Guido Gatti, LIBERTÀ E LEGGE, Elledici 1995 

 

Capitolo secondo
DIVENTARE SE STESSI


Gloria di Dio è l'uomo che vive

Quando Galileo, divulgando le osservazioni e i calcoli di Copernico e sviluppandone le intuizioni, dimostrò ai dotti del suo tempo che la terra non si trovava, come fino allora unanimemente si pensava, al centro fisico del mondo, provocò, forse senza volerlo e senza rendersene pienamente conto, uno dei più grandi scossoni che siano mai avvenuti nella storia della cultura, una vera e propria rivoluzione culturale.
L'umanità scoperse di non essere più al centro del cosmo; e le parve così di aver perso la primogenitura della creazione; l'uomo si abituò gradualmente all'idea di occupare nel creato una posizione marginale, di essere un piccolo fuscello sperduto, in un universo dalle dimensioni sterminate, un essere prodotto dal gioco imponderabile delle probabilità, esistente per caso, ignoto alle forze cieche, ai grandi numeri, agli eventi grandiosi e formidabili che si svolgevano intorno a lui e che lo avevano inconsapevolmente prodotto.
Invano Pascal cercò di ricordare agli uomini del suo tempo che questo fuscello restava pur tuttavia un fuscello pensante, l'unico essere libero e pensante dell'universo. Anche oggi, di fronte ai guasti che l'uomo compie nella natura, di fronte ai pericoli di una distruzione globale di tutta la vita sulla terra ad opera dell'imprevidente danneggiamento dei delicatissimi ecosistemi della biosfera terrestre, è in atto un tentativo di strappare all'uomo la sua primogenitura tra i viventi; gli ecologisti più unilaterali affermano una specie di democrazia indifferenziata tra tutti i viventi: l'uomo - dicono - non è migliore di nessun altro essere vivente, caso mai è solo più pericoloso.
Ma da un po' di tempo in qua, la scienza sembra incamminata a riscoprire una nuova forma di centralità dell'uomo in questo universo, che pure ci appare ogni giorno sempre più sterminato. E questo in forza di ciò che molti scienziati chiamano oggi il «principio antropico».
Sia pure guardando le cose dal suo punto di vista (l'unico peraltro che egli può assumere), l'uomo si rende oscuramente conto che tutto l'universo sembra costruito in modo tale da tendere all'uomo come a un suo compimento necessario. D'altra parte solo un universo così fatto (e non si vede perché debba essere necessariamente fatto così, invece che diversamente) può aver dato origine all'uomo. Solo un universo con queste dimensioni spaziali (miliardi di anni luce!) e temporali (decine di miliardi di anni) e con questi precisi parametri avrebbe potuto culminare, come di fatto è accaduto, nella comparsa dell'uomo e avrebbe potuto ospitare in questo piccolissimo granello di pulviscolo, perso nell'immensità del cosmo, l'avventura umana.
I fisici ritengono che se una sola delle costanti fondamentali dell'universo (velocità della luce, numero, massa e carica elettrica delle particelle subatomiche, valore della forza di gravità) fosse stata diversa anche solo di una centesima parte rispetto a quanto è di fatto, l'universo sarebbe stato così diverso dall'attuale da non poter ospitare l'uomo.
Naturalmente, di fronte a queste constatazioni, ritornano a galla le eterne domande sul perché di tutto questo: perché l'universo invece del nulla? perché un universo che si direbbe fatto per rendere possibile l'uomo e culminare nella vicenda umana?
Un grande fisico nucleare contemporaneo (Stephen Hawkins) termina un suo notissimo libro di divulgazione scientifica (Dal big bang ai buchi neri) dicendo che, se si riuscisse a elaborare una teoria completa e unitaria dell'universo fisico che desse ragione in una sola formula dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, che conciliasse la teoria della relatività con la meccanica quantistica, l'uomo scoprirebbe il progetto segreto di Dio nei confronti del cosmo.
Il credente pensa di possedere già il segreto del progetto di Dio sull'universo, perché Dio stesso lo ha rivelato a coloro che hanno accolto la sua Parola vivente, Cristo: «Quelle cose che occhio non vide e orecchio non udì né mai entrarono in cuore di uomo... Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito... I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1 Corinzi 2,9).
Che cosa pensa Dio dell'uomo e del mondo? La fondatrice di un importante ordine religioso era solita da bambina tormentare con le sue domande assillanti il papà, in cui aveva una fiducia incondizionata. Quest'uomo, al termine delle sue faticose giornate di lavoro nei campi, si sedeva sulla soglia di casa e si offriva alle domande infantili della sua bambina, cercando pazientemente una risposta nella sapienza popolare cristiana di cui era ricco. Una volta la piccola gli rivolse la domanda che forse abbiamo fatto anche noi più di una volta da bambini: «Cosa faceva Dio prima di creare il mondo?». Il papà le rispose, così almeno raccontano i biografi, con una precisione ineccepibile: Dio era immerso nella sua gioia infinita ed eterna. Una risposta da manuale; forse fin troppo.
Egli sarebbe andato assai più vicino all'immagine evangelica di Dio (quel Dio che in Cristo si è rivelato come Padre) se avesse risposto: Dio pensava a te e ti pensava con amore, Dio ti desiderava. Proprio come un padre e una madre cominciano a pensare al loro bambino, a desiderarlo e ad amarlo molto tempo prima che nasca.
Da questo eterno desiderio di Dio non poteva nascere che un capolavoro. Un capolavoro che non finisce di meravigliare.
Dio ha voluto l'universo perché ha voluto l'uomo e ha voluto l'uomo per amore; e per amore vuole ogni uomo che viene nel mondo. Egli ha creato l'universo come casa dell'uomo e lo ha affidato alla sua libertà. L'uomo lo viene scoprendo ogni giorno più immenso, più meraviglioso, più ordinato e, nella luce della fede, ci vede la sollecitudine di questo amore di Dio per lui.
Del resto egli sa benissimo di essere il capolavoro di tutto questo meraviglioso universo. La vertiginosa complessità delle leggi che regolano il mondo atomico è nulla al confronto della complessità dei dinamismi biologici del suo corpo. E si tratta di una complessità che rivela un ordine e una finalizzazione che non finiscono di meravigliare.
Già nella Bibbia il salmista, che pure non poteva ancora conoscere tutto ciò che di queste meraviglie ci viene scoprendo la scienza moderna, esprimeva così la sua ammirata riconoscenza per i prodigi del corpo umano: «Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio. Sono stupende le tue opere» (Salmo 138). E ancora: «Lo hai fatto di poco inferiore agli angeli».

L'uomo è persona

Ma l'aspetto più prodigioso di questo capolavoro dell'universo è il fatto che egli è stato creato a immagine di Dio: dotato di autocoscienza e di pensiero, capace di dominare l'universo materiale in cui vive, capace di progettare liberamente la sua esistenza, chiamato a diventare se stesso, plasmando giorno dopo giorno la sua personalità e decidendo l'orientamento di fondo della sua vita.
Noi esprimiamo in una sola parola queste meravigliose qualità, che fanno dell'uomo un essere unico in tutto l'universo conosciuto, dicendo che egli è «persona».
E poiché Dio stesso si è rivelato a noi come una persona, cioè come un Tu, partner di un dialogo interpersonale con l'uomo, possiamo dire, usando le notissime parole del libro della Genesi, che l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.
In quanto persona, l'uomo ha in sé il sigillo della divinità.
Proprio perché ci ama, Dio vuole che custodiamo queste meraviglie e sviluppiamo tutte le possibilità di crescita che esse racchiudono in sé.
Conosciamo tutti la parabola dei talenti. I talenti di Dio sono anzitutto la nostra esistenza, il nostro essere persona, ciò che noi siamo, con tutte le possibilità di sviluppo che abbiamo in noi. Egli vuole la piena fruttificazione di questo talento, con la stessa passione con cui un padre vuole la piena riuscita del figlio amatissimo.
C'è a questo proposito un episodio illuminante nel Vangelo: quando i messi del tempio chiedono a Gesù la tassa per il tempio, una specie di tributo da pagare a Dio per il mantenimento del culto ufficiale, Gesù, che pure aveva insegnato il dovere di pagare le tasse allo Stato («Date a Cesare quello che gli spetta»), di fronte all'idea di pagare una tassa a Dio ha qualche difficoltà: «Da chi ricevono le tasse i sovrani? Dai loro figli o dagli estranei?... Dunque i figli non pagano tasse». E quando Pietro pesca il famoso pesce, vi trova non solo la moneta per pagare, pro bono pacis, la tassa del culto per conto di Gesù, ma anche l'occorrente per la sua tassa personale: come a dire che anche lui è figlio di Dio; in Gesù, figlio dell'uomo, tutti gli uomini sono figli di Dio. Tutta l'umanità è dichiarata ormai esente dalla tassa del culto, da una religione concepita come tributo da pagare a Dio: l'unico culto gradito a Dio, l'adorazione in spirito e verità, è l'autorealizzazione umana.
È solo diventando se stesso che l'uomo diventa gloria di Dio: lui stesso è il vero tributo che deve essere offerto a Dio: ma egli si offre a Dio non distruggendo, magari nelle fiamme di un qualche sacrificio cultuale, qualcosa di se stesso, ma piuttosto realizzando la sua vita in pienezza e verità.
L'unica cosa che posso dare a Dio è di aprirmi ai suoi doni, di ricevere da lui: gli do me stesso, ma solo nella misura in cui mi offro a lui come un recipiente, aperto al flusso incessante di vita e di essere che viene a me da lui. Lui può solo dare.
L'amore di Dio è quindi la fonte del mio essere e della mia vita. È solo aprendomi, nell'amore, a questo suo amore che realizzo me stesso: l'amore di Dio è creativo, vuole la pienezza dell'essere e della vita, ma la vuole efficacemente, realizzandola in coloro che non si oppongono al suo amore, chiamando all'essere le cose che non sono, donando all'uomo quella pienezza dell'essere di cui lui solo è la fonte.

Autorealizzazione e soggettività

Unico tra tutti gli esseri viventi, l'uomo partecipa del potere creativo di Dio; è l'unico vivente che esce dalle mani di Dio non ancora finito, come un progetto aperto, la cui prosecuzione e il cui compimento sono affidate a lui, alla sua libertà sovrana che Dio stesso rispetterà. L'unico essere di cui si può dire che sia, insieme con Dio, creatore di se stesso.
La risposta umana a questa chiamata di Dio a realizzare se stessi, dando pieno compimento a tutte le potenzialità di crescita umana e di vita, costituisce quella che potremmo chiamare l'impresa morale.
Alla base di ogni fondazione dell'etica cristiana vi è incontestabilmente la vera autorealizzazione dell'uomo. Se alla base delle norme morali vi deve essere il carattere vincolante di una qualche realtà, tale realtà non può essere che quella di cui l'uomo è fatto.
La realtà di cui l'uomo è fatto è di natura dinamica: l'uomo è un essere che si fa. L'impegno morale è proprio l'impegno con cui l'uomo si realizza come uomo. La verità dell'uomo non esiste che come attuazione di un progetto, che passa attraverso le scelte morali della persona.
Questo costruirsi dell'uomo come uomo, attraverso le scelte morali, è appunto ciò che si chiama autorealizzazione. Essa non è soltanto il senso dell'agire morale, ma anche il criterio ultimo della valutazione morale: è bene ciò che realizza l'uomo; è male ciò che lo distrugge o ne impoverisce l'umanità.
Sarà un criterio generico, bisognoso di molte e non facili precisazioni, ma è indubbiamente un criterio fondante che non ha bisogno di rimandare a nient'altro. Ed è un criterio che non contraddice alla rivelazione e quindi alla visione cristiana dell'uomo. Tale visione rimanda infatti, per la determinazione dei valori morali, alla volontà creatrice di Dio, che non vuole dall'uomo se non che esso sia e sia nella pienezza del suo essere, nell'attuazione piena di tutte le sue potenzialità.
Ma una simile idea di autorealizzazione ha poco da spartire con quella correlativa, così diffusa nella nostra cultura e contrassegnata dalla assolutizzazione della soggettività e dal narcisismo.
Una delle caratteristiche che differenziano l'essere personale dell'uomo da ogni altra realtà materiale e dagli stessi viventi non umani è la sua soggettività.
La soggettività è essenzialmente caratterizzata dall'autocoscienza e dalla libertà progettuale.
Il soggetto è consapevole della propria irripetibile identità; sa di essere quell'unico se stesso che egli è; è protagonista consapevole della sua storia di vita. Il soggetto possiede un suo mondo interiore dentro il quale si riflette e viene personalizzato tutto ciò che egli conosce, esperimenta o fa.
D'altra parte la persona umana non è murata all'interno di questo suo mondo interiore; non è chiusa alla realtà esterna e al mondo degli altri: essere soggetto significa essere capaci di entrare in un contatto vitale con gli altri soggetti. In questo contatto vitale i contenuti delle diverse soggettività vengono in qualche modo messi in comune, in un arricchimento vicendevole.
La parola è lo strumento principe di questo incontro interpersonale, in cui la soggettività della persona si apre alla ricchezza delle altre soggettività.
La parola è anche la strada percorsa da Dio per arrivare a noi. Cristo infatti è il Verbo, cioè la parola eterna del Padre, diventata per noi parola umana, nell'incarnazione.
Attraverso la mediazione della parola l'uomo diventa capace di un vero incontro personale con Dio che, iniziato qui in terra, nella penombra del mistero, avrà il suo compimento in una piena partecipazione alla sua vita, al di là della morte.
La centralità del soggetto e della soggettività, con tutto ciò che questo comporta, è un elemento così caratteristico della nostra cultura da valere come chiave di lettura indispensabile per la comprensione di tutta l'avventura spirituale dell'occidente nell'epoca moderna.
Il rinascimento, la riforma, l'illuminismo, la cultura borghese rappresentano altrettante tappe della irresistibile affermazione di questa dimensione dello spirito nella gerarchia dei valori propria della nostra civiltà.

Soggettività o soggettivismo?

Ma una cultura così sensibile ai valori della soggettività corre il rischio di cadere nella tentazione del soggettivismo.
Per soggettivismo si intende in generale una enfatizzazione del mondo interiore della persona, in contrapposizione non solo al mondo oggettivo della natura ma anche a quello oggettivato della cultura e dell'organizzazione sociale e perfino a quella personale della soggettività altrui.
Per il soggettivismo, la soggettività non si esprime tanto nella risonanza interiore di valori veri, quanto nella chiusura della persona su se stessa e nella sua costituzione a criterio ultimo di verità.
Anche la qualità dei rapporti interpersonali si misura in ultima istanza sulla loro capacità di appagare, di arricchire di sensazioni e di emozioni nuove: l'autenticità della relazione vien fatta dipendere dalla qualità psicologica del vissuto affettivo. I legami sociali sono percepiti in modo contrattualistico: se devo dare qualcosa è solo per avere in cambio. Quello che conta è solo ciò che ricevo; solo quello mi arricchisce e mi realizza.
La cultura del soggettivismo si è venuta forgiando un suo universo di discorso e di pensiero, chiaramente visibile in alcune parole o concetti-chiave, largamente usate e abusate nel linguaggio della comunicazione di massa.
Uno tra i più qualificanti di questi concetti-chiave è indubbiamente quello di spontaneità. La persona viene determinata unicamente dall'immediatezza del desiderio. Tutto ciò che limita questa spontaneità è sentito come una prevaricazione. Secondo questa visione delle cose, seguire la spontaneità delle tendenze assicura l'autenticità del proprio esserci, garantisce la propria identità dal plagio di modelli estranei alla soggettività sovrana.
Il soggettivismo è quindi in un certo senso l'affermazione del primato di una libertà sganciata da ogni legge e da ogni criterio oggettivo di verità, dell'istinto rispetto alla razionalità, del bisogno individuale rispetto al senso della responsabilità e del dovere.
La nostra cultura porta così la sua predilezione per la soggettività fino al punto di elaborare una concezione dell'autorealizzazione che esclude qualsiasi rimando all'oggettività dei valori.
L'etica del soggettivismo, largamente diffusa nella nostra cultura, può contare sull'avallo di un certo tipo di concezione psicologica della personalità volgarizzato da alcune correnti di psicologia.
L'accettazione di sé, degli altri, della natura, la spontaneità, l'autonomia, l'autenticità sono, secondo certi psicologi, gli elementi costitutivi della sanità psichica della persona, anzi gli indizi certi di una personalità ben riuscita, realizzata.
Lo sforzo di adeguarsi a standards convenzionali, a modelli etici prefabbricati ed estranei al dinamismo spontaneo della persona rappresenterebbe invece un elemento di disturbo, una causa di patologia psichica e di fallimento nella realizzazione delle proprie possibilità di espansione vitale.
Queste concezioni danno luogo a una forma di spontaneismo morale che, mentre riscopre giustamente la desiderabilità anche soggettiva del bene, rischia di definire il bene stesso esclusivamente nei termini di questa desiderabilità soggettiva immediata.
Le parole caratteristiche di questo universo di pensiero (autenticità, creatività, autorealizzazione, creatività) vengono usate frequentemente in un discorso dalle tonalità moralistiche, ma con un significato unicamente psicologico, e quindi nettamente premorale, col rischio dell'equivoco e del fraintendimento.
Questo modo di pensare e di esprimersi è estremamente diffuso e capillarmente volgarizzato dai grandi mezzi di comunicazione e ne possiamo trovare tracce perspicue nelle inchieste demoscopiche che periodicamente vengono realizzate soprattutto a livello giovanile: «Un altro carattere dell'orientamento morale delle giovani generazioni - così il resoconto di una di queste inchieste - è individuabile nella considerazione di bene e di male come principi sempre più soggettivi, determinabili individualmente, personalmente. In questo caso ciò che viene negato è il carattere oggettivo di questi principi, intendendo per tale il fatto che essi siano al di fuori dell'orizzonte culturale di riferimento dei soggetti, che essi siano realtà in grado di interpellare l'uomo a mete e prospettive che non necessariamente s'inseriscono nel quadro delle sue aspirazioni e delle sue tensioni di base».
Il giovane - secondo Io stesso resoconto - «di fronte al relativismo dominante, si affida sempre più alla propria sensibilità, assume quale metro assoluto di giudizio la propria intuizione, fa del suo modello di realizzazione immediata un principio di discernimento, restringe la realtà al suo piccolo mondo».
Una simile concezione della verità dell'uomo e della sua autorealizzazione è radicalmente contraria al Vangelo e incompatibile con la visione cristiana dell'uomo. Essa non può quindi esser posta a fondamento di un'etica cristiana.
L'esperienza morale è naturalmente di sua natura un fatto della persona, dotato quindi di una insopprimibile dimensione soggettiva, che determina la sua specificità umana. L'esperienza etica è essenzialmente esperienza di un soggetto, che si scopre e si attua come tale, proprio nella gestione di questa esperienza. Interna al soggetto è, nel suo dinamismo, la coscienza morale; opera del soggetto è la decisione della libertà che costituisce l'essenza dell'atto morale.
D'altra parte l'impresa morale perderebbe ogni carattere di serietà, se smarrisse la consapevolezza che lo stesso soggetto ha, proprio in riferimento alle sue scelte morali, una insopprimibile dimensione oggettiva. È questa dimensione che permette di parlare in senso proprio di una verità dell'uomo, come misura e criterio ultimo del bene e del male.
Oggi si parla molto di personalismo: l'attenzione all'unicità della persona umana è un dato acquisito e irrinunciabile della morale cristiana. Ma il personalismo cristiano non può essere certamente confuso con una qualche forma di etica del soggettivismo.
La soggettività e le tendenze in cui la persona si esprime sono soltanto una dimensione della sua realtà, la quale ha sempre un carattere composito, soggettivo-oggettivo. La soggettività della persona affonda le sue radici in una consistenza ontologica, non totalmente disponibile da parte della soggettività.

Libertà e responsabilità

Ma per comprendere adeguatamente questo difficile rapporto tra soggettività e oggettività dell'impresa morale occorre rifarsi alla vera natura di quella facoltà, così specificamente ed esclusivamente personale, che è la libertà, vero soggetto protagonista dell'esperienza morale umana. La soggettività umana è dunque una realtà essenzialmente dinamica; si esprime nel suo farsi, nel suo autorealizzarsi: l'autorealizzazione è frutto della libertà; solo l'uomo costruisce se stesso, perché solo l'uomo è libero.
La storia di ogni vita umana è una storia di libertà; è attraverso le sue scelte libere che l'uomo porta a compimento il suo essere, creato da Dio allo stato di germe, ma capace di ricevere gli sviluppi più imprevedibili. Ciò che l'uomo diventa, ciò che egli fa della sua vita è insieme e inseparabilmente frutto dell'amore di Dio e opera della sua libertà.
Gli spettacolari sconvolgimenti del cosmo, la nascita e la morte delle stelle e delle galassie formate da miliardi di stelle, obbediscono al più rigido determinismo, non introducono nell'universo nulla che non vi fosse già scritto; ma il più piccolo atto libero di bene dell'uomo, un solo atto di generosità, di gentilezza, di laboriosità, fa crescere il peso di essere dell'universo, introduce qualcosa di assolutamente nuovo, che non esisteva prima, che è nato solo dalla sua libertà. Ogni atto libero degno dell'uomo e di Dio è una conferma al mondo e al «fiat» di Dio che lo ha fatto esistere. Un pezzo di creato comincia a esistere per la prima volta.
Questa libertà è la sua ricchezza più grande ma insieme il rischio più drammatico della sua esistenza.
Proprio perché libero, l'uomo può anche fallire nel suo compito di diventare uomo, può restare un abbozzo incompiuto, uno sgorbio, una caricatura d'uomo; e questo dipende solo da lui, dalla sua libertà: solo l'uomo può dire davvero un no irrevocabile all'amore creatore di Dio.
La morale cristiana va vista tutta quanta alla luce delle responsabilità collegate a questo compito nobilissimo e a questa alternativa drammatica: realizzarsi portando a compimento le potenzialità di vita ricevute come dono o distruggere con la propria ignavia la verità di cui è fatto.

Il carattere oggettivo della responsabilità morale

Questa responsabilità, pur essendo una caratteristica della persona e della sua soggettività, ha un suo insuperabile carattere oggettivo.
Quando parliamo di responsabilità, pensiamo istintivamente al caso dell'inferiore che deve render conto al suo superiore: in famiglia è il figlio che deve render conto ai genitori, nella scuola e sul lavoro si deve rispondere di quello che si fa o non si fa ai professori o ai capireparto; come cittadini dobbiamo rispondere dell'osservanza o meno delle leggi civili nei confronti dell'autorità giudiziaria; tutti dovremo render conto della nostra vita a Dio. La responsabilità è soltanto una forma particolare di rapporto tra soggetti.
Ma a monte di queste dimensioni interpersonali di natura essenzialmente giuridica, la responsabilità è anzitutto una realtà oggettiva dotata di una sua esistenza anteriore al (e indipendente dal) mio rapporto di sudditanza nei confronti di un'autorità dotata di potere. Esiste dentro le cose. Se sono responsabile non è prima di tutto nei confronti di un legislatore o di un giudice, ma nei confronti della realtà, cioè di me stesso, degli altri e del mondo, che vengono più o meno pesantemente influenzati dalle mie decisioni. Essere responsabili oggettivamente non vuol dire anzitutto dover rispondere a qualcuno, ma creare, con le proprie scelte, futuro per sé o per altri, rendere più felici o più infelici altre persone, creare valori o disvalori, dare vita o morte.
Quella dell'uomo è una libertà responsabile perché, una volta che si è giocata nella decisione, rimane legata alle conseguenze irreversibili di questa decisione. Nessuno potrà mai più fare che questa decisione non sia stata.
È questo contesto di realtà, non manipolabile a piacere, che fa responsabile la libertà.
La responsabilità oggettiva diventa anche una realtà soggettiva, di natura morale, nella misura in cui delle conseguenze delle mie azioni sono in qualche modo consapevole e le ratifico, decidendo liberamente di compiere le azioni che le produrranno.
Questa consapevolezza e questa libera ratifica caricano le scelte personali del loro spessore di serietà etica, che può raggiungere la gravità del dramma.
Il discorso morale è anzitutto un discorso responsabilizzante: esso cerca di rendere trasparente questa realtà, di illuminare la coscienza morale sulle connessioni, più o meno immediatamente visibili, che legano alle decisioni della libertà il futuro proprio e degli altri.
Responsabilizzare è risvegliare il senso della sollecitudine per il destino degli altri, a noi affidato perché da noi dipendente.
Il carattere complesso e anonimo della società industriale rende più difficile la percezione del carattere decisivo delle responsabilità oggettive di lungo raggio, che passano attraverso le scelte (o le non-scelte) di natura sociale.
Si direbbe che l'ingranaggio indecifrabile dell'organizzazione tecnocratica della società sia fatto apposta per oscurare la trasparenza delle conseguenze oggettive che i comportamenti sociali dei singoli e dei gruppi hanno sugli altri membri della società, soprattutto sui più deboli, proprio mentre i vincoli della solidarietà oggettiva di tutti con tutti si fanno sempre più forti ed estesi, in un mondo che diventa sempre più piccolo e sempre più assediato dagli stessi problemi di carattere globale.
Eppure basterebbe riflettere un poco per rendersi conto del fatto che proprio in questa società complessa, più ancora che in altre forme di convivenza sociale del passato, ognuno di noi è affidato in forme molteplici alla sollecitudine di ogni altro; ognuno quindi è oggettivamente responsabile, in modo più o meno diretto ma sempre molto reale, del benessere di tutti gli altri.
Ebbene il carattere oggettivo di questa responsabilità sociale ci può aiutare a capire che abbiamo anche una responsabilità, ugualmente oggettiva, nei confronti di noi stessi.
Ognuno di noi è contemporaneamente soggetto e oggetto delle proprie scelte: nascono da noi, ma ricadono anzitutto su di noi. Non possiamo sottrarci alle conseguenze delle nostre scelte; esse non cambiano soltanto il mondo intorno a noi, ma anche quello dentro di noi: ci realizzano o ci distruggono.
Così noi siamo responsabili anche della nostra fuga (illusoria) dalle responsabilità, del nostro tentativo vano di eluderle.
Dire che queste responsabilità hanno un certo carattere di oggettività significa dire che non siamo noi i padroni delle conseguenze e del significato delle nostre scelte. Non bastano i nostri desideri o le nostre decisioni soggettive a renderle diverse da quello che sono: possiamo scegliere in un modo o nell'altro, ma non sarà la nostra decisione a conferire alle nostre decisioni la loro capacità di costruirci o di distruggerci; questa capacità esse la possiedono in proprio, in forza della realtà di cui siamo fatti e della realtà in cui siamo irrimediabilmente immersi.
Né ciò che siamo, né il mondo cui apparteniamo ha il carattere magico dei sogni infantili; la nostra libertà non ha il dono di trasformare in oro tutto ciò che tocca: essa deve comunque decidere, ma sapendo bene che di fronte a lei stanno la vita o la morte, il regno o le tenebre.
Tutto questo non esclude, anzi postula che la responsabilità verso la verità del proprio essere si prolunghi in una responsabilità verso un Chiamante, che è la fonte stessa dell'essere personale dell'uomo.
Questa responsabilità non è una servitù ma la dignità più vera dell'uomo: Dio non lo chiama che a essere fedele alla verità di cui è fatto; una verità che trascende le apparenze della spontaneità e l'immediatezza del desiderio.

Morire per vivere

La vera autorealizzazione della persona si dà proprio nel suo autotrascendimento.
Realizzarsi non è tessere l'ordito empirico delle proprie capacità, emozioni, esperienze, dominio sul mondo, ma attuare la sostanza di cui è fatta la verità dell'uomo; sostanza che è intessuta di valori morali.
È nella realizzazione di valori che la trascendono, ma che insieme le si presentano come sua attuazione e suo bene, che la persona si realizza.
Essere autentici non è accontentarsi di restare se stesso, nell'adesione all'immediatezza del desiderio più superficiale e del bisogno meno specificamente umano, ma il volere diventare se stessi, nella fedeltà alle aspirazioni più profonde del proprio spirito.
L'autorealizzazione umana sta dunque sotto la logica della croce: si diventa veramente se stessi solo nella misura in cui si accetta di morire a qualcosa di se stessi.
La concezione di «autorealizzazione» che domina nella nostra cultura offre poco spazio a una forma di impegno morale serio ed esigente: autorealizzarsi è lo stesso che sentirsi autorealizzati.
In questa visione, l'attenzione è focalizzata sulle esperienze soggettive: l'accumulazione di esperienze realizzanti, cioè appaganti, diventa lo scopo stesso della vita.
Il grande drammaturgo norvegese H. Ibsen ha denunciato il carattere gravemente illusorio di questa concezione inautentica dell'autorealizzazione, in uno dei drammi più intensamente poetici del suo repertorio artistico: il Peer Gynt.
Il protagonista di questo dramma, dopo una vita totalmente vissuta nel culto della propria personalità e nell'affermazione di sé a spese di ogni altro valore, ritorna, soddisfatto di sé, al suo paesetto natale in Norvegia. La nave che ve lo riporta naufraga proprio in vista della costa e Peer Gynt compie l'ultima impresa della sua non brillante carriera: aggrappato a un relitto insieme al cuoco della nave, lo ributta a mare per garantirsi la salvezza, nonostante quest'ultimo lo implori in nome della famiglia e dei bambini che lo attenderanno invano a terra.
Giunto a terra inizia per Gynt il graduale disvelamento del fallimento radicale dell'impresa della sua autorealizzazione.
C'è innanzitutto l'apologo amaro della cipolla: Peer, ridotto per campare, a cercare cipolle selvatiche nella foresta, in un celebre soliloquio paragona la sua vita a una di queste cipolle: una successione di strati, di personalità apparenti recitate senza partecipazione; sotto ogni strato ne appare un altro ugualmente inconsistente: Peer Gynt non riesce a trovare nella sua vita il suo vero se stesso, il nucleo di una identità autentica.
Poi scopre che in una capanna nel bosco, Solveig, la ragazza che egli aveva tradito e abbandonato molti anni prima è ancora là, dopo un'intera vita, che lo attende.
Per la prima volta Peer è veramente preso dall'angoscia della sua nullità: «L'una ricorda ... e l'altro ha dimenticato. Egli ha tutto perduto ... ed ella ha tutto custodito. Oh rigore! E il gioco non si può rifare! Oh angoscia!... Era questo il mio impero!».
Il disvelamento dell'autorealizzazione inautentica continua attraverso una complessa e suggestiva simbologia, dentro la desolazione di una foresta bruciata. Tutto quello che incontra dice a Peer la nullità della sua vita: «Siamo i pensieri che tu dovevi pensare. (...) Noi dovremmo innalzarci, voci commoventi... e invece dobbiamo rotolare, gomitoli di filo grigio». «Noi siamo le parole d'ordine che tu dovevi dettare. (...) Noi siamo le canzoni che tu dovevi cantare. (...) Noi siamo le lacrime che non furono versate. Avremmo potuto sciogliere l'ago di ghiaccio che trapassa il cuore. Ormai l'aculeo è confitto nel petto villoso; la piaga è chiusa; il nostro potere è spento. (...) Noi siamo le opere che tu dovevi compiere! Il dubbio che attanaglia ci ha piegati e spezzati».
E alla fine Peer Gynt incontra la morte sotto figura di un fonditore di bottoni di stagno. Peer Gynt ascolta incredulo la sua sentenza: egli ha preso la vita tanto alla leggera da non averla veramente vissuta. Perciò, come un bottone di stagno mal riuscito che viene rifuso, egli deve ritornare nel nulla: «Tu dovevi essere un lucente bottone sul vestito del mondo; ma ti manca il picciolo; perciò devi finire nella cassa degli scarti per rientrare, come si suol dire, nella massa».
Peer Gynt si ribella con tutte le sue forze a questa ultima smentita alla sua ossessione di essere se stesso. Ma il fonditore di bottoni lo incalza con il pungolo amaro della verità: «Mai fino ad ora sei stato te stesso... e allora che t'importa morire del tutto?».
Le ultime scene del dramma ci presentano Peer alla disperata ricerca di testimonianze a favore della consistenza della sua identità, di prove del fatto che egli abbia veramente vissuto.
E il primo testimone invocato a difesa è il «vecchio della montagna», il re dei ripugnanti trolds. Peer Gynt aveva difeso, nei confronti di questa creatura selvaggia, la propria umanità, rifiutando assolutamente di farsi trasformare in un trold. Ma il vecchio gli rivela quello che allora egli non aveva capito: «Quando lasciasti i miei monti - gli oppone il vecchio - ti imprimesti in mente la mia divisa. (...) Quello che serve a distinguere i trold dagli uomini: "Trold ti basti essere come sei!". E tu da allora ti sei sempre conformato strettamente a quel motto (...). Tu vivevi da trold e lo tenevi segreto». Senza rendersene abbastanza conto, Peer non è stato altro che il simulacro vuoto di un uomo, la sua grottesca controfigura.
Neppure il diavolo accetta di testimoniare a suo favore: Peer non ha avuto abbastanza personalità neppure come peccatore: non è stato se stesso neppure dalla parte del rovescio. Anche il peccato richiede una sua dedizione e interna coerenza, di cui Peer non è stato capace.
E finalmente il fonditore di bottoni gli rivela il segreto dell'autorealizzazione autentica, un segreto che porta impresso il segno della croce: «Essere se stessi è morire a se stessi». Ibsen aveva già proclamato questa verità nel Brand. Anche per Brand «Vittoria somma è perdere tutto. (...) Si acquista per sempre solo ciò che si è perduto».
Peer Gynt è alla fine tristemente convinto della vanità totale della sua esistenza: «Così indicibilmente povera un'anima può dunque rientrare nelle grige nebbie del nulla... Non serbarmi rancore, o mondo bellissimo, se ho calpestato senza scopo il tuo suolo. O splendido sole, i tuoi raggi fulgenti hanno brillato invano su una capanna vuota. Non c'era dentro nessuno da riscaldare e infiammare... il proprietario non era mai in casa».
Il riferimento esplicito di Ibsen a questo morire a se stessi, come cifra segreta del vero diventare se stessi, ci rimanda al Vangelo come alla fonte vera di ogni concezione autentica dell'autorealizzazione.
Anche il Vangelo ha una sua visione della verità dell'uomo, e della strada che porta alla realizzazione di questa verità: ma è una strada per tanti aspetti esattamente opposta a quella della inautentica auto-realizzazione borghese.
Data la molteplicità e il carattere spesso contraddittorio e distruttivo delle pulsioni spontanee che si contendono il cuore dell'uomo, l'autorealizazione domanda rinunce e autorinnegamento.
Non si tratta di rinunciare per rinunciare, ma solo per potenziare la realizzazione autentica di sé. La rinuncia trova il suo senso nell'amore e nel dono di sé. Non alla maniera di una operazione masochistica o di automutilazione. Nel superamento del narcisismo infantile e autodistruttivo, si rende possibile il dono di sé come verità profonda del proprio essere persona.
È lo scandalo della croce inscritto nel cuore stesso dell'impresa morale: la struttura pasquale dell'autorealizzazione: si diventa se stessi solo morendo a se stessi. È un paradosso che appartiene alla verità stessa dell'uomo.
Ma solo la risurrezione di Cristo ci garantisce che colui che ha il coraggio di perdersi nel dono di sé ritrova davvero la pienezza di una vita più forte di ogni morte.
In questo abbandono e in questo autotrascendimento, la persona trova il suo vero bene, ciò che essa non può non desiderare con la forza più profonda e sincera delle sue aspirazioni. Il bene morale è di sua natura desiderabile; l'amore vero è a sua volta amabile; ma la desiderabilità del bene è qualcosa di oggettivo, che non sta all'inizio ma al termine di quel lungo processo di educazione del desiderio che è l'impegno morale.

Ogni uomo è unico

Ricordo spesso un lungo racconto che si poteva leggere molti anni fa nelle antologie della scuola media: è la storia di un ragazzo che nella scuola, la vecchia media o forse addirittura il vecchio ginnasio, era un fallimento totale. La sua incapacità, ad esempio, di distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, scoraggiava il suo professore di lettere, che ci vedeva il segno di una radicale incapacità al lavoro intellettuale. A un certo punto, mortogli il padre, quel ragazzo abbandonò la scuola e se lo risucchiò la vita.
Qualche anno dopo il vecchio professore fu preso dal capriccio di farsi da sé un po' di vino, di vero vino di uva e si recò al mercato all'ingrosso per comperare quella partita di uva che gli abbisognava. Ma qui scoperse quanto inetto egli fosse in cose di questo genere e quanto poco gli valesse il suo latino ad affrontare la realtà concreta della vita. E qui gli capitò di imbattersi proprio in quel ragazzo, ormai uno splendido giovanotto, che subentrato al padre nella gestione di un suo commercio, sul mercato era di casa e ci si moveva come un pesce nell'acqua: conosciuto il problema, se ne prese cura lui stesso e quello che non era riuscito al vecchio professore con tutto il suo sapere riuscì in pochi minuti all'allievo fallito nella scuola, ma riuscito nella vita. E, prima di lasciare il suo vecchio professore, il baldo giovanotto si prese persino lo sfizio di una innocente ironia: «Professore - gli chiese - mi tolga una curiosità, i verbi transitivi sono quelli che passano o quelli che non passano?».
L'episodio, verosimile se non vero, ci dimostra quanto siano vari i talenti che Dio ha dato a ogni uomo, e come ogni uomo sia chiamato a svilupparli, in una vita diversa da ogni altra e pure, almeno potenzialmente, altrettanto ricca, utile e piena.
È interessante notare come man mano che si sale nell'albero della vita, dagli esseri più primitivi verso i più complessi ed evoluti, cresce sempre più rapidamente la differenziazione tra i singoli all'interno della specie. Gli animali inferiori non hanno fisionomia, sono tutti uguali; si riconoscono dalle altre specie ma non dagli altri individui. I primati hanno già una loro fisionomia riconoscibile ed espressiva; ognuno di loro è già in qualche modo unico. Solo l'uomo è persona; solo in lui l'unicità della fisionomia è il segno dell'unicità di una libertà.
Ma questo rivela un preciso progetto di Dio; è un dono, il dono di essere unico, irripetibile; ma come ogni dono, anche questo ha in sé una chiamata.
Nessun uomo è un frutto del caso. Ogni singolo uomo può dire: Dio pensava a me e mi amava da tutta l'eternità; ogni singolo uomo è conosciuto e chiamato per nome da Dio, Dio vuole e ama ognuno nella sua irripetibile singolarità, nel suo essere quell'unico uomo, che è diverso da ogni altro.
Il flusso dell'essere che viene da Dio è creatività inesauribile; l'uomo è chiamato a collaborare a questa inesauribilità, facendo di se stesso quell'unico capolavoro di umanità che Dio ha sognato per lui. Quello che colpevolmente non avrà realizzato in sé, nessun altro lo farà: resterà nella storia del mondo un vuoto che nessuno colmerà.
Questo vale per i grandi uomini come per le personalità più povere e ferite. Si racconta di un famoso rabbino che era solito, mentre pregava, aspirare di tanto in tanto grandi prese di tabacco. Un devoto bacchettone lo rimproverò una volta di questa abitudine che pareva uno sgarbo verso Dio: «Un grande Re - gli rispose il rabbi tabaccone - passeggiava un giorno per la sua capitale e udì un vecchio cencioso che cantava la sua canzone, sonando l'arpa all'angolo di una strada: ne fu incuriosito, gli piacque, lo accolse nel suo palazzo e ogni giorno si dilettava di ascoltarlo. Ma poiché il sonatore girovago non voleva separarsi dalla sua vecchia arpa, avveniva spesso che, nel bel mezzo di un pezzo, qualche corda si rompesse. Un cortigiano lo redarguì: «Potreste almeno provvedervi uno strumento come si deve». «Il nostro Re - rispose il cantastorie - ha nei suoi cori e nelle sue cappelle uno sciame di musici migliori di me; ma se cerca la mia arpa, è certamente perché accetta le stranezze mie e della mia arpa».
Un altro rabbino soleva dire che nel giorno del giudizio non sarebbe stato rimproverato di non essere stato abbastanza Elia o Geremia o Davide, ma di non essere stato abbastanza se stesso.
Questo vale anche per chi, diventando cristiano, si è impegnato a imitare Cristo, a conformarsi a Lui, Uomo perfetto e modello ideale di umanità. Seguire Cristo non significa falsificare la propria personalità per diventare l'impossibile brutta copia di qualcun altro.
Ci sono due modi diversi per realizzare la riproduzione di qualcosa: la riproduzione per stampo e la riproduzione per sviluppo di un germe vitale.
Conosco una persona che ha l'hobby di fabbricare statuine di gesso della Madonna e dei santi: prende gli stampi di plastica, versa su essi gesso liquido e, nel giro di pochi minuti, madonne e santi si moltiplicano, tutti con la stessa forma, lo stesso sorriso stereotipo, la stessa convenzionalità. Ma non hanno vita.
Anche i viventi si riproducono, ma non fabbricando copie, bensì generando altri viventi che ricevono la loro forma non da uno stampo, ma dallo sviluppo interno di un germe vitale, di una eredità genetica, ricevuta dal vivente che l'ha generata ma che è diversa da quello e da ogni altro individuo della stessa specie, proprio perché viva.
Questo vale anche per il nostro modo di «conformarci» a Cristo: non ci è chiesta una riproduzione materiale, una copia su stampo, ma una animazione vitale, dall'interno della nostra irripetibile unicità di doti e della nostra unica storia di vita.
Il genoma dei viventi è assimilato a volte a un programma; ma spesso si dimentica di dire che è un programma vivo, capace di svilupparsi da sé, perché inserito in una cellula viva, dotata di una sua energia vitale, di una interna capacità e volontà di vivere: se la cellula muore, il genoma diventa solo una sostanza chimica inerte.
Così le doti e le qualità irripetibili che ognuno di noi ha ricevuto da Dio, sono come il programma del nostro sviluppo, il progetto di quell'unico essere umano che ognuno di noi è chiamato a diventare. Ma se la nostra volontà di diventare noi stessi muore, se ci accontentiamo di tirare a campare, queste doti restano in noi come morte, incapaci di sviluppo, pronte ad accusarci della nostra neghittosità.
A volte siamo talmente pressati dalla scoperta dei limiti e dei difetti che troviamo in noi che dimentichiamo di inventariare le doti e le qualità positive.
Qualcuno scherzando ha detto: tutto quello che mi piace o è peccato o ingrassa. Non è vero. Siamo fatti per il bene, per la vita, e siamo capaci di provare piacere nel bene, in ciò che fa crescere la vita, che ci fa essere uomini autentici. Abbiamo nel nostro genoma spirituale risorse anche morali impensate, energie di bene che non sospettiamo neppure e corriamo il rischio di lasciarle inutilizzate.
A volte corriamo il pericolo di esaurirci nell'analisi dei nostri difetti e di ignorare le buone qualità e le virtù potenziali che abbiamo.
Un certo tipo di letteratura devota sembra pervaso dall'idea che ogni uomo che si presenta al punto di partenza del suo itinerario di crescita umana e cristiana sia una specie di campo, popolato solo di sterpi e di erbacce, che devono faticosamente essere sradicate. Le tendenze naturali dell'uomo da una parte e l'ideale del bene dall'altra sono visti come realtà incompatibili e inconciliabili.
Il Concilio di Trento ha respinto l'idea che il peccato abbia totalmente corrotto la natura umana, ma questo tipo di letteratura ascetica sembra ignorarlo.
È una letteratura condizionata da una cattiva interpretazione del discorso evangelico sulla necessità dell'autorinnegamento, del morire a se stessi per vivere a Cristo.
Naturalmente non possiamo mettere in cantina la sostanza evangelica di questa concezione dell'auto-realizzazione, intesa nella logica pasquale del morire per vivere; ma il ritenere che la nostra dotazione di tendenze naturali e di qualità originarie sia solo negativa, e che si possa realizzare la nostra perfezione, soltanto rinnegando la nostra natura e andando nella direzione opposta alle nostre tendenze originarie, è far torto alla sapienza di Dio che le ha create.
San Tommaso insegna che ci sono in noi, per natura, i «germi delle virtù», i cromosomi della nostra vita morale: «La virtù - dice san Tommaso - è nell'uomo qualcosa di naturale, almeno in maniera germinale... nella volontà c'è una tendenza naturale al bene che è secondo ragione. E in questo modo le virtù, ... alla maniera di un principio attitudinale, sono in noi per natura».
Don Bosco diceva più semplicemente la stessa cosa, affermando che c'è in ogni ragazzo la corda giusta da far vibrare.
Ma l'infinita varietà delle qualità ereditarie e delle attitudini acquisite con l'educazione che ci sono in ogni uomo rendono questi germi delle virtù estremamente diverse da persona a persona. I germi del bene hanno un peso, una specifica energia, delle potenzialità che si sviluppano in modo ben differente nella varie persone.
Nessuno nasce cristiano; ognuno può diventare quel tipo di uomo, di cristiano che è indicato e prefigurato dalla specifica dotazione di germi delle virtù che è in lui, per nascita e in forza della prima educazione ricevuta.
Ognuno di noi ha il suo difetto particolare: lo sviluppo di una particolare qualità negativa che è in lui da sempre. Ma ognuno ha anche la sua virtù particolare; spesso il difetto particolare è proprio solo il risvolto negativo della virtù particolare.
Coltivare e sviluppare questi germi di virtù è più importante che correggere i difetti.
Certamente, gli aspetti negativi della nostra personalità vanno corretti, in ragione del loro peso oggettivo di negatività morale e della loro contrarietà rispetto alle esigenze oggettive della nostra vocazione di uomini e di cristiani.
Ma l'unico modo efficace di combattere questi aspetti negativi è quello di puntare sullo sviluppo e l'investimento creativo delle proprie qualità positive in compiti seri e appassionanti. Non si può negare la necessità di combattere anche su quei fronti su cui risultiamo più facilmente perdenti e di sviluppare quelle virtù che ci costano di più. Lo sviluppo della persona deve essere il più armonico possibile e comporta anche la lotta contro i propri punti deboli.
Ma anche a proposito di quelle qualità che per ognuno di noi sono più difficili da conquistare, non dobbiamo dimenticare la forza di trascinamento che le nostre qualità positive possono sviluppare su tutto il fronte dell'impresa morale.
È a partire dai germi di virtù che Dio ha messo in ognuno di noi che noi dobbiamo portare alla miglior maturità complessiva possibile tutta la struttura della nostra personalità, moltiplicando non i talenti che Dio non ci ha dato, ma quelli che ci ha dato di fatto, e che sono sempre il frutto e la testimonianza di un amore di predilezione: sono questi talenti il punto archimedeo che ci è dato per sollevare tutto il mondo della nostra crescita umana e cristiana.