Dalmazio Maggi, EDUCAZIONE E PASTORALE. Una scelta di Chiesa, Elledici

 

 

 

PARTE PRIMA

UNA CHIESA ALL'INSEGNA
DEL "RINNOVAMENTO EDUCATIVO"


È stimolante “fare memoria grata del passato” per evidenziare quanto di bello e di buono ci è stato consegnato e soprattutto i criteri con i quali si è affrontata la realtà pastorale. È bene ripensare a tante espressioni che, pur datate e quindi espresse in modalità tipiche del tempo, sono intuizioni ancora attuali e di rilancio; sono da riprendere, purificarle da elementi secondari e rilanciarle non solo come slogan ad effetto, che colpisce l’immaginazione e l’emotività, ma come impegni da assumere con fantasia e creatività e portarli a realizzazione con coraggio e fiducia perché possiamo “vivere con passione il presente e aprirci con fiducia al futuro”.

Capitolo 1
Gli anni 60

Gli anni del Concilio sono vissuti all’insegna del dialogo, con una Chiesa che è invitata a prendere coscienza della sua identità, ad ascoltare con attenzione le voci del mondo e di ogni uomo, e a capire con fiducia nell’interlocutore per poter essere “a servizio” (“serva”) dell’umanità

La coscienza della propria identità

Il Concilio ha intuito che la dimensione o l’aspetto educativo è fondamentale e strategico quanto l’aspetto pastorale e di evangelizzazione, perché i credenti sono inseriti in un mondo e in un contesto pluriculturale, plurireligioso. Essi stessi sono immersi in una realtà di passaggio da una cristianità “visibile” tanto da diventare elemento di carattere sociale, componente importante della vita civile, a una cristianità “diffusa”, nei valori condivisi, ma esplicitati e testimoniati da una “minoranza”. Questa situazione impone di rivedere come la pastorale e l’evangelizzazione incida nella cultura e nella mentalità ordinaria della gente. Non basta riaffermare verità in sintonia con il Vangelo e quindi con la tradizione e l’ortodossia, ma si impongono annunci che diventino esperienza in sintonia con la vita e la crescita delle persone. L’annuncio deve educare, far crescere e promuovere le persone.
La Chiesa è una comunità che ascolta e annuncia il Signore Gesù, che prega e celebra le meraviglie operate dal Signore, che condivide e si mette a servizio dei fratelli in Cristo Gesù, .per realizzare il Regno di Dio, “già” in questa terra, anche se “non ancora” in modo completo e definitivo.
Il Concilio è stato celebrato da una Chiesa che all’inizio si presentava con espressioni e visioni teologiche diverse. I documenti preparati da alcuni teologi, riflettono una visione di Chiesa in cui prevale il centro, il vertice. L’incontro, la riflessione, il confronto, la preghiera ha dato spazio allo Spirito che ha sconvolto alcuni schemi e ne ha fatto emergere altri nei quali al centro si pone la comunità.
Il primo documento approvato nel 1963 è stato quello sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium). La Chiesa si presenta nel momento “culmine e fonte” della sua vita, un momento sintesi di quanto avviene ogni giorno, ogni momento della vita. Si presenta la Chiesa nel momento della celebrazione, che rende più visibile la sua vita, la sua originalità, ricchezza e varietà di ruoli e funzioni. Il momento sacramentale, quasi una “presenza concentrata” del Signore, diviene fonte di energie per la vita nella sua concretezza quotidiana.
Nel documento sulla Chiesa (Lumen Gentium), approvato nel 1964, la Chiesa viene vista dal “di dentro”, a partire dal suo “mistero” in termini di comunione. Essa diventa in questo modo “sacramento” di un progetto di comunione. Deve, quindi, esserne segno e strumento. In quanto segno, deve contenere in sé tale comunione e renderla visibile davanti agli uomini; in quanto strumento deve produrla efficacemente nel mondo. La Chiesa è il prolungamento di Cristo nella storia. “La Chiesa è in Cristo come un sacramento, ossia segno e strumento, dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.
È nell’ambito del rapporto tra i diversi membri della Chiesa dove si riscontrano i cambiamenti più vistosi e più facilmente percettibili in questo modello. Vengono infatti nettamente sottolineati in esso gli aspetti di uguaglianza fraterna e di servizio vicendevole tra di essi.
Al termine del Concilio (1965) viene approvato il documento “Chiesa e mondo” (Gaudium et Spes). La Chiesa non solo ha una missione, ma è missione; e questa sua missione viene concepita in termini di servizio. Un servizio che, a sua volta, è specificato: dal suo destinatario, che non sono i suoi membri in quanto tali, bensì il mondo, ossia “la famiglia umana”, “il genere umano”, visto per di più in una prospettiva dinamica ed evolutiva; dal suo obiettivo, che è la salvezza, concepita anche in modo rinnovato, in quanto incorpora in sé tutte le dimensioni dell’uomo, anche quelle sociali; dalla modalità peculiare che lo deve caratterizzare, l’ispirazione evangelica. In breve: si può dire che la Chiesa si autodefinisce come servizio evangelico di salvezza all’umanità.
Nei riguardi del mondo, la Chiesa non si pensa ora come esistente al di fuori del mondo (sia sopra, sia accanto, sia addirittura contro di esso), ma nel mondo e per il mondo. Anzitutto nel mondo, nel senso che i suoi membri, essendo esseri umani, partecipano con tutti gli altri negli avvenimenti, nelle attese e nelle aspirazioni del proprio tempo; inoltre, per il mondo, “nel senso che non si guarda più in prospettiva “centripeta” nei confronti di esso, quasi come attirandolo a sé, ma viceversa in prospettiva “centrifuga”, mettendosi a suo servizio”.
In questo contesto acquista molta importanza l’esplicito riconoscimento della autonomia delle realtà terrene, poiché esso determina una modalità decisiva del servizio ecclesiale: il rispetto sincero verso tale autonomia, il riconoscimento del valore di fini e non di mezzi delle realtà del mondo.
Da questa impostazione “aperta al mondo” deriva anche una caratterizzazione che diventa realmente determinante nel modello stesso: l’accentuazione della dimensione profetica della Chiesa. Il popolo di Dio è chiamato in esso a “discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni a cui la Chiesa come Popolo di Dio prende parte insieme ai suoi contemporanei, i veri segni della presenza o del piano di Dio”. Le altre dimensioni della vita ecclesiale, ossia quelle cultuali-liturgica, organizzativa, dottrinale vengono subordinate ad essa, acquistando anche così dei risvolti nuovi.

In attento ascolto dell'uomo

Durante lo svolgimento del Concilio Paolo VI nella sua prima enciclica “Ecclesiam Suam: per quali vie la Chiesa cattolica debba adempire il suo mandato”, che è quello di annunciare il Vangelo come “buona notizia”, propone il “dialogo” come esigenza fondamentale.
Il dialogo per essere tale esige ascoltare attentamente ciò che dice l’interlocutore, capire veramente il suo pensiero, condividere la sua vita, perché quanto si dice sia già una esperienza vissuta e serva alla vita della persona, soprattutto se giovane. Ecco il cammino educativo che si propone. La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, deve intuire quale il metodo per giungere con saggezza al rinnovamento. Si impone un ulteriore impegno, quello delle relazioni che oggi la Chiesa deve stabilire col mondo che la circonda e in cui essa vive e lavora e si presenta il problema del dialogo fra la Chiesa e il mondo moderno.
La Chiesa deve imparare a meglio conoscere se stessa, se vuole vivere la propria vocazione e offrire al mondo il suo messaggio di fraternità e di salvezza. È bene ricordare che la Chiesa è immersa nell’umanità; ne fa parte, ne trae i suoi membri, ne deriva preziosi tesori di cultura, ne subisce le vicende storiche, ne favorisce le fortune (cf ES 28).
La Chiesa non può rimanere immobile e indifferente davanti ai mutamenti del mondo circostante. Essa non è separata dal mondo; ma vive in esso. Perciò i membri della Chiesa ne subiscono l’influsso, ne respirano la cultura, ne accettano le leggi, ne assorbono i costumi. Da un lato la vita cristiana deve continuamente e strenuamente guardarsi da quanto può illuderla; dall’altro lato la vita cristiana deve non solo adattarsi alle forme di pensiero e di costume, ma deve cercare di avvicinarle, di purificarle, di nobilitarle, di vivificarle (cf n.44). Non è sufficiente un atteggiamento di fedele conservazione del messaggio e della tradizione. La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio (cf n.67). È necessario che siano più chiari i motivi che spingono la Chiesa al dialogo, più chiari i metodi da seguire, più chiari i fini da conseguire. Si vuole disporre gli animi, non trattare le cose (cf n.68).
Al Concilio si è voluto dare uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parola, di cultura, di costume, di tendenza dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra. Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli (cf n.70). Sembra che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo, e altro con un adulto; altro con un credente, e altro con un non credente) (cf n.80).
Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva e abituale, la vanità di inutile conversazione. Il colloquio è perciò un modo di esercitare la missione apostolica; è un’arte di spirituale comunicazione. I suoi caratteri sono: la chiarezza innanzitutto; il dialogo suppone ed esige comprensibilità; poi la mitezza; il dialogo è pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso; infine la fiducia, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore: promuove la confidenza e l’amicizia.
Fino a quale grado la Chiesa deve uniformarsi alle circostanze storiche e locali in cui svolge la sua missione? Come deve premunirsi dal pericolo d’un relativismo che intacchi la sua fedeltà dogmatica e morale? ma come insieme farsi idonea a tutti avvicinare per tutti salvare, secondo l’esempio dell’apostolo: mi sono fatto tutto a tutti, perché tutti io salvi?
Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano e onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, ancora prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremmo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò (cf n.90).

L'uomo "vivo”

Il 7 dicembre 1965 Paolo VI offre alla Chiesa una omelia che può essere considerata una sintesi del cammino del Concilio nel dialogo con l’uomo, base per un ulteriore cammino di chiesa all’insegna della simpatia e dell’ottimismo.
Quasi punto di arrivo di un cammino percorso dalla Chiesa, ma anche punto di rilancio della Chiesa è l’atteggiamento della carità di Cristo, che educa e anima la Chiesa. La Chiesa ha cercato di compiere un atto riflesso su se stessa, per conoscersi meglio, per meglio definirsi e per disporre di conseguenza i suoi sentimenti e atteggiamenti, i suoi precetti e comportamenti. La Chiesa si è occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che la unisce al Signore, dell’uomo come oggi, in realtà, si presenta: l’uomo vivo, l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che attende sempre qualcosa. La storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio, che è stato pervaso da una grande simpatia per tutta l’umanità. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del Concilio.
La Chiesa, radunata in Concilio, ha profuso il suo autorevole insegnamento sopra una quantità di questioni, che oggi impegnano la coscienza e l’attività dell’uomo; è scesa, per così dire, a dialogo con lui e ha assunto la voce facile e amica della carità pastorale; ha desiderato farsi ascoltare e comprendere da tutti; non si è rivolta soltanto all’intelligenza speculativa, ma ha cercato di esprimersi anche con lo stile della conversazione ordinaria, alla quale il ricorso all’esperienza vissuta e l’impiego del sentimento cordiale danno più vivacità, che attrae, e maggiore forza persuasiva. La Chiesa ha parlato all’uomo d’oggi, qual è in realtà.
Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. La Chiesa in un certo modo si è dichiarata “ancella” dell’umanità. A chi temeva che il Concilio avesse deviato la mente della Chiesa verso la direzione antropocentrica della cultura moderna, si risponde con decisione: “deviato no, rivolto sì!”.
Si riafferma con decisione e in coerenza con la riflessione di tanti secoli che per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio: cioè bisogna conoscere quale progetto di uomo appare nella Parola del Signore, quali elementi fondamentali della sua personalità ha evidenziato Gesù di Nazaret. E indica un percorso educativo di crescita umana e cristiana, tuttora attuale, a partire dal principio dell’Incarnazione.
“Che se noi ricordiamo come nel volto di ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (Mt 25,40), il Figlio dell’uomo; e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo ravvisare il volto del Padre celeste (chi vede me, disse Gesù, vede anche il Padre), il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico (cioè ci fa incontrare e centrare il Signore); tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo”. E si può aggiungere che per servire Dio che non si vede, bisogna servire l’uomo che si vede; per amare Dio, che pensiamo sempre attento, buono e misericordioso, bisogna amare l’uomo che nella concretezza quotidiana esprima capacità, potenzialità, limiti e possibilità di errori.
A proposito di questo sentimento di attenzione e di fiducia per l’uomo concreto, ci si fa una domanda: “Non sarebbe, in definitiva, un semplice, nuovo e solenne insegnamento ad amare l’uomo per amare Dio?” Si risponde: “Amare l’uomo non come strumento, ma come primo fine, attraverso il quale possiamo giungere al fine supremo, che trascende tutte le realtà umane”.

Per lo sviluppo di tutto l'uomo

Il 26 marzo 1967 Paolo VI, parlando dello sviluppo dei popoli (Populorum progressio) afferma che lo sviluppo dei popoli è oggetto di attenta osservazione da parte della Chiesa.
All’indomani del Concilio, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico impone alla Chiesa di mettersi a servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità (cf n.1). Sui offre una visione cristiana dello sviluppo, che non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo (cf n.14).
È proposta una visione dello sviluppo come vocazione e crescita, umana e religiosa all’interno della creazione. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato di intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più (cf n.15).

La famiglia, prima e insostituibile comunità educativa

I vescovi italiani, sulla spinta del Concilio, invitano la comunità credente e la comunità civile a riflettere sul “matrimonio e famiglia oggi in Italia” (1969). Ci sono delle affermazioni e degli orientamenti operativi di grande attualità, perché responsabilizzano i laici in quanto coppia, famiglia, genitori e figli insieme.
Nella famiglia le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale. Essa è definita dal Concilio “Chiesa domestica” (LG 11). La famiglia, alimentata dall’amore, è la prima, insostituibile comunità educativa. L’uomo e la donna, i genitori e i figli, quotidianamente costruiscono in essa se stessi fino alla pienezza della maturità umana e cristiana. Nell’amore ogni persona si apre all’altra, superando l’egoismo, rispettando e valorizzando la dignità e le qualità dell’altra persona, offrendo e accogliendo con intelligenza e generosità il contributo per il reciproco perfezionamento (cf 12).
La prima forma d’educazione familiare è quella che i coniugi esercitano fra loro. Il vicendevole aiuto alla propria perfezione costituisce il migliore fondamento dell’azione educativa dei genitori verso i figli. Non esistono rimedi pronti e universalmente efficaci. Mai come oggi i genitori devono procedere nella loro opera educativa con pazienza e fiducia. Mai come oggi debbono essere preoccupati dell’esempio che offrono ai figli, in modo particolare nella vita morale e religiosa. Mai come oggi debbono invocare la grazia del Signore con la preghiera.
Sono indicate e raccomandate quelle iniziative che possono aiutare i genitori a compiere il loro dovere di educatori.
La necessità che l’educazione sia opera congiunta dei genitori. Padre e madre sono i primi e più diretti responsabili della formazione, anche religiosa, dei figli. Il ruolo paterno e il ruolo materno, lo spirito di paternità e quello di maternità, sono ugualmente necessari. Anche nell’educazione dei figli, l’amore coniugale continua ad essere essenzialmente unitivo e procreativo. La necessità di non rinunciare all’esercizio rispettoso, fermo e fiducioso, dell’autorità, intesa come necessario servizio di amore, praticata col metodo del dialogo, resa credibile dalla testimonianza dell’esempio, al fine di aiutare la persona del figlio a conquistare una progressiva capacità di libero e responsabile orientamento.
L’importanza dell’educazione indiretta, ossia del clima familiare fatto di spirito religioso, di serenità, di semplicità, di sincero affetto, aperto ai valori e agli interessi che oggi sono diffusi nella società civile e nella Chiesa. Si favorisce così l’esercizio, progressivo e serio, di una coraggiosa testimonianza cristiana.
La necessità che i genitori non cedano a nessuno i loro compiti educativi, ma li sappiano esercitare con senso di responsabilità, collaborazione con gli organismi civili ed ecclesiali che possono aiutarli nell’opera educativa, soprattutto per quanto riguarda la scuola. Nella famiglia l’educazione avviene anche da parte dei figli verso i genitori. Crescendo insieme, nel dialogo con i figli, i genitori sono stimolati a ripensare gli orientamenti di fondo della vita, a valutare gli ideali di cui i giovani si fanno portatori, a rinnovare la coerenza della propria esistenza. Infine nella famiglia i figli si educano vicendevolmente, come è provato dall’esperienza delle famiglie numerose. È la prima forma di coeducazione, che può influire in modo efficace sull’equilibrato sviluppo della personalità dei giovani (cf 13).
La famiglia deve essere cordialmente aperta al dialogo con il mondo. Le giovani generazioni debbono in essa potersi formare ad un impegno autenticamente umano e cristiano. La famiglia deve cioè concorrere al superamento di ogni forma di egoismo e di ogni pregiudizio di classe, di razza e di religione. L’ideale della Chiesa missionaria può offrire alla famiglia cristiana un valido aiuto pedagogico. È necessario che la famiglia sappia promuovere un’autentica educazione sociale, allontanando la tentazione di realizzare, chiudendosi in se stessa, la propria perfezione e di cercare un rapporto con gli altri soltanto in funzione della propria utilità. Nell’ambito stesso della vita di famiglia i giovani dovranno essere educati all’incontro e al colloquio con gli altri, partendo dalle più piccole comunità di caseggiato, o di quartiere, o di scuola, sino alla più vasta comunità amministrativa e politica. Importanza fondamentale assume l’educazione alla pace, che la famiglia tanto contribuirà a portare nel mondo quanto l’avrà realizzata in se stessa.
Il dialogo con il mondo, in modo particolare nel nostro tempo, esige una educazione allo spirito di povertà. Questa consiste nell’insegnare ai giovani, con la parola e con l’esempio, che il danaro è soltanto un mezzo; che alcuni valori non hanno prezzo; che bisogna sentire come proprio il dramma della povertà e della ingiustizia vissuto da tanta parte dell’umanità; che le ragioni della vita sono superiori alla vita stessa; che è dovere saper rinunciare a qualcosa di proprio per aiutare chi è nel bisogno (cf 14).
Della pastorale familiare sono sottolineate alcune idee di fondo, allo scopo di stimolare le energie, di coordinare gli sforzi, di rendere l’azione più efficace.
È necessario che la famiglia divenga il centro unificatore dell’azione pastorale, superando la fase generosa, ma sporadica ed episodica, per giungere ad una fase organica e sistematica. Un certo criterio settoriale o individualistico ha finora guidato l’azione pastorale. Dovremmo passare ad un criterio che abbia per oggetto la famiglia come comunità. La famiglia deve inoltre divenire soggetto di pastorale, essendo i coniugi dotati di grazie, di carismi e d’esperienze particolari. A questo scopo, è opportuno che la famiglia in quanto tale sia sempre presente negli organismi pastorali. Il sacerdote non deve assolvere ogni compito, ma ispirare e, se occorre, guidare, coordinare l’attività di gruppi di competenti. A questi deve ricorrere per aiuti che, pur dovendo essere in armonia con la morale, esulano generalmente dalla sua preparazione.
È urgente assecondare il desiderio che cresce fra i coniugi cristiani più sensibili di una spiritualità coniugale che nasca dalla riflessione sulla sacramentalità del matrimonio e costituisca una via alla perfezione della vita cristiana (cf n.16).