronea, oppure la loro dimenticanza, è anche causa di unilateralità e di deviazione, oltre che segno di incompetenza.
Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in Giovanni Bosco, è una pedagogia realista della santità. Urge ricuperare il vero concetto di “santità”, come componente della vita di ogni credente. L’originalità e l’audacia della proposta di una “santità giovanile” è intrinseca all’arte educativa di questo grande santo, che può essere giustamente definito “maestro di spiritualità giovanile”. Il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme di portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella “vita di grazia, cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici.
Una simile educazione esige oggi che i giovani siano forniti di una coscienza critica che sappia percepire i valori autentici e smascherare le egemonie ideologiche che, servendosi dei mezzi della comunicazione sociale, catturano l’opinione pubblica e plagiano le menti (cf n.16).
L’educazione, che secondo il metodo di don Bosco favorisce un’originale interazione fra evangelizzazione e promozione umana, richiede al cuore e alla mente dell’educatore precise attenzioni: l’assunzione di una sensibilità pedagogica, l’adozione di un atteggiamento paterno e materno insieme, lo sforzo di valutare quanto accade nella crescita dell’individuo e del gruppo secondo un progetto formativo che unisca in sapiente e vigorosa unità la finalità educativa e la volontà di ricercare i mezzi più idonei.
Nella società moderna gli educatori devono prestare particolare attenzione ai contenuti educativi storicamente più rilevanti, di carattere umano e sociale, che maggiormente si intrecciano con la grazia e le esigenze del Vangelo.
Essere educatore oggi comporta una vera e propria scelta di vita, a cui è doveroso dare riconoscimento e aiuto da parte di quanti hanno autorità nelle comunità ecclesiali e civili. L’educatore ama ed educa veramente i giovani quando propone loro ideali di vita che li trascendono e accetta di camminare con loro nella faticosa maturazione quotidiana della loro scelta (cf n.17).

Riconsegna del Documento di base

Nel 1988 i Vescovi scrivono una lettera per la riconsegna del testo “Il rinnovamento della catechesi” “documento di base”.
La riconsegna vuole essere innanzitutto una riaffermazione della sua validità e delle sue opzioni di fondo. In questo senso il DB si iscrive ancora in quella prospettiva che l’ha caratterizzato fin dal suo inizio: essere strumento di comunione pastorale nella Chiesa in Italia e stimolo di una sempre rinnovata missione evangelizzatrice della Chiesa nel paese (cf n.1).
Viene presentato come un punto di riferimento insostituibile. Infatti là dove esso è divenuto oggetto di studio e di applicazione paziente, si è avviato un processo di rinnovamento capace di incidere, in modo positivo, non soltanto sulla catechesi, ma su tutta l’azione pastorale delle comunità; cresce nei catechisti la venerazione e la fedeltà alla parola di Dio, la responsabilità del servizio e dell’educazione della fede; le comunità prendono maggiormente coscienza di essere, nell’unione ai Pastori, soggetto attivo di evangelizzazione, di catechesi e di missione. Resta tuttavia un traguardo da perseguire con decisione l’orientamento fondamentale sotteso a tutto il DB: “Prima sono i catechisti, poi i catechismi, anzi prima ancora le comunità ecclesiali” (cf n.2).
Una stabile, attenta comprensione della realtà, con discernimento e apertura di animo diventa oggi necessaria, per restare fedeli alle grandi opzioni del Documento Base. Si impone una nuova capacità di progetto che offra un efficace campo di accoglienza e di attuazione alle opzioni catechistiche e pastorali del DB (cf n.5).
Il DB guida la comunità a prendere coscienza che la catechesi, mentre mantiene un suo ambito specifico di azione, non deve essere isolata nel cammino pastorale, ma inserita in un piano organico. Tale piano che ogni comunità deve darsi, comprende in una visione globale lo sviluppo unitario della pastorale catechistica, liturgica, caritativa. Giova ricordare che la catechesi non assomma in sé tutto il compito di educazione alla fede a alla vita cristiana dei fedeli (cf n.6)
È certo che la catechesi nel contesto fortemente secolarizzato della nostra società deve assumere un taglio più marcatamente missionario. Come può fare questo la catechesi, se non tiene conto delle reali situazioni ed esigenze di fede assai diverse dei soggetti? Da qui la necessità di avviare itinerari di fede sistematici e differenziati, non accontentandosi di incontri occasionali o di massa, ma puntando su progetti educativi e catechistici più personalizzati. Si avverte la necessità di promuovere nelle nostre comunità una organica struttura pastorale di evangelizzazione che comprenda: itinerari di catechesi, itinerari di catechesi differenziati (cf n.7).
Quanto al problema del metodo, ossia il “come” dire la fede oggi, il DB ricorda con chiarezza che non è solo questione di tecnica e di pratica, ma ha ragioni ben più profonde che si rifanno al “modo” proprio della pedagogia di Dio. In questa ottica va considerato il problema oggi emergente della comunicazione nella catechesi: dai nuovi linguaggi che via via la nostra società propone, ai mass-media e al loro potenziale di incidenza sulla mentalità e il costume di vita, al recupero della comunicazione non verbale, di cui i giovani in particolare sentono forte il fascino e la rispondenza interiore e a cui vanno educati.
Compito della catechesi è pertanto quello di rendere il credente capace di riesprimere in termini appropriati alle forme comunicative della cultura contemporanea il contenuto della fede, senza mai tradirne l’integrità e l’originalità (cf n.10). Il DB è uno strumento per scelte pastorali qualificanti. L’esperienza di questi anni ha confermato che il buon esito della catechesi è condizionato dalla attenzione privilegiata a due scelte qualificanti presenti nel DB: la centralità della catechesi degli adulti e della famiglia e la formazione dei catechisti. Camminare verso una catechesi degli adulti richiede anzitutto impegno per far incontrare l’uomo, la sua cultura, il suo linguaggio, le sue esperienze di vita con la perenne novità del Vangelo (cf n.12)

La vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo

Alla fine dell’anno 1988 il Papa presenta l’esortazione apostolica “Christifideles laici” su vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo.
Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d’ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del Regno di Dio nella storia (cf n.17). Si è vivamente apprezzato l’apporto apostolico dei fedeli laici, uomini e donne, in favore dell’evangelizzazione, della santificazione e dell’animazione cristiana delle realtà temporali, come pure la loro generosa disponibilità alla supplenza in situazioni di emergenza e di croniche necessità (cf n.23). È del tutto necessario che ciascun fedele laico abbia sempre viva coscienza di essere un “membro della Chiesa”, al quale è affidato un compito originale insostituibile e in delegabile, da svolgere per il bene di tutti (cf n.28).
Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà. Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana. Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in questi paesi e in queste nazioni. Ciò sarà possibile se i fedeli laici sapranno superare in se stessi la frattura tra il Vangelo e la vita, ricomponendo nella loro quotidiana attività in famiglia, sul lavoro e nella società, l’unità d’una vita che nel Vangelo trova ispirazione e forza per realizzarsi in pienezza (cf n.34).
Ora la prima e originaria espressione della dimensione sociale della persona è la coppia e la famiglia, che costituiscono il primo spazio per l’impegno sociale dei fedeli laici. È un impegno che può essere assolto adeguatamente solo nella convinzione del valore unico e insostituibile della famiglia per lo sviluppo della società e della stessa Chiesa. Culla della vita e dell’amore, nella quale l’uomo “nasce” e “cresce”, la famiglia è la cellula fondamentale della società. L’impegno apostolico dei fedeli laici è anzitutto quello di rendere la famiglia cosciente della sua identità di primo nucleo sociale di base e del suo originale ruolo nella società, perché divenga essa stessa sempre più protagonista attiva e responsabile della propri crescita e della propria partecipazione alla vita sociale (cf n.40).
Come l’opera educativa umana è intimamente congiunta con la paternità e la maternità, così la formazione cristiana trova la sua radice e la sua forza in Dio, il Padre che ama ed educa i suoi figli. Sì, Dio è il primo e grande educatore del suo Popolo e gli uomini sono i suoi collaboratori. L’opera educativa di Dio si rivela e si compie in Gesù, il Maestro, e raggiunge dal di dentro il cuore d’ogni uomo grazie alla presenza dinamica dello Spirito (cf n.61).
La famiglia cristiana, in quanto “chiesa domestica”, costituisce una scuola nativa e fondamentale per la formazione della fede: il padre e la madre ricevono dal sacramento del matrimonio la grazia e il ministero dell’educazione cristiana nei riguardi dei figli, ai quali testimoniano e trasmettono insieme valori umani e valori religiosi: imparando le prime parole, i figli imparano anche a lodare Dio, che sentono vicino come Padre amorevole e provvidente; imparando i primi gesti d’amore, i figli imparano anche ad aprirsi agli altri, cogliendo nel dono di sé il senso del vivere umano. La stessa vita quotidiana di una famiglia autenticamente cristiana costituisce la prima “esperienza di Chiesa”, destinata a trovare conferma e sviluppo nel graduale inserimento attivo e responsabile dei figli nella più ampia comunità ecclesiale e nella società civile (cf n.62)