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    Etica e politica: quale rapporto?



    Giannino Piana

    (NPG 1991-3/4-66)


    Le difficoltà che si incontrano oggi nella coniugazione del rapporto tra etica e politica non sono soltanto dettate dall'articolarsi sempre più complesso della politica a partire dall'epoca moderna, ma anche dallo stato di grave disagio in cui versa la cosiddetta «etica pubblica».
    Alla centralità assunta dalla «questione morale» nel nostro paese, per la persistenza dei processi di deterioramento e di inquinamento che riguardano la gestione del potere - si pensi alle forme di lottizzazione selvaggia e ai meccanismi perversi della burocrazia - non corrisponde in realtà uno sforzo altrettanto grande di individuare vie plausibili di fuoriuscita, che consenta no di restituire alla politica il suo originario significato di servizio alla collettività umana.
    La crisi etica della politica non è infatti addebitabile soltanto alla cattiva volontà degli attori che in essa operano, ma più radicalmente alla mancata elaborazione di regole adeguate, capaci di interpretare correttamente le dinamiche del cambiamento sociale in corso.
    L'obiettivo delle presenti note è quello di fornire un modello metodologico di approccio al problema, in chiave prevalentemente teoretica, senza per questo escludere la necessaria attenzione alle questioni concrete che emergono dall'attuale congiuntura storica.

    ALLE RADICI DELLA CRISI ATTUALE

    La crisi etica della politica non rappresenta di per sé un fatto nuovo. L'epoca moderna è radicalmente segnata da questa crisi. Ciò che tuttavia oggi sorprende è la mutazione dei suoi connotati qualitativi. Il fenomeno politico ha assunto infatti caratteristiche del tutto nuove rispetto al passato in relazione soprattutto ai profondi cambiamenti intervenuti nell'ambito della società.
    Uno degli indici di tale cambiamento è anzitutto costituito dal progressivo estendersi del campo della politica, non più circoscrivibile entro l'area delle istituzioni tradizionali, ma aperta ad un intreccio articolato di luoghi di esercizio e di influenze, che, oltre a dilatarne Io spazio di azione, rendono sempre più ardua l'individuazione della sua specificità.
    La crescente interdipendenza tra i popoli - non solo a livello economico, ma anche sociale e culturale - amplifica l'orizzonte della politica, proiettandola sullo scenario mondiale, mentre lo sviluppo di forme sempre più articolate di interazione tra i diversi settori nei quali si dispiega la vita collettiva ne accentua la responsabilità, estendendola all'insieme dei processi in atto nella società.

    Complessità sociale e dilatazione della politica

    D'altra parte, l'elemento di più rilevante interesse che connota l'attuale stato di cose - almeno nel contesto del mondo occidentale - e che concorre, in modo decisivo, a determinare tale dilatazione, è il fenomeno della «complessità sociale», con il conseguente dispiegarsi di processi di differenziazione e di moltiplicazione delle appartenenze.
    L'azione politica è così chiamata ad attuarsi mediante un'indefinita gamma di interventi che rispondono a bisogni diversi: interventi la cui messa in atto esige la presenza di strutture sempre più decentrate, sia di ordine pubblico che privato.
    La politica appare sempre più come una dimensione sottesa alla globalità degli eventi che concorrono a determinare il senso e gli orientamenti della vita collettiva, come una realtà onniavvolgente, una prospettiva complessiva e totalizzante, con il rischio di non riuscire più a determinarne i confini, e dunque a salvaguardarne l'identità specifica.
    Tutto ciò è inoltre aggravato dalla persistente incapacità delle istituzioni tradizionali a ridefinire il proprio compito e a rapportarsi correttamente con altre aree di impegno pubblico, cioè ad interagire con esse in modo costruttivo. Il che dà luogo ad una sorta di dialettica negativa, che assume la forma del conflitto tra società e Stato, tra la tendenza ad appropriarsi della politica da parte della collettività e l'opposta tendenza a ricondurla entro le strutture tradizionali, riducendo lo spazio di esercizio effettivo del potere.
    È evidente che questa dialettica, oltre ad avere effetti nefasti per la convivenza civile, ha come esito un ulteriore aggravamento della difficoltà a pervenire ad una chiara definizione della politica.
    Il permanere di un modello ristretto di politica, ancorato ad una concezione della realtà sociale ampiamente superata, provoca infatti l'emergere della tentazione - altrettanto pericolosa - di dilatare a dismisura la sfera della politica, fino a stemperarne del tutto la natura e i connotati peculiari.

    La secolarizzazione della politica

    A questo primo dato, di ordine prevalentemente strutturale, se ne aggiunge un altro, di stampo decisamente culturale, che dà più immediatamente ragione del progressivo svuotamento etico della politica.
    Esso è rappresentato dal processo di secolarizzazione della politica, che ha raggiunto nel nostro tempo livelli radicali.
    La positiva «laicizzazione» della politica, iniziatasi a partire dagli inizi dell'epoca moderna, ha assunto ai nostri giorni non solo il significato di emancipazione del «sacro» ma di totale separazione dalla sfera etica.
    La recente crisi delle ideologie, le quali hanno costituito per molto tempo il supporto metaetico della politica, ha concorso a mettere chiaramente in luce la povertà etica della politica. L'assenza di riferimenti forti è infatti coincisa con l'affermarsi di una visione pragmatica, sorretta da logiche meramente utilitaristiche e funzionali. La società post-ideologica in cui viviamo è una società aprogettuale, nella quale prevale la ricerca di soddisfazione dei bisogni e degli interessi soggettivi; una società dominata dall'attenzione all'immediato e dalla rinuncia alle grandi domande relative al senso e al fondamento.
    Al conflitto tra le classi sociali - conflitto che era ancora contrassegnato dalla ricerca del bene collettivo - è venuta sostituendosi la dialettica tra le corporazioni, per le quali conta soltanto l'affermazione dei propri interessi, e perciò l'attivazione di dinamiche volte ad allargare lo spazio del proprio potere.
    La conseguente frammentazione del tessuto sociale, con il moltiplicarsi di tendenze contrapposte e il venir meno di valori assoluti, che stanno a fondamento di diritti fondamentali ed irrinunciabili, svuota la politica di tensione ideale, destituendola di fatto di valenza etica.

    LE RAGIONI DI UNA SEPARAZIONE

    La situazione descritta è l'esito di una travagliata parabola storica, che si è sviluppata in epoca moderna nell'ambito della cultura occidentale. La fondazione moderna della politica avviene al di fuori ed in contrapposizione all'etica. Con la formazione dei grandi Stati nazionali si fa strada la convinzione che nell'azione politica non contano i princìpi ma le «grandi cose» (N. Macchiavelli), che cioè la politica è anzitutto il luogo in cui si esplica la volontà di potenza come ricerca del risultato o del successo a prescindere dal rispetto dei valori morali assoluti.
    Questa dicotomia tra etica e politica si perpetua fino ai nostri giorni, pur assumendo connotati nuovi in relazione soprattutto alle trasformazioni sociali e culturali intervenute in questi ultimi anni. La caduta della tensione politica, caratterizzata da una forte concentrazione di attese collettive di cambiamento, è coincisa con la riscoperta del ruolo primario del soggetto agente.
    Si direbbe che è possibile parlare oggi di un «ritorno all'etica», di una ripresa di attenzione alla sfera della coscienza, e dunque dei valori che ad essa strettamente si collegano. Senonché, il rinnovato interesse per il mondo della soggettività e per la stessa nozione di individuo si accompagna in realtà ad una profonda destrutturazione dell'identità. Il fenomeno della secolarizzazione, che ha raggiunto il livello più radicale - quello della relativizzazione di ogni valore - rende assolutamente problematica la ricerca di regole comuni. Ciò che viene affermandosi è una sorta di «politeismo» dei sistemi di valore, che vanifica la possibilità di disporre di criteri oggettivi, universalmente condivisi.
    L'apparente «ritorno all'etica» si traduce così di fatto nella «fine dell'etica», nel venir meno della condizione per la definizione di un sistema di norme, che interpretino adeguatamente istanze della persona a carattere universale, e dunque oggettivabili. La conseguenza di questo insieme di fatti è l'emergere insistito di spinte accentuatamente individualistiche, che finiscono per produrre «atomismo» e «anomia».

    L'esito della separazione: politica e volontà di potenza

    Lo sforzo di superare questa impasse si è mosso prevalentemente nella direzione della ricostituzione di un concetto di razionalità limitata come risultante di un confronto da istituire tra i singoli soggetti. Si fa in tal modo strada una visione «debole» della politica come accettazione delle procedure per la produzione delle regole, la cui definizione deve avvenire mediante la comunicazione consensuale.
    A questa posizione è possibile riconnettere tutte le forme di contrattualismo moderno, le quali nascono dall'idea che il punto di partenza di ogni progetto sociale è il singolo con le sue passioni, i suoi interessi ed i suoi bisogni.
    Il contrattualismo sembra infatti postulare una situazione originaria senza doveri, ed esige che le regole vengano stipulate mediante accordi che tengano conto degli interessi in gioco.
    La difficoltà di fondo è tuttavia quella di determinare il criterio secondo il quale rifondare il consenso, dando luogo alla possibilità di un esercizio del potere che trovi la sua radicazione in un principio condiviso dai singoli.
    L'assenza di un'etica oggettiva come campo della statuizione dei fini trasforma la politica in luogo originario ed esclusivo di legittimazione del senso delle scelte, le quali a nient'altro finiscono per essere subordinate che alla logica del successo.
    Il rischio è, in definitiva, quello della riproposizione di forme di decisionismo, che riconducono la politica al terreno dell'esercizio della volontà di potenza.

    LA RICERCA DEL FONDAMENTO

    La ricerca di un nuovo rapporto tra etica e politica implica, dunque, da un lato, l'attenzione alla distinzione esistente tra i due ambiti e, dall'altro, la capacità di stabilire tra loro un'adeguata correlazione.
    La legittima autonomia della politica comporta infatti la sua irriducibilità all'etica, ma, nello stesso tempo, il fatto che l'agire politico sia volto, in ultima analisi, al servizio dell'uomo, rende ineludibile il riferimento alla dimensione etica.
    La questione che deve, in primo luogo, essere affrontata è quella del fondamento. La possibilità di pervenire alla produzione di un'etica normativa per la politica è infatti legata all'esistenza, sul terreno della coscienza soggettiva, di una forte istanza emancipativa, di un principio di «redenzione sul mondo» - secondo la felice espressione di Adorno - come luce essenziale della conoscenza umana. Solo a questa condizione diventa trasparente il legame tra impegno morale e prassi politica, nel senso di una necessaria coesistenza tra le due sfere, le quali finiscono per avere un fine comune e dunque per interagire tra loro come aspetti complementari di un unico processo. È come dire che, per uscire dalla tentazione del volontarismo, è necessario postulare una struttura di significato che il soggetto non pone ma trova nel mondo. Il dramma dello Stato moderno è infatti che, essendo venuto meno qualunque richiamo ad un ordine trascendente di significati, ciò che si accetta come punto di partenza è l'assoluta diversità, per cui la ricerca dell'unità tende ad essere realizzata mediante la decisione e l'imposizione dall'esterno.

    L'istanza di redenzione del mondo e la memoria cristiana

    La teologia post-conciliare si è soprattutto impegnata in questa direzione, sforzandosi di dare spessore oggettivo all'istanza di «redenzione sul mondo» mediante la risignificazione della «memoria» cristiana.
    Deprivatizzando la fede, nel segno della più radicale accettazione della mondanità del mondo, la teologia politica le ha restituito la connaturale dimensione di elemento critico-liberatore nei confronti della società. L'idea che infatti scaturisce da una lettura della storia nell'ottica della redenzione di Cristo è quella di una giustizia e di una solidarietà universali, che prendono corpo nell'attenzione privilegiata alle vicende degli ultimi e dei sofferenti.
    La «memoria passionis» diventa in questo modo un ricordo pericoloso che pone in allarme di fronte alle facili riconciliazioni con i «fatti» e le «tendenze» della società; diventa un ricordo liberante di fronte alle costruzioni e ai meccanismi della coscienza dominante. Come tale essa custodisce la politica tanto dalla tentazione del totalitarismo quanto da quella - non meno grave - di una neutralità asettica, che si traduce in assenza di orientamento, ed introduce nell'azione politica una nuova fantasia morale, che sostituisce al gioco degli interessi l'attenzione prioritaria al bisogno e alla sofferenza altrui.
    È fuori dubbio che, in questa luce, la politica riconquisti, in senso forte, la sua dimensione etica. Ma la possibilità di dare ad essa concretezza è legata al ricupero di un'attenzione privilegiata alla persona, al suo spessore ontologico, ai diritti fondamentali di cui essa è costitutivamente portatrice.
    Questo significa che la politica va ripensata come spazio di una feconda interazione tra il «personale» e il «sociale», come ambito cioè di attenzione ad una pluralità di istanze, che devono essere ricomposte.
    L'assunto personalista consente infatti di mediare tra loro il principio di solidarietà e il principio di sussidiarietà - principi classici della dottrina sociale della Chiesa, ma anche criteri ispiratori della Carta Costituzionale italiana - evitando che l'uno venga applicato a scapito dell'altro.

    QUALE ETICA NORMATIVA PER LA POLITICA?

    Accertata l'esistenza di un'istanza morale assoluta, che ha la sua incarnazione nel servizio alla persona, in quanto soggetto relazionale, rimane tuttavia aperta la questione dei criteri in base ai quali formulare le diverse opzioni politiche.
    È qui evidente la necessità di fare i conti con la nota distinzione weberiana tra etica della convinzione ed etica della responsabilità. La politica non può infatti essere il luogo della pura testimonianza, ma deve tenere in considerazione il risultato; deve tendere, in altre parole, a rendere efficace sul piano storico l'istanza emancipatrice. Se dunque è vero, da un lato, che non è possibile derogare ai principi di fondo, negati i quali verrebbero meno i presupposti di una prassi di liberazione, non è meno vero, dall'altro, che tali princìpi non possono essere soltanto astrattamente proclamati, ma devono tradursi in regole precise secondo le quali normare le diverse scelte.
    In questa prospettiva vanno ripensati tanto il problema del potere quanto quello dell'ideologia. Libertà e potere non sono concetti radicalmente antitetici, ma complementari; per cui una volta preso partito per la libertà, è indispensabile studiare come di fatto essa possa attuarsi non contro il potere ma attraverso di esso.
    Analogo discorso deve essere portato avanti sul terreno dell'ideologia, la quale, sorretta da un uso emancipativo della ragione, diviene la strada mediante la quale viene data consistenza reale alla progettualità politica, senza cadere necessariamente per questo in forme di totalizzazione.

    I «nodi» connessi con l'esercizio della democrazia

    Ma ciò che acquista in questa ottica rilievo determinante è soprattutto il grosso capitolo dei «nodi» connessi con l'esercizio della democrazia rappresentativa.
    La definizione di precise «regole del gioco», che garantiscano un corretto funzionamento delle istituzioni e favoriscano un ampliamento della partecipazione, non è indifferente ai fini della soluzione della «questione morale». Si tratta infatti di ristabilire un giusto equilibrio tra rappresentanza e decisione, preoccupandosi di fare spazio alla diversità delle opzioni politiche e degli interessi sottostanti, ma non dimenticando le esigenze della governabilità, che è momento essenziale ed ineludibile dell'azione politica.
    La soluzione di questi problemi è, in definitiva, dipendente da una corretta interpretazione del nesso sempre più complesso che lega tra loro organizzazione politica e variabili sociali.
    Il rapporto tra etica e politica deve infatti essere coniugato nel quadro di una attenzione allargata alla crescente frammentazione delle scelte individuali e collettive, proponendo mediazioni più duttili e più articolate; accettando, in altri temini, che le dinamiche della coscienza civile hanno sempre più origine dall'interazione e dalla comunicazione tra le diverse componenti della realtà sociale.
    L'etica della responsabilità deve pertanto giocarsi nel confronto dialettico tra azione politica e forme dell'organizzazione sociale, consentendo alla politica di esercitare la sua irrinunciabile funzione di guida dei processi storici e insieme di momento di sintesi delle aspettative individuali e collettive.
    La «deflazione» dalla politica, intesa in senso tradizionale, per andare nella direzione della ricerca di nuove modalità di partecipazione sociale - si pensi all'associazionismo volontario e al privato sociale - non è motivata soltanto dal rifiuto della partitizzazione onnipervasiva, ma corrisponde anche ad un'esigenza propria dell'attuale situazione di complessità. Di qui l'importanza di creare le condizioni, anche a livello istituzionale, per lo sviluppo di una nuova articolazione dei rapporti tra le varie aree di partecipazione sociale, favorendo un reale decentramento del potere.
    Solo in questo modo la politica può infatti recuperare capacità propulsiva e forza espressiva di fronte alle domande della società odierna.


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