Guido Gatti, LIBERTÀ E LEGGE, Elledici 1995

 

 

 

Capitolo primo
IL PROBLEMA MORALE


Anzitutto una domanda di senso

La parola «morale» ha un significato non facilmente definibile, ma abbastanza intuitivo. Quando si parla di norme morali, di valori morali, di esigenze morali, di virtù morali, di filosofia morale, tutti capiscono, almeno in maniera approssimativa di che cosa si tratta, anche se non tutti saprebbero poi dare forma precisa alle loro idee in proposito.
Così è anche dell'espressione «problema morale».
Si intuisce chiaramente che il problema morale è anzitutto proprio il problema di definire che cosa sia bene e cosa sia male in una data situazione di vita, oppure quali siano le norme morali vere (quelle veramente obbliganti), i valori morali autentici, le autentiche virtù morali.
È chiaro però che a monte di questi problemi, diciamo così, di contenuto, ce n'è un altro più generale che si potrebbe pressappoco formulare così: che cosa sia il bene morale, in che cosa il bene morale differisca dallo star bene in salute, cosa sia una norma morale e in che cosa differisca, per esempio, da una norma giuridica; che genere di valori siano i valori morali, e in che cosa differiscano dai valori economici.
È il problema di come delimitare l'ambito della problematica morale di fronte ad altri ambiti (giuridico, economico, estetico, politico).
Al di là di questa domanda, pure già molto impegnativa, ce n'è un'altra, ancora più decisiva per la vita, una domanda che non possiamo proprio eludere se vogliamo dare un senso al nostro impegno morale.
Potremmo formularla in modo brutale con un: «Ma chi me lo fa fare?».
In termini più appropriati, potrebbe esser formulata così: perché vale la pena di fare il bene? di essere buoni, generosi, giusti? di osservare le norme morali e di realizzare i valori? di diventare quel vero se stessi che siamo nel progetto di Dio, morendo a quel falso ma tenace noi stessi che ci trascina al male? di resistere a quella folla di desideri svianti che ruggiscono dentro di noi e ci chiamano altrove?
Ogni forma di fede, cioè ogni grande visione della realtà globale del mondo e dell'uomo ha una sua risposta da dare a queste domande. Così l'utilitarismo borghese risponde che bisogna fare il bene per stare bene e per far stare bene più gente possibile. Kant direbbe che bisogna fare il bene perché siamo «esseri della ragione»; ubbidire alla ragione fa la nostra nobiltà. Il marxismo direbbe che bisogna lottare per l'instaurazione del comunismo perché esso cambierà il mondo e ne farà una città riconciliata, ricca e felice.
Che cosa risponde la nostra fede a queste stesse domande?
La risposta la conosciamo già se non altro perché, magari con un po' di fatica, la viviamo.
Il cristianesimo, infatti, è anzitutto una particolarissima esperienza di Dio, che si attua attraverso la parola e la persona di Cristo. Questa stessa esperienza è anche il fondamento dell'etica in quanto cristiana, e quindi la risposta alla nostra domanda.
Ora la prima cosa che ci colpisce, quando cerchiamo di precisare meglio questa risposta, è il «carattere storico» dell'esperienza cristiana; non solo nel senso che essa si situa dentro la storia di ogni uomo, ma anche nel senso che essa è legata a determinati eventi storici dell'umanità. Come ogni evento storico, essi sono legati a un certo tempo, a un certo luogo particolare, a una certa cultura; hanno lasciato tracce negli eventi che li hanno seguiti, sono testimoniati da documenti affidabili. In questi eventi i credenti vedono all'opera una iniziativa di Dio, impegnato ad attuare, con la collaborazione dell'uomo, un suo progetto di salvezza nei confronti dell'umanità stessa; per questo sono chiamati «eventi di salvezza».
La loro presenza dentro la storia dell'uomo fa di essa, in tutta la sua estensione, il luogo di una «decisività salvifica», cioè una storia in cui si decide la salvezza o la perdizione dell'uomo.
Gli eventi storici del passato, che hanno fatto della storia umana una storia di salvezza, hanno quindi la proprietà di interpellare la coscienza credente, chiamandola a scelte decisive per la propria salvezza e costituendosi come ciò che fonda l'impegno morale cristiano.
Il discorso morale cristiano, in qualunque settore dell'agire umano, si rifà sempre a questi eventi di salvezza, come al suo fondamento e alla sua ragione ultima: il credente mostra già abbastanza chiaramente il senso e il perché del suo impegno morale quando narra gli eventi di questa storia e in particolare l'evento «Cristo», in cui essa tutta si riassume e che egli vive appunto come salvezza personale e collettiva e quindi come pienezza di senso trascendente per la sua vita. A chi gli chiedesse: «Ma chi te lo fa fare?» il credente potrebbe rispondere con una parola sola: Cristo!

Gli eventi fondanti nella Bibbia

Questo radicarsi dell'impegno morale negli eventi di salvezza è chiaramente visibile nella Bibbia.
Il libro sacro dei cristiani è, in fondo, nient'altro che la testimonianza di questi eventi, recata a noi da un complesso di testi di indole ed età diversissima, in cui la fede riconosce una presenza unica e privilegiata della stessa parola rivelatrice di Dio.
Ora, il messaggio morale della Bibbia, in tutte le sue espressioni, anche quando è formulato (come è ovvio per un messaggio morale) con le forme grammaticali dell'imperativo o del congiuntivo esortativo, è sempre fondato o almeno spiegato e confermato da proposizioni all'indicativo, che narrano eventi di salvezza.
Questi indicativi non dicono soltanto che cosa sia buono o non buono, giusto o ingiusto, doveroso o indifferente; descrivono, rievocano, richiamano alla mente dei destinatari eventi di un passato più o meno lontano, che si suppongono peraltro già conosciuti e pacificamente accettati. È al ricordo di questi eventi che è affidato il compito di giustificare, spiegare, suscitare e sorreggere l'impegno morale dei credenti.
Così, già nell'Antico Testamento, la formulazione del decalogo comincia con una narrazione sintetica dell'uscita di Israele dalla schiavitù dell'Egitto: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi all'infuori di me» (Esodo 20,1; Deuteronomio 6,4). Gli imperativi del decalogo seguono questo indicativo, quasi come ne fossero dedotti. Altrove la motivazione delle norme morali è il richiamo all'Alleanza: «Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sul Sinai» (Deuteronomio 5,2); oppure alla santità di Dio: «Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Levitico 19,1).

Il regno di Dio e la sua giustizia

Nel Nuovo Testamento, l'evento su cui si appoggia il comando o l'esortazione morale si condensa generalmente nella «buona notizia» dell'avvento del regno di Dio.
Una codificazione esemplare di questa forma di rimando dell'appello etico alla «lieta notizia» dell'avvento del Regno è riportata, proprio già fin dalle prime righe, nel Vangelo secondo Marco; la predicazione di Gesù comincia con queste parole programmatiche: «Il tempo è compiuto e il regno dei cieli è vicino: convertitevi e credete al vangelo» (Marco 1,15; cf Matteo 4,17).
Il tempo (che si suppone lungamente atteso e desiderato) della instaurazione di questo regno è finalmente giunto: è arrivata l'ora X, l'ora delle decisioni irrevocabili.
Annunciare l'avvento del regno di Dio è quindi lo stesso che provocare a una decisione nei suoi confronti: l'annuncio del regno va accolto nella fede, abbandonandosi alla sua logica estremamente esigente e cambiando radicalmente il proprio globale atteggiamento di vita («convertitevi!»).
Naturalmente l'instaurazione del regno di Dio non è solo cosa di Dio; riguarda anche l'uomo, per il quale rappresenta un evento che, per quanto inatteso, si suppone desiderabile e desiderato.

Una liberazione

Il regno di Dio rappresenta per l'uomo il passaggio da una situazione di morte (in senso esteso) a una situazione di pienezza di vita (in senso altrettanto esteso). La salvezza apportata dall'avvento di questo regno è quindi una realtà complessa, il passaggio da una forma molteplice di schiavitù a una di libertà: e quindi la liberazione dal peccato e dalla morte, presentate come le due massime forme di schiavitù e di infelicità umana, che si includono e si coinvolgono a vicenda.
Raggiunto dall'offerta di una simile liberazione, l'uomo si trova davanti a un'alternativa drammatica: o si mette al servizio del progetto di Dio e quindi del bene, della vita e della salvezza, oppure resta in potere del peccato, avviato verso la morte e la perdizione. La sua condizione storica, a prescindere dall'evento Cristo, sarebbe quella di essere irrimediabilmente schiavo del peccato e della morte. Ma gli vie-ne offerta gratuitamente una liberazione, in Cristo; egli deve solo accoglierla e vivere la sua libertà come servizio al bene e a Dio, per avere in eredità la vita: «Ora invece liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna» (Romani 6,22).
La salvezza infatti non è ancora pienamente compiuta; la sua attuazione in Cristo non significa ancora la fine di questa storia di schiavitù e di dolore: l'evento della salvezza cammina nella storia, assumendo la forma di una vocazione: «Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa» (2 Timoteo 1,9).

Il rischio della libertà

Tutto quello che gli eventi di salvezza dischiudono al nostro desiderio di pienezza di vita e di felicità può raggiungere la nostra esistenza e il nostro destino solo nella misura in cui noi li accogliamo, dicendo di sì alla loro logica.
Quel Dio che ci ha potuto creare senza di noi non ci può salvare senza di noi.
Il carattere necessario della collaborazione umana all'iniziativa salvifica di Dio carica le decisioni morali dell'uomo di una responsabilità smisurata: decidendosi per il bene o contro il bene, l'uomo prende liberamente posizione nei confronti di questa proposta salvifica di Dio; la accoglie e la porta a compimento, oppure la rifiuta e si condanna alla perdizione e al rammarico eterno.
Di qui il carattere decisivo dell'appello che l'evento Cristo pone alla libertà di ogni persona umana. Nei confronti di questo appello non è possibile forma alcuna di neutralità.
Questa impossibilità di una qualsiasi neutralità, questo non poter sfuggire alla necessità di decidere tra la salvezza e la perdizione può sembrare tragica se ci si pone unicamente dal versante della fallibilità della libertà umana. Ma se si tiene conto del regime di grazia in cui si dà di fatto, essa rivela l'infinita-mente appassionato amore di Dio e insieme l'incommensurabile e misteriosa grandezza della libertà umana, ragione suprema della nostra dignità di persone.
Di qui la serietà della messa in guardia, presente nella Bibbia, contro la possibilità e le conseguenze di un rifiuto e quindi il carattere drammatico dell'appello a una decisione radicale nei confronti di questo progetto.
Questa impossibilità di restare neutrali davanti alla proposta salvifica di Dio in Cristo conferisce una rilevanza eccezionale alla libertà umana, all'interno della visione cristiana della realtà. Di tutta la ricchezza esistenziale dell'uomo, della sua salute fisica, cultura, attitudini, abilità, sensibilità estetiche, capacità comunicative, alla fine solo questo conterà, il sì o il no della sua libertà a Dio: questa sola cosa deciderà di quel destino di felicità o di rimpianto eterno, rispetto al quale tutto il resto deve evidentemente essere considerato un nulla.
Senza voler togliere niente al peso degli infiniti condizionamenti che influiscono sulla concreta vita morale delle persone, il credente sa che esiste realmente nella vita di ogni persona umana una decisione d'insieme, in cui prende corpo il sì o no globale e radicale dell'uomo al progetto salvifico di Dio; per questo è legittimo parlare di una libertà profonda, diversa e indubbiamente più «pura» e meno condizionata di quanto non sia la libertà che si esprime nelle scelte settoriali della vita.
Questo sì o questo no a Dio hanno il loro soggetto specifico nella volontà in quanto veramente libera. La decisione che salva o che perde può essere attuata solo in vera libertà. Tutto ciò che condiziona la libertà può incidere su singole scelte particolari, fino a determinarle in modo così rigido da togliere ad esse ogni carattere di vera libertà e quindi anche di responsabilità, ma non può incidere sulla qualità morale di questa sua decisione d'insieme, che pure è la radice e il senso più vero di tutte le altre decisioni morali parziali.

Lo specifico della morale cristiana

La risposta cristiana alla domanda: «Ma perché vale la pena di fare il bene?» rimanda dunque agli eventi di salvezza e alla logica esigente della loro accettazione.
Come tale essa contiene in sé anche una prima risposta ad altre domande che incalzano la coscienza cristiana quando essa cerca di definire se stessa e la sua identità.
Una di queste domande riguarda la specificità della morale cristiana. Il credente non può evitare di chiedersi: in che cosa differisce il mio impegno morale da quello di chi non crede? che cosa rende il mio impegno morale specificamente cristiano, e quindi differente dall'impegno morale, magari sincero e autentico, di chi non crede? L'essere cristiano domanda a me qualcosa che non può essere richiesto a chi non crede? e che cosa?
Da quanto si è visto, appare chiaramente che lo specifico della morale cristiana si trova primariamente in questo suo fondamento, che la sorregge e le dà senso.
Ciò che di più originale e di unicamente cristiano si trova nella morale cristiana è il «vale la pena» che la sorregge e le dà speranza e significato.
Ciò che fa veramente cristiana la morale cristiana è l'evento Cristo. L'annuncio delle meraviglie di Dio in Cristo, della incomprensibile ricchezza del suo amore gratuito e preveniente caratterizza il messaggio cristiano in modo assolutamente unico: è l'indicativo di salvezza che fonda l'imperativo morale, il vero elemento specifico dell'imperativo etico cristiano.
Il problema più serio della morale cristiana non consiste nel determinare quanti e quali siano i comandamenti particolari della legge nuova. Importante è che l'elenco delle norme e dei valori in cui essa prende corpo cominci sempre con la confessione di fede: noi amiamo perché egli ci ha amato per primo.
Tutto ciò non può non avere conseguenze serie anche sul piano della evangelizzazione, della catechesi e dell'educazione morale cristiana: il primato degli eventi di salvezza, rispetto agli imperativi etici che essi già includono implicitamente dentro di sé, è una messa in guardia contro la possibile (e purtroppo non infrequente) degenerazione del «moralismo», che dimenticando la giusta gerarchia dei valori, riduce tutta la carica liberatrice del Vangelo a una forma di morale, non sostanzialmente diversa da qualsiasi altra.
Chi annuncia il Vangelo non dovrà mai dimenticare che annuncia prima di tutto una buona notizia e, soltanto secondariamente e derivatamente, gli imperativi morali che questa buona notizia racchiude in sé: i doveri del Vangelo non dovranno mai venire prima del Vangelo, cioè della narrazione delle meraviglie che l'amore di Dio ha operato per l'uomo in Gesù di Nazaret.